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Sabato 07 Agosto 2004 01:25

La fede cristiana e le religioni

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di Renzo Bertalot

È interessante notare in partenza alcuni spunti del primo impatto della predicazione cristiana con gli altri popoli e con le altre religioni. Ricorderemo qualche accenno che troviamo nel Libro degli Atti.

Pietro, nell'incontro con Cornelio, dichiara che "Dio tratta tutti alla stessa maniera" (Atti 10,34); "Cristo poi è passato dovunque facendo del bene e guarendo tutti quelli che il demonio teneva sotto il suo potere" (v. 10,38).

Paolo e Barnaba a Listra spiegano alla gente che li scambiava per degli dei: "Anche noi siamo uomini mortali" (v. 14,15). "Nel passato Dio ha lasciato che ogni popolo seguisse la sua strada, ma anche allora non ha mai smesso di farsi conoscere, anzi si è mostrato come benefattore" (vv 14,16-17).

Al Concilio di Gerusalemme, Giacomo, richiamandosi al racconto di Paolo e Barnaba, afferma: "...fin da principio Dio si è preso cura dei pagani, per accogliere anche loro nel suo popolo. Questo concorda in pieno con le parole dei profeti". (15,14-15). L'apostolo Paolo, nel discorso all'Aeròpago di Atene, ha il coraggio di predicare ai saggi, convenuti da quella famosa città, il Dio da loro venerato, ma 'sconosciuto': "Dio ha stabilito per (tutti i popoli) i periodi delle stagioni e i confini dei territori da loro abitati. Dio ha fatto tutto questo perché gli uomini lo cerchino e si sforzino di trovarlo, anche a tentoni, per poterlo incontrare. In realtà Dio non è lontano da ciascuno di noi, in lui infatti noi viviamo, ci muoviamo ed esistiamo. Anche alcuni dei vostri poeti l'hanno detto: 'Noi siamo figli di Dio'... Ebbene: Dio, ora, non tiene più conto del tempo passato, quando gli uomini vivevano nell'ignoranza" (17,26-30). Nel suo saluto ai responsabili della comunità di Efeso Paolo ricorda il compito che gli è stato affidato: "annunziare a tutti che Dio ama gli uomini" (20,24).

Da questa panoramica risulta che l'amore di Dio per tutti gli uomini si è manifestato con il dono della creazione, delle stagioni e dei confini dei popoli. Ora la motivazione del suo dono si è espressa nella vocazione, nella elezione e nella benedizione di Abramo e si è manifestata in Gesù Cristo, il Messia. Da quel punto centrale della storia il disegno divino si è esteso a tutta l'umanità: "Così, per mezzo di Gesù Cristo, la benedizione che Dio aveva promesso ad Abramo raggiunge anche i pagani" (Gal. 3,14).

1. La problematica odierna

Oggi, a duemila anni di distanza, il panorama si è allargato e numerose religioni o 'fedi viventi e ideologie' si presentano all'orizzonte dei credenti. Si parla, in generale, del cristianesimo, dell'islam o delle religioni orientali come se fossero blocchi omogenei, ciascuno con caratteristiche proprie e unitarie. Sappiamo tutti che non è così, ma per tentare di dire una parola comune occorre cominciare da molto lontano. Ci si può anche chiedere se abbiamo ancora a che fare con la religione e la fede oppure semplicemente con un fenomeno religioso e la relativa filosofia.

Intanto emergono alcune indicazioni. Negli incontri interreligiosi si è affermata più volte la necessità di insistere che l'uomo non può essere ridotto alle sue dimensioni materiali o biologiche. La creatura umana ha una dimensione in più che la società del nostro tempo non ha il diritto di ignorare. Vi sono anche indicazioni etiche che possono essere condivise da tutti, come per esempio la regola d'oro: "Fate agli altri quel che volete che essi facciano a voi" (Luca 6,31). Evidentemente l'affermazione va messa in un contesto, se non altro almeno in quello di una mente sana (sempre che si sappia distinguere tra sano e malato, il che è purtroppo difficile).

Nel rapporto con gli ebrei si può registrare una maggiore convergenza e possiamo dire insieme che lo stesso Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe impegna diversamente Israele e la chiesa per compiti diversi. A livello del Consiglio Ecumenico delle Chiese si è invitati a considerare il fatto che i doni di Dio sono sparsi, secondo il suo criterio, anche in altre religioni. Se abbiamo, quindi, il dovere della testimonianza e dell'insegnamento, abbiamo altresì quello di imparare.

2. Le intuizioni dei teologi

Nell'ambito del cattolicesimo sembrano ormai lontani i tempi dell'affermazione di Cipriano che non v'è salvezza fuori della chiesa o dalla sottomissione al pontefice romano (Una Sancta 1302). Con il Concilio Vaticano Il si può dire che v'è una chiesa invisibile come invisibile è l'opera dello Spirito. In termini generali, non sempre condivisi, la salvezza si estende a tutti perché chi cerca Dio lo trova. In questa prospettiva, secondo J. Dupuis, si delinea, tuttavia, una inferiorità di 'grado', rispetto al cristianesimo. K. Rahner ha parlato di un 'cristianesimo anonimo'. H. Urs von Balthasar vede nell'insieme delle religioni un cattolicesimo 'trascendente'. Si accenna ancora ad un 'cristianesimo latente', dovuto a mediazioni di carattere diverso, a 'chiese provvisorie' e ad 'un pluralismo' che non sia 'qualunquista' o 'indifferente' (H. Küng). Infine ricordiamo R. Pannikar: ciascuna religione ha in sé una dimensione dell'altra. In ambito protestante bisogna partire da Hegel e arrivare alla teologia dialettica del nostro secolo. Sulla scia di Nicola Cusano, Hegel "svolse una cristologia in armonia con il principio della reciproca immanenza del finito e dell'infinito. In Gesù Cristo l'infinito è completamente realizzato nel finito... " Così l'individuo partecipa alla vita eterna. Naturalmente l'idea di Hegel venne ripresa, ma fu Schleiermacher ad ottenere un grande successo mettendo in risalto che ogni uomo conosce il sentimento di dipendenza dall'incondizionato e di conseguenza ci si può appellare al Dio 'dentro di noi'. Il suggerimento poteva sembrare ancora troppo vago e si cercò di precisarlo, proponendo ora un 'apriori religioso' giacente nella mente dell'uomo, ora il coinvolgimento con il 'sacro' e cioè il non razionale. In linea generale andava formandosi una filosofia della religione che poneva il cristianesimo all'apice di tutto il fenomeno religioso. La teologia naturale trovava il suo momento fortunato.

Ma quando la società vide crollare i suoi principi e le sue sicurezze con la prima guerra mondiale, si affermò quella che venne definita la teologia della crisi o teologia dialettica. Lo slancio della filosofia della religione verso mete assolutistiche apparve come un'eresia del terzo articolo del credo apostolico: "Credo nello Spirito Santo...". Alla luce della rivelazione e della Parola di Dio le intuizioni precedenti assunsero l'aspetto di un nemico, di una demonia e di una ribellione alla grazia. Una nuova torre di Babele? Fu K. Barth a rompere il ghiaccio avviando una nuova generazione di teologi. Ebbe molti discepoli in tutti i continenti e suscitò larghi consensi attraverso varie denominazioni cristiane. Che vi siano 'verità' e 'luci' nelle religioni di questo mondo è pur vero, ma non vi sono sintesi e terreno comune con la verità biblica. Dio è 'analogans' l'uomo è, nel momento scelto da Dio, 'analogatus'. Chi cerca se stesso non troverà nulla, ma chi è trovato da Dio troverà se stesso. Come non ricordare l'Annunciazione: "Non temere Maria! Tu hai trovato grazia presso Dio" (Luca 1,30)?

Lo studio del fenomeno religioso è utile alla cultura, può anche essere un avvertimento per il teologo, come lo fu la filosofia di Kant (il filosofo del protestantesimo), ma deve restare entro i suoi limiti senza incoronare di trascendenza i suoi risultati. Per Paul Tillich la teologia naturale e la filosofia della religione possono soltanto porre delle 'domande'. Sono l'eco alla problematica dell'esistenza alla costante ricerca dei fini ultimi, dei significati decisivi, per i quali l'uomo è anche disposto a sacrificare la propria vita. Solo nell'incontro con Dio c'è la 'risposta' ai nostri interrogativi sempre inconcludenti.

3. Schemi provvisori

Si possono rintracciare e riassumere alcune linee di pensiero mettendo in prospettiva le intuizioni dei teologi.

  1. Il 'teocentrismo' si presenta come un terreno comune non certo nel senso del panteismo, ma in quello biblico del 'panenteismo' (tutti in Dio). Dio è padre di tutti! Tuttavia l'orientamento proposto sembra offrire il fianco al 'sincretismo'; non ha garanzie contro il 'qualunquismo' e 'l'indifferenza'. Ogni componente diventa una provincia del tutto.
  2. Il 'cristocentrismo' è sicuramente importante all'interno delle confessioni cristiane, ma è repellente e captativo nei confronti di chi cristiano non è. Insistere apertamente su questo punto equivale a interrompere il dialogo e ogni forma di incontro delle religioni; darebbe il via ad un forte malessere interreligioso.
  3. Il 'regnocentrismo' nonostante profonde diversità sembra offrire assonanze convergenti oltre la storia con notevoli riverberi nel presente. E possibile, come fa Paul Tillich, ritenere che la nozione di Regno di Dio del cristianesimo collimi in ultima analisi anche con il Nirvana del buddismo?.
  4. Si dovrebbero esaminare ancora altri termini come pluralismo', 'relativismo', ma forse non va tralasciata la distinzione più radicale tra 'esclusivisti' e 'inclusivisti'. I primi interrompono il dialogo, il confronto e le convergenze. I secondi, che sembrano essere tra i più convincenti, non risolvono ancora il problema perché nessun musulmano si troverebbe a suo agio incapsulato nel cristianesimo trinitario e nessun cristiano potrebbe vivere adeguatamente la sua fede sotto l'ombrello dell'Islam. L'inclusivismo metterebbe in discussione il 'par cum pari' del Concilio Vaticano II e del movimento ecumenico in generale. Potrebbe significare un assorbimento degli uni nei confronti degli altri.
  5. Il 6 settembre 2000 usciva la Dichiarazione Dominus Jesus del cardinale Ratzinger. Nel passato si era ampiamente discussa, in vario modo, la portata del 'sussistere' della Chiesa di Cristo nella Chiesa di Roma (ogni chiesa poteva dire altrettanto). L'interpretazione autentica sottolinea che il 'subsistit' riguarda pienamente 'soltanto' la Chiesa Cattolica Romana. Le altre chiese o comunità ecclesiali hanno 'numerosi' elementi di santificazione e di verità in quanto derivati dalla pienezza della grazia e della verità della chiesa cattolica. Sono 'vere chiese' solo quelle che condividono con Roma la successione apostolica e la validità dell'eucaristia. Le altre non sono "vere chiese in senso proprio" anche se tramite il battesimo sono in un certo senso incorporate nella Chiesa di Roma. Per quanto riguarda i non cristiani si può parlare a un pluralismo di 'fatto', ma non di 'principio'. La chiesa di Roma non può essere considerata una via di salvezza 'accanto' (o equivalente) alle altre. Essa è 'necessaria' alla salvezza e il Regna di Dio non deve essere pensato indipendentemente dalla chiesa "peregrinante". Bisogna, in ogni caso, distinguere tra 'fede teologale' e 'credenze' e non va tuttavia dimenticato che lo Spirito del Cristo risorto opera oltre i confini visibili della chiesa e 'illumina' gli uomini," attraverso vie a lui note", in vista della salvezza.

L'intento, non certo celato, della Dichiarazione si presenta come un richiamo alla missione, alla conversione. Il dialogo sta bene, ma non bisogna farne un'ideologia. Questa rielaborazione teologica di Ratzinger ha sollevato logicamente forti reazioni sia all'interno (vedi: Corriere della Sera settembre 2000) sia all'esterno del mondo cattolico (anglicani, luterani, riformati e Consiglio Ecumenico delle Chiese). E un forte richiamo al punto di partenza.

4. Tra secolarizzazione e secolarismo

Il secondo millennio più che risanare le memorie dal punto di vista storico è da dimenticare. Troppo sangue è stato sparso con le crociate, l'inquisizione, le guerre di religione e i massacri avvenuti nello scontro delle nazioni. Il perdono rimane necessariamente un argomento ristretto tra le vittime e chi compie il delitto che entrambi oggi non sono più con noi. Con noi resta il futuro.

Nonostante tutto in quei tragici avvenimenti ci sono stati anche momenti e periodi di buon vicinato. Semmai è a questo ricordo che dobbiamo appellarci per continuare il cammino.

In seguito alla confessionalizzazione del cristianesimo occidentale, avvenuta nella seconda metà del XVI secolo, si è posto, agli spiriti più avvertiti, il problema della convivenza. Bisogna ricordare soprattutto Ugo Grozio che pur essendo un teologo affrontò il problema come giurista. Bisognava trovare un 'consenso' internazionale (apud omnes gentes) valevole per tutti, credenti e non credenti, senza impegnare apertamente i presupposti religiosi. Fu adottata la formula: Etsi Deus non daretur. Credo che si debba far risalire a quel momento l'emergere del processo di 'secolarizzazione' e la necessità di 'stare ai patti' stabiliti. Si trattava di tradurre sul piano sociale il rispetto di tutti sia pure partendo da motivazioni diverse e impronunciabili, ma irrinunciabili per la fede cristiana.

Il 'secolarismo' non è interessato a tali motivazioni, ma, sospinto da una radicale autonomia, rivela la sua fragilità ad ogni soffiare di vento. Le utopie invadono il campo e si dimostrano spesso molto crudeli.

Non è sempre facile distinguere tra 'secolarizzazione' e 'secolarismo'. Eppure la prima, a causa della sua motivazione, si propone come liberazione del fanatismo e dalle utopie, mentre il secondo si espone facilmente a tutte le dittature.

5. Le religioni e la moratoria

Per riunire intorno ad un tavolo le varie religioni (o fedi viventi e ideologie) occorre stabilire una 'moratoria' (etsi Deus non daretur) sui valori ultimi, sul punto di partenza, che ognuno gelosamente custodisce. Senza questa scelta reciproca non è pensabile di arrivare ad un consenso concreto per l'immediato. Nell'ambito del cristianesimo si è parlato dei 'middle axioms', dei valori mediani che, per l'oggi e non necessariamente per il domani, si pongono tra l'invariabilità del messaggio cristiano e la continua fluttuazione della situazione umana. In questa direzione si è potuto avviare un discorso e anche una collaborazione (fin dal 1983) sulla giustizia, la pace e la salvaguardia del creato. Sono temi che interessano a largo raggio tutte le religioni e che si allargano includendo la libertà, la dignità, la reciprocità, la sussidiarietà e gradualmente anche la ricerca della bioetica. Tocca ai gruppi locali e alle assemblee internazionali stimolare l'interesse in modo che le convergenze si trasformino in un fecondazione della base e della cultura.

La lotta contro l’'apartheid' e il razzismo è certamente uno dei segnali più incoraggianti della nostra epoca. Basti pensare ai grandi cambiamenti avvenuti negli Stati Uniti e nel Sud-Africa. I residui di razzismo e di antisemitismo continuano a rappresentare delle metastasi pericolose anche in Europa e in America Latina, ma il processo di risanamento è ormai irreversibile. Inoltre, a differenza di residui medievaleggianti, la difesa ad oltranza dell'uniformità, del monologo delle 'scelte' alternative cede rapidamente il passo all'affermarsi dell’'unità nella diversità' legittima e coerente. Nel secondo millennio i cristiani erano ben coscienti della loro fede comune nel Dio Trinitario, ma non erano riusciti a tradurla con chiarezza nei loro rapporti reciproci. Le dispute teologiche del XVI secolo ne sono una prova evidente. Oggi lunità nella diversità si è arricchita di numerosi corollari. Possiamo capire la differenza che intercorre tra 'verità' e 'formulazione' della verità, possiamo concentrarci maggiormente sul dato biblico e lasciare spazio nel rispetto alle diversità 'tollerabili' e coerenti, possiamo distinguere tra diversità 'separanti' e non o tra 'fondamento' comune e 'forma' condizionata dal tempo e nello spazio.

Nella situazione precaria del nostro secolo Dio ci ha così concesso, insieme a tutti i popoli e a molti altri doni, segnali e metodi per affrontare con spirito nuovo il terzo millennio.

6. Conclusione

A questo punto mi pare di dover suggerire un recupero della filosofia della religione, non certo per farne un'eresia del terzo articolo del credo apostolico o per spingerla ad avventurarsi inutilmente verso la metafisica, ma per chiederle un servizio a beneficio di tutta l'umanità. Ci può infatti aiutare a comprendere (etsi Deus non daretur) la validità degli strumenti usati, per far emergere i valori 'penultimi' di comune interesse, e necessari per un urgente impegno nella nostra epoca. La filosofia della religione può, nel susseguirsi della diversità dei condizionamenti storici, aiutarci a decantare i consensi e i patti conclusi o in via di conclusione (il volere e il volere voluto) da fanatismi, superstizioni, paure, illusioni e ideologie nascoste. Il confronto con la secolarizzazione è determinante per chiarire le nostre motivazioni, ma anche il secolarismo può favorire l'autocritica che è sempre necessaria. Non essendo lecito sottrarsi al tentativo di un giudizio conclusivo possiamo dire che nell'incontro delle religioni è necessario non adottare un atteggiamento 'captativo' delle identità altrui così come è non necessario essere 'oblativi' della propria. Questo vuol dire rendersi 'disponibili' gli uni verso gli altri. Si possono richiamare, risanare e aggiornare le esperienze passate di buon vicinato. Siamo tutti costruttori di storia in marcia verso la stessa meta e, forti delle nostre motivazioni ultime, possiamo darci una mano nel cammino per favorire l'attuazione dei 'valori mediani' (middle axioms), penultimi, che abbiamo in comune. La società nella quale viviamo ha bisogno di pace e di giustizia; il creato ha bisogno di essere salvaguardato. Le religioni devono impegnarsi in prima linea sapendo che l'amore di Dio ci precede, ci accompagna e ci segue attraverso la fatica del dialogo e delle convergenze possibili nelle vicende storiche. Il Signore ci ricorda: "Fate attenzione, rimanete svegli, perché non sapete quando sarà il momento decisivo!" (Mc 13,33). "Ora la nostra visione è confusa - dice l'apostolo Paolo - come in un antico specchio; ma un giorno saremo faccia a faccia dinanzi a Dio" (1Cor 13,12).

Ultima modifica Giovedì 22 Settembre 2011 15:38
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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