Martedì, 24 Ottobre 2017
Martedì 16 Febbraio 2010 21:19

«Non più stranieri, ma concittadini di Dio» (Ef 2, 19) (Faustino Ferrari)

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Per affrontare questo tema bisogna mettersi nell'unica prospettiva che, credo, sia possibile percorrere come cristiani: vale a dire quella dell'ascolto della parola di Dio. Tutto il resto può essere ridotto a vuoto chiacchiericcio, ad opinione personale.

Per affrontare questo tema bisogna mettersi nell'unica prospettiva che, credo, sia possibile percorrere come cristiani: vale a dire quella dell'ascolto della parola di Dio. Tutto il resto può essere ridotto a vuoto chiacchiericcio, ad opinione personale. Inoltre, per noi che viviamo in Italia, ogni discorso rischia di ridursi ormai a scontro politico. Non argomentazione e riflessione, sulla vita e sulla convivenza civile, ma opposizione, contrapposizione e barricate. Quasi fosse sempre necessario schierarsi da una parte o dall'altra.

Mettersi all'ascolto della Parola. Di quella parola che sicuramente non ci lascerà tranquilli, ma ci metterà in discussione. Come una spada che penetra nella carne e lascia una ferita non più rimarginabile. Una ferita che si farà sentire in qualsiasi tempo e in qualsiasi stagione. Infatti, leggiamo nella lettera agli Ebrei: «la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore. Non v'è creatura che possa nascondersi davanti a lui, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui noi dobbiamo rendere conto» (4,12-13). La prospettiva nella quale ci si pone è quella del credente, del cristiano che si mette in ascolto di ciò che Dio ha da dire. Se non ci si pone in questa prospettiva, ogni linguaggio umano rischia di essere soltanto umano.

Dobbiamo sempre avere presente l'ammonimento del profeta Isaia: «Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie» (55, 8). Noi ragioniamo secondo la nostra logica, secondo i nostri interessi, secondo i nostri schemi - che sono gli schemi del mondo, come direbbe Paolo - ma la Parola di Dio ci aiuta a vedere le cose in maniera differente, secondo una prospettiva diversa, secondo un’altra visuale. Con gli occhi di Dio il mondo assume un altro aspetto, un'altra dimensione. Questo mondo, seppur ferito, esce dalle mani di Dio: è opera sua. E l'uomo e la donna, creati a sua immagine e somiglianza, sono l'icona di Dio nel mondo. Non l'uomo e la donna astratti, ma gli uomini e le donne di questo mondo, con tutte le variabili dovute ai caratteri somatici e alle culture, sono l'icona vivente di Dio nel mondo.

Dunque, già nel racconto della creazione del mondo e dell'uomo e della donna, troviamo materiale sufficiente per capire qual è il giudizio di Dio su questo mondo. Dico "giudizio" perché Dio vede la sua creazione come "bella e buona". Tutta la sua creazione. E all'interno della creazione, coloro che fanno pasticci, sono l'uomo e la donna – che, ad un certo punto, hanno la pretesa di sostituirsi a Dio e di poter vivere senza Dio. Accogliere il Dio della creazione vuol dire accogliere dalle mani di Dio tutta la sua creazione. Sentirsi parte di questa creazione. Ma se ci si sente parte, ci può essere divisione, ci può essere estraneità, ci può essere rifiuto?

Detto questo, però, non dobbiamo credere che la bibbia rifletta soltanto questa prospettiva idilliaca. Nelle sue pagine troviamo anche altre cose. Troviamo la paura, le difficoltà, i problemi che l'incontro con l'altro, il diverso, lo straniero, pongono. Soprattutto dopo l'esilio di Babilonia, Israele assume un atteggiamento a volte difensivo di fronte allo straniero. Ci sono pagine nelle quali emerge la sua paura ad essere contaminato, di essere distolto dal culto del vero Dio. In particolare, riguardo a due questioni. Quella del culto, appunto e quella dei matrimoni misti. Ma, notiamo bene, la chiusura non è nei confronti dello straniero in sé. Si ha il timore che gli Israeliti, tramite il culto ed il matrimonio, finiscano con dimenticarsi del loro Dio. Israele, quindi, si pone di fronte ai problemi, li vive al suo interno e cerca di affrontarli, non sempre nella prospettiva migliore. Anche per lui, lo straniero può far paura. Troviamo il riflesso di questo atteggiamento in alcune pagine del libro dei Proverbi, dei Maccabei e di Esdra.

Ma di per sé, quando la bibbia parla dello straniero, lo fa in maniera molto particolare. Innanzi tutto, viene paragonato con le categorie più deboli: l'orfano e la vedova. Quelle categorie di cui Dio stesso si fa garante. Si fa garante poiché nella cultura del tempo, sono considerate non categorie, non persone, non soggetto aventi dei diritti. Sono dei poveri, degli emarginati, degli esclusi. Esclusi dagli uomini, ma non da Dio, che ne fa sua scelta privilegiata.

Deuteronomio 24,17: «Non lederai il diritto dello straniero e dell'orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova».

Geremia 7,5-7: «Poiché, se veramente emenderete la vostra condotta e le vostre azioni, se realmente pronunzierete giuste sentenze fra un uomo e il suo avversario; se non opprimerete lo straniero, l'orfano e la vedova, se non spargerete il sangue innocente in questo luogo e se non seguirete per vostra disgrazia altri dei, io vi farò abitare in questo luogo, nel paese che diedi ai vostri padri da lungo tempo e per sempre…»

Salmo 146, 9: «Il Signore protegge lo straniero, egli sostiene l'orfano e la vedova, ma sconvolge le vie degli empi». L'empio può appartenere al popolo, può essere ricco, può avere potere...

L'uomo pio è colui che accoglie. L'accoglienza è un vero atto di culto. Come ricorda Giobbe (31, 32): «All'aperto non passava la notte lo straniero e al viandante aprivo le mie porte».

È interessante anche un passo del libro della Sapienza (19, 13) secondo cui l'esperienza dell'esilio fu vissuta da Israele a causa del suo atteggiamento nei confronti dello straniero. La distruzione del Tempio e la deportazione a Babilonia hanno origine, per l'autore di questo libro, nel profondo odio verso lo straniero: «Sui peccatori invece caddero i castighi non senza segni premonitori di fulmini fragorosi; essi soffrirono giustamente per la loro malvagità, avendo nutrito un odio tanto profondo verso lo straniero».

In Genesi abbiamo anche un racconto dei possibili soprusi a cui uno straniero poteva andare incontro. È l'esperienza di Lot, il nipote di Abramo (19,9): «Ma quelli risposero: “Tirati via! Quest'individuo è venuto qui come straniero e vuol fare il giudice! Ora faremo a te peggio che a loro!”. E spingendosi violentemente contro quell'uomo, cioè contro Lot, si avvicinarono per sfondare la porta».

La condizione di straniero è la condizione sperimentata più volte da Israele stesso. Ed avendo sperimentato una tale condizione, deve accogliere lo straniero che viene ad abitare nella terra (terra non di Israele, ma di Dio, a cui appartiene e che viene data in uso agli uomini).

Genesi 20,1: «Abramo levò le tende di là, dirigendosi nel Negheb, e si stabilì tra Kades e Sur; poi soggiornò come straniero a Gerar».

Esodo 2,22: «Ella gli partorì un figlio ed egli lo chiamò Gherson, perché diceva: “Sono un emigrato in terra straniera!”». Si tratta del primo figlio di Mosè, avuto dalla moglie Zippora.

Genesi 17,8: «Darò a te e alla tua discendenza dopo di te il paese dove sei straniero, tutto il paese di Canaan in possesso perenne; sarò il vostro Dio». Abramo vive la condizione di straniero. Non ha un terreno dove poter seppellire la moglie e deve comprare un terreno da un ittita, un altro straniero.

1Cronache 29,15: «Noi siamo stranieri davanti a te e pellegrini come tutti i nostri padri. Come un'ombra sono i nostri giorni sulla terra e non c'è speranza».

Giuditta 5,10: «Poi scesero in Egitto, perché la fame aveva invaso tutto il paese di Canaan, e vi rimasero come stranieri finché trovarono da vivere. Là divennero anche una moltitudine imponente, tanto che non si poteva contare la loro discendenza».

1Cronache 16,19: «Eppure costituivano un piccolo numero; erano pochi e per di più stranieri nel paese».

Salmo 105,23: «E Israele venne in Egitto, Giacobbe visse nel paese di Cam come straniero».

Salmo 120,5: «Me infelice: abito straniero in Mosoch, dimoro fra le tende di Cedar!».

Salmo 39,13: «Ascolta la mia preghiera, Signore, porgi l'orecchio al mio grido, non essere sordo alle mie lacrime, poiché io sono un forestiero, uno straniero come tutti i miei padri».

Abbiamo poi la lettera agli Ebrei (11,9.13) che rilegge tutta la storia di Israele come storia di un cammino nella fede. E così Abramo: «Per fede soggiornò nella terra promessa come in una regione straniera, abitando sotto le tende, come anche Isacco e Giacobbe, coeredi della medesima promessa». Ed ancora: «Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra».

Gli stranieri sono figli di Dio, al pari degli Israeliti. Anche se non conoscono Dio. Anche se seguono altri dei. Emblematico a riguardo è il capitolo 45 del profeta Isaia, nel quale si parla di Ciro, re persiano, pagano, straniero, che non conosce il Dio d'Israele. È un brano abbastanza lungo, ma credo che valga la pena leggerlo e tornare a rileggerlo spesso.

«Dice il Signore del suo eletto, di Ciro: “Io l'ho preso per la destra, per abbattere davanti a lui le nazioni, per sciogliere le cinture ai fianchi dei re, per aprire davanti a lui i battenti delle porte e nessun portone rimarrà chiuso. Io marcerò davanti a te; spianerò le asperità del terreno, spezzerò le porte di bronzo, romperò le spranghe di ferro. Ti consegnerò tesori nascosti e le ricchezze ben celate, perché tu sappia che io sono il Signore, Dio di Israele, che ti chiamo per nome. Per amore di Giacobbe mio servo e di Israele mio eletto io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non v'è alcun altro; fuori di me non c'è dio; ti renderò spedito nell'agire, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall'oriente fino all'occidente che non esiste dio fuori di me. Io sono il Signore e non v'è alcun altro. Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura; io, il Signore, compio tutto questo.

Stillate, cieli, dall'alto e le nubi facciano piovere la giustizia; si apra la terra e produca la salvezza e germogli insieme la giustizia. Io, il Signore, ho creato tutto questo”. Potrà forse discutere con chi lo ha plasmato un vaso fra altri vasi di argilla? Dirà forse la creta al vasaio: “Che fai?” oppure: “La tua opera non ha manichi”? Chi oserà dire a un padre: “Che cosa generi?” o a una donna: “Che cosa partorisci?”. Dice il Signore, il Santo di Israele, che lo ha plasmato: “Volete interrogarmi sul futuro dei miei figli e darmi ordini sul lavoro delle mie mani?

Io ho fatto la terra e su di essa ho creato l'uomo; io con le mani ho disteso i cieli e do ordini a tutte le loro schiere. Io l'ho stimolato per la giustizia; spianerò tutte le sue vie. Egli ricostruirà la mia città e rimanderà i miei deportati, senza denaro e senza regali”, dice il Signore degli eserciti. Così dice il Signore: “Le ricchezze d'Egitto e le merci dell'Etiopia e i Sabei dall'alta statura passeranno a te, saranno tuoi; ti seguiranno in catene, si prostreranno davanti a te, ti diranno supplicanti: Solo in te è Dio; non ce n'è altri; non esistono altri dei.

Veramente tu sei un Dio nascosto, Dio di Israele, salvatore. Saranno confusi e svergognati quanti s'infuriano contro di lui; se ne andranno con ignominia i fabbricanti di idoli. Israele sarà salvato dal Signore con salvezza perenne. Non patirete confusione o vergogna per i secoli eterni”. Poiché così dice il Signore, che ha creato i cieli; egli, il Dio che ha plasmato e fatto la terra e l'ha resa stabile e l'ha creata non come orrida regione, ma l'ha plasmata perché fosse abitata: Io sono il Signore; non ce n'è altri».

Può il credente chiedere conto a Dio delle sue azioni? Può interrogarlo sul futuro dei suoi figli e dargli ordini sul lavoro delle sue mani?

Anche lo straniero – lo straniero in quanto non credente nel Dio di Israele – può rivolgersi a Dio, certo che egli lo ascolta. Anch’egli è lo strumento per manifestare la gloria di Dio. È quanto prega Salomone nel momento della dedicazione del Tempio.

1Re 8,41.43: «Anche lo straniero, che non appartiene a Israele tuo popolo, se viene da un paese lontano a causa del tuo nome [...] tu ascoltalo dal cielo, luogo della tua dimora, e soddisfa tutte le richieste dello straniero, perché tutti i popoli della terra conoscano il tuo nome, ti temano come Israele tuo popolo e sappiano che al tuo nome è stato dedicato questo tempio che io ho costruito».

Gli stranieri sono coloro che collaborano alla costruzione del Tempio di Dio. Il Tempio è ciò che contraddistingue Israele. Nel suo culto all'unico Dio. Eppure alla costruzione del Tempio partecipano maestranze straniere. È solo un caso? Oppure è il segno di qualcosa di altro?

1Cronache 22,2: «Davide ordinò di radunare gli stranieri che erano nel paese di Israele. Quindi diede incarico agli scalpellini perché squadrassero pietre per la costruzione del tempio».

2Cronache 22,16: «Salomone censì tutti gli stranieri che erano nel paese di Israele: un nuovo censimento dopo quello effettuato dal padre Davide. Ne furono trovati centocinquantatremilaseicento».

Questo numero – 153.600 – ha fatto riflettere gli esegeti. Esiste una correlazione, infatti, col numero 153 del capitolo 21 del vangelo di Giovanni: il numero dei pesci della pesca miracolosa. Sono stranieri coloro che vengono a formare la chiesa.

E nella profezia di Isaia gli stranieri sono tra coloro che ricostruiranno la nuova Gerusalemme.

Isaia 60,10: «Stranieri ricostruiranno le tue mura, i loro re saranno al tuo servizio, perché nella mia ira ti ho colpito, ma nella mia benevolenza ho avuto pietà di te». È vero che questa profezia risuona come minaccia, ma è anche vero che nella lettura che ne hanno fatto i Padri vi è stata vista prefigurata la Chiesa.

Gli stranieri sono il banco di prova della fedeltà di Israele a Dio.

2Samuele 22,45: «I figli degli stranieri mi onorano appena sentono, mi obbediscono». Non è così per Israele. A riguardo la bibbia dedica un intero libretto, quello del profeta Giona. Non è questo il luogo per soffermarsi su tutte le tematiche del testo. Basti ricordare che l'ebreo Giona, che conosce il vero Dio, non prega, non si dimostra un uomo pio. Gli stranieri, dai marinai agli abitanti di Ninive, invece, pregano. Sono capaci di conversione. Solo Giona, il “credente”, l'uomo che dovrebbe portare la parola di Dio – ma non vuole portarla – solo lui resta chiuso in sé stesso e non vuole accettare la misericordia di Dio. Non vuole accettare che Dio si comporti con gli uomini come lui solo può comportarsi: come un padre, come il misericordioso.

Ezechiele 22,15: «ti disperderò fra le nazioni e ti disseminerò in paesi stranieri; ti purificherò della tua immondezza». Per il profeta l'esperienza dell'esilio, tra gente straniera, diventa processo di purificazione. A noi può sembrare paradossale. Non è così per Dio.

Lo straniero rappresenta uno stimolo continuo, un pungolo, per la fedeltà a Dio. Non è soltanto colui che può traviare, ma è anche colui che mi può rinnovare nella mia fedeltà a Dio. Poiché egli si mostra religioso e pio verso gli “idoli”, a maggior ragione non lo dovrebbe essere chi si professa credente nel vero Dio?

La bibbia ci ricorda ancora a riguardo che se l'uomo non è fedele a Dio, Dio diventa straniero a questa terra. Diventa egli stesso segnato dalla condizione di estraneità.

Geremia 7,8: «O speranza di Israele, suo salvatore al tempo della sventura, perché vuoi essere come un forestiero nel paese e come un viandante che si ferma solo una notte?». Potremmo chiederci, allora, quand'è che il credente "constringe" Dio ad essere forestiero alla sua terra, alla sua casa.

Continuando con questo approccio con la parola di Dio, credo che possiamo prendere a riguardo anche altri elementi.

Il primo elemento lo troviamo nella genealogia di Gesù, secondo Matteo. Nella lunga lista di nomi, che a noi sembrano inutili e incomprensibili, compaiono in realtà cose molto interessanti. E non a caso. Abbiamo, in particolare, oltre alla discendenza maschile, la citazione di alcune donne. Cinque. Hanno tutte delle particolarità. Una di esse è Raab, la prostituta di Gerico. Anche lei è un’antenata di Gesù. Una straniera, una prostituta. Un'altra donna ricordata è Rut, la nonna del re Davide. Anch'ella è una straniera. Di se stessa dice:

Rut 2,10: «Allora Rut si prostrò con la faccia a terra e gli disse: “Per qual motivo ho trovato grazia ai tuoi occhi, così che tu ti interessi di me che sono una straniera?”».

Ebbene, la genealogia di Gesù ci fa vedere che Dio entra nel mondo anche grazie allo straniero. E se gli antenati di Gesù sono stranieri, che ragione possono avere i cristiani per mettersi a discutere sulla purezza delle razze e delle nazioni (ammesso che esistano le razze). La mescolanza, il meticciato è un tratto che troviamo anche tra gli antenati di Gesù!

E il mistero dell'Incarnazione ci permette di continuare il discorso. Nei vangeli abbiamo stranieri che sono testimoni privilegiati della fede nel Cristo. La donna Cananea (Mc 7,25-29). La donna samaritana (Gv 4). Il centurione che nel vangelo di Marco fa la professione di fede più alta (15,39). Il lebbroso (solo lo straniero ritorna per rendere gloria a Dio: Lc. 17,18). Ed ancora, stranieri sono protagonisti di alcuni racconti di Gesù, come ad esempio il samaritano della parabola (Lc 10,33).

Questo Dio che entra nella storia, in un luogo particolare, facendo parte di un popolo, parlando una lingua ben precisa – il patois di Canaan – in realtà è un Dio che non ha confini, non ha barriere. Questa particolarità rende superate le particolarità. Paolo allora può a ragione affermare (Ef 2,11-19): «Perciò ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi perché tali sono nella carne per mano di uomo, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo.

Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù».

C’è una civitas che supera le divisioni umane e ci rende della stessa familia di Dio. Paolo, cittadino romano, sa bene che per il cristiano esiste un’altra dimensione: la consapevolezza di una nuova cittadinanza.

Ma se l'uomo vuole mantenere barriere, se non vuole riconoscere la signoria di Dio, ha di fronte l'alienazione, l'estraniamento da se stesso. Diventa straniero a se stesso. Si esclude dalla familiarità con Dio. Quella familiarità che con Giobbe può far esclamare: (19,27) «Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno non da straniero».

Per cui possiamo capire il salmista che si interroga: «Come cantare i canti del Signore in terra straniera?» (Sal 137,4).

Un ultimo testo che prendo in considerazione è la preghiera insegnata da Gesù ai suoi discepoli, il Padre nostro. Nel momento in cui ci riconosciamo come figli di Dio, non perché questa è la nostra volontà, ma perché è il dono che Dio ci fa in Cristo, non esistono più barriere. Il Padre nostro riconduce il discepolo alla dimensione originaria del Dio creatore, la familiarità con Dio (Abbà, babbuccio), la fraternità tra tutti gli uomini, la riconciliazione con il creato (la volontà di Dio che si esercita in cielo ed in terra). Una volta pronunciato il Padre nostro non si può più parlare di straniero, di forestiero, di extracomunitario... La divisione, la frattura, l’estraneità è definitivamente abolita: non importa se culturale, religiosa – o che altro essa possa essere.

Il concetto di straniero è legato a quello della terra. Si è stranieri perché si è nati altrove. Oltre. Extra. Nonostante che si parli di terra santa, la bibbia ci ricorda che la terra (tutta) appartiene a Dio. Noi non la possediamo. Noi la riceviamo in dono da Dio. Ne siamo semplici usufruttuari. Quindi la condizione di stranieri contraddistingue tutte le persone. Ma in Cristo, come ricorda Paolo, questa divisione non ha più senso. In Cristo non si è più stranieri, ma concittadini di Dio. Abitanti della stessa città, della stessa casa, dello stesso paese. Appartenenti ormai ad una nuova civitas.

Faustino Ferrari

 

Ultima modifica Domenica 15 Gennaio 2017 21:04
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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