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Martedì 01 Febbraio 2011 22:38

La Bibbia dopo il Concilio (Enzo Bianchi)

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La riscoperta operata dal concilio Vaticano II dello statuto teologico della Scrittura e del suo posto centrale nella Chiesa, in quanto capace di trasmettere la parola di Dio in essa contenuta, si esprime al meglio nella Dei Verbum, la costituzione sulla Rivelazione.

La Bibbia dopo il Concilio

di Enzo Bianchi

 

 La riscoperta operata dal concilio Vaticano II dello statuto teologico della Scrittura e del suo posto centrale nella Chiesa, in quanto capace di trasmettere la parola di Dio in essa contenuta, si esprime al meglio nella Dei Verbum, la costituzione sulla Rivelazione. La Dei Verbum attribuisce alla Scrittura il ruolo unificante dei quattro ambiti che costituiscono la vita della Chiesa: nella liturgia, infatti, le Scritture «fanno risuonare ... la voce dello Spirito Santo» e per mezzo di esse «il Padre che è nei cieli viene ... incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro» (21); la predicazione «deve essere nutrita e regolata dalla Santa Scrittura» (21); la teologia deve basarsi «sulla parola di Dio come fondamento perenne» e lo studio della Scrittura deve essere «come l'anima della teologia» (24); la vita quotidiana dei fedeli deve essere segnata dalla frequentazione assidua e orante della Scrittura (cf 25).

Il rinnovamento operato dalla Dei Verbum

Liberando la parola di Dio e facendola risuonare in modo profondamente rinnovato, attraverso la liturgia e la predicazione, la catechesi e la riflessione teologica, la Dei Verbum ha mostrato la capacità di promuovere un concreto rinnovamento evangelico nella vita personale e comunitaria dei cattolici. Questa costituzione ha saputo fare l'unità tra la Bibbia e la Chiesa fin dal suo prologo, che appare essere significativo per tutte le altre costituzioni conciliari e quasi programmatico dell'intero Concilio. In questo senso, si è potuto affermare autorevolmente che la Dei Verbum «è la prima di tutte le costituzioni del Concilio, in modo che il suo prologo in certo modo le introduce tutte» (AS IV/1 relatio del n. 1).

Il proemio della Dei Verbum, in effetti, fin dall'incipit mostra la sua novità rivoluzionaria: «Dei Verbum religiose audiens et fidenter proclamans, Sacrosancta Synodus verbis s. Joannis obsequitur dicentis» («In religioso ascolto della parola di Dio e proclamandola con ferma fiducia, il sacro Concilio aderisce alle parole di s. Giovanni il quale dice»). Il proemio presenta il Concilio che parla di sé stesso, che svela la sua autocoscienza e si pone come esempio per quel «popolo degli ascoltanti della Parola» (K. Rahner) che sono chiamati a essere i cristiani.

La centralità - così biblica - dell'audire, dell'ascolto, che caratterizza la postura del Concilio e dunque della Chiesa, è decisamente innovativa. In questo testo si afferma che la Chiesa esiste in quanto serva della parola di Dio, sotto la parola di Dio, nel doppio movimento di ascolto e di annuncio della parola di Dio: «è come se l'intera vita della Chiesa fosse raccolta in questo ascolto da cui solamente può procedere ogni suo atto di parola».J.Ratzinger). Per essere Ecclesia docens, la Chiesa deve essere Ecclesia audiens: per avere una Parola da insegnare, la Chiesa deve prima averla ascoltata.

La citazione del prologo della Prima lettera di Giovanni (1,2-3) annuncia il tema centrale e la parola chiave della Dei Verbum e dell'intero Concilio: comunione. Comunione che scaturisce dalla comunicazione che Dio, il Dio trinitario (DV 2), cioè il Dio che è comunione nel suo stesso essere, fa della sua vita agli uomini e che si manifesta pienamente in Cristo. Questa comunicazione non è dottrinale, ma vitale; avviene nella storia, ha come forma e centro il Cristo, come destinatario il mondo intero e come fine la salvezza dell'uomo. La dimensione storica e salvifica della rivelazione, la sua dimensione cristocentrica, la sua estensione universale sono qui ricordate in poche frasi che bastano per indicare il ribaltamento di prospettiva rispetto all'impostazione teologica apologetica e deduttivistica precedentemente in auge nella Chiesa.

Il rapporto Bibbia-parola di Dio

Il primato della parola di Dio e la centralità dell'ascolto a cui la Dei Verbum richiama l'intera Chiesa implica una concezione del rapporto tra Scrittura e parola di Dio secondo cui tra le due realtà non vi è coincidenza: la Bibbia non è immediatamente parola di Dio. Del resto è la Bibbia stessa a testimoniare che la parola di Dio è realtà che eccede e trascende il Libro santo: essa è una realtà vivente ed efficace (cf ls 55,10-11; Eb 4,12-13), onnipotente (cf Sap 18,15), eterna (cf ls 40,8; 1Pt 1,25). La Parola costituisce l'intervento creatore e salvifico di Dio nella storia umana, tanto che il termine ebraico davar significa non solo "parola", ma anche "storia", "evento". La Parola è realtà teologica, è il parlare di Dio che diviene anche il suo dirsi e il suo darsi: essa è dunque rivelazione di Dio, quella rivelazione che assumerà forma piena nel volto di Gesù Cristo, il Figlio che è la Parola fatta carne (cf Gv 1,14), la Parola definitiva di Dio all'umanità (cf Eb 1,2), che chiama l'uomo a entrare nell'alleanza con lui.

Possiamo dire che la Scrittura contiene e trasmette la parola di Dio all'interno di un'ermeneutica spirituale, come frutto di un'operazione nello Spirito Santo e dello stesso Spirito. I Padri conciliari l'hanno espresso con chiarezza: «Le Sacre Scritture contengono la parola di Dio e, poiché ispirate, sono veramente parola di Dio» (24); pertanto, la Scrittura «deve essere letta e interpretata con l'aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta» (12). La parola di Dio infatti non è racchiusa semplicemente tra le pagine di un libro, per quanto santo e venerabile, ma diffusa nella storia, discernibile nel fratello, soprattutto nel povero, riconoscibile in eventi storici ed esistenziali, presente nel sacramento, testimoniata nella carità ... Questo significa che l'ascolto della parola di Dio contenuta nella Scrittura non coincide con la lettura del testo: solo questa premessa può liberare da tentazioni di letture fondamentaliste della Scrittura.

La liturgia

La Dei Verbum sottolinea che è «soprattutto nella sacra liturgia» (21) che la Chiesa si nutre del corpo del Signore, ascoltando la sua Parola e comunicando all'eucaristia. È nella liturgia che emerge il rapporto di reciproca appartenenza tra il Libro e il Popolo, ed è in essa che avviene il dialogo dell'alleanza e l'opera di ricezione della Bibbia. O meglio, questa ricezione avviene nella comunità riunita nell'assemblea liturgica. Si ricordi in proposito l'episodio narrato in Luca 4,16-21. Nella sinagoga di Nazaret, in giorno di sabato, Gesù si alza per proclamare le Scritture. Dopo aver letto un passo tratto dai profeti (cf ls 61,1-2) riavvolge il rotolo, lo riconsegna e si siede. Poi dichiara a quanti lo ascoltano: «Oggi si è compiuta nei vostri orecchi questa Scrittura» (Lc 4,21). Da questa breve affermazione risulta che, ogni volta che vi è una proclamazione della parola di Dio in una liturgia, il testo della Scrittura viene letto e proclamato come Parola viva per l'oggi, a beneficio di una precisa comunità radunata in assemblea: è la comunità radunata dalla parola di Dio, la comunità dell'ascolto, l'ekklesia.

Nell'assemblea liturgica un lettore vivente dà il suo corpo al libro, che così può risuonare come parola significativa oggi per una precisa comunità. Il lettore con la sua mano apre il libro, con gli occhi guarda il testo, con la bocca legge e presta la sua voce alla Scrittura: lo "sta scritto" risuscita così a parola vivente oggi. Questa operazione è pneumatica, è azione dello Spirito che, come ha presieduto al farsi libro della Parola, ora, nella liturgia, presiede al farsi Parola dello scritto. E infatti grazie all'azione vivificante dello Spirito che la parola di Dio può risuonare nell'assemblea riunita e divenire fondamento dell'azione liturgica.

Nella liturgia, e massimamente nella liturgia eucaristica, avviene la risurrezione della Scrittura in parola di Dio, sicché possiamo dire che leggere la Scrittura nel contesto liturgico significa inserirsi nella dinamica pasquale: l'assemblea liturgica, grazie allo Spirito Santo, ascolta Cristo che parla, «giacché è Lui che parla quando nella Chiesa si legge la Scrittura» (Sacrosanctum Concilium 7). Essa si pone alla presenza di «Cristo che annuncia ancora il suo Vangelo» (SC 33), consente a Dio di entrare in alleanza con il suo popolo, realizza il passaggio di Dio in mezzo al suo popolo.

Scrittura e liturgia convergono dunque nell'unico fine di portare il popolo a quel dialogo con il Signore che è il fine profondo della parola di Dio. La Parola uscita dalla bocca di Dio e testimoniata nelle Scritture torna a Dio in forma di risposta orante del popolo (cf Is 55,10-11): per questo al cuore della Scrittura si trovano i Salmi che nel culto e nella liturgia esprimono la risposta del popolo all'azione di Dio nella storia. Il dinamismo profondo della liturgia è dialogico: Dio convoca il suo popolo; la lettura della Scrittura evoca gli interventi salvifici di Dio nella storia; l'assemblea risponde ringraziando e invocando la bontà del Padre. Come dunque la Parola tende alla liturgia, così nella liturgia avviene la rigenerazione della Parola che si manifesta come vivente, attuale, efficace, e conduce il popolo all'alleanza. La struttura dialogica della liturgia si incontra così con la finalità dialogica della Scrittura.

La lectio divina

Affermando che la parola di Dio è «sorgente pura e perenne della vita spirituale» (DV 21) e che per attingerla occorre una "lettura assidua" della Scrittura (assidua lectio: 25) volta non all'erudizione, ma alla «conoscenza di Cristo» (ibid.) e all' «amore di Dio» (23), la Dei Verbum ha di fatto sollecitato la ripresa dell'antica pratica della lectio divina, ovvero di una lettura delle Scritture che divenga svelamento di una Presenza e discernimento del volto di Cristo, il quale «è presente nella sua Parola» (SC 7).

Nella lectio divina il credente legge parole bibliche per ascoltare la parola di Dio, e così la sua lettura diviene un leggere sé stesso comprendendosi in maniera rinnovata a partire dalla luce che proviene dal testo, dal volto di Cristo che emerge dalla pagina biblica. Leggendo, il credente si sente letto, ripete l'esperienza di David che si sente dire da Natan: «Sei tu quell'uomo» (2Sam 12,7), si tratta di te, si parla di te, res tua agitur! Questa lettura costituirà anche il cuore e l'essenziale dell' ascesi e della disciplina del credente: essa esige silenzio, solitudine, concentrazione, lavoro interiore, riflessione, attenzione, e anche uscita da sé e apertura all'Altro. Essa diviene il nucleo della vita spirituale tout court: come ci si rapporta con il testo biblico, così ci si rapporta con l'altra persona, con gli eventi dell'esistenza, con i fatti ecclesiali e della storia.

I quattro momenti classici della lectio divina (lectio, meditatio, oratio, contemplatio) possono riassumersi in due momenti fondamentali: uno maggiormente oggettivo, in cui si lascia emergere il testo nella sua alterità, e uno maggiormente soggettivo in cui la propria soggettività entra in relazione con la Parola ascoltata, se ne lascia giudicare, consolare, orientare e vi risponde con la preghiera. E questa la struttura essenziale della lectio divina. Nel primo momento può rientrare anche lo studio, l'approfondimento del senso del testo, il ricorso a qualche strumento esegetico o a qualche commentario per meglio comprendere ciò che il testo vuol dire.

Non va però dimenticato che ciò che è veramente fruttuoso è lo sforzo personale, la ricerca personale. I movimenti della lettura che vengono richiesti nella lectio divina sono gli stessi della relazione con un'altra persona: l'alterità del testo, ossia la distanza culturale che lo separa da noi, e l'alterità dell'altro essere umano vanno prese sul serio e richiedono un appropriato lavoro. Anche di fronte a un'altra persona, si tratta anzitutto di ascoltarla, di osservarla, di lasciarle spazio affinché possa esprimersi e mostrarsi per ciò che è; si tratta di avere rispetto e intelligenza di lei per poter poi correttamente reagire, rispondere, coinvolgersi con lei.

La lettura biblica diviene ascolto della parola di Dio grazie alla fede, vero criterio ermeneutico delle Scritture che sono state redatte e composte a partire dalla fede nel Dio che agisce nel mondo e interviene nella storia e che ha rivelato il suo volto definitivo in Cristo. Questa fede guida a un ascolto personale e contemporaneo; essa si trasforma in certezza che il Signore parla a me, oggi, tramite la pagina biblica. Una tale lettura si accompagnerà alla preghiera, come attesta di nuovo la Dei Verbum: «La lettura della Scrittura deve essere accompagnata dalla preghiera, affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l'uomo» (25). Si tratterà d'iniziare la lettura con un'epiclesi, un'invocazione dello Spirito Santo, e di chiuderla con preghiere plasmate dall'ascolto della Parola.

Un importante criterio di assimilazione della parola di Dio contenuta nelle Scritture è che la loro lettura tende all'azione, alla pratica. La Scrittura la si capisce a misura che la si vive, che la si mette in pratica. Anzi, l'esperienza stessa della vita (nel bene e nel male) può aiutare la comprensione della Scrittura. Scriveva al riguardo Giovanni Cassiano: «Le Scritture si rivelano a noi più chiaramente e ci aprono il loro cuore e quasi il loro midollo, quando la nostra esperienza non solo ci permette di conoscerle, ma fa sì che ne preveniamo la stessa conoscenza, e il senso delle parole non ci è rivelato da qualche spiegazione, ma dall'esperienza viva che ne abbiamo fatto» (Conferenze X, 11). La lectio divina innesca così un rapporto dialogico tra la Bibbia e il lettore, che sfocia in un interscambio vitale tra la vita testimoniata nel testo biblico e la vita del lettore odierno.

Parola ispirata e ispirante

Infine, la forza innovatrice e riformatrice dell'atteggiamento con cui la Chiesa si è posta coscientemente sotto l'autorità perenne della parola di Dio, in posizione di serva del Signore (cf Lc 1,38), è legata al fatto che l'ascolto della Parola e l'accoglienza dello Spirito sono indissolubilmente connessi. Interpretare la Scrittura nello stesso Spirito che ne ha guidato la redazione scritta significa infatti far rivivere in sé quello stesso Spirito. Il testo biblico è veramente compreso quando l'azione dello Spirito che è all'origine della sua redazione scritta viene esperita e rinnovata dal lettore e interprete, dunque innanzitutto dalla comunità ecclesiale, prima destinataria del compito di interpretazione delle Scritture. E come l'azione dello Spirito fa della parola biblica una parola con cui Dio stesso si dice, così lo stesso Spirito suscita nel destinatario umano la capacità di dirsi davanti alla Parola.

Il principio della condiscendenza (condescensio, synkatàbasis) divina sottolineato dalla Dei Verbum, cioè l'umile dirsi di Dio attraverso la forma del «linguaggio umano» (13), suscita il dirsi, a sua volta umile, dell'uomo davanti alla parola di Dio ascoltata nelle parole umane: infatti, se il dire di un altro può essere misurato, il suo dirsi può solo essere accolto. Ovvero, la parola di Dio suscita la soggettività dell'uomo; analogamente, la testimonianza dei cristiani e delle Chiese alla parola di Dio, il loro dirsi davanti alla parola di Dio nella compagnia degli uomini suscita la libertà e la soggettività degli uomini a cui essi si rivolgono.

Il dialogo che la parola di Dio contenuta nelle Scritture tende a suscitare con il credente diviene così anche il dialogo che i credenti intessono quotidianamente con gli uomini tutti, in una pratica ispirata a mitezza e umiltà (cf 1Pt 3,16). La Dei Verbum insegna dunque a unificare la lettura della Bibbia e la vita, l'ascolto della parola di Dio e la testimonianza storica dei credenti.

(da Vita Pastorale, n. 4, 2010)

Ultima modifica Giovedì 26 Maggio 2011 13:01
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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