Venerdì, 20 Ottobre 2017
Sabato 30 Ottobre 2010 20:35

Ecumenismo protestante. L'ecumenismo e la riconciliazione (Renzo Bertalot)

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Conoscere la pace significa essere coinvolti, non certo passivamente ma attivamente, nell'ordine voluto da Dio per il nostro tempo. La pace di Dio è veramente capita e veramente attuale quando essa assume per noi la caratteristica di una sorpresa, di un dono inatteso, di un discorso mai udito prima, insomma di una novità talmente radicale che divide altrettanto radicalmente un prima da un dopo.

Ecumenismo protestante
Capitolo nono

L'ecumenismo e la riconciliazione

di Renzo Bertalot

La pace nella Bibbia

La testimonianza dei profeti e degli apostoli sulla pace e sulla riconciliazione tra gli uomini si pone per l'uomo del XX secolo su un piano che non è facilmente accessibile. La difficoltà non sta soltanto nel tempo che ci separa ormai da quelle lontane generazioni di credenti, o nella diversa concezione del mondo, ma piuttosto nella durezza del linguaggio biblico, che non si preoccupa di assecondare le aspirazioni dell'anima umana e il più delle volte scandalizza gli stessi uomini religiosi e li lascia feriti nel loro intimo.

Colui che è stato chiamato dal profeta Isaia (1) Principe della Pace, non ha esitato a colpire duramente il suo popolo con calamità che nulla hanno a che vedere con la pace desiderata dal vivere comune. Un esempio classico ci è dato ai tempi del profeta Geremia e della deportazione in Babilonia. In qualità di popolo eletto, legato ad una precisa promessa del Signore, Israele si ritiene savio agli occhi di Dio, (2) si considera savio, (3) ma non vi è più nessuno che sia disponibile per Dio e pronto a convertirsi, ad abbandonare le proprie vie malvagie per mettersi in stato di obbedienza. (4) Non vi può dunque essere pace. Dio non si riconcilia con simili situazioni e non può tollerare, sul piano della salvezza, deformazioni religiose che alimentino una falsa sicurezza: perciò egli si riderà di coloro che annunciano una pace a buon mercato e manderà il suo popolo in esilio, umiliando, con deportazioni su deportazioni, ogni orgoglio nazionalistico. Israele troverà poi la pace, ma in modo radicalmente diverso, e secondo degli schemi che non erano quelli spontanei del suo ambiente. La pace sarà il frutto della giustizia e il dono dei tempi messianici.

Il Nuovo Testamento che si apre con l'annuncio della pace agli uomini nella notte di Natale, non assume un atteggiamento diverso. Dice il Signore: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non son venuto a mettere pace, ma spada». (5) Alla fine del suo ministero terreno si rivolgeva ai discepoli dicendo: «Io vi lascio pace; vi dò la mia pace. Non ve la dò come il mondo la dà». (6) Dopo gli avvenimenti del Venerdì Santo e il conseguente stato d'animo dei discepoli, il Signore si presenta vivente in mezzo a loro, salutandoli: «Pace a voi». (7) Si tratta del dono inatteso di Dio che sorprende gli uomini disorientati nei loro pensieri.

Qualsiasi discorso cristiano sulla pace non potrà dimenticare questa pace biblica, che non può essere conquistata ma solo ricevuta con cuore riconoscente, nella chiara coscienza che si tratta di una iniziativa di Dio, di un frutto dello Spirito, (8) di una caratteristica del Regno. (9)

Conoscere la pace significa essere coinvolti, non certo passivamente ma attivamente, nell'ordine voluto da Dio per il nostro tempo. La pace di Dio è veramente capita e veramente attuale quando essa assume per noi la caratteristica di una sorpresa, di un dono inatteso, di un discorso mai udito prima, insomma di una novità talmente radicale che divide altrettanto radicalmente un prima da un dopo. Perciò essa comporta un giudizio a volte severo su quello che si onora e si concepisce generalmente come pace; conseguentemente non può essere separata dalla giustizia di Dio e si configura infine come pentimento e come conversione. Annunciare agli uomini la pace dei profeti e degli apostoli significa annunciare loro il Regno di Dio, e fare appello alla loro fede affinché accettino l'assoluta novità dell'Evangelo e scoprano in Dio la forza della loro riconciliazione.

Il cristiano che passa dal piano della pace di Dio al piano del fare quotidiano, cerca di tradurre la sua fede nella responsabilità sociale, di mantenere cioè un costante riferimento con la realtà appresa alla scuola del suo Signore. E così che l'umanità non è lasciata a se stessa, abbandonata alle intuizioni e alle costruzioni del suo sapere, ma è posta continuamente in relazione con Dio ed animata dai segni del Regno che viene.

La pace e la guerra

Oggi il discorso sulla pace non trova limiti: siamo tutti preoccupati per le sorti della nostra umanità. La pace è una necessità di primaria importanza, ne va di mezzo l'esistenza dell'uomo. È la vita stessa che è in gioco e perciò, di fronte ad essa, ogni altro valore è relegato ai piani secondari e, se è necessario, può venire compromesso. Si può rinunciare a tutto, ma non alla vita, e sul piano umano nulla può sostituire una vita. Forse siamo attivati troppo presto ed immaturi sulle soglie dell'èra atomica e perciò ci scopriamo minacciati nel profondo dell’essere nostro dalla nostra stessa potenza. Tutti i nostri discorsi sulla pace risentono di un ultimatum alla vita, e tutto quello che l'uomo può pensare e fare lo fa come chi ha le spalle al muro senza possibilità di scelta. Così il nostro secolo si abitua a vivere la sua pace nella precarietà totale dei suoi valori ed è costretto a pagare qualsiasi prezzo per la sopravvivenza. La nostra pace è simile alla pace della prigione e della rassegnazione, è la pace dei vinti che, ridotti al silenzio, sperano di aver salva almeno la vita. È la paura che ci ha piegati ed umiliati, e nella paura si è formata la nostra psicologia, simile, sotto molti aspetti, a quella dei campi di concentramento. Su questo piano umano anche il cristiano teme, come ogni suo compagno di esistenza. Ma se tuttavia osiamo prendere la parola come credenti in Cristo rivendichiamo la validità del nostro dire non per noi stessi, ma per la fiducia in quella pace che il Signore sa dare alla sua creatura, secondo dei criteri diversi dai nostri, che continuano a sorprenderci con la loro insospettata novità, come avveniva ai tempi dei profeti e degli apostoli. Con lo sguardo fisso al Regno di Dio che viene, dobbiamo oggi più che mai far nostra l'esortazione biblica della notte di Natale: «Non temete». (10) Bisogna guarire gli animi dalla paura. Il ministero della Chiesa nel nostro tempo è innanzi tutto un ministero di guarigione. Ma se si tratta veramente dell'inattesa guarigione di Dio, bisogna pure mediare alla nostra umanità il senso preciso di questo atto di Dio. Non si guarisce per continuare come prima, come se nulla fosse accaduto, come se la nostra solitudine non fosse stata misurata e trovata mancante.

Abbiamo visto che la pace, annunciata dalla Bibbia, comporta un giudizio radicale. Ora questo si ripercuote sul nostro piano umano in modo tale da farci ritenere vecchio e non più interessante ciò che generalmente ha fatto parte integrante della nostra nozione di pace. Così anche al XX secolo non vi può essere un inizio veramente nuovo se lasciamo inalterati i nostri pensieri e i nostri cuori. Se la pace è il frutto della giustizia, secondo l'espressione del profeta Isaia, (11) è evidente che non vi sarà nessuna novità di pace se non poniamo rimedio all'ingiustizia. Per poter far questo bisogna imparare ad agire in modo diverso. Oggi infatti il mondo sembra costretto a scegliere la pace anche a prezzo di soffocare la giustizia. Si nasconde la brace sotto la cenere e si rinviano i problemi di fondo nella speranza che il tempo ne smussi le asperità. Sotto la minaccia della distruzione l'uomo nasconde però la sua inerzia, la sua passività e in fondo la convinzione segreta che nulla è da mutare nelle sue conclusioni e nei suoi atteggiamenti.

L'uomo vittima della paura è anche un uomo chiuso in se stesso, nel compiacimento delle sue posizioni, un uomo che si scandalizza di ogni appello al cambiamento, al ripensamento e all'apertura. Una pace nuova per la nostra epoca è una pace che esige la fine di questo tipo di umanità. È il prezzo della grazia per il nostro mondo secolarizzato. È l'avvertimento concreto che nulla può nascere passivamente, è la rottura con un passato che ci ha portati sull'orlo della disperazione e, infine, la possibilità della libertà creatrice dell'uomo, la quale ricorda, a occhi credenti, la disponibilità della creatura per il suo redentore. L'essere facitori di pace non va disgiunto dall'essere affamati ed assetati di giustizia.

I problemi rimarrebbero sostanzialmente gli stessi se un domani l'umanità riuscisse a circoscrivere i suoi contrasti e le sue divergenze entro limiti di scontri di forze di pensiero anziché di forze armate. Vi può essere un comune consenso mondiale circa le necessità di liberare l'uomo da tutto ciò che l'opprime, ma il disaccordo permane immutato sulle cause che sono all'origine dell'oppressione. Su questo piano, non più cruento, si ricostruiscono le divergenze, i contrasti e le divisioni che oppongono l'uomo all'uomo nel nome di posizioni ritenute irrinunciabili. La disputa su questo piano, sempre preferibile per la sua minor barbarie, ha pur sempre le caratteristiche di una guerra, anche se più raffinata nel suo modo di contendere: un trapasso quantitativo e non qualitativo. La guerra è trasformata in polemica e l'imperialismo in apologetica.

La polemica non si preoccupa dell'altro e dei suoi valori. Il suo scopo è di vincere e di instaurare nel campo avverso gli schemi di vita del vincente. L'apologetica si propone in fondo lo stesso scopo, ma cerca di raggiungerlo con una tattica più raffinata, quasi seducendo l'interlocutore ed incamerandolo nella propria visione della realtà. L'umanità ha impiegato largamente questi strumenti di lotta, convinta della loro efficacia, e nessuno potrà negare oggi la loro attualità.

All'interno dell'esperienza ecumenica delle chiese cristiane è maturata oggi la consapevolezza che i rapporti umani tra credenti e non credenti non possono essere mantenuti sul prolungamento delle impostazioni tradizionali. È necessario un trapasso qualitativo, e non quantitativo, nel nostro modo di confrontarci e progredire verso il domani.

Riandando con il pensiero alla fonte apostolica e profetica di ogni meditazione, la Chiesa cristiana sta diventando oggi particolarmente sensibile al fatto che una svolta decisiva, e quindi qualitativa, in tema di pace e di riconciliazione, non è possibile senza renderci conto che la pace che Dio dona agli uomini comporta un giudizio sul nostro modo di concepirla.

Bisogna innanzi tutto imparare a vivete con timore e tremore sotto il giudizio di Dio, che non ammette compromessi con la nostra sapienza. Il Signore ha qualcosa da dire circa i rapporti umani, e la sua Parola assume per noi il carattere di novità e di giudizio. Non si possono accogliere i doni di Dio con animo vecchio e sicuro di sé. La grazia di Dio non ci lascia passivi ed indisturbati nelle nostre concezioni, ma esige e dona una conversione. Conversione significa in fondo disponibilità per un discorso diverso da quello che siamo soliti fare, disponibilità per quanto Dio ci vuol far sapere nel nostro tempo, che di rimbalzo significa disponibilità per l'uomo nel timore di Dio. Oggi non possiamo parlare di guerra e di pace senza questa premessa e senza volerla trasfondere sul piano sociale della nostra vita nel XX secolo.

Il contributo dell'ecumenismo

La guerra è conseguenza del peccato degli uomini e così pure lo sono le divisioni all'interno della fede cristiana. Se oggi le chiese tendono verso l'unità, esse costituiscono un profondo stimolo generatore di pace. Ma sia la pace sia l'unità rimangono nella visuale cristiana un dono di Dio, e si può dire di esse che il Signore le dà non come il mondo le dà. Per giungere sia all'una sia all'altra bisogna passare attraverso il giudizio e viverlo riconoscendo che l'uomo ha peccato gravemente. La riflessione della fede cristiana inserisce a questo punto il suo discorso sulla necessità della conversione, dell'uomo nuovo capace di vivere dinanzi a Dio nella riconoscenza. Nell'esperienza ecumenica la Chiesa ha preso coscienza che il problema dell'unità non è più risolvibile con la conversione di una confessione ad un'altra, scegliendo di volta in volta un diverso punto di riferimento, ma che esso si pone al di là delle nostre concezioni tradizionali, esigendo la conversione di tutte le confessioni al Signore, nel nome del quale tutti siamo battezzati. Il punto di riferimento è il Cristo, e non una Chiesa particolare. Non sarebbe ecumenismo, almeno non potremmo riconoscerlo come tale, ciò che fosse animato da uno spirito diverso e non avesse, alla sua base, questa premessa fondamentale.

Perciò la polemica e l'apologetica sono scadute dalla loro funzione strumentale nell'ambito dell'incontro con i cristiani. Non sarebbe sufficiente dire che oggi esse hanno rivelato l'arretratezza delle loro possibilità di convincimento, ma bisogna aggiungere che esse cadono sotto il giudizio stesso di Dio in quanto non hanno spazio per la testimonianza di chi dissente. Esse non tengono conto del perdono e perciò sono diventate vecchie nella loro funzione mentre il Signore sta compiendo in mezzo al suo popolo le novità che appartengono all'ordine della sua grazia.

Il contributo che oggi la Chiesa cristiana, in seguito alla sua esperienza ecumenica, può dare alla nostra società, consiste nel saper tradurre in categorie valide sul piano della problematica internazionale la sua coscienza di un necessario rinnovamento tramite una radicale conversione al Signore.

Intanto è possibile far notare agli uomini del nostro tempo che come la polemica e l'apologetica non sono più valide sul terreno della fede, così esse non possono continuare a reggere sul terreno sociale. Abbiamo azzardato affermare che la polemica e l'apologetica sono il prolungamento, evoluto attraverso un lungo processo di raffinazione, della guerra e dell'imperialismo, e che i capi congiunti da questo prolungamento si distinguono malamente sul piano qualitativo. La nostra società contemporanea avrà tutto da guadagnare nel tener presente che la polemica e l'apologetica già stanno dimostrando la loro fallacia e si sono pertanto screditate nell'ambito della fede cristiana. Questo è un avvertimento preciso e il contributo di un'esperienza che dovrebbe essere significativa. Non si tratta soltanto di cambiare metodo, ma di avere il coraggio di ammettere, come è avvenuto per i cristiani, che il metodo di ieri è da abbandonare non solo perché è invecchiato, ma soprattutto perché ci ha fatto male ed è all'origine di tanti disordini del nostro presente. È questa consapevolezza che può tradurre sul piano sociale il corrispondente della conversione, del ravvedimento, che il cristiano conosce sul piano della fede. Senza questa consapevolezza non vi può essere un inizio nuovo, ma solo una tattica nuova,. e presto o tardi ci ritroveremo a soffrire degli stessi mali sotto forma diversa.

La Chiesa cristiana non può che insistere su questo punto e supplica gli uomini di avere il coraggio di accettare il giudizio su certe abitudini civili. Questo è in fondo il punto d'innesto di ogni possibilità futura che sia innanzi tutto premurosa dell'uomo. Alcuni cristiani, come i cattolici della rivista Concilium e come i non cattolici romani facenti parte del Consiglio Ecumenico, i quali si sono pronunciati nell'ancora recente conferenza di Chiesa e Società a Ginevra, non hanno esitato a parlare, circa il punto in questione, di rivoluzione. (12) È evidente la preoccupazione di tradurre sul piano sociale le indicazioni bibliche della conversione, cioè di un inizio radicalmente nuovo. Non possiamo continuare a proporre noi stessi agli altri perché, così facendo, si rifiuta la vita di chi ci sta accanto e si muove secondo linee diverse dalle nostre, si nega l'essere stesso di chi non è orientato come noi e si prolungano le deformazioni del passato senza che vi sia una visione nuova dei rapporti umani.

Nel 1910 le giovani chiese formatesi nei paesi di missione hanno dato rilevanza mondiale allo scandalo suscitato dalla divisione del cristianesimo e dalle situazioni palesi di concorrenza tra le varie confessioni cristiane. Oggi la stessa esperienza si ripropone sul piano sociale. L'uomo che ha bisogno di trovare la sua libertà da tutto ciò che l'opprime non può non scandalizzarsi delle barriere sociali e dei fronti di pensiero e di fatto che compromettono il domani dei nostri figlioli. Se imparassimo a vivere con sacro orrore questa condizione del nostro tempo, allora avremmo compreso qualcosa del contributo dell'ecumenismo alla pace e non diventerebbe così difficile tradurre, come cristiani, le nozioni bibliche di perdono e di conversione in termini sociali. L'esperienza ecumenica delle chiese ha fatto nascere nel loro seno il senso di una nuova convergenza verso il comune Signore. Anche sul piano sociale è auspicabile giungere presto all'aspirazione di una comune convergenza verso il domani dei nostri figli. Non si tratta più di convergere gli uni verso gli altri - il che riporterebbe alla ribalta vecchie polemiche ed apologetiche in forma di tattiche più raffinate - ma si tratta di una convergenza verso il futuro che vogliamo creare insieme mediante l'apporto delle nostre migliori energie. È oggi possibile sperare nella fine di ogni narcisismo politico e sociale? Non possiamo nasconderci le perplessità che condizionano gravemente una simile speranza, ma sappiamo di sicuro almeno questo, che nell'ambito del movimento ecumenico le chiese hanno vissuto fino in fondo questa problematica e ne sono uscite non certamente confuse e disorientate, ma profondamente rinnovate nell'essere loro.

La questione di metodo

La Chiesa non ci porta alla soglia di questa visione di pace senza darci delle indicazioni precise sul pericoli da evitare e sulle linee di lavoro che hanno nel frattempo dimostrato la loro validità. La grande tentazione di una società in cui gli uomini s'incontrano, è quella di abbandonarsi al facile entusiasmo e di cedere all'irenismo e al compromesso. Il cristianesimo ha conosciuto al suo sorgere una tentazione del genere, quando cioè si è affacciata la possibilità di un sincretismo religioso favorito dalla particolare situazione dell'impero romano. Se i primi cristiani avessero accettato questa possibilità e si fossero inseriti nel movimento sincretistico, non sarebbero stati perseguitati. Se invece sono stati perseguitati è perché non hanno potuto cedete sul piano della loro fede ed hanno aborrito i compromessi religiosi e le superficialità spirituali.

L'esperienza della prima generazione cristiana è più che mai valida del nostro tempo e significativa per ogni lavoro ecumenico. Chi ha compreso l'ecumenismo come dono di Dio, non può pensare all'unità come ad un compromesso da stabilirsi tra le varie confessioni. Non siamo stati chiamati ad elaborare degli opportuni cedimenti nel tentativo di accontentare tutti gli interessati. Un atteggiamento del genere non rispecchia la pace annunciata a Natale, e porta gli uomini verso l'irenismo, cioè verso una pace passiva, senza condizioni, che lascia l'uomo fuori del processo di conversione e quindi inorgoglito nella sua speranza di giungere, con opportuni dosaggi e con accurata dialettica, alla formulazione di una sua pace. Non si insisterà mai abbastanza nel dire che la riconciliazione voluta da Dio ha il suo prezzo nella grazia e questo prezzo, la conversione, esige tutto l'uomo ed una fiducia totale nel Signore.

Partecipare al lavoro ecumenico comporta saper allontanare costantemente per sé e per gli altri la tentazione del compromesso e dell'irenismo. L'ecumenismo ha anche questa funzione negativa di avvertimento la quale non va affatto sottovalutata, ma piuttosto intesa come un servizio che ci dobbiamo gli uni gli altri.

L'ecumenismo non può tuttavia essere ridotto ad una funzione negativa. Tenendo presente la comune convergenza verso il Signore della Chiesa, i cristiani sono chiamati a superare la loro solitudine confessionale e a confrontarsi con la testimonianza che giunge da altri settori della fede. Nasce così il dialogo ecumenico e la sua necessità.

Partendo dal nostro essere di oggi ci avviamo al nostro essere di domani. Da un punto di vista metodologico non si può più procedere mediante un lavoro di tesi. Esso infatti, nel tentativo di voler dimostrare quello che già si conosce o di riconfermare il passato, si opporrebbe ad ogni lavoro di aggiornamento o di riformulazione attuale della propria fede. Non vi sarebbe posto per la novità dello Spirito di Dio, né avrebbe senso parlare di una conversione della Chiesa al suo Signore. Oggi si lavora non più per tesi, ma per ricerca: si stimolano nuove reazioni, si indagano nuove aperture, si seminano nuovi fermenti d'impegno, di fedeltà e di collaborazione. In questo la teologia ecumenica non è lontana dalle preoccupazioni che ritroviamo nel campo delle altre scienze. La lotta contro i tumori, per esempio, parte dalla conoscenza del male e si svolge mediante la ricerca di una diagnosi nel settori più disparati. Si confrontano suggerimenti ed esperienze, si prende atto delle soluzioni parziali raggiunte e poi si torna al lavoro aprendo nuovi campi d'indagine e nuove ipotesi. Ma bisogna anche saper abbandonare quelle vie che non offrono soluzioni e i pregiudizi che hanno governato i sondaggi precedenti. Non bisogna rinchiudersi, ma rimanere interamente disponibili per lo scopo prefisso.

Così nel campo ecumenico del dialogo. Bisogna evitare di etichettare l'interlocutore secondo gli schemi tradizionali; bisogna evitare di precludersi nuove vie di riflessione e nuovi strumenti di lavoro. per questo si diventa affamati ed assetati di glustizia e si conosce quella santa inquietudine dei credenti che caratterizza la vita dei pellegrini in travaglio per il Regno che viene. Il Signore distoglie i nostri sguardi da noi stessi, ci restituisce fratelli gli uni agli altri, ponendoci sotto la sua guida nella marcia verso l'unità che egli vuole per il suo popolo.

Forti di queste esperienze ecumeniche, i cristiani sanno di poter trasmettere fermenti vitali alla società contemporanea. Si può lavorare per la pace del mondo e non tacere le indicazioni della fede cristiana. Anche sul terreno sociale è innanzi tutto necessario evitare la tentazione del compromesso e dell'irenismo. Si finirebbe in vicoli ciechi e in delusioni più amare delle precedenti. Abbiamo detto che non si tratta di convergere gli uni verso gli altri, ma di convergere verso il futuro dei nostri figli, eliminando per essi lo scandalo delle nostre barriere e dei nostri fronti di scontro. In vista di questo scopo è necessario che gli uomini s'incontrino e dialoghino tra di loro stimolandosi a vicenda in una nobile gara di risanamento dei rapporti sociali. Il suggerimento per un metodo di lavoro proficuo sottolinea, una volta ancora, la necessità della ricerca come impegno radicalmente nuovo. Si potrebbe pensare che ritroviamo queste preoccupazioni nell'organizzazione delle Nazioni Unite e che la Chiesa non abbia nulla di originale da proporre, dando semmai prova di assimilare nel suo ecumenismo gli schemi che sono quelli ormai classici dei rapporti internazionali. Ma se vogliamo rendere innanzi tutto giustizia alla storia, dobbiamo riconoscere che proprio dai fermenti ecumenici è stata tratta l'ispirazione per proporre un incontro delle nazioni.

L'intuizione wilsoniana, che portava alla fondazione della Società delle Nazioni immediatamente dopo il primo grande conflitto mondiale, riecheggiava da vicino, traducendo a suo modo sul piano sociale, i discorsi della Conferenza di Edimburgo del 1910 e le aspirazioni etiche delle personalità ecumeniche che allora occupavano posizioni di primo piano, come Natan Söderblom e William Temple. Ma in questa trasposizione dal piano ecumenico a quello della Società delle Nazioni ed oggi delle Nazioni Unite, è venuto a mancare il riferimento a ciò che vi è di più sostanzialmente biblico nelle nozioni di pace e di riconciliazione, è venuta a mancare cioè la componente della conversione e del giudizio, che sola offre la possibilità di un discorso orientato in modo radicalmente nuovo. In altri termini, si è corso il rischio di porre una toppa nuova su un vestito vecchio, con la conseguente perdita del risultato desiderato. Non c'è quindi da stupirsi se i tentativi fatti per ricomporre i dissidi internazionali non abbiano assunto la caratteristica di un lavoro di ricerca nel senso in cui abbiamo parlato, ma si siano attardati ad esporre e a ripresentare le tesi sulle quali si sono arroccate le diverse configurazioni politiche mondiali. Intanto i poveri e i piccoli di questo mondo si scandalizzano per i ricercati compromessi, per gli astuti dosaggi e le raffinate polemiche che continuano a trovarsi al centro degli interessi internazionali.

Questo è in fondo il discorso fatto all'interno del Movimento Ecumenico ogni volta che si è cercato di proporre come meditazione sociale non più la coesistenza, ma la proesistenza. La prima infatti sembra eccessivamente determinata dalla paura e dalla rassegnazione. Si ritrovano in essa le preoccupazioni del compromesso e dell'irenismo e si teme che essa sia costretta a tacere, o almeno a relegare in un secondo piano, i problemi della giustizia fra gli uomini. La proesistenza, che non ha potuto ancora dar prova di sé, parte da premesse nuove e cioè dalla volontà di vivere gli uni per gli altri. Essa tende evidente il giudizio sui particolarismi e l'abbandono delle polemiche tradizionali per aprirsi alla comune ricerca della giustizia e della libertà. Gli uomini son fatti per stare assieme. Bisogna perciò convertirsi a questo valore dell'esistenza, rinunciando a tutto ciò che ci pone in contraddizione con esso, e uscendo dalle nostre solitudini settoriali.

È stato detto da sapiente mente filosofica che l'uomo è un lupo per l'altro uomo. Ora, per ottenere la pace non è sufficiente mettere la museruola a questo animale feroce, ma bisogna trasformarlo nel suo intimo, nel suo essere stesso. Occorre voler insieme questa trasformazione!

Il discorso ecumenico come contributo alla pace si fa più preciso ancora quando cerca di tradurre, sul piano della vita sociale, una nozione fondamentale della fede cristiana: il perdono. Nell'uso popolare odierno questa nozione ha perso gran parte della sua drammaticità e serietà biblica. È facile infatti parlate di perdono come di un dimenticare, un non dar peso, un lasciar correre. Dobbiamo tuttavia chiederci se in questa deformazione spontanea abituale non si nasconde un'astuzia della nostra coscienza che cerca di tranquillizzarsi evitando di esasperare i problemi. L'Iddio che noi adoriamo come Signore della Chiesa non ci parla di perdono in simili termini. Egli non ha voluto compromessi con il peccato e non vuole ammetterne la coesistenza. La croce del Venerdì Santo è la dimostrazione più chiara che la volontà di Dio si spinge fino alla distruzione totale di ciò che non rientra nell'ordine da Lui stabilito. Perciò il peccatore è un uomo che contraddice la sua natura e il suo destino in Cristo. L'ansia del credente, in questo nostro tempo che ci separa dalla totale manifestazione del Regno di Dio, si concretizza quindi nella supplica: «liberaci dal male!».

Quando passiamo dalla realtà della fede al piano sociale o alla ricerca della pace non possiamo non portare con noi questa esperienza radicale della comunità cristiana. Se auspichiamo una trasformazione dell'uomo che lo renda capace di orientarsi in modo nuovo alla ricerca del domani, siamo altresì convinti che non si raggiungeranno risultati soddisfacenti se si cederà alla tentazione del compromesso e dell'irenismo. È la nozione cristiana del perdono che ci rende attenti al pericolo dei cedimenti. I mali già individuati della nostra società non devono essere relegati al livello delle discussioni secondarie per salvaguardare, nella mancanza del dissenso, la pace e la coesistenza. Il dissenso potrà essere anche approfondito - l'abbiamo esperimentato sul piano ecumenico e perciò parliamo -, ma anziché giungere ad uno scontro come se esso fosse il punto d'arrivo delle nostre possibilità, bisognerà farne un incentivo per la ricerca, un punto di partenza. A misura che le energie umane si concentreranno e convergeranno verso il bene dell'uomo, anche la pace troverà il suo fondamento stabile agognato da tutti quale segno anticipatore del Regno del Signore.

La via della speranza

L'umanità' troverà la via della collaborazione e della pace? Di fronte ad una simile domanda non serve essere pessimisti od ottimisti. Essa è troppo grave per il nostro tempo, in cui temiamo, giorno dopo giorno, l'improvviso irrompere del disordine e della catastrofe. Abbiamo visto nel passato come la Società delle Nazioni rivelò la sua fragilità nel non poter porre un freno alla preparazione del secondo conflitto mondiale. Una crisi d'autorità'! Nulla ci garantisce che le nostre esperienze di domani non debbano ricalcare le stesse delusioni e prendere atto ancora di una crisi generale. Ogni cedimento nel senso dell'irenismo e del compromesso rende la minaccia più evidente e più vicina. L'esperienza ecumenica ci porta a dire un'ultima parola conclusiva.

La Società delle Nazioni conobbe la sua crisi, che fu fatale per l'umanità, ma il Movimento Ecumenico, che si era mosso da altre premesse e naturalmente su un altro piano, ha continuato a progredire, nonostante le difficoltà ha raggiunto un consenso sempre più ampio. La forza di questa possibilità non era certo inerente alle confessioni cristiane impegnatesi, ma era chiaramente intesa come un dono di Dio che, per vie nuove e il più delle volte insospettate, portava il suo popolo verso l'unità da Lui voluta. Perciò quanto è accaduto ed accade all'interno del cristianesimo vuol essere una parola di speranza e di conforto per il nostro tempo. La via della ricerca e della proesistenza non è una via facile per l'umanità, abituata a muoversi secondo altri parametri. L'incertezza del futuro, la sfiducia nell'uomo possono lasciare perplessi e disorientati gli uomini pur coraggiosi della nostra epoca. Purtroppo la nostra storia non può che agire come una componente di notevole scoraggiamento per chi volesse tentare nuove imprese. Ma all'interno della fede cristiana è stato possibile, nel XX secolo e dopo tante amare esperienze, abbandonarsi ad un totale atto di fiducia nel Signore. Questo atto di fiducia aveva tutte le possibilità di essere ritenuto avventato e impossibile se non addirittura sconsigliabile. È stato fatto. I dissensi e le difficoltà non sono cessati d'incanto, anzi a volte hanno acquistato delle dimensioni più vaste, ma non era più possibile distogliere lo sguardo da Colui che operava l'unità secondo i criteri della sua grazia.

Se oggi l'umanità è chiamata ad una nuova convergenza verso il futuro dei nostri figli, e se questa convergenza richiede che si adottino dei criteri nuovi di confronto e di lavoro comune, la presenza della Chiesa e l'esperienza ecumenica vogliono essere una parola d'incoraggiamento, perché all'interno delle nostre comunità è stato possibile concentrare lo sguardo non sulle difficoltà, ma sul futuro di Dio. Forse mai come oggi la Chiesa ha avuto un contributo così urgente da dar alla società. Abbiamo il dovere di non trattenere per noi la grazia che ci è stata data di incontrarci al di là delle nostre barriere confessionali e dei nostri dissensi tradizionali. È questo spirito che dobbiamo trasmettere alla nostra società, che ancora non ha trovato il coraggio e la volontà di un incontro fecondo nella fiducia reciproca. Il compito è grave ed importante. Non impegneremo mai abbastanza le nostre energie affinché la grazia di Dio si rifletta nelle strutture del nostro progredire umano

Note

* Articolo apparso sulla rivista «Il Mulino», n. 173/'67, Bologna.

1) Is., 9, 5.

2) Ger., 8, 8.

3) Ger., 3, 10.

4) Ger., 26, 3.

5) Mat., 10, 34.

6) Giov., 14, 27.

7) Giov., 20, 20.

8) Gal., 3, 22.

9) Rom., 14, 57.

10) Lc., 2, 10.

11) Is.,11, 17.

12) C. J. SNOEK, Tiers Monde, Révolution et Christianisme, «Concilium», ed. fr., n. 15/1966; «S.OE.P.I. », Ginevra, nn. 22-24/1966.

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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