Sabato, 16 Dicembre 2017
Domenica 30 Luglio 2017 11:30

La Chiesa Ortodossa Russa attraverso la storia (Vladimir Zelinskij)

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Accanto del martirio c'è spesso la debolezza e la falsa testimonianza. Dai tempi della Rus’ di Mosca la Chiesa Russa soffre della sua sottomissione al potere temporaneo, mentre la voce di Cristo quasi non si distingue dalla voce di Cesare. Nell’epoca sovietica la tentazione del compromesso è diventata particolarmente pesante. Sotto la democrazia odierna la situazione non è molto cambiata.

La nascita della Chiesa Russa prende l’avvio da tre storie che sfiorano la leggenda. La prima è il viaggio dell’apostolo Andrea, soprannominato il primo chiamato a Nord-Est, nelle terre della futura Bizanzio ed anche oltre. Giunto sulle sponde del fiume Dniepr, egli avrebbe benedetto la città futura di Kiev, come culla della santa Rus’, la cui capitale rimane sempre la Gerusalemme celeste.
Un altro inizio del cristianesimo russo è da ascrivere ai grandi predicatori del Vangelo Cirillo e Metodio, i pari agli apostoli, che hanno creato la lingua slava ecclesiastica – lingua che, fino ad oggi, dopo alcune trasformazioni dovute al tempo, è utilizzata come lingua di preghiera dei popoli slavi.
Il terzo inizio lo troviamo nel racconto del giovane principe Vladimir che, in ricerca di un fondamento spirituale solido ed unico per il suo paese, inviò dei messaggeri presso popoli lontani, per conoscere la fede migliore. Colpito dallo stupore con cui essi avevano descritto la magnificenza della liturgia celebrata nella chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli, Vladimir optò per la fede greca. In seguito, una vera conversione ha trasformato il cuore del principe guerriero, violento ed amante dei piaceri, in un cuore genuinamente cristiano. Il battesimo della città di Kiev, la culla dell’antica Rus’, avvenne nel 988 per volere del principe, che gettò i déi pagani nel fiume Dnjepr. La cosiddetta doppia fede, però, che nascondeva sotto il volto della confessione cristiana le vecchie credenze ed abitudini pagane, si mantiene ancora per qualche secolo.
 Il cammino della Chiesa Russa si può dividere schematicamente in sei periodi, ognuno con le sue caratteristiche particolari.
Il primo periodo abbraccia il tempo che va dal battesimo della Rus’ fino all’invasione mongola (988-1240). L’epoca che dura dalla rovina della Rus’ di Kiev fino alla formazione dello stato russo indipendente attorno a Mosca (1249-1490) è già diversa. Il terzo periodo della storia ecclesiale è legato proprio alla Rus’ di Mosca (1490-1700) e il quarto alla Russia imperiale (1700-1917). Il quinto riguarda la vita tormentata della Chiesa nell’URSS (1917-1991). Il sesto periodo inizia con l’epoca attuale, dopo il crollo del regime nel 1991.
Il primo periodo, spesso, è chiamato il tempo d’oro. Insieme alla Chiesa è nata anche la santità propria ad essa, quella della mansuetudine – portata a volte fino alla follia. Dopo la morte di san Vladimir (1015) i suoi figli Boris e Gleb sono stati uccisi da un altro fratello, Sviatopolk, in qualità di probabili concorrenti al trono. Non era un avvenimento eccezionale, insolito. Lo fu, invece, il comportamento dei principi. Entrambi accettarono la morte volontariamente, non fuggirono davanti ai servi del loro assassino, non mostrarono alcuna resistenza, inchinandosi alla volontà di Dio. La venerazione spontanea e popolare ha portato subito i due fratelli agli altari, ancora prima del loro padre.
L’immagine di quelli che hanno accettato la passione volontariamente, nell’ubbidienza a Cristo, rimane come icona per tutta la storia russa che troppo spesso è stata crudele e violenta.
La Chiesa dell’Antica Rus’, nata come sessantasettesima diocesi del Patriarcato di Costantinopoli, ha lascito un’eredità incomparabile: la bellezza delle cattedrali costruite, le stupende icone (chiamate speculazioni nei colori), ma anche il tesoro nascosto del combattimento interiore, come altissima espressione della vita spirituale, soprattutto monastica. La spiritualità orientale ha sentito la Buona Notizia come annuncio della trasfigurazione radicale di questo mondo, ma anche come vittoria sugli spiriti malvagi che vogliono possedere l’uomo. La santità umana passa attraverso questa lotta che dura tutta una vita per aprirsi alla santità di Dio. Ogni santità è come un sacramento dove s’incontrano il lavoro del Signore e gli sforzi dell’uomo.
Il tempo dell’Antica Rus’ è finito con l’invasione delle orde mongole (chiamati dai russi tartari) nel 1239 sotto il comando del khan Batyj, nipote di Genghis Khan (XII secolo) che, dopo le conquiste all’Est, si diressero verso la Rus’. Kiev fu completamente bruciata; tutte le sue chiese, in cui la popolazione cercava la salvezza, furono trasformate in luoghi di raccolta dei cadaveri. Il disastro risvegliò il pentimento nel popolo ed una sete di purificazione interiore. Un flagello sociale o naturale in Russia era sempre percepito come una punizione divina per i peccati commessi.
La rovina di Kiev, la spaccatura dell’antica Rus’ (il suo Nord, pur salvandosi dall’invasione militare mongola, come tutti gli altri territori, doveva pagare un grande tributo ai nuovi padroni) contribuirono allo sviluppo di Mosca, che avvenne, prima di tutto, grazie alla Chiesa. Piccolo villaggio in cui, nel 1147, un principe (Jurij Dolgorukij) s’incontrò con un altro e che cominciò a crescere velocemente grazie ai suoi principi, metropoliti e santi. Dal XIV secolo in poi Mosca è un centro amministrativo della Chiesa russa.
Nel XIV secolo Kiev fu presa dai principi lituani e per più di due secoli i russi abitarono in due paesi divisi e rivali: la Rus’ lituana e la Rus’ di Mosca.
Già all'inizio del XIV secolo il primo vescovo della Chiesa Russa lasciò Kiev e si trasferì nella città di Vladimir e, in seguito, a Mosca. Il suo successore, il metropolita san Pietro (1308-1326) vi costruì una maestosa cattedrale dedicata alla Dormizione della Madre di Dio e la sua tomba nella nuova chiesa diventò la pietra d'angolo della crescente grandezza della nuova capitale ecclesiastica. Vicino a Mosca sorse un grande santo, Sergio di Radonez (1312-1391) che raccolse ed espresse in sé tutto il cammino spirituale della cosiddetta Tebaide del Nord, (come furono poi chiamati più tardi i numerosi eremiti e monaci disseminati nei fitti boschi russi che, sull’esempio dei monaci del deserto egiziano, dedicavano tutta la loro vita alla preghiera). Questo contributo spirituale ha avuto un ruolo importantissimo nella formazione del carattere della Chiesa russa; il monastero era e rimane anche ai giorni nostri il centro della vita spirituale dell'Ortodossia, per il semplice motivo che l’abito monastico è per gli ortodossi la via più breve e diretta alla salvezza dell’anima e una norma santa della vita umana.
Presieduta dal metropolita greco di Costantinopoli la Chiesa Russa si sbarazzò di lui dopo il tentativo d’unione delle Chiese dell’Oriente e dell'Occidente al Concilio di Firenze-Ferrara (1438-39), percepito come un tradimento dell’Ortodossia. I vescovi russi elessero per la prima volta il metropolita di Riazan’ Giona come capo della Chiesa Russa. Così nel 1448 nacque l’autocefalia, riconosciuta poi anche dal Patriarca costantinopolitano.
Nel XVI secolo, in polemica antioccidentale e antigreca, nasce in questo periodo la teoria della Terza Roma. La prima Roma cadde per l'errore dell’eresia latina, - recita la famosa lettera (1523) del monaco Filoteo al gran principe Vassilij III (padre dello zar Ivan il Terribile); la seconda – Costantinopoli – cadde per l'invasione degli infedeli turchi, tanto da rimanere soltanto Mosca, considerata come la Terza Roma, vale a dire come l’unica capitale dell’unica fede buona e giusta, che non cadrà mai. Il gran principe di Mosca, da allora in poi, deve prendere il posto dell’imperatore bizantino perché, perché dove c’è la Chiesa vera, dovrebbe esserci anche lo zar, come suo protettore. In quest’epoca i russi non separavano mai il Credo dal rito, considerato l'unico corretto e ciò ha generato un ritualismo pesante e intransigente. La religiosità esteriore, ridotta spesso al ritualismo, ha provocato movimenti eretici, diffusi nel Nord della Russia e schiacciati poi con metodi simili a quelli dell’Inquisizione cattolica.
Alla soglia del XVI secolo un altro conflitto ha scosso la Chiesa, quello fra i cosiddetti accumulatori, che hanno difeso il diritto all’acquisizione dei beni da parte dei monasteri ed i non-accumulatori, che insistevano sulla necessità di vivere con il lavoro delle proprie mani. Gli accumulatori erano anche convinti sostenitori dell'assolutismo del potere e vittoria andò a loro, cosa che ebbe conseguenze fatali per i secoli successivi.
All’inizio del XVII secolo l’unione delle due spade sembrava quasi ideale; la Russia all’epoca aveva due capi della famiglia Romanov: il giovane zar Michail (1613-1646) e il suo padre naturale e spirituale, il patriarca Filarete (1554-1633) che, spesso, governava anche su tutto il paese. Sembrava che non si potesse immaginare un’alleanza più stretta. Ma quest’alleanza, che portò alla confusione fra il potere dello Stato e quello della Chiesa, nascondeva già i semi del futuro conflitto che sorse ai tempi del patriarca Nicon (1652-1658) e del figlio di Michail, lo zar Alessio (1646-1676).
Per creare la sua Terza Roma Nicon aveva bisogno dell’unificazione del rito russo con quello greco. La correzione dei libri liturgici, usati e venerati dai russi, hanno fatto scoppiare una forte resistenza popolare, perché per la coscienza ecclesiale russa il più piccolo cambiamento del rito era uguale al danneggiamento della fede stessa e di conseguenza la rovina della salvezza. Il greco segno della croce con tre dita al posto di due assumeva il significato di tradimento della vera fede. Alla riforma niconiana imposta dallo zar in modo violento i sostenitori dei vecchi riti rispondevano a volte con il suicidio di massa nel fuoco. Così nacque lo scisma dei vecchi credenti, che esiste fino ai nostri giorni. Secondo loro, la Chiesa ortodossa, dopo Nicon, divenne la Chiesa senza grazia – addirittura la Chiesa dell’Anticristo. Ma il reale motivo dello scisma era di ordine escatologico: la rovina della fine del mondo avvicinava la fine del mondo.
Nella metà del XVII secolo l’Ucraina, presieduta dall’atamano cosacco Bogdan Khmelnistky, che viveva in stato di semi-indipendenza, in conflitto permanente con la Polonia e la Turchia, decise di unirsi alla Russia orientale. La metropolia di Kiev divenne una parte del patriarcato di Mosca.
Con Pietro il Grande la Rus’ di Mosca è diventata l’impero russo. Pietro abolì il patriarcato (che esisteva dal 1589) e lo sostituì con il Sinodo. Lo scopo dell’imperatore era la sottomissione totale della Chiesa al proprio potere. Tuttavia il periodo sinodale è segnato dalla grande crescita del monachesimo russo e la costruzione delle chiese, nonostante la secolarizzazione delle terre monastiche nel periodo del regno di Caterina II (1762-1796). Se sotto l’impero di Pietro il Grande la Russia aveva 21 milioni di abitanti e 20 diocesi ortodosse, alla fine dell'impero russo, nel 1915, la Russia aveva 182 milioni di abitanti, 100 vescovi, più di 1000 monasteri, 4 accademie teologiche, 55 seminari, 100 scuole teologiche e quasi 78.000 parrocchie e cappelle ortodosse. Per fare un paragone: nel 1939, solo 22 anni dopo la Rivoluzione, su tutto il territorio dell’Unione Sovietica erano rimasti: nessun monastero, nessun seminario, nessuna accademia, nessuna scuola di teologia e solo qualche centinaio di parrocchie ancora aperte al culto.
Il periodo sinodale (1700-1917) è finito con la Rivoluzione bolscevica, ma anche con l'elezione del nuovo patriarca Tichon (1917-1925), eletto dal Concilio di Mosca. La vittoria dello spirito ecclesiale e conciliare sul principio dell’assolutismo imperiale tanto aspettata è avvenuta nel momento della caduta dell’impero, seguita dalla terminazione fanatica, mai prima conosciuta, di qualsiasi fede religiosa. A differenza delle persecuzioni antiche, quella che devastò la Chiesa Russa fu provocata dall’ossessione dottrinale, puramente ideologica. La morte della Chiesa fu programmata dall'inizio. La sua stessa esistenza era considerata assurda perché le condizioni sociali che l'avevano generata erano state distrutte in modo rivoluzionario. Il fatto che qualcuno non si piegasse all'inflessibile logica della storia costituiva un delitto in sé. Lo si può chiamare crimine della sopravvivenza, nonostante il "progetto” ideologico. L’esistenza stessa di un’altra fede conteneva in sé una sfida al regime, alla sua fede nell’utopia del futuro.
La Chiesa Ortodossa in Russia (come tutte le altre comunità religiose) ha vissuto per 70 anni in uno stato di soppressione più o meno sistematica. Questa cattività, però, non è stata omogenea e uguale nel suo furore, né nella sua linea di continuità. Il regime nato dalla Rivoluzione del 1917 nel suo subconscio, si può dire, ha voluto sostituire il Regno proclamato in Chiesa con un altro regno senza Dio. La cosa peggiore è che lo Stato deicida ha risvegliato anche la parte demoniaca nell'uomo. All’inizio la persecuzione (uccisione dei chierici, distruzione delle chiese, profanazione delle reliquie, scherni, ecc.) poteva essere brutale, profanatrice, blasfema, dimostrativa, provocatrice. Poi, negli anni trenta, con il grande terrore, essa è diventata sistematica e totale, nello stile di un gigantesco compressore che schiaccia ogni cosa. Con la guerra patriottica (1941-45) la politica nei confronti della Chiesa è diventata più tollerante. Poi, si ha un nuovo attacco (1953-1964), questa volte senza effusione di sangue. Dopo il 1964 la Chiesa può esistere, ma come imprigionata, paralizzata da leggi discriminatorie e da decine di istruzioni segrete ed umilianti.
Nel 1988, l’anno del millennio della Chiesa Russa, con le riforme politiche in corso, arriva la prima boccata d’aria fresca. Nel 1991, con il crollo del regime e dell’URSS, la libertà religiosa nella Federazione Russa ha visto cadere tutte le catene. Di più: la Chiesa è riuscita a salvare la sua integrità, non si è divisa nelle Chiese indipendenti sull’esempio degli Stati indipendenti. È iniziata la veloce crescita del corpo fisico della Chiesa, con nuove parrocchie (quasi 39.000 oggi), diocesi (circa 200), comunità, chiese, scuole teologiche ed iconografiche, case editrici, presenza nei mass-media, ecc. La Chiesa ha scoperto i suoi nuovi santi; se nei primi nove secoli (988-1917) la Chiesa Russa ha canonizzato circa 400 uomini e poche donne, dopo il 1991, più di 1.500, quasi tutti martiri del XX secolo. Martire vuol dire testimone della fermezza e grazia della fede, della quale la Chiesa Russa ha accumulato un ricchissimo deposito.
Non solo la santità. Accanto del martirio c'è spesso la debolezza e la falsa testimonianza. Dai tempi della Rus’ di Mosca la Chiesa Russa soffre della sua sottomissione al potere temporaneo, mentre la voce di Cristo quasi non si distingue dalla voce di Cesare. Nell’epoca sovietica la tentazione del compromesso è diventata particolarmente pesante. Sotto la democrazia odierna la situazione non è molto cambiata: la Chiesa va sempre con il potere stabilito – e ciò provoca discussioni più che vivaci al suo interno. Bisogna ricordare, però che l’Ortodossia è come un tesoro in vasi d’argilla; la sintonia con qualsiasi Cesare non tocca la profondità “del (suo) cuore con un’anima incorruttibile piena di mitezza e di pace” (1Pt 3,4).

Vladimir Zelinskij

 

Ultima modifica Domenica 30 Luglio 2017 11:45
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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