Mercoledì, 23 Agosto 2017
Venerdì 04 Giugno 2010 19:46

Il buddismo tibetano. Società tradizionale e feudalismo (Laurent Deshayes)

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Fino all’invasione cinese nel 1950, il Tibet è uno stato ecclesiastico e feudale. Ritorno sul regno dei monaci.

Il buddismo tibetano

Società tradizionale e feudalismo

di Laurent Deshayes *

Nel 1642 i Mongoli intronizzano il dalai lama che, fino all’invasione cinese del 1950, esercita, assistito dal suo governo, il suo potere secolare e religioso sul Tibet, mentre ogni settore ha la sua amministrazione composta di 175 ufficiali. Considerato come un tulku che manifesta la compassione, personificata da Avalokiteshvara, egli è la nuova incarnazione del primo imperatore tibetano, Songtsen Gampo (sec. VII). Secondo dei tardi testi religiosi, poiché Avalokiteshvara era la principale divinità protettrice del Tibet, non si può, per conseguenza, immaginare che si possa contestare, almeno apertamente, la parola del dalai lama che ne è il riflesso. Ciò non gli conferisce per questo un potere assoluto, tanto che tra lui e il resto della popolazione vi sono filtri numerosi e solidi. L’amministrazione intermedia ha dunque potenzialmente un potere considerevole.

Dal sec. XVIII in poi, il governo ha potuto variare nella sua composizione, ma il principio richiama la natura religiosa dello Stato, con dei monaci che seggono accanto ai laici (tre, il più spesso). Altre amministrazioni completano l’insieme, specialmente per le finanze. I ministri, designati dal dalai lama o dal suo reggente sono usciti dalla nobiltà. Questa nobiltà è composta da più di 200 famiglie,ripartite in tre grandi categorie, di cui la più importante, gli yabshi, è quella delle famiglie dei dalai lama. Per compensare il rischio di non eredità, una famiglia che manca di un erede maschio può adottare un membro di un’altra famiglia e fare di lui l’erede del suo nome e dei suoi beni. Servizio obbligatorio reso allo Stato, scuole private: tutto contribuisce a creare una categoria dirigente apparentemente omogenea, ma molto disparata di fatto, poiché la maggior parte di loro vive modestamente. Occorre attendere il regno progressista del XIII dalai lama(1876-1933) per vedere uomini di umili origini sedere nei punti chiave del governo: di questi il più celebre è Tsarong Dabzang Dradul, negli anni intorno al 1910. Assemblee che riuniscono anch’esse monaci e laici rappresentano in teoria la popolazione e hanno un ruolo consultivo, sia a livello locale che nazionale.

Il potere dello Stato si estende su tutto il territorio ed è rappresentato da amministratori (governatori, prefetti) che si appoggiano a loro volta sui capi di villaggio, o di clan nel caso dei nomadi. La giustizia viene esercitata secondo gli stessi criteri, e le pene variano da una semplice ammonizione fino a condanne all’amputazione o all’esilio. La pena di morte, riprovata dopo il sec. VIII, è praticata tuttavia in maniera episodica fino al 1898, quando il dalai lama la proibì formalmente.

Signorie laiche e monastiche

La terra appartiene simbolicamente allo Stato. Di fatto, i signori si dividono territori immensi che possono essere suddivisi in tenute più modeste nelle mani di vassalli e di valvassori. Nella vita quotidiana gli abitanti vivono dunque in un quadro feudale ben fissato che è condiviso da signorie laiche e signorie monastiche. Anche se avviene che essi possano godere di beni propri, la dipendenza dalla signoria si percepisce dal versamento di tasse, ma anche dall’obbligo che può essere dato di servizi e di corvée. Benché malvista, benché condannata per ragioni etiche, la schiavitù è praticata a lungo e sussiste, almeno nell’est del paese, fino alla fine del sec. XIX.. Una complessa trama di diritti e di doveri lega dunque direttamente o indirettamente le popolazioni di intere regioni, fra loro o con Lhasa. Ma non ci si inganni: come in Occidente, esiste una solidarietà di fatto fra signori e popolazioni asservite, perché le rendite degli uni dipendono dal benessere delle altre.

Alcuni principati sono strettamente religiosi, come quello di Chamdo nell’est, e possono scoppiare fra di essi conflitti, che degenerano a volte in guerre, come è il caso fra Chamdo  e Draya negli anni 1840. Altro grande dominio religioso, quello che dipende dal panchen lama, nella  provincia centrale del Tsang, è uno dei più ricchi del Tibet. La sua autonomia è grande abbastanza perché possa scoppiare un conflitto con la capitale a proposito delle tasse (1920-1921).

Anche il grado di formazione spirituale è assai variabile. Si cita la cifra di 6.000 monasteri  al momento dell’invasione cinese. Di fatto ci sono pochi punti in comune fra Sera o Drepung, vicini a Lhasa, che sono vere città che contano varie migliaia di monaci, e i piccoli monasteri, i più numerosi, a volte fatiscenti, che punteggiano il paesaggio. Là, salvo eccezioni, la formazione è sommaria e frequentissimi i contatti con i villaggi vicini, da dove le famiglie possono chiamare i figli monaci per i lavori agricoli. Il potere di attrazione di un monastero può anche essere legato a un personaggio che vi risiede (un tulku famoso, un abate) o a una specialità (pittura, danza, canto). Infine le sedi monastiche dei lignaggi religiosi (Tsurphi, Sakya e Ganden per esempio) godono di una fama immensa e vi si viene da molto lontano per studiare. Occorre anche sottolineare il grande potere economico delle signorie monastiche, dove, al contrario che nelle famiglie nobili, non si conoscono i problemi legati alla mancanza di eredi, né di condivisione di beni.

Un quinto di monaci

La popolazione religiosa , fino a un quinto della popolazione totale, non è omogenea, e grandi sono le differenze fra i monaci entrati in monastero per la corvée feudale e quelli che ne sono i dirigenti: abati, tulku, intendenti, ecc. Molto spesso le diseguaglianze sociali ricompaiono e si trovano più figli di contadini o di nomadi addetti alle corvée quotidiane che figli di notabili. Accanto ai monaci e alle monache, una minoranza di religiosi erranti e di eremiti vivono da soli o in comunità.

La promozione sociale è di fatto limitata da questo quadro che lascia poco spazio all’iniziativa. Tuttavia gli artigiani più dotati e soprattutto i commercianti possono formare una sorta di “borghesia”, specialmente durante il sec. XX. Più che in ogni altro sistema, la via spirituale può essere un trampolino sociale o un mezzo di rottura con l’ambiente di origine. Così, accanto a Dza Patrul Rinpoché (1808-18879 che nasce in una modesta famiglia di nomadi e diventa uno dei maestri spirituali più rispettati del sec. XIX, si può vedere Dilgo Khyentsé Ronpoché (1910-1991) che nasce in una famiglia di ministri dell’est del Tibet, dal passato prestigioso. Riconosciuto come un tulku, ottiene di abbracciare la vita religiosa, nonostante suo padre che vede in lui il suo successore e diviene uno dei maestri dell’attuale dalai lama, gyalwang drukpa per finire capo del lignaggio dei Nyingmapa.

La società tradizionale tibetana ha dunque le sue pesantezze e i suoi limiti. Sotto i regni dei XIII e XIV dalai lama si notano tuttavia dei segni di mutazione profonda di cui essi prendono l’iniziativa: il posto di Primo ministro, tener conto delle assemblee, apertura ai non nobili, migliore formazione monastica. Ma tutte o quasi queste iniziative falliscono perché non sono sostenute o riconosciute dalla parte più conservatrice degli ufficiali religiosi o laici.

(da Le monde des religions, n. 30, pp. 26-27)

* Dottore in storia, è autore di varie opere consacrate al buddhismo tibetano.

Ultima modifica Mercoledì 07 Luglio 2010 13:07
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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