Martedì, 22 Agosto 2017
Domenica 08 Agosto 2004 12:48

Maria nell'essere ecclesiale. Una testimonianza ortodossa

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di Vladimir Zelinskij

La fonte vivificante

Forse, in tutta la “vicenda” della fede cristiana non c’è una cosa più sorprendente e più naturale che la venerazione della Vergine Maria. Spontaneamente essa scaturisce dalla fonte della vita stessa della Chiesa. Le poche parole che sappiamo di Lei dal Vangelo da un canto, e gli inni, le preghiere, i voti, le icone, le innumerevoli manifestazioni della pietà in Oriente, come in Occidente, dall’altro.

In ogni epoca della storia, dopo Cristo, acquistano un contenuto più pieno e si verificano di nuovo le parole profetiche: “D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata” (Lc.1,48). Perché ogni generazione scopre e vive in modo proprio la beatitudine di Maria, che trova tante forme per la sua espressione. “Questo fiume di immagini e di parole che proviene dalla sorgente che si chiama “Maria”, nasce nella fede, la nutre e fa parte del nostro essere ecclesiale” (metropolita I. Ziziulas), spesso non appare alla luce della Parola. Però dove si manifesta la vita ecclesiale nel senso proprio, ivi è Maria, e dov’è Maria nasce e si forma la Chiesa del Suo Figlio. Per capire la natura o l’origine della nostra venerazione spontanea, dobbiamo interrogare questa fonte seminascosta della fede cristiana, o, meglio, il nostro modo di vivere la fede nella Tradizione della Chiesa. Infatti perché Maria? Dove prende inizio questa corrente della pietà mariana dai tempi del Vangelo ai nostri giorni?

Cominciamo da capo, interroghiamoci su questo legame che unisce l’opera di Gesù Cristo con la “beatificazione” permanente di Maria. Proviamo ad entrare per un momento in questo “fiume d’acqua viva” e fermare lì il nostro pensiero, non per scoprire qualche verità finora sconosciuta, ma per provare a tracciare sulle orme delle verità antiche una strada al riconoscimento reciproco fra le famiglie cristiane verso la figura della Vergine-Madre.

Maria nell'essere ecclesiale  

"Segno di contraddizione"

"Come Ti chiameremo. Colmata di grazia? Cielo? Poiché hai fatto sorgere il sole della giustizia. Paradiso? Poiché hai fatto germogliare il fiore dell'incorruttibilità.

Vergine? Poiché sei rimasta incorrotta. Casta madre? Poiché hai tenuto nelle Tue sante braccia il Figlio, Dio dell'universo; implorano che sian fatte salve le nostre anime".

Il pensiero liturgico cerca di unire in sé la lode, lo stupore e il paradosso. Dall'inizio 1'esistenza stessa di Maria nella Chiesa è come sigillata dal mistero, quello che suscita la meraviglia e quello che il mondo sfida. La stessa meraviglia che fece esclamare Elisabetta: "A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?" (Lc. 1,43), la stessa sfida di cui ha parlato il vecchio Simeone, "il giusto", profetizzando sul Suo Figlio: "Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori" (Lc. 2, 34-35) .

Il "segno di contraddizione" fa svelare i cuori, il contatto, lo sfioramento con questo segno rivela "quello che c'è in ogni uomo" (Gv. 2,25). Perciò nella profondità del cuore è celata la verità dell'uomo, quella che può essere vista solo da Dio e vissuta solo con Dio. Questa verità non può essere ridotta solo alla legge o alla Parola, essa ha anche la sua immagine che porta il volto di Gesù, ma anche la presenza discreta di Maria. Nel momento dell'incontro con loro e dello "Svelare" delle loro immagini ogni uomo, come Elisabetta, è "pieno di Spirito Santo" (Lc. 1,41). Lo Spirito trasforma il cuore umano, svelato ed aperto a Dio, nel grembo che partorisce le preghiere e le lodi, le verità dogmatiche o le feste ecclesiali. Ma c'è un'altra parte nella profezia di Simeone: "E anche a te una spada trafiggerà l'anima" (Lc. 2,35). Ci rifacciamo per un attimo all'interpretazione delle stesse parole nella poesia "L'Incontro" (cioè la Presentazione al Tempio) di Jossif Brodsky che la traduce così: "L'anima tua sarà ferita, dice Simeone. Questa ferita ti farà vedere tutto ciò che è profondamente nascosto nei cuori umani a guisa di un occhio...". La Chiesa di Cristo partorirà i suoi figli nella gioia esuberante e nel dolore, essa rimarrà sotto il "segno di contraddizione" in questo mondo e dovrà soffrire in Maria. La Sua sofferenza offrirà la luce particolare che si proietta dal mistero della Chiesa. E dal mistero si svela la verità sull'uomo, sul Cristo e su Maria stessa.

"Nel silenzio di Dio"

Questo legame fra la Chiesa, Maria e la sofferenza come "segno di contraddizione" fu scoperta fin dall’inizio del cristianesimo. Come disse sant’Ignazio di Antiochia quando egli fu portato al suo martirio.

"Al principe di questo mondo rimase nascosta la verginità di Maria e anche il suo parto; e cosi pure la morte del Signore. Sono questi i tre misteri strepitosi, che si compirono nel silenzio di Dio".

La tradizione dice che sant’Ignazio scrisse queste parole in una breve sosta nel suo viaggio verso Roma dove fu mandato per morire sull’arena del circo. Egli non ha paura, anzi, supplica i suoi amici di non intervenire in suo favore presso le autorità romane per salvare la sua vita. Per lui - ricordiamo san Paolo - "il vivere è Cristo e il morire un guadagno" (Fil. 1,21). Morire promette un incontro con Gesù - "Io cerco colui che morì per noi; io voglio colui che per noi risuscitò" - fa eco Ignazio. Ma c’è qualche cosa d’altro. Davanti alla sua morte egli si comporta e si conferma prima di tutto come pastore. Confessando la fede nella Chiesa, egli vive la propria morte in modo liturgico : come il corpo immolato si tramuta nel pane della vita eterna. Tanti martiri, dopo sant’Ignazio, ripeteranno le sue parole : "Sono frumento di Dio e devo essere macinato dai denti delle fiere per diventare pane puro di Cristo". E la luce eucaristica della sua morte è come trasse dal buio all’improvviso il volto di Maria.

Perché sulla strada del martirio, nel momento del "passaggio alla luce vera", sant’Ignazio cominciò a parlare di "tre strepitosi misteri"? Crediamo - e la lunga esperienza di tutta la Chiesa lo conferma - che Maria lo accompagnasse sulla sua strada, e Lei, che fu chiamata dall’Annuncio "piena di grazia", sembra che riversasse la grazia su di lui. Maria gli fece il suo dono, quello della comunione eucaristica, nel martirio ed anche il dono di vedere, di cogliere il suo mistero. Ma il suo dono fu silenzioso. Sappiamo che davanti alla sfida del principe di questo mondo, che lo portava ai denti degli animali, davanti al chiasso della gente, Ignazio ha avuto un’altra rivelazione, quella del silenzio. Nel silenzio egli sentì la tenerezza e l’intercessione di Maria radicate intrinsecamente nel mistero del Suo Figlio. Sentiamo anche noi "la voce" di questa esperienza da un altro brano della stessa lettera agli Efesini: "Chi possiede la parola di Gesù può capire anche il suo silenzio e giungere così alla perfezione. Costui agirà come parla; ma anche nel silenzio mostrerà chi è. Nulla è nascosto al Signore anche i nostri segreti gli sono palesi; teniamo perciò presente che egli abita in noi e amiamo in modo tale per essere i suoi templi, ed egli il Dio che in noi abita".

"Teniamo perciò presente che egli abita in noi..." Per Maria questa abitazione fu una realtà della Sua vita e nello stesso tempo, come per tutti noi, una realtà escatologica, Maria fu e rimane il tempio vivente del silenzio di Dio dove nasce la Parola. Il Verbo si fece carne non soltanto con le parole dell’angelo ma anche nel silenzio dello Spirito Santo. È proprio il silenzio dello Spirito Santo che Maria porta in sé. E nel silenzio, che è un’altra voce della rivelazione, Ella viene per abitare con noi, presso la fonte della fede in Cristo. Il martirio, cioè la vittoria sul mondo e il suo principe, è l’ultima eucaristia della fede che fa scoprire Maria Vergine. Di più: la verginità di Maria come segno del grande silenzio di Dio si unisce all’uomo per salvarlo.

Il grano che cresce

"La verginità è un silenzio profondo di tutte le preoccupazione della terra", dice santa Teresa di Lisieux".

"Il silenzio è un sacramento del secolo futuro", diceva san Serafino di Sarov, ricordando le sentenze dei Padri antichi.

Nel silenzio dello Spinto, prestando orecchio al secolo futuro, anticipando e vivendo la sua morte nella dimensione eucaristica, sant’Ignazio in modo assolutamente spontaneo riuscì a sentire ciò che può essere chiamato la "rivelazione mariana". Ma in verità il grano di questa "rivelazione" è stato seminato in lui dall’inizio, dal suo battesimo. Questo grano era celato già nella Santissima Trinità e cresciuto nella Chiesa, ma il martirio gli diede l’occasione di portare frutto.

Occulto al principe di questo mondo, questo grano germina nel silenzio che proviene anzitutto dal mistero profondamente cristologico: il Verbo si fece carne, perciò la carne di Maria ed eventualmente tutta la carne umana è riempita e consacrata con la presenza del Verbo. Nel parto verginale possiamo vedere il cuore di Dio che rifiuta ogni possesso e dominio sulle Sue creature, come dice Karl Barth (che per altro era un oppositore scontroso della venerazione mariana). Il parto verginale del Signore che preannunzia già la gloria nascosta nella Sua morte, è come il segno del silenzio e il suggello del mistero.

Possiamo parlare dell’archetipo della pietà come si è iniziato a fare dopo Jung, perché la stessa illuminazione si ripeterà, in moltissimi, innumerevoli "cuori svelati" da Maria. Lo stesso mistero si illuminerà e lo stesso silenzio parlerà in ogni uomo e in tutte le generazioni che chiameranno Maria beata e che entreranno in comunione con Lei nel suo Figlio. Ma per parlare con il linguaggio del Vangelo ricordiamo "un granellino di senapa che quando viene seminato per terra è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra" (Mc. 4,31) - come dice Gesù del Regno di Dio. Anche il "granellino" del mistero di Maria è piccolo. Così piccolo che esso non è visibile chiaramente neanche nel Vangelo. Ma appena seminato nella fede veramente vissuta, esso comincia a crescere. Sant’Ignazio ne fu uno dei primi (ma, certo, non unico) testimoni. Il grano cresce nel silenzio del Regno "come un uomo che getta il seme nella terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce; come egli stesso non lo sa" (Mc.4,26-27), ma cresce sempre nella Chiesa: perciò la Chiesa stessa si riconosce in Maria dappertutto nel suo passato trasformato nella sacra Tradizione, nel suo futuro escatologico, nel suo eterno presente evangelico, ma anzitutto sotto la Croce e nel cuore degli uomini.

Tradizione: la memoria di Maria.

Perché il cuore di Maria è come il cuore della Chiesa stessa di cui parla chiaramente il Vangelo. "Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste parole meditandole nel Suo cuore" (Lc. 2, 19.51). La Buona Notizia, che si fa carne anche nel cuore di Maria, si trasforma nella sua meditazione, nell’abitazione della memoria di ciò che Dio rivela. Il Suo cuore contiene il grano del silenzio tramutato nelle parole. Da questo silenzio sentiamo anche noi il messaggio che Dio scrive nei cuori umani, non sulla carta. La radice della Tradizione si sviluppa non tanto a partire dalle voci della gente o delle piccole "tradizioni degli antichi" (Mc. 3, 7) ma soprattutto dalla meditazione e mediazione di Maria che ci ricorda le parole, serbate nel Suo cuore.

Così la memoria di Maria diventa l’inizio e il deposito della memoria ecclesiale. Nella misura in cui la memoria della Chiesa si sviluppa, si manifesta nella nostra conoscenza, noi cominciamo a sentire le parole di Gesù meditate da Maria. Perciò ogni generazione dei credenti possiede tutte le ricchezze del passato, della rivelazione del Cristo che non si ripete solo nella Sua Parola, ma cresce, rimanendo fedele alla sua identità iniziale. Ma l’identità dell’anima, che crede e che parla con le preghiere e le celebrazioni, inizia nella memoria "conciliare" che prende la via nel silenzio del cuore di Maria, che germoglia la memoria o la Tradizione.

Vladimir Lossky nel suo saggio "Panaghia" (Tuttasanta) trova nella "memoria di Maria" la fondazione, il principio stesso della Tradizione della Chiesa. "Se il Cristo è predicato sul tetto, se Lui è proclamato affinché tutti Lo conoscano nell’insegnamento rivolto a tutto il mondo, il mistero della Madre di Dio si apre all’interno della Chiesa ai fedeli che hanno ricevuto la Parola di Dio... Questo non è soltanto oggetto della nostra fede, ma è anche qualche cosa in più: il frutto della fede, maturato nella Tradizione".

‘‘II frutto cresciuto dal grano del silenzio mariano inseminato nella memoria della Chiesa è anzitutto il "ricordo", il "riconoscimento" di Maria stessa. Questo "ricordo" portiamo dentro di noi come impronta della Parola. Fra il silenzio e la Parola esiste un rapporto come quello fra la sorgente e la fiume.

Certo, anche Maria non rimane sempre silenziosa nel Vangelo. Lei parla con l’angelo che viene con il suo annuncio. Lei "magnifica" il Signore nella sua anima. Lei chiede a Gesù di aiutare la povera famiglia nel matrimonio in Cana di Galilea. Ma Lei tace molto di più di quanto non parli. Lei rimane senza parola presso la Croce del Suo Figlio. Ella tace anche all’ora della morte di Gesù e dopo la notizia della Sua Risurrezione. Lei continua a tacere al momento della discesa dello Spirito Santo quando tutti cominciarono a parlare. Perciò se il dono degli altri fu proprio il dono delle lingue, il dono di Maria, più grande dei tutti, era il dono del "silenzio orante" (Emilianos Timiadis).

Nel silenzio della Croce Gesù dice le sue ultime parole a sua Madre e a Giovanni, il discepolo amato: "Figlio: ecco la tua Madre", "Donna, ecco il tuo figlio". Nessuno è solo dopo questo gesto di adozione perché la Madre è vicino. "E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa" (Gv. 19,27). E proprio nella sua stessa casa, nell’abitazione del silenzio di Maria, immerso nel suo mistero, dopo gli anni del lavoro invisibile che si svolgeva nel suo cuore, Giovanni ha potuto portare il segno della sua fede maturato nelle sue parole, forse, più stupende, che un uomo abbia mai detto su Dio : "Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con gli nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostri mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita, poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi..." (1Gv. 1,1-2). Si, Maria non parla direttamente in questa testimonianza ma il suo silenzio parla, porta e tocca il Verbo della vita. La Sua presenza è nascosta qui, ma chi può dire con il cuore più pieno del suo : "la vita si è fatta visibile" ed "abbiamo veduto"? La testimonianza di Giovanni è come trasmutazione nelle parole serbate e taciute nel cuore di Maria. Non fu proprio Lei che ha reso visibile questa vita e fatto sentire questo Verbo?

"E dal quel momento il discepolo la prese nella sua casa". Ma Giovanni non fu soltanto il discepolo prediletto che rende la sua testimonianza. Giovanni rimane sempre nella stessa casa, che è un’altra immagine della Chiesa, in comunione con Maria, nell’amore di Maria. E fu proprio lui che dal suo silenzio mariano scrisse le altre parole trafiggenti su Dio: "noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui" (1Gv. 4, 16).

Maria: Chiesa e fede

"Noi abbiamo riconosciuto..." e il "riconoscimento" di Giovanni abbraccia ed unisce tutti noi, che "ascoltiamo la parola di Dio". Ma Ella stessa si vela, lascia parlare gli altri.

Parla Giovanni, parla Pietro, parla Paolo. Parla la Scrittura e parla la Chiesa. Ma Ella resta inseparabilmente con ogni apostolo che predica il Suo Figlio, perché ogni parola è come imbevuta dalla presenza e mediazione di Maria.

"Il riconoscimento dell’amore" di san Giovanni, come quello di "tre strepitosi misteri" di sant’Ignazio alcune generazioni dopo, svelano un altro vincolo che unisce Maria con la Chiesa. La Chiesa sente la Parola dal silenzio di Maria, riceve l’amore di Dio dalle mani di Maria e "si riconosce" in Maria, come si ricorda in tutte le Sue "prefigurazioni" profetiche che troviamo nella Scrittura. La memoria ecclesiale torna sempre alla sua fonte iniziale nel cuore materno di Maria.

"Non esiste che una Vergine-Madre e a mio avviso le conviene il nome di Chiesa", dice san Clemente d’Alessandria.

"Madre di Dio è la Chiesa che prega", dice P. Seghij Bulgakov.

E proprio dal cuore di Maria la Chiesa degli inizi cercava di capire anche se stessa e la sua propria fede. Certo, l’atto della fede era sempre spontaneo, precedendo la consapevolezza di sé. Le prime generazioni di cristiani, che potevano vivere nel mistero di Maria, che avevano il senso forte della Sua sollecitazione e della pienezza dello Spirito Santo in Lei, non avevano costruita ancora una "mariologia". La presa di coscienza dogmatica del ruolo di Maria e della Sua presenza si approfondiva attraverso la necessità nata nella polemica con i moltissimi oppositori della fede cristocentrica. Perciò il mistero deve essere vissuto non soltanto nella glorificazione liturgica o nella confessione della fede, ma anche nella ragione che tratta il mistero come pietra preziosa, e lo sfaccetta con la razionalità umana. Di più: la conoscenza ecclesiale si sviluppa, va avanti, ma in fondo essa va indietro verso la fonte della conoscenza. Così la Chiesa sviluppando la sua visione di Maria arriva sempre alla verità della fede già conosciuta, che essa porta in sé dall’inizio, la verità già vissuta nei suoi martiri e santi. Questa verità nasce solo dalla "contemplazione intelligente" del mistero del Verbo incarnato.

Secondo il concetto del Concilio di Efeso, dice il teologo ortodosso, noi confessiamo la santa Vergine essere Theotokos (Madre di Dio), essendosi il Verbo di Dio incarnato e fatto uomo e avendo unito a sé fin dallo stesso concepimento il tempio assunto da lei". Il termine "Theotokos" non è un minimum dogmatico della mariologia ma il centro nella visione di Maria, o "la sapienza mariana" che trova la sua formula razionale. Solo Maria come Genitrice di Dio può diventare anche la Madre in senso ontologico e soteriologico. "Il mistero della maternità divina supera la personalità della Madre di Dio e appare come mistero fondamentale dell’opera salvifica di Cristo. Ella accoglie e introduce nel genere umano il ‘Salvatore e la salvezza’". E come? Incarnazione della maternità divina Ella è anche Madre di tutti gli uomini nel cammino verso Dio . Il termine "Theotokos" contiene tutta la verità sulla maternità divina, ma la verità "ripiegata" nel mistero, avvolta nella non-conoscenza. La luce che proviene dalla maternità di Maria non è sempre "decifrabile" con le formule precise. Essa continua a vivere e crescere nella Chiesa, ma il suo "sviluppo" per l’ortodossia non è dogmatico o puramente razionale, ma esistenziale e salvifico, che si manifesta nella storia della santità vissuta. Lo Spirito Santo lascia svolgersi la verità su Maria e di Maria nell’esperienza dei santi, nella memoria comune del Popolo di Dio dove la parola "Theotokos", salvaguardando il suo nucleo iniziale e conciliare, si riempie con i nuovi sensi che provengono dalla vita vissuta in preghiera.

  • Questa vita ha il suo linguaggio, proprio dell’amore divino che parla con l’anima nel silenzio ma che cerca anche la sua espressione liturgica.

    Ave, il tormento dei nemici invisibili,
    Ave, l’apertura delle porte del paradiso,
    Ave, le labbra incessanti di Apostoli,
    Ave, il coraggio invincibile dei martiri,
    Ave, l’asserzione ferma della fede,
    Ave, la conoscenza luminosa della grazia,
    Ave, per la quale l’inferno è sfrondato,
    Ave, per la quale di gloria ci abbigliamo...
    (Acatisto alla Santissima Madre di Dio) ..

  • L’arte liturgico è quello del riconoscimento. Il cuore (dell’uomo o della Chiesa) riconosce le faccette diverse della "sua gioia di amare o di essere amato dalla Madre di Dio, di celebrare la Sua presenza ‘moltiplicata’ dalle immagini. Vediamo che le definizioni si moltiplicano nella gioia, nell’esuberanza, e l’acatisto come forma liturgica è un atto o piuttosto il fiume della conoscenza che non indurisce nei dogmi, che ha il suo valore proprio nella colata della confessione della fede come stato d’animo, che deriva dal suo canto. E questa colata prende la sua origine nell’unica definizione di Maria, "riconosciuta", lodata come Theotokos e torna alla stessa sorgente. La maternità divina è come fonte dell’"essere ecclesiale" che nella sua preghiera si definisce sempre in Maria".

    Ma la preghiera che nasce nel seno della Chiesa, crea anche la verità nella Chiesa, la verità nei due aspetti: cristologico e mariologico e in due sensi: esistenziale e dogmatico. Certo, non ogni parola della nostra pratica liturgica può pretendere alla verità definitiva. A volte essa esprime nient’altro ‘che la nostra ricerca, la nostra intuizione o congettura, un slancio d’anima. Ma anche in questo caso, quando la ricerca è condotta sulla scia dell’autentica Tradizione, la preghiera porta la sua testimonianza della verità non ancora completamente indovinata, la verità della "visione confusa" (1 Cor.13,12), propria dell’uomo, o la verità ipotetica che può essere anche rigettata. Ma nella Chiesa ortodossa non esiste confine rigido fra la fede e la devozione, perché la fede avendo la struttura solida nell’impostazione dogmatica, si apre, si riconosce continuamente nella sua preghiera, che a sua volta "realizza" nella comunità orante il momento della verità nello Spirito".

    Lo Spirito scende anche per dare la vita alla Parola nella nostra anima, cioè alla fede.

    "Da questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio" (1 Gv. 4,2) . La fede è il frutto della discesa dello Spirito, e Maria è per sempre immagine iniziale della fede, l’icona della fede stessa, la sua Genitrice. Se la fede cristiana ha un volto, questo volto è quello di Maria, icona della Chiesa.

    L’anima e la Madre

    II centro della fede cristiana è sempre in Gesù Cristo perché "non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati", come dice san Pietro negli Atti dei Apostoli (4,12). Ma nella nostra più intima, più profonda vita con Dio c’è un rapporto segreto fra il Figlio e la Madre, la Parola e il silenzio, fra la fede messa nelle formule conciliari e il mistero, nascosto nel cuore. Il mistero di Maria accompagna sempre il mistero di Cristo (e della Trinità) come il silenzio accompagna il Verbo. Quando questo mistero è spaccato riceviamo un cristianesimo scialbo, impoverito, come derubato dalla sua propria razionalità moralistica, come nelle forme estreme del protestantesimo o, per altro verso, un mescolamento terribile di una mistica morbosa con le fantasie esaltate come in alcune sette mariane.

    La radice della venerazione di Maria è centrata nella fede e nell’amore verso il Suo Figlio, "la luce vera quella che illumina ogni uomo". Ma, nella sua semplicità e trasparenza, la luce che ci illumina porta in sé anche la presenza materna. In mezzo agli uomini la luce prende la sostanza "materiale" di questo mondo. E la sua prima "materia" fu la carne della sua Madre. La luce arriva come mistero oscuro ed insondabile, come messaggio, come Buona Notizia, come Persona, come Volto di Cristo tornato a noi, ma anche come purezza della Vergine, tenerezza e protezione, intercessione e amore. Tutte queste sono le "sostanze" della Parola che parla all’anima, che entra nell’anima e nel senso primordiale si fa carne nell’anima come nella Chiesa.

    "Ogni anima che crede, concepisce e partorisce il Verbo di Dio, secondo la fede; il Cristo è il frutto e noi tutti, siamo madri del Cristo", dice san Massimo il Confessore.

    "Ogni anima fedele, anche, è sposa del Verbo di Dio, madre, figlia e sorella di Cristo, gli fa eco il beato Isacco della Stella, un monaco cistercense inglese dodicesimo secolo.

    Ogni anima fedele deve esser detta vergine e feconda.

    La stessa cosa è dunque detta universalmente per la Chiesa, specialmente per Maria, singolarmente per l’anima fedele ed è la Sapienza stessa di Dio che lo dice, Essa è il Verbo, la Parola del Padre..."

    La fede cristiana si fonda sulla Parola, si nutre della Parola, ma non può essere ridotta alla Parola. Perché la fede è la Parola che sentiamo col cuore nella profondità del silenzio o il silenzio che sentiamo dal fondo della Parola. La Parola ha la Madre e la Madre ci porta la Parola. Proprio in questo senso la Madre di Dio può essere chiamata "il modello", cioè l’appello, che sentiamo dentro di noi, a vivere il mistero dell’Incarnazione, come pure quello dell’obbedienza a Dio. E questo mistero Maria ha vissuto pienamente nella Sua maternità.

    "La maternità diventa una chiave per tutti i misteri di Maria" dice Andrienne von Speyer.

    "La maternità sta ad indicare l’amore", dice Maria Scobzova". La maternità di Maria è anche un messaggio che parla con la lingua della tenerezza e della protezione e che illumina l’aspetto materno della rivelazione (P. Serghij Bulgakov).

    La rivelazione dell’"aspetto materno della rivelazione" o, diciamo con gli altre parole di P. Bulgakov, della "maternità di Dio" è un altro volto dell’amore del Padre. Nella nostra più intima, più profonda vita con Dio c’è un rapporto segreto fra il Figlio e la Madre, la Parola e il silenzio, fra la fede fissata e tenuta nelle formule dogmatiche e il mistero, nascosto nell’atto della fede. E questo rapporto è essenziale e sapienziale. Dalla Parola andiamo al silenzio, da Cristo a Maria, dalla Chiesa all’anima e torniamo indietro perché lo Spirito della verità unisce queste realtà in sé come qualche cosa inseparabile ma distinto. Il Padre stesso manda il Suo Spirito: "che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori" (Ef. 3,17) e nel cuore Gesù diventa concepito tramite la maternità di Maria.

    Perciò il grano della "pietà mariana" esiste in ogni tipo di fede cristiana ma solo è la Tradizione, che va alla sua propria fonte apostolica e patristica, che scopre Maria come Madre della fede in Cristo, la quale come figura della Chiesa, permette a questo grano di crescere. Perciò la Tradizione stessa nel suo concetto ecclesiale prende avvio e si sviluppa a partire dalla memoria che inizia nel cuore di Maria (secondo Lc. 2,19). In Maria ogni cuore che "vive mediante la fede" (Rom. 1,17) diventa dimora della Parola.

    Il legame fondamentale fra Maria e la Chiesa, fra Maria e la fede, fra Maria e la maternità di Dio stesso porta in sé la saggezza nascosta che si ricorda sempre della sua sorgente in Cristo e del suo grembo in Maria. Possiamo avere parole diverse per confessare la fede in Dio, ma tutte lievitano dallo stesso silenzio con Dio, dai "tesori nascosti della sapienza e della scienza" (Col. 2,3).

    La visione sapienziale di Maria è attestata dai primi tempi della storia del cristianesimo fino ad oggi. Divisi nell’espressione razionale, siamo chiamati a cercare l’unità nella sapienza che esiste ovunque dove la fede apostolica è veramente confessata. Perciò prima di cercare la coincidenza nelle formule fissate, dobbiamo "fissare" e confessare la sapienza comune, la fonte vivificante che ci unisce, e lasciare libertà alle sue espressioni diverse. Nella comunione alla sapienza mariana come "maternità" della Parola radicata in ogni anima umana possiamo trovare i segni della riconciliazione che può essere, a pieno titolo, chiamata "mariana".

    Per quello fin dall’inizio la Chiesa proclamava come parte integrante del suo credo: la Parola della fede non può essere sradicata dal luogo della sua nascita, dal segreto "vergine" della maternità.

    "La protezione e l’Eucarestia

    La maternità di Dio è anche la Sua compassione. Se possiamo parlare non soltanto della mistica dell’ortodossia ma anche della sua "etica", la sua radice sarà profondamente mariana. "Il cuore umano, scrive Maria Scobtzova, deve ancora essere trafitto dalla spada a doppio taglio...La croce del prossimo deve essere per l’anima una spada e la deve trafiggere. L’anima deve com-partecipare ai destini del prossimo, com-passionare, e com-patire... Per la somiglianza con il suo archetipo, con la Madre di Dio, l’anima umana è attratta verso il Golgotha, sulle orme del Figlio di Maria, e non può essere attratta e non versare sangue".

    E proprio sul Golgotha del suo destino, l’anima ortodossa chiama la misericordia e l’intercessione della Madre. Le icone miracolose, quelle di Vladimir, di Kazan, di Pociaev, di Tichvin (solo in Russia c’è qualche centinaio di icone miracolose), tutte esprimono in modo ogni volta diverso il "messaggio", la speranza, il segno della protezione, il mistero della mediazione. Non c’è posto per il mistero dove la protezione è garantita, dove non c’è paura per la condanna che abbiamo meritato con i nostri peccati. Lo "spazio" della protezione è la speranza posta nell’amore che ci avvolge e che cresce dal timore, anzi, cresce dalla paura dell’amore che ci brucia e ci giudica.

    L’idea della protezione è particolare nell’anima dell’ortodossia russa. Fra tutte le feste mariane "Pokrov", rimane una delle più amate. Nella maggior parte della Russia del Nord il "Pokrov", viene festeggiato il 14 ottobre (1 ottobre secondo il calendario giuliano) e coincide spesso con la prima nevicata. La terra si copre di un lenzuolo bianco. La bianchezza del manto di neve è come icona della purezza, dell’Immacolata. Ma nello stesso tempo l’arrivo dell’inverno cela in sé una vaga angoscia: il freddo, la fame, il contadino russo pensava sempre come sopravvivere dall’inverno. E questa angoscia si fonde con l’immagine della purezza e insieme loro danno la nascita a una terza immagine, quella della morte. La neve è come negazione della vita precedente, un’altra vita nella prova, nella purezza.

    Tutte queste immagini "lavorano" al livello più profondo che è quello della razionalità umana. Ma la risposta della fede, che ha le sue radici nel subconscio, quello che rimane sempre celato dall’uomo, ma che ha nello stesso tempo l’espressione chiara e razionale, è la preghiera rivolta verso la protezione di Maria.

    Da tutte queste immagini, nascoste nel profondo dell’uomo, nasce l’icona della protezione dal male con il volto della Madre di Dio. Ma vediamo più da vicino: tutta questa icona è riempita con la luce del Cristo. Senza confusione e senza divisione, come sempre nella pietà mariana ortodossa. Madre e Figlio sono sempre insieme. "Maria ci copre e ci protegge col suo velo, questo è certo, scrive il Monaco della Chiesa Orientale. Ma il suo velo non è altro che la tunica di Gesù, quella tunica che i malati del Vangelo toccavano per ricevere la guarigione. Quando ci sembra che Maria ci tocchi, è Gesù a toccarci". Oppure possiamo dire : Gesù ci protegge col velo di Maria e ci salva con la preghiera di Maria.

    Così si può capire una supplica corta e paradossale, molto diffusa nella Chiesa ortodossa: "Santissima Madre di Dio, salvaci!".

    II mistero della protezione non si spiega, ma si chiarisce in un altro, quello dell’Eucaristia. Anche qui la Madre di Dio è presente. Ma per parlare di "Maria eucaristica", dobbiamo ricordare che secondo la fede ortodossa l’Eucarestia è un’azione di Dio. Il popolo invoca e prega per la Sua discesa ma il mistero della trasmutazione è un atto della fede della Chiesa. Ma in questo atto la Chiesa si realizza, trova la sua propria "identità" come Corpo di Cristo e per la logica segreta della sua fede "si ritrova" in Maria che diede la vita umana a questo Corpo. Il Popolo di Dio radunato in Chiesa si tramuta nel Corpo di Cristo nell’atto eucaristico, nella comunione. La comunione con il Figlio nello Spirito Santo e rivolta a Dio-Padre, si svolge nella memoria di Maria, in cui la comunione perfetta, o l’unione con Dio, fu e rimane pienamente realizzata.

    Partecipiamo alla comunione sempre con Maria, nella luce della Sua beatitudine. "Nell’anafora, o preghiera eucaristica, di san Giovanni Crisostomo, subito dopo l’epiclesi, la comunità radunata canta così la Madre di Dio: "È veramente giusto proclamare beata, te, o Deipara, che sei beatissima, tutta pura e Madre del nostro Dio...". Maria ci assiste e ci accompagna durante tutta la liturgia alla comunione. Ella assiste all’Eucarestia e prega per noi e con noi che "non mi siano di condanna" la comunione al Corpo e al Sangue del Suo Figlio ma che "la mia anima sia purificata e santificata" per la vita eterna dove Lei sarà sempre accanto di noi.

    "Non invano il ‘ricordo’ dell’Eucarestia include in sé tutta la vita del Salvatore sulla terra dal Natale (che presuppone, senza dubbio, anche tutta la vita terrena della Madre di Dio con 1’Annunciazione fino alla Sua glorificazione nella Dormizione) . Poiché diventa chiaro il pensiero che la Chiesa cela in sé, quando essa ci insegna ad implorare il dono della santa comunione, implorare non soltanto da Colui che si da nell’atto eucaristico, ma anche dalla Madre; tale è la ragione per cui la Chiesa stessa ci chiama a ringraziare Maria per questo dono" (P. S. Bulgakov).

    L’immagine, la deificazione, lo Spirito

    Se parliamo così spesso del silenzio, lo facciamo non per mettere in luce la nostra esperienza personale, ma per andare alla fonte della fede della Chiesa. Questa fonte comincia con la Parola - "in principio era il Verbo". Ma non possiamo ridurre il Verbo alle lingue umane o alla morale, alla dottrina, alla coscienza, a tutto ciò che può essere espresso con i mezzi razionali. Poiché il Verbo è anche questo l’Incomprensibile e l’Inconcepibile che si apre a noi, ci chiama, che ci interpella attraverso "il volto interiore" (Olivier Clément) della presenza del divino nella sua immagine umana, che riconosciamo in noi stessi. La forza dell’immagine è nel riconoscimento del volto nascosto in noi e della voce, che abbiamo sentito dal silenzio.

    Così dalle poche parole di Maria, portate dal Vangelo, riconosciamo la Sua voce, la Sua immagine che si risveglia in noi. La scarsità di queste parole ha la densità suggestiva e, diciamo, "omogeneità" ontologica, che si esprime a partire da: "Eccomi, sono la serva del Signore" fino al Suo stare taciturno sotto la Croce, dal "Magnificat" fino ai giorno del Pentecoste. Il Vangelo stesso crea lo spazio dell’immagine del silenzio che comincia a parlare attraverso l’immagine creata dall’uomo.

    C’è un cammino della Parola, che va da su a giù, che si trasforma in un discorso umano (la predica, l’etica, la conoscenza dogmatica etc). Ma c’è un altro cammino che va da giù, dal "principio" all’immagine, alla sapienza, alla visione paradisiaca, un cammino che viene da quelle parti di noi che non conosciamo neanche noi stessi, perché il potere di Dio sul nostro inconscio è ancora più forte che quello sul nostro conscio. L’arte della preghiera è in un certo senso "la collaborazione" con questo potere, la sua manifestazione.

    Dallo stesso potere proviene anche l’arte sapienziale dell’icona.

    L’arte dell’immagine è primitiva, come la saggezza stessa, perché iniziale e partecipa alla creazione nuova.

    Il segreto dell’immagine è che essa proviene dal mistero alla luce, dal silenzio alla sua espressione che parla a noi, dal ricordo alla vita che condividiamo con il prototipo dipinto. Vediamo come la presenza di Maria nelle sue icone esprime la distanza e l’intimità nello stesso tempo. L’icona non è un ritratto, essa non rappresenta un’altra donna che percepiamo come una figura esterna a noi, ma in essa ci mostra l’immagine che nasce dalla memoria, dalla memoria che Maria porta nel Suo cuore. In un certo senso l’icona è un ricordo ma non un ricordo del passato, piuttosto è il ricordo inferiore, "un ricordo eucaristico" realizzato con colori, un risveglio del mistero che ci illumina e che comincia a vivere con noi.

    L’icona è un ricordo del mondo a vivere nel futuro escatologico, quello che Dio ci ha preparato.

    "Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano" (1Cor. 2,9). Queste cose si scoprono con amore e si danno a vedere all’amore e l’icona cerca di vederle o almeno di indovinarle. Indovinare o vivere vuol dire partecipare allo Spirito che unisce passato con il futuro nel Verbo che fece il colore per abitare con noi. Ma dove il Verbo viene ad abitare, lo Spirito rimane per sempre.

    E l’icona in sostanza deve aprire lo spazio per Lui, oppure divenire il luogo della Sua abitazione. Un volto rappresentato deve essere tramutato in un’immagine autentica (come l’acqua fu tramutata nel vino a Cana di Galilea) per poter portare il messaggio dello Spirito; il quale deve cambiare noi stessi, affinché si apra lo spazio anche in noi per ricevere lo Spirito stesso. In questo senso l’icona è un’arte ascetica. Pregare con le icone vuol dire entrare in dialogo interiore con immagine stessa (nel nostro caso quella di Madre di Dio), cioè con il Verbo che parla tramite il Suo silenzio, con lo Spirito che si manifesta nel volto umano. Ma per questo dobbiamo avere un volto umano dentro di noi dove lo Spirito può manifestarsi, e questa Sua discesa da inizio a "combattimento interiore".

    Così con l’icona entriamo nello spazio della sapienza, "sviluppata", la sapienza dello Spirito. L’icona è una "teofania" che procede dalla fonte sempre nascosta della fede; essa serve come canale che fa discendere la grazia in noi. L’icona rende testimonianza di questa fonte con la luce che essa risveglia in noi, la quale caccia "la tristezza dei peccati". La vera immagine di Maria è quella che risveglia in noi la sapienza mariana velata nel silenzio.

    "II progetto" di Dio è quello di creare un uomo aperto a Lui stesso, trasparente per Lui stesso, un "essere deificato".

    Il cuore della deificazione (ma anche quello della "kenosis") si trova nella posizione privilegiata di Maria nei confronti della Santissima Trinità. Parliamo della maternità santa, dell’amore, della protezione, ma in Maria tutto questo è il riflesso della luce della Trinità, riverberato nella trasparenza dell’essere umano. La luce propria di Maria è quella della trasparenza. Perciò tramite la sua anima possiamo vedere il mistero della Trinità stessa perché Maria è anzitutto la testimone, la testimone scelta e prediletta dal Padre per diventare la Sua testimonianza vivente e permanente fra gli uomini. Se il Figlio fa parte della Trinità, Maria è lo specchio; in Lei, tramite Lei, vediamo la Trinità non come "nel vetro oscuro", ma nella luce della creatura senza peccato, nel luogo del soggiorno eterno di Dio.

    Così il "Magnificat", che segue le tracce della profezia di Anna (1Sam. 2, 1-10), rivela il Padre come fonte della misericordia e della giustizia. L’Antico Testamento è professato di nuovo nella confessione di fede della figlia di Sion. Per la prima volta il suo Dio lascia rivelarsi come Padre apofatico che va dare il volto umano alla Sua misericordia e giustizia. Nel "Magnificat" esiste una fila celata che va dal Signore, "mio salvatore"‘ come dice Maria (Lc. l, 47) allo stesso Dio che "ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio primogenito perché chiunque crede in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna" (Gv. 3,16). Questa fila è l’immagine dello Spirito Santo.

    Lo Spirito Santo unisce nell’amore reciproco il Padre con il Figlio. Ma questa unione dopo l’incarnazione si fa sempre in Maria. Un incontro miracoloso si svolge nella figura della Madre come segno della comunione futura di Dio con tutta l’umanità creata per la salvezza. Così lo Spirito Santo che è "la persona nascosta" (Kallistos Ware) diventa trasparente nel volto dell’umanità trasfigurata di Maria, nel corpo - mistico ed umano - di Cristo che è la Chiesa.

    Perciò il volto della deificazione dell’uomo è quello di Maria, Madre di Dio.

     

    (Fine)

     

     

    Ultima modifica Giovedì 22 Settembre 2011 16:25
    Fausto Ferrari

    Fausto Ferrari

    Religioso Marista
    Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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