Mercoledì, 18 Ottobre 2017
Giovedì 18 Marzo 2010 23:18

Della parola e del linguaggio (Faustino Ferrari)

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Nessun animale, pur creato attraverso il realizzarsi della parola divina, conosce la possibilità di usare il linguaggio, mentre l’adam rinnova l’azione creatrice divina attraverso la parola dando il nome alle cose ed agli esseri animati. Attraverso il linguaggio l’uomo conosce la possibilità di entrare in relazione con Dio e con il mondo.

Nel racconto della Genesi Dio crea tutte le cose attraverso la parola. Nel momento in cui – nel silenzio cosmico – risuona la parola di Dio il mondo esiste. C’è una contemporaneità, una immediatezza tra la parola pronunziata e l’esistenza del mondo. Anche gli esseri animati esistono grazie alla parola. Non così per l’uomo. L’adam viene prima modellato dalla polvere e dal fango e poi gli viene immesso il soffio divino – vitale. L’adam è l’unica creatura che viene alla vita non in virtù della parola, ma grazie all’azione, al fare di Dio. Nella creazione dell’uomo Dio si rivela come un modellatore, un vasaio, un faber. E l’uomo, costruito da Dio, è anche l’unica creatura a cui viene concessa la parola. Il dono del linguaggio lo distingue dagli altri animali. Nessun animale, pur creato attraverso il realizzarsi della parola divina, conosce la possibilità di usare il linguaggio, mentre l’adam rinnova l’azione creatrice divina attraverso la parola dando il nome alle cose ed agli esseri animati. Attraverso il linguaggio l’uomo conosce la possibilità di entrare in relazione con Dio e con il mondo.

Gli animali non parlano. Di fronte al loro silenzio l’adam si sente solo. Non trova nulla di simile che gli possa esser di aiuto (Gen 2, 20). Soltanto di fronte all’isha (donna) egli inizia a parlare. Sono le prime parole umane che risuonano nel racconto biblico. La donna non è soltanto un elemento tratto dall’adam, non è soltanto una sorta di specchio per l’ish (maschio) che finalmente trova qualcosa di simile a sé, ma è colei che permette al linguaggio umano di sgorgare. A questo punto la creazione raggiunge il suo culmine: l’uomo e la donna possono far proprio il miglior dono divino, quello della parola.

Il linguaggio dell’uomo non fa esistere le cose del mondo – questa è l’azione originale, prigenia di Dio – ma rinnova l’azione di Dio nel mondo. Per mezzo del linguaggio l’uomo entra in relazione con Dio. Mentre la creazione loda il suo creatore attraverso un linguaggio «di cui non si ode il suono» (Sal 18,4), l’uomo eleva a Dio il suo rendimento di grazie in primo luogo attraverso il linguaggio: «Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno…» (Lc 11,2-4).

La parola stessa è rivelazione divina – il Logos giovanneo. E all’uomo, attraverso la parola, viene affidato un compito arduo: essere come Dio. Ma già nelle prime pagine del racconto biblico l’uomo tende a sottrarsi, a rifuggire da questo compito della parola. Si nasconde, rifiuta di rispondere. Si confonde. Fa del linguaggio uno strumento per negare, per separare, per portare la morte – trasforma la parola in blasfemia, in bestemmia, poiché una parola che suscita la morte è contrapposizione e negazione della parola divina che chiama all’esistenza.

La tentazione del serpente è una tentazione che si esprime attraverso la parola. Voi sarete dei. Non è la visione della potenza o della ricchezza, ma è la seduzione della parola. Una parola che fa vedere quanto l'albero fosse «buono da  mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza» (Gen 3,6). Il serpente si appropria della parola per sedurre l’uomo proprio attraverso la sua migliore capacità, quella che lo distingue dal creato. E l’inganno per l’uomo nasce dal fatto che il serpente usa il linguaggio – usa lo strumento divino – per persuaderlo nella trasgressione.

L’uomo si distingue dagli animali per mezzo del linguaggio. Attraverso la parola l’uomo conosce la “forma” della propria esistenza. La parola, in un certo senso, lo modella, lo rende umano. Lo conforma al prototipo divino, al Logos giovanneo.

La parola risuona sempre nel silenzio. È indissolubile dal silenzio. La parola divina modella il silenzio umano e la parola umana risuona nel silenzio divino. E questo non per una certa sorta d’incomunicabilità, d’impossibilità all’incontro, ma proprio perché la parola è imprescindibile dal silenzio. Se l’uomo conoscesse soltanto la parola gli risulterebbe difficile conoscere Dio. Il linguaggio diventerebbe, forse, sufficiente per conoscere il mondo e per dare un nome al mondo. Ma nulla più. Non gli basterebbe per conoscere Dio – rischierebbe il soliloquio o la confusione, anche quando il suo linguaggio risuonasse in maniera estremamente religiosa. Perché saremmo di fronte soltanto ad un flatus vocis. Perché le parole dell’uomo non producono simultaneamente l’esistenza del pronunciato. E, quindi, il linguaggio umano non può “possedere” Dio – non può dire Dio. Il linguaggio umano, la parola umana è soltanto un riflesso, un’eco della parola divina.

Ma per poter essere eco della parola divina l’uomo deve essere nella condizione di poter udire la parola divina. Come per il profeta Elia la manifestazione di Dio si comunica nell’immagine del leggero soffio d’un vento silenzioso (1Re 19,12). E nel Logos giovanneo la parola si ipostatizza – diventa carne. La Parola diventa Uomo. Nel Logos giovanneo l’uomo può iniziare a dire Dio – anzi, a dire Abba – e la creatura non è più soltanto eco della parola divina. L’uomo può conoscere la divinizzazione. Ed anche la parola dell’uomo si fa divina.

Faustino Ferrari

 

Ultima modifica Domenica 15 Gennaio 2017 21:08
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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