Sabato, 16 Dicembre 2017
Venerdì 23 Febbraio 2007 01:05

Resuscitando sensi (Faustino Ferrari)

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Bisogna che torniamo a dare spazio al silenzio in noi. Se vogliamo che nella nostra vita ci sia resurrezione dei sensi e dei significati.

Viviamo in una società che è sommersa dalle parole. Si fa un gran parlare. E ci sono mille strumenti che ci permettono di poterlo fare, amplificando a dismisura questa possibilità. Ci rendono possibile entrare in contatto con (quasi) tutte le persone che vivono su questa terra. La radio, la televisione, il telefono, il cellulare, le chat sono i nomi di alcuni di questi strumenti entrati prepotentemente nella nostra vita quotidiana. È vero, spesso si tratta di un parlare che non dà la possibilità di comunicare. Si è soltanto dei fruitori passivi. Si ascolta soltanto. E chi può intervenire, lo fa in maniera controllata, in situazioni rarefatte.

Si tratta di una condizione che offre tantissime chance, ricca di prospettive, inimmaginabile fino a poco tempo fa. È una realtà che ci sta trasformando. Pensiamo, ad esempio, al cellulare, a quanto ci abbia cambiato nel giro di pochissimi anni. Si fa presto a dire che lo si usa poco, soltanto quando serve. Il fatto più importante è che oggi difficilmente riusciremmo a rinunciarvi. È diventato un accessorio necessario, che dobbiamo sempre portarci dietro. È diventato una sorte di cordone ombelicale che ci mantiene sempre in contatto con gli altri e questo contatto è percepito come vitale.

Se è una situazione di opportunità, al tempo stesso nella nostra società si sta manifestando un impoverimento dei linguaggi, una svalutazione del significato delle parole. Questo gran uso delle parole si sta trasformando in un chiacchiericcio senza fine, in una banalizzazione, in una insignificanza. Si fa un gran parlare, ma è come se queste parole non significassero più niente. Come se non ci fosse più un legame diretto tra il suono pronunciato e il significato ad esso attribuito. Possiamo assistere a “dibattiti” televisivi dove ci si insulta con urla e strepiti, ma è come se si fosse a teatro, si stesse recitando e si facesse per finta. Si fa una dichiarazione e nel giro di pochi minuti si smentisce quello che è stato detto, accusando, magari, chi ha raccolto la dichiarazione di manipolazione, di invenzione, di provocazione.

All’interno di questa situazione le parole ed i nomi perdono significato. Da sempre, nella storia di molti popoli e di molte culture, il nome di una persona indica anche una qualità peculiare che la persona ha (o ci si augura che possa avere). Una qualità fisica, ma anche sociale, umana, relazionale… E tutti i nostri nomi, anche se le tracce forse ci restano oscure, portano in sé il segno di queste qualità. Nomi che indicano prosperità, fortuna, felicità. Che indicano coraggio, valore, lealtà. O, semplicemente, ci rimandano ad un elemento della natura, ai capelli crespi o albini, alla pelle chiara o ad una macchia…

Oggi i nomi delle persone vengono scelti, più che per il significato che sottintendono, per il suono, per la diffusione che hanno (se sono di moda) o… per il fatto che sono quelli portati da alcuni personaggi televisivi (basta ricordare, ad esempio, i vari Ronnie e le varie Maggie di alcuni anni fa). Quando sentiamo un nome, non pensiamo più che possa significare qualcosa d’altro, che ci possa rimandare ad altro, che voglia indicare anche delle qualità, delle particolarità.

Non era così per il mondo della bibbia. In un certo senso possiamo dire che il nome è la persona che lo porta. Il nome personale non rappresenta soltanto una qualità, una caratteristica, una peculiarità. Il nome è strettamente legato alla persona che lo porta. Ci rivela qualcosa di particolare in colui che lo porta. Mosè è il “salvato dalle acque”. Il nome del profeta Samuele è tutto un programma: “il nome di Dio è El”. Così pure quello del profeta Elia: “Dio (El) è Yahvè” (1Re 17,1). In Gesù “Dio salva”.

E così abbiamo alcuni personaggi biblici che nel corso della vita cambiano nome. Abramo non sarà più chiamato così, ma diventerà Abraham (da “di stirpe nobile” a “padre di moltitudine”; Gen 17,5). Giacobbe dopo aver combattuto con Dio al guado dello Iabbok riceve il nome di Israele (“Dio protegga” diventa “è stato forte contro Dio”; Gen 32, 29). Salomone viene chiamato Iedidià dal profeta Natan (“amato da Jahve”; “Sam 12, 25). Simone diventa Kefah (Pietro, la “roccia”, Mt 16,18). E Saulo cambia il suo nome in Paolo (il nome ebraico in quello “gentile” - che non si riferisce tanto ad un cognome latino, quanto all’essere “piccolo, scarso”).

Abbiamo il Nome impronunciabile, rivelato a Mosè al Sinai, nel racconto del roveto ardente (Es. 3). Il Nome che esprime l’essere di Dio. “Io sono l’essente”, “io sono colui che sono”, “io sarò colui che sono (sarò)”. Abbiamo qui una ricchezza di significati difficilmente traducibili nelle nostre lingue europee. Il divieto assoluto a pronunciare il Nome divino si inserisce all’interno di un contesto in cui il nome “rappresenta” la persona. L’uso del Nome di Dio non può essere umano, profano perché sarebbe blasfemo, pronunciato da labbra impure (possiamo così comprendere il racconto della chiamata del profeta Isaia, là dove la sua bocca viene “purificata” da un carbone ardente, Is 6, 6-7). Pronunciare il nome di Dio potrebbe in qualche modo rappresentare la pretesa umana di poter “controllare” il divino. Il rinnovarsi della tentazione narrata nel racconto della torre di Babele, là dove gli uomini vogliono erigere una costruzione che permetta loro di abitare nei cieli – e che si risolve nella confusione del linguaggio, nell’incapacità a far corrispondere i suoni ai significati (Gen 11). Dio è colui che non può essere visto, non può essere posseduto, non può essere circoscritto ad un luogo, neppure attraverso il linguaggio, attraverso il pronunciamento del suo Nome.

Le cose cambiano con Gesù. In lui il Dio che salva può essere rivelato agli uomini non soltanto come il Dio lontano, ma anche come il Dio vicino. Gesù – proprio perché rappresenta il mistero dell’Incarnazione di Dio nel mondo - è colui che permette all’uomo di avere un atteggiamento diverso nei confronti del Padre. È colui che ci insegna ad avere una familiarità con Dio, ad avvertirlo così vicino da poterlo chiamare non con il Nome impronunciabile, bensì con la facilità del bambino, del figlio: Abbà! Eppure questa familiarità, in fondo, ci è ancora così estranea perché continuiamo a rivolgerci a Dio con il termine di Padre – molto più formale e che “mantiene le distanze” rispetto al “babbuccio”, “paparino” che sono traduzione più fedele dell’ebraico Abbà. Paolo ci ricorda che questo lo possiamo fare grazie allo Spirito che ci rende figli adottivi e permette che si possa gridare: Abbà! (Rm 8, 15).

Portare un nome non significa soltanto appartenenza. Avere una casacca o una divisa. Nella prospettiva biblica portare il nome è legato al nostro essere. Il nome partecipa della nostra vita e la nostra vita è parte del nome che si porta.

Una società dove il linguaggio svanisce (o si trasmuta nei messaggi sincopati dei cellulari) diventa una società dei numeri. Non ci sono più nomi, non ci sono più volti. Ci sono soltanto numeri. È una società dove cresce il senso di estraniazione, di alienazione, di non appartenenza. Bisogna tornare ai nomi, tornare ai volti. Ad un linguaggio che non sia soltanto virtuosismo, ma essenziale, capace di toccare i cuori. « Sia il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno» (Mt 5,37). Ma perché il linguaggio torni ad avere significato è necessario che ci siano anche le condizioni per far risuonare la parola. Una parola che per essere udita, compresa, ascoltata ha la necessità di nascere dal silenzio. Senza la cornice del silenzio non si ha parola, non si ha linguaggio. Si ha soltanto un blaterare che si presenta come un continuo, inutile rumore di fondo.

Bisogna tornare ai nomi ed ai volti. Bisogna che torniamo a dare spazio al silenzio in noi. Se vogliamo che nella nostra vita ci sia resurrezione dei sensi e dei significati.

Faustino Ferrari

 

Ultima modifica Domenica 15 Gennaio 2017 21:20
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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