Lunedì, 11 Dicembre 2017
Domenica 18 Novembre 2007 20:57

L’alone di fascino del buddismo tibetano (Marino Parodi)

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Le origini del buddismo in Tibet risalgono addirittura a imprecisate epoche della preistoria, tanto da poter ipotizzare di trovarci di fronte alla più antica tra tutte le religioni mondiali tuttora praticate. La grande consapevolezza dei poteri della mente, tipica del buddismo tibetano, e la carismatica figura del Dalai Lama, sua massima autorità, rende attualissima questa religione. Le famose esperienze di “premorte”.

L’alone di fascino del buddismo tibetano

di Marino Parodi

Il buddismo tibetano, o lamaismo, pilastro della religiosità dell’Estremo Oriente merita una trattazione a parte per varie importanti ragioni. Anzitutto, la carismatica figura del Dalai Lama, sua massima autorità, rende questa religione estremamente attuale (quest’ultimo, scelto sin da bambino sulla base di criteri assai complessi e rigorosi ogni qualvolta il suo predecessore lascia questo mondo, è considerato e venerato come l’incarnazione vivente del Bodhisattva protettore del Tibet, il “Dio dallo sguardo misericordioso”). In secondo luogo, la grande consapevolezza dei poteri della mente tipica del buddismo tibetano lo rende estremamente prezioso addirittura sul piano scientifico, se pensiamo a tante importanti scoperte della psicologia e addirittura della fisica negli ultimi decenni.

In terzo luogo, almeno per quanto riguarda la sua anima più antica e prebuddista, il fatto che le sue origini si perdano decisamente nella notte dei tempi, risalendo addirittura a epoche imprecisate della preistoria, tanto da poter seriamente ipotizzare di trovarsi di fronte alla più antica tra tutte le religioni mondiali tuttora praticate, rende di per sé il lamaismo particolarmente interessante. Il Tibet prebuddista della religione Bon è un mondo sciamanico, popolato di spiriti e demoni e, in quanto tale, fondato su credenze e riti a base magica, ovvero ispirati alla concezione di fondo che vede tutta la natura animata da spiriti. Da qui consegue la necessità di scacciare i demoni, ossia gli spiriti negativi per ristabilire l’armonia.

Tale mondo sciamanico non fu certo soppiantato con l’introduzione del buddismo nell’affascinante Paese - culla di una civiltà antica al punto da rendere arduo qualsiasi, tentativo di datazione circa le sue origini - e con la venuta e l’insegnamento di Padmasambhava, nell’VIII secolo d.C., nonché dei suoi successori. Percorrendo le tappe di un itinerario noto a un po’ tutte le religioni antiche, queste, di fronte al sopraggiungere delle nuove, più raffinate e acculturate, destinate quindi a prendere prima o poi il sopravvento, inizialmente lottano, cercando di difendersi dall’invadenza del nuovo venuto che cerca di soppiantarle, per poi subire un graduale fenomeno di assimilazione da parte. del vincitore.

Vestigia di un’antica religione

La vecchia religione, lungi dallo scomparire, sopravviverà innanzi tutto a livello ancestrale, a livello della coscienza e della memoria collettiva, mantenendosi in sostanza assai forte a livello popolare e magico. Tutto ciò si è senz’altro verificato in Tibet, dando luogo a quel processo che potremmo definire di fusione tra l’antichissima religione precedente e il buddismo, fenomeno peraltro agevolato dal carattere tendenzialmente “aperto” di quest’ultimo (si tenga peraltro sempre presente, man mano che ci si addentra nel variegato mondo delle religioni dell’Estremo Oriente, che tali culture sono caratterizzate da una visione sostanzialmente più “fluida” della realtà, rispetto a quella, più strutturata, tipica del nostro Occidente cristiano).

Malgrado le drammatiche vicende storiche culminate, nel 1959, con la sanguinosa repressione del governo comunista cinese e la conseguente diaspora dei maestri, nel Tibet sono più vivi che mai - a livello popolare, di vita consacrata e di monastero, di rituali e in altri sensi ancora - poteri e pratiche, credenze, culti ed esorcismi, i quali, pur attraverso non poche modificazioni introdotte dal buddismo, mostrano di discendere direttamente dall’antichissimo sciamenismo, dal vecchio mondo magico religioso Bon. Insomma possiamo in definitiva affermare che il buddismo tibetano nasce dalla fusione delle due religioni:. l’antichissimo complesso di rituali, credenze e pratiche cui si è accennato, da un lato, e il buddismo dall’altro.

Una visione tantrica

Il buddismo tibetano pone l’accento sulla visione tantrica dell’universo: tantra significa propriamente“telaio”. Si tratta di un’antichissima scuola che mira a n orientare lo slancio vitale, troppo spesso sprecato in quanto indirizzato a fini egocentrici o materiali, in chiave spirituale facendone la leva della nostra azione liberatrice A tale scopo, il buddismo tibetano attribuisce grande rilievo al rito liturgico e al mantra, termine che nasce dalla contrazione “di due parole sanscrite le quali indicano rispettivamente” e “proiezione”.’Il mantra è in sostanza un’invocazione finalizzata a ottenere quella tranquillità della mente che offre ,al praticante la possibilità di raggiungere livelli spirituali ,e di coscienza sempre più profondi, attraverso la meditazione.

Il buddismo tibetano, praticato dai monaci tibetani o lama, ha di conseguenza sviluppato con particolare intensità l’efficacia di vari riti e di tecniche visive e intellettuali, facendo spesso ricorso allo yoga. Quella tantrica e un’esperienza mistica, alla quale si può accedere esclusivamente attraverso gli insegnamenti diretti della figura insostituibile di un maestro o lama. La tradizione tibetana lavora parecchio sul riconoscimento, la trasformazione e il superamento delle passioni, in particolare di quelle negative (lussuria, collera, invidia, orgoglio) allo scopo di condurre l’essere umano, visto nella sua globalità, all’illuminazione, nei confronti della quale costituisce una premessa indispensabile un atteggiamento mentale altamente positivo.

Per praticare tale via sono necessarie due “ali”: quella della saggezza (prajna) e quella della compassione (karuna), la quale permette la liberazione dalla sofferenza. Per dirla col Dalai Lama, «dovremmo possedere la compassione dal fondo del cuore, come se vi fosse inchiodata». La compassione va ben al di là del normale raggio di parentela, amicizie e conoscenze, per estendersi all’intero cosmo, inglobando ogni essere vivente. Una tappa fondamentale del cammino spirituale e di liberazione proposto dal buddismo tibetano consiste nella comprensione della reale natura del mondo, che è “vuota”. Tutti i giudizi di valore sono infatti originati dal vikalpa, ossia dal pensiero razionale, parziale e incapace di andare al di là dell’apparenza, nonché causa fondamentale di tanta sofferenza umana, vista la tendenza generale ad aggrapparsi a valutazioni parziali e fuorvianti.

La dimensione del “vuoto”

Di qui la necessità di emanciparsi dal “pensiero giudicante” per pervenire al regno dell’intuizione, alla realtà ultima, al di là del linguaggio e del pensiero razionale. Tale è appunto la dimensione del “vuoto”, concezione filosofica e religiosa tornata negli ultimi decenni alla ribalta in campo scientifico grazie a importanti scoperte della fisica di indirizzo quantistico. A tal punto si può tentare una risposta alla vexata quaestio: l’alone di fascino e di magia che in Occidente circonda le scuole tibetane si basa sulla realtà oppure è solo una leggenda, addirittura nociva e ricca di sollecitazioni egocentriche, come vorrebbero alcuni? La risposta varia a seconda del significato che si attribuisce ai termini “magia” e “magico”. Se per “magia” si intende la ricerca del dominio sulla natura, fine a sé stessa, oppure legata a obiettivi egocentrici o narcisistici, il buddismo tibetano è sicuramente lontano anni luce da tali prospettive.

Tuttavia, se per “magia” si intende, in senso lato, una profonda padronanza della mente, tale da varcare decisamente i confini del pensiero razionale, producendo effetti anche vistosi sul piano della salute, delle relazioni interpersonali, della coscienza e dell’ambiente in generale, giungendo a dominare la materia, stando a innumerevoli e attendibili testimonianze il buddismo tibetano è sicuramente in grado di arrivare a tanto. I “poteri”, il cui insegnamento viene attribuito alla scuola tibetana, nascono comunque quali effetti di un percorso spirituale assai impegnativo e non vengono mai cercati o voluti a tutti i costi: i lama insegnano non a caso che pretendere tali manifestazioni è un modo sicuro per non ottenerli mai.

Fatto sta che, da diversi decenni, svariati fenomeni prodotti frequentemente da tanti tibetani, soprattutto, ma non solo, monaci, vengono studiati a fondo da ricercatori esperti nel campo degli “stati elevati di coscienza”. A tal proposito, in anni recenti ha acquistato grande interesse nel mondo intero, sia tra gli studiosi che a livello popolare, un testo sacro sicuramente antichissimo. La sua datazione, secondo alcuni, risalirebbe addirittura al 4000 a.C. Si tratta del Bardo Tadol, diventato negli ultimi trent’anni un best seller mondiale col titolo di Libro Tibetano dei Morti. Si tratta di una sorta di “manuale dell’aldilà”, dal quale lo sciamano oppure il lama legge ampi stralci al defunto appena trapassato, consigliandolo in merito al retto comportamento da tenere nelle varie situazioni in cui si verrà a trovare. Man mano che il suo viaggio nell’oltretomba continua.

Il libro Tibetano dei Morti

A destare tale grande interesse è la notevole consonanza tra i punti essenziali del “viaggio” e le ormai famosissime esperienze di “premorte”, studiate a fondo dagli scienziati negli ultimi trent’anni. Innumerevoli reduci da tali esperienze si sono pienamente ritrovati nella descrizione dell’enorme liberazione provata a seguito del distacco dal corpo, della rapida rivisitazione della propria esistenza con la conseguente responsabilità, della gioia indescrivibile e della sensazione di conoscenza “universale”. E’ interessante notare come la lettura del Bardo Tadol comincia per così dire nell’aldiquà, allorché colui che da lì a poco lascerà questa dimensione, essendo ancora agonizzante, per poi continuare nell’aldilà, quasi a evidenziare la continuità dei due mondi.

Il suo scopo essenziale è comunque quello di liberare l’anima dalla catena delle incarnazioni, nella migliore delle ipotesi, o quantomeno di guidarla verso un’esistenza migliore rispetto a quella appena lasciata. A dare un’idea della profonda saggezza e spiritualità già tipiche della religione tibetana arcaica, prima della rielaborazione di tanti suoi elementi da parte del buddismo, può valere una breve descrizione dell’assai suggestivo rituale della danza Chod, di chiara derivazione sciamanica. Attraverso tale danza l’adepto deve realizzare e conquistare la verità della Shunyata - ossia la natura illusoria e in definitiva l’inesistenza delle forme che ci appaiono nell’universo manifesto - essendo l’unica realtà costituita dalla mente e dalla coscienza, il Dharmakaya, grazie alla visualizzazione e addirittura alla materializzazione di esseri demoniaci e terrificanti.

L’adepto deve assolutamente superare lo spavento provocato da questi ultimi, dominandoli psicologicamente in virtù della scoperta della loro inesistenza, in quanto i demoni altro non sono che forme mentali da lui stesso create, di conseguenza dipendenti dalla stessa energia mentale e ricettività che li alimenta. E’ l’adepto stesso a evocare quegli esseri subumani e sovrumani, con il potere creativo della sua mente, suonando uno strumento a fiato ricavato da un femore o da una tibia umani, dopo essersi recato in un luogo orrido e solitario, tra montagne impervie, in località selvagge, presso un cimitero o un luogo di cremazione.

Il praticante deve resistere a ogni paura, comprendendo che nulla di negativo ha reale esistenza, altro non è che un prodotto della nostra mente. Deve diventare consapevole del fatto che, al pari di puri fantasmi di nebbia, quegli esseri possono venire dissolti dalla mente, così come è stata questa a crearli. Per meglio dire, possono essere disgregati e riassorbiti purché venga reciso il cordone ombelicale di energia mentale da cui sono stati creati. Proprio da tale consapevolezza, frutto di esperienza, nasce la definitiva liberazione.

(da Vita Pastorale, 6, 2007)

Ultima modifica Mercoledì 17 Marzo 2010 23:42
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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