Venerdì, 15 Novembre 2019
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Da Gerusalemme a Roma
di Don Filippo Morlacchi


Prigioniero nella Fortezza Antonia, si dichiara romano (22,22-29)


Il tribuno non aveva capito nulla, e ancora meno quando la folla si riscatena! Lo fa portare dentro per un interrogatorio con flagellazione. Ora che i giudei non sentono si proclama civis romanus davanti al centurione, che riferisce al tribuno. Questi (che per avere la cittadinanza romana aveva dovuto pagare: infatti il nome greco affiancato a quello romano rivela la sua origine: era infatti l’imperatore Claudio che aveva dato questa possibilità, che nei primi tempi era offerta a caro prezzo) si spaventa, per aver contravvenuto – pur senza saperlo – alla legge Porzia (come era successo a Filippi: At 17,37-39).

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Da Gerusalemme a Roma
di Don Filippo Morlacchi


Sommossa al tempio, salvataggio e discorso di Paolo (21,27–22,21)


Pretesto e capo di accusa: aver introdotto Trofimo (che era un ex pagano di Efeso, non circonciso) dentro il Tempio. Il Tempio aveva un "atrio dei gentili", simile ad una "agorà", dove tutti potevano entrare, e che durante le feste era sotto stretta sorveglianza dei soldati romani, e un’area interna dove solo gli ebrei potevano entrare (i non circoncisi trasgressori erano puniti con la morte, come ha confermato una lapide trovata nel 1871). Gli ebrei di Asia (Asia proconsolare, quindi Efeso, quindi conoscenti di Trofimo) cercano di linciarlo. Il tribuno romano (Claudio Lisia: 23,26) interviene e lo salva facendolo portare a spalla dai soldati alla fortezza Antonia (si trovava lungo il muro nord del tempio).


Paolo sfrutta la sua conoscenza delle lingue: gli si rivolge in greco. Lisia capisce che non è l’egiziano autore della sommossa sedata alcuni mesi prima [cfr Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica II, 261-264] e lo fa parlare. Nasconde la sua cittadinanza romana (deve difendersi davanti ai compatrioti), e poi si rivolge al popolo in aramaico. Ciò sorprende la folla (pensavano che anche lui fosse un pagano!). Paolo fa la sua autodifesa: vanta la sua ebraicità (fariseo, allievo di Gamaliele, pieno di zelo per Yhwh). Racconta la sua vocazione, ma di nuovo si scatena la folla quando riferisce il messaggio di Gesù "va’ tra i pagani".

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Sabato 19 Giugno 2004 01:07

L’origine delle accuse (21,15-26)

Da Gerusalemme a Roma
di Don Filippo Morlacchi


L’origine delle accuse (21,15-26)


Paolo aveva giustamente timore di recarsi a Gerusalemme: doveva riferire al gruppo conservatore, resistente all’apertura fuori dei confini di Israele, i successi della sua missione presso i pagani. Chissà se avrebbero accettato la colletta e il suo stile di annuncio? Infatti il gruppo conservatore si preoccupa di chiedere a Paolo un segno di rispetto per le norme giudaiche: aiutare economicamente 4 giudeo-cristiani che avevano fatto voto di nazireato (il nazireo si impegnava a non bere alcolici e a non radersi per un certo periodo, di solito un mese, al termine del quale doveva offrire dei sacrifici costosi). Paolo aveva fatto lo stesso o qualcosa di simile a Corinto: era una facile occasione per mostrarsi rispettoso delle leggi di Mosè. Ciò era particolarmente importante in quei giorni, perché la festa di Pentecoste (festa delle settimane – shavuot) aveva richiamato molti ebrei convertiti al cristianesimo, ma ancora fedeli alla religiosità ebraica. [Al v. 26 termina la sezione "noi"].

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Il terzo viaggio missionario di Paolo
di Don Filippo Morlacchi


Il passaggio attraverso la penisola Anatolica (18,23)

Un solo versetto ci descrive il lungo viaggio attraverso la Galazia e la Frigia. Luca sorvola su ciò che accade in luoghi già descritti in precedenza. Il fatto che il testo ometta la menzione della Pisidia e della Licaonia fa supporre che Paolo non sia ripassato per Antiochia, Iconio, Listra e Derbe (primo viaggio), ma abbia puntato subito sulla Galazia (evangelizzata nel secondo viaggio a causa della malattia). Questo passaggio in Galazia si argomenta anche dalla lettera ai Galati (4,13) "fu a causa di una malattia del corpo che vi annunziai la prima volta il vangelo": si può supporre una seconda volta, se ve ne fu una prima; e fu appunto in occasione di questo viaggio. Attraversando poi la Lidia, giunse ad Efeso, fedele alla promessa fatta agli Efesini (18,21), fermandosi forse da Aquila e Priscilla, rimasti ad Efeso dal viaggio precedente.

Intanto, si racconta di Apollo, un giudeo alessandrino colto, versato nelle Scritture (probabilmente alla scuola di Filone, fortemente allegorizzante), seguace del Battista e battezzato solo con il battesimo di Giovanni (1). Questi, abilissimo nell’argomentare, fu condotto alla pienezza della fede cristiana dai coniugi Aquila e Priscilla, i quali lo incoraggiarono nel suo desiderio di evangelizzare la Grecia e lo indirizzarono a Corinto. Qui riscosse grande successo "irrigando quello che Paolo aveva piantato" (cfr 1Cor 3,4-6).


NOTA

(1) Ciò significa che al di fuori della Palestina c'erano ancora discepoli del Battista che non avevano conosciuto (o riconosciuto) Gesù, e che rimanevano legati al loro maestro decapitato da Erode. E' quanto rimane dei «discepoli di Giovanni» (Mc 2,18; 6,29). Il Vangelo di Giovanni, scritto alla fine del secolo, vuole chiaramente indicare la subordinazione di Giovanni a Gesù, anche per invitare questo gruppo superstite alla piena fede.

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Sabato 19 Giugno 2004 01:04

I tre processi a Paolo e il viaggio

Da Gerusalemme a Roma
di Don Filippo Morlacchi


I tre processi a Paolo e il viaggio


I capp. 21-28 degli Atti raccontano le ultime vicende storicamente accertabili di Paolo: le accuse mossegli dai confratelli ebrei, i processi in Palestina (prima a Gerusalemme, davanti al sinedrio; poi a Cesarea, davanti al procuratore romano Felice e – due anni dopo – davanti al suo successore Festo); infine il suo drammatico viaggio, da prigioniero, a Roma.


All’arrivo di Paolo a Gerusalemme, subito gli contrappone il gruppo dei "giudei della provincia di Asia" (At 21,27). Da una parte c'è Paolo, arrestato, accusato, minacciato dì morte; dall'altra i suoi avversari Giudei, i quali lo considerano un rinnegato e cercano tutti i modi per toglierlo di mezzo. Paolo è protetto dall'autorità dei Romani, anche se i rappresentanti dell'impero non sono sempre modelli di onestà e di competenza. Ci sono vari discorsi di autodifesa di Paolo: a Gerusalemme, davanti alla folla e poi davanti al sinedrio; quindi a Cesarea, davanti al governatore romano Felice, al suo successore Festo e al re giudeo Agrippa. Dall'insieme risulta che Paolo, staccandosi dal giudaismo, non è stato un ribelle, anzi è stato fedele alle attese più autentiche di Israele: la speranza nel Messia e nella risurrezione. Nei confronti dell'impero romano egli più volte e pubblicamente è riconosciuto innocente. Tuttavia egli si appella al giudizio dell'imperatore e così prosegue per Roma.


Con l'immagine di Paolo prigioniero nella capitale si chiude il libro degli Atti: se anche un missionario è in catene, l'annuncio della parola di Dio e la testimonianza cristiana si diffondono con tutta franchezza "fino agli estremi confini della terra" (n. 2).

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