Lunedì, 21 Agosto 2017
Sabato 27 Settembre 2014 21:21

«La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi…» (Faustino Ferrari)

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Sapremo noi tornare ad accogliere il peso di queste sofferenze? Saremo capaci di distoglierci dalle immagini televisive per farci attenti all’imprevisto che cammina sulle nostre strade? Già, l’imprevisto...

«La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi…» (1)

Immagini televisive ricorrenti ci mostrano l’arrivo, sulle coste italiane, di sempre nuovi immigrati. Spesso, le notizie sono relative alla tragicità di tali viaggi: la morte, durante la traversata, per stenti, per naufragi o per asfissia... Le notizie, soprattutto quelle televisive, suscitano in noi la sensazione di un flusso continuo, ininterrotto. A volte, alcuni hanno l’impressione di assistere ad una vera e propria invasione (2).

Papa Francesco l’8 luglio 2013 ha voluto recarsi a Lampedusa per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica – e, soprattutto, dei cristiani – su quanto sta avvenendo. Nei suoi discorsi, in quest’ultimo anno, è ritornato sull’argomento almeno cinque volte. E, tuttavia, la situazione sembra non cambiare. Ad un anno quasi esatto di distanza, 45 morti (e con oltre 70 persone disperse) è il bilancio parziale di un nuovo dramma che si è compiuto nelle acque del Mediterraneo.

Ci capita di sentire commenti i più diversi. Alcuni che, emotivamente colpiti dalle tragedie, si lasciano commuovere – ed è una commozione presto fagocitata da altre immagini televisive.

Altri sono discorsi di ben diverso tenore, che si focalizzano sempre e comunque su motivi di carattere economico. Ma perché continuano ad arrivare? Ma cosa vogliono? C’è la crisi, non c’è lavoro e questi ce lo vengono a rubare!

Le nostre coscienze cristiane vengono sollecitate, provocate da tutto ciò? Oppure dobbiamo riconoscere che si cerca, più che altro, di continuare a sonnecchiare? A fare finta che tutto ciò non ci riguarda, non abbia a che fare con il nostro uscio di casa, con il nostro giardino?

Avendo avuto modo in questi anni di conoscere – ed in alcuni casi anche di accogliere – persone che hanno compiuto tali viaggi, mi rendo conto che – come sempre – ciò che conta è come si guarda al mondo, da quale prospettiva. Le notizie televisive – e degli altri mass media – ci raggiungono, solitamente, da lontano. Noi restiamo tranquilli, nelle nostre case, seduti sui nostri divani, magari sgranocchiando o sorseggiando qualcosa di buono, mentre in giro per il mondo ci sono guerre, carestie, catastrofi naturali, devastazioni dovute agli sconvolgimenti climatici…

La televisione ci rende spettatori di questo spettacolo mondiale, in tempo reale. E noi distinguiamo sempre di meno tra le vicende narrate da un film, una fiction, un reality o dalla cronaca di un giornalista. Tutto per noi diventa intrattenimento. Oserei dire: divertimento. Sì, perché ci si può anche divertire (3) con le emozioni forti. E, di fatto, abbiamo bisogno che in noi vengano sollecitate emozioni sempre più intense… E, al tempo stesso, si diventa sempre più insensibili alla sofferenza che ci circonda – ormai ridotta a spettacolo.

Sono tanti i motivi per cui si parte e ci si mette in viaggio – sapendo di poter rischiare la vita. Ci sono quanti sperano in un domani più vantaggioso e vogliono migliorare la propria condizione. Ma c’è anche chi fugge: dalle guerre, dalla violenza, dalle dittature – a volte per motivi religiosi o politici o tribali. E chi fugge cerca casa – perché non ha più una casa.

Soltanto nel bisogno – nei casi di estremo bisogno – quando tutte le porte si chiudono, quando la nostra disperazione sembra non avere termine, incominciamo a capire quanto sia profondo il desiderio di poter essere accolti da qualcuno, ascoltati, ospitati. Ma a noi, ormai, tutto questo non interessa, avvolti come siamo dal fastidio di vederli arrivare…

Per noi i viaggi all’estero sono quasi sempre per motivi turistici – alle Maldive o a Sharm el-Sheikh, all’isola Margarita o sulle coste tailandesi – e sempre lontano da tutto ciò che in quei paesi ci possa ricordare miseria, povertà, disagi o violenza. E non sappiamo cosa voglia dire lasciare il proprio paese, rischiando la propria vita.

«Domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo» (4).

Mi raccontava K.: «Tu guardi un film. Uno di quei film in cui tutto è incredibile. E sai che non c’è nulla di vero. È tutto inventato… Poi fai un viaggio come il mio. E quello che vivi non ha niente a che vedere con i film. È molto, ma molto di più. Dopo, anche i film più incredibili ti fanno ridere». K. ha alle spalle un viaggio sulla barca di 11 giorni. 11 giorni senza mangiare, avendo da bere soltanto un bicchiere di tè al giorno e restando ammucchiato con altri 130 senza avere la possibilità di sdraiarsi per riposare. Quel viaggio è scivolato via senza lasciare tracce? Quali sono ora i suoi sogni durante la notte? Ad anni di distanza K. sogna spesso di essere ancora in mezzo al mare. I bagagli abbandonati sulla spiaggia, prima della partenza. La fame, la sete, il bisogno di dormire ed il sole rovente, alto nel cielo, senza possibilità di ripararsi, sotto lo sguardo di alcuni mercanti di morte, pronti a sparare a bruciapelo o a gettare in mare il primo che osi protestare o solamente alzare la voce.

«È di queste cose che dovresti scrivere…». Si sveglia spesso durante la notte – perché ogni volta gli sembra di essere ancora in mezzo al mare.

B. racconta di aver vagato per le campagne pugliesi per tre giorni, affamato e senza conoscere una parola d’italiano, senza un soldo in tasca poiché i pochi che aveva portato con sé gli erano stati derubati. Si è allora presentato ai carabinieri – è stato rimpatriato, ma subito dopo è tornato in Italia.

F. – ad anni di distanza – ripete che preferirebbe morire piuttosto che ripetere l’esperienza di viaggio. M. ha rischiato di essere gettato a mare – era tra i più piccoli sullo scafo e si stava avvicinando una motonave della guardia costiera… Ci sono mercanti di morte che gettano a mare i bambini per impedire l’inseguimento ed obbligare le guardie a tentare di prestare soccorso ai malcapitati.

C’è anche chi non vuole raccontare nulla del suo viaggio – forse ritiene che siano fatti incredibili, troppo pazzeschi per essere ascoltati ed accolti. E chi invece continua a raccontare la stessa storia, incapace a liberarsene – perché si ritorna sempre là, a quei terribili giorni in cui si è visto la morte faccia a faccia e si è penetrati fino alle buie estremità della disperazione.

Ma sapremo noi tornare ad accogliere il peso di queste sofferenze? Saremo capaci di distoglierci dalle immagini televisive per farci attenti all’imprevisto che cammina sulle nostre strade? Già, l’imprevisto. Analogo a quello della parabola evangelica del giudizio finale (Mt. 25, 31-46). Là ove lo stupore porta ad esclamare: e quando mai?

E quando mai, Signore, eri straniero e ti abbiamo ospitato?

Faustino Ferrari

Note

1) Papa Francesco, Omelia pronunciata a Lampedusa, 8 luglio 2013.

2) In realtà i numeri complessivi sono inferiori a quanto ci si immagina di solito. Per fare un esempio, sulla portata del fenomeno, alla fine del 1800 nel solo porto di Buenos Aires (Argentina) sbarcavano ogni giorno oltre 800 immigrati provenienti dall’Italia – cifra, questa, molto più consistente degli attuali sbarchi sulle cose italiane.

3) Divertire proprio nel senso originario del termine: volgere altrove, allontanare, stornare.

4) Papa Francesco, Omelia pronunciata a Lampedusa, 8 luglio 2013.

 

Ultima modifica Lunedì 16 Gennaio 2017 21:45
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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