Giovedì, 21 Novembre 2019
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Da Gerusalemme a Roma
di Don Filippo Morlacchi


Il giudizio di Agrippa e Berenice e il discorso di Paolo (25,13-26,32)


Agrippa II, figlio di Erode Agrippa I (quello che aveva fatto uccidere Giacomo: At 12) e pronipote di Erode il grande, era amante incestuoso di sua sorella Berenice (quest’ultima, tra l’altro, amante anche di Tito: una donna molto chiacchierata). Due spregevoli figure. Si presentano a Cesarea per salutare il nuovo procuratore. Festo parla loro di Paolo; Agrippa vuol fare l’esperto e chiede di parlarci.


Paolo si racconta; leggiamo la terza narrazione lucana dell’episodio di Damasco. I pagani sono stati l’ultimo obiettivo della sua missione ("infine": 26,20) e lui fino alla fine è fedele a Mosè e ai profeti. Festo lo prende per matto, Agrippa sembra quasi convinto (o forse si fa beffe di Paolo: "ti basterebbe poco per farmi convertire, eh?…"). Il tutto finisce con la faciloneria di una corte orientale.

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Da Gerusalemme a Roma
di Don Filippo Morlacchi


Il nuovo prefetto Festo e l’appello a Cesare (25,1-12)


Porcio Festo inizia il suo incarico, svolto con zelo, nel 60 d.C. A Gerusalemme per la presa di possesso, gli vien chiesto di far salire Paolo e poterlo giudicare (in realtà volendo ucciderlo prima dell’arrivo – chissà se i 40 stavano ancora digiunando). Festo invita a fare il contrario, cioè riscendere a Cesarea. Arrivano i giudei, e si tiene il processo; Festo, per ingraziarsi i nuovo sudditi, chiede se Paolo accetta di andare a Gerusalemme. Forse temendo il peggio, egli si appella a Cesare, sfuggendo agli accusatori e ottenendo un viaggio gratis a Roma, secondo i suoi desideri (19,21).

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di Don Filippo Morlacchi


Primo processo romano: davanti a Felice (24,1-27)


Per accusare Paolo vengono convocati da Gerusalemme Anania, alcuni anziani e l’avvocato Tertullo. Questi esordisce con un captatio benevolentiae e accusa Paolo di essere a capo della setta dei nazorei. Paolo risponde con un’apologia: si dichiara ebreo in tutto e per tutto, spiega di essere venuto per portare il frutto della colletta ai giudeocristiani e per il culto di shavuot; riferisce che tutto è nato dai giudei di Asia e riferisce l’esito del processo presso il sinedrio. Felice non prende decisioni e vuole sentire personalmente il tribuno Lisia. Paolo rimane custodia militaris (c’erano tre livelli di restrizione carceraria: custodia pubblica, ossia il carecere; custodia militaris, ossia rimanere incatenati ad un militare, ma liberi di muoversi o incontrare persone; custodia libera, ossia arresti domiciliari presso uno che si faceva garante).


Quel debosciato di Felice tenne così per due anni Paolo; lo presentò alla moglie Drusilla (della famiglia di Erode, donna immorale e approfittatrice, sorella di Agrippa II e Berenice) che volle sentirlo, e poi lo tenne in custodia sperando di estorcergli dei soldi: invano. Sarà stato umiliante per Paolo essere chiamato da quella coppia molle e decadente a parlare della fede solo per far passare il tempo e discutere superficialmente… (succede anche oggi in certe catechesi…).

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Da Gerusalemme a Roma
di Don Filippo Morlacchi


Complotto e trasferimento a Cesarea (23,12-35)


Una quarantina di esaltati fa voto di sciopero della fame fino all’uccisione di Paolo, chiedono al sinedrio di richiamare Paolo, e loro lo avrebbero eliminato prima dell’ingresso nell’aula. Ma il nipote di Paolo viene a saperlo, e informa Paolo. Il tribuno, furbo, sceglie di togliersi dall’impiccio spedendo Paolo all’autorità superiore: il procuratore Felice. Fa preparare una numerosa scorta e ordina il trasferimento notturno. Il prigioniero viene accompagnato dall’elogium, la lettera di presentazione in cui il magistrato inferiore si affida alla competenza del magistrato superiore a riassume gli estremi del caso come gli sono noti (in realtà egli modifica un po’ i fatti, a suo favore ed omettendo di averlo trattato non da cittadino romano). Di notte la carovana scende ad Antipatride e l’indomani a Cesarea; Paolo viene incarcerato nel palazzo fatto costruire da Erode il Grande, poi adibito a sede abituale del procuratore. Antonio Felice fu uomo ignobile ("esercitò il suo potere con animo da schiavo, ricorrendo a sevizie e libidine", scrisse Tacito).

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Processo ebraico davanti al sinedrio (22,30-23,11)


Per scrupolo Cludio Lisia fa giudicare Paolo dal sinedrio. Dopo un scaramuccia con il sommo sacerdote Anania (uomo duro e violento, assassinato dai sicari nel 66 d.C.), escogita un trucco: approfittare delle divisioni interne al sinedrio tra farisei e sadducei. Il tribuno deve intervenire per riportare l’ordine e salvare di nuovo Paolo.

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