Domenica,26Marzo2017
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La strada dell'ecumenismo,
la pazienza dell'unità

di Enzo Bianchi





Il dialogo fra cattolici e ortodossi procede a rilento ma occorre fiducia. A noi occidentali è chiesto di avere comprensione e lungimiranza, ai nostri fratelli di superare la tentazione del nazionalismo. Affinché torniamo a respirare insieme.

Pubblicato inChiese Cristiane
Mercoledì 26 Settembre 2007 01:09

Uno Yoga per l'Occidente (Mariano Ballester s.j.)

Uno Yoga per l'Occidente

P. Mariano Ballester s.j.

La nuova coscienza

Il risveglio verso una nuova coscienza, che l'umanità sta sperimentando a partire dall'ultimo quarto di questo secolo è un fatto palese a tutti.

Fra le diverse prese di posizione che questo fatto suscita fra gli uomini di oggi, ci sono due estremi, come succede sempre quando nasce qualcosa di nuovo: quasi due poli essenziali fra i quali si svolge la dialettica di ogni evoluzione: uno è il drastico rifiuto e la chiusura di fronte ai fatti e l'altro è la totale apertura a ogni nuova esperienza. Ma fra questi due poli esiste tutta una gamma di posizioni, di reazioni intermedie, nate dall'infinita varietà dei livelli di coscienza, di culture e di circostanze, che diversificano gli esseri umani. Il risultato, a mio avviso, è molto bello e molto positivo: è cioè il sottile e progressivo consolidamento di una vasta rete umana di consapevolezza, fatta di tante posizioni e intuizioni, che indubbiamente ci avvicina sempre di più gli uni agli altri, a livelli insospettabilmente profondi. Questa specie di rete costituisce la nuova realtà, la cosiddetta nuova coscienza.

Manifestazioni di questa nuova coscienza.

Manifestazioni di tale avvicinamento sono, ad esempio, le crescenti sintonie tra scienza e spiritualità, come lo studio delle implicazioni delle fenomenologie mistiche tradizionali nelle nuove visioni e ipotesi scientifiche sulla realtà. Uno di questi avvicinamenti, fra i più curiosi, è l'ipotesi di un universo autocosciente, formulata da Geoffrey Chew, che ha inevitabili punti di contatto sia con il mistero cristiano del corpo mistico di Cristo, sia con il misticismo della cristificazione progressiva universale di Teilhard de Chardin.

Nello stesso senso, e più recentemente, il fisico americano Fritjof Capra ci presenta nel suo best seller "Il Tao della fisica", i risultati delle sue ricerche sull'avvicinamento della fisica moderna alla concezione della mistica tradizionale, specialmente quella orientale, che vede le strutture del mondo come maya, cioè pura forma mentale. E' interessante tener conto (come poi avremo occasione di valutare complessivamente) che l'inizio di questo grande avvicinamento scientifico-spirituale fu un'esperienza che coinvolgeva più livelli di percezione e non solo quello della pura riflessione concettuale. Non si è trattato né di una serie di studi di tipo scientifico e neanche di una riflessione personale di Capra, ma è stata un'esperienza complessiva, nella quale sono entrati a far parte diversi strati della sua percezione, non solo la mente. Infatti il fisico ci parla così di quella che definisce magnifica esperienza:

"In un pomeriggio di fine estate, seduto in riva all'oceano, osservavo il moto delle onde e sentivo il ritmo del mio respiro, quando all'improvviso ebbi la consapevolezza che tuffo intorno a me prendeva parte a una gigantesca danza cosmica. Essendo un fisico, sapevo che la sabbia, le rocce, l'acqua, l’aria che mi circondavano erano composte da molecole e da atomi in vibrazione e che questi, a loro volta, erano costituiti da particelle che interagivano tra loro, creando e distruggendo altre particelle. Sapevo anche che l’atmosfera della terra era continuamente bombardata da una pioggia di raggi cosmici. Tutto questo mi era noto. Ma fino a quel momento ne avevo avuto esperienza solo attraverso grafici, diagrammi e teorie matematiche. Sedendo su quella spiaggia, le mie esperienze precedenti presero vita. 'Vidi' scendere dallo spazio esterno cascate di energia, nelle quali si creavano e si distruggevano particelle, con ritmi pulsanti. 'Vidi' gli atomi degli elementi e quelli del mio corpo partecipare a questa danza cosmica di energia. Percepii il suo ritmo e ne 'sentii' la musica. E in quel momento seppi che questa era la danza di Shiva, il Dio dei danzatori adorato dagli indù''.

Però non solamente la fisica si apre alle dimensioni dello spirito, ma anche le nuove psicologie, specialmente la psicologia Transpersonale (cf. studi della prof.ssa Boggio Gilot, Assaggioli...), si sono ampiamente arricchite aprendosi alle dimensioni dello spirito.

Queste aperture si verificano anche nel campo sociale. E' da notare, negli anni '60, la nascita, negli Stati Uniti, delle cosiddette generazioni psichedeliche, formate soprattutto da giovani particolarmente sensibili alle nuove vibrazioni di coscienza, gli hippies, i figli dei fiori (a San Francisco, in California) e la generazione beat, a New York. Questi giovani, creatori della controcultura e, in un certo senso, precursori di tanti movimenti e avvenimenti futuri, manifestavano nello stile di vita una curiosa miscela, nella quale il consumo delle droghe e il totale disinteresse per i valori della società tradizionale si univano a una sincera sintonia e rispetto verso la natura (che conteneva già i germi di quella che diverrà in seguito l'attuale coscienza ecologica) e a una netta ribellione contro il materialismo del sogno americano e contro le sofferenze causate dalla guerra nel Vietnam. Ecco, ad esempio, con quali parole annunciavano, in un comunicato stampa, uno dei loro raduni

"Gli attivisti politici di Berkeley e la generazione dell'Amore di Haight-Ashbury, si uniranno ai membri della nuova nazione che arriveranno da ogni Stato; si uniranno a ogni tribù di giovani (l’anima emergente della nazione), per annunciare e festeggiare l’era di liberazione, Amore, pace, compassione e unità di tutto il genere umano. La notte di terrore del corpo americano dal cuore d'aquila è finita. Attacca la tua paura al chiodo e unisciti al futuro. Se non ci credi strofina bene gli occhi e guarda!" (Drury, 84).

Incontro tra Oriente e Occidente

Credo, però, che un grande impulso a questa nuova coscienza sia stato dato dall'avvicinamento, dallincontro tra Oriente e Occidente.

Già il noto storico inglese Arnhold Toynbee pronosticava come una delle chiavi di discernimento della futura evoluzione dell'uomo, l'avvicinamento fra cristianesimo e buddismo.

Diversi e complessi fattori di ordine storico, politico, religioso e culturale, hanno contribuito a favorire questo avvicinamento. Quando, ad esempio, negli anni '50 i comunisti cinesi tentarono di soffocare l'antica e religiosissima civiltà ierocratica tibetana, nel nostro pianeta ebbe inizio, secondo alcune interpretazioni, una specie di spostamento di polarità spirituali da Oriente verso Occidente, che causò questa specie di miscela spirituale. L'espulsione del Dalai Lama e l'apertura della cultura buddista tibetana all'Occidente, fu sicuramente una delle principali ondate che fece risvegliare in tanti lattenzione per la spiritualità orientale e fece spostare verso l'Occidente i primi guru orientali, fondatori di tanti movimenti, che poi si sarebbero propagati dappertutto, nei Paesi industrializzati. Non c'è dubbio che oggi è a portata di mano quello che per molti di noi era un tempo il lontano Oriente. Oggi, in quasitutti i settori più importanti della società moderna, troviamo segni di questo incontro. Sui nostri periodici e sulle riviste popolari appaiono di tanto in tanto notizie su corsi di yoga, di zen, di meditazione trascendentale. Tutti noi abbiamo talvolta incontrato per strada giovani vestiti con il dhoti di cotone bianco che ci offrono corone di Krishna e volantini di propaganda del loro movimento. In negozi specializzati, e persino al mercatino romano di Porta Portese, tutti possono procurarsi misteriosi oggetti con incisi caratteri in sanscrito, si possono trovare bastoncini di incenso di svariatissimi tipi e perfino tuniche e vestiti per la meditazione, profumi orientali di ogni tipo; ci sono cassette e CD con musica per meditare, per risvegliare i chakras o per visualizzare paesaggi della natura. Ci sono videocassette con registrazioni di incontri e conferenze dei più famosi guru. Ogni grande capitale del mondo occidentale ha centri specializzati dove si insegna yoga; librerie con testi su questo argomento; insegnanti di diversi metodi di meditazione. Quanto alla televisione e al cinema, ci sono molti films o serials televisivi dove è ampiamente diffusa la saggezza orientale nei suoi diversi rami. In questi giorni mi telefonano continuamente giornalisti per chiedermi cosa ne penso del film "Il piccolo Budda", del regista Bertolucci, che non ho ancora visto e sul quale non posso quindi dare un giudizio. A noi interessano soprattutto gli aspetti spirituali e mistici di questo avvicinamento.

Accoglienza delle tradizioni orientali da parte della Chiesa

Poiché si è spesso diffusa una vicendevole critica, a mio avviso esagerata, fra ciascuno dei due poli estremi (quello di drastico rifiuto e quello di acritica accettazione), vorrei in questo senso far notare l'indubbio spazio di rispetto e di accoglienza verso la nuova ricerca spirituale, apertosi anche nell'ambito della Chiesa, che già nella sua stessa nascita è presentata da Cristo come lievito mischiato all’insieme della massa, sale sciolto nei nutrimenti eluce che penetra dappertutto. Cristo vuole la Chiesa mischiata. Questo è molto interessante, secondo me. Dunque, tutto quello che costituisce separazione, anche se questa separazione è rinchiudersi in una gabbia d'oro, meravigliosa, non è adatto alla vera Chiesa come l'ha presentata e voluta Cristo.

A questo proposito vorrei ricordare uno dei documenti più belli e genuini e, purtroppo, meno noti. Si tratta della Dichiarazione finale dell'Assemblea della Federazione delle Conferenze Episcopali d'Asia (FABC). Nel novembre '78, in un seminario a nord di Calcutta (India) si sono riuniti i rappresentanti di tutte le Conferenze Episcopali dell'Asia. Questa Assemblea aveva come compito fondamentale quello di studiare la preghiera delle grandi tradizioni dell'Asia e confrontarla con la preghiera cristiana. Si è trattato di una riunione molto importante che vedeva i più genuini rappresentanti della preghiera asiatica, orientale, in dialogo col cristianesimo.

Mi sono molto sorpreso che, a suo tempo, non sia stata data a questa Dichiarazione la stessa evidenza di altri documenti, anche più scottanti. Un paragrafo molto significativo diceva: "Lo Spirito sta spingendo le Chiese dell'Asia a integrare nel tesoro della nostra eredità cristiana quanto di meglio c'è nelle nostre forme tradizionali di orazione e di culto. L'Asia ha molto da dare all'autentica spiritualità cristiana: un metodo di preghiera sviluppato, che coinvolge tutta la persona in unità di corpo-psiche-spirito; una preghiera di profonda interiorità e immanenza, tradizioni di ascetismo e di rinuncia; tecniche di contemplazione che si ritrovano nelle antiche religioni orientali, come lo zen e lo yoga, forme di preghiera semplificate, come il nam-japa e il bhajans e altre espressioni popolari di fede e di pietà da parte di quanti, nella loro vita quotidiana, rivolgono veramente a Dio i loro cuori e la loro mente".

Nello stesso anno Paolo VI, dieci giorni prima della sua morte, si rivolgeva così a un gruppo di monaci zen giapponesi e ad altre personalità del mondo orientale: "Ci conforta la priorità che date alla purificazione del cuore, che è una soluzione chiave per qualsiasi problema". Queste parole sono bellissime! La purificazione, la limpidezza di cuore! Quando inizio i miei corsi di meditazione profonda dico sempre che, coloro che si riuniscono ai vari tavoli di trattative per la pace, che a volte già prima di cominciare disputano sul fatto che il tavolo debba essere rotondo o allungato e che magari non riescono a dormire tranquilli, soffrono di insonnia e devono prendere pillole per poter dormire, difficilmente potranno fare qualcosa di serio per la pace! E a questo riguardo è bello ricordare le parole pronunciate da Paolo VI, che continuava dicendo: "Una delle affermazioni di Nostro Signor Gesù Cristo, contenuta nel Vangelo, dice: 'Se il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà nella luce', (Mt 6,22). Siamo poi convinti che non esista soluzione ai problemi della libertà, della giustizia sociale, dello sviluppo integrale e soprattutto della pace, se il cuore e le intenzioni degli individui non sono puri. Che il Dio Altissimo vi assista in questa ricerca di un cuore puro, nobile e generoso".

Il Papa terminava poi il suo discorso con parole che, alla luce di quanto abbiamo indicato circa la crescente rete di mutua intesa e di sintonia nella nuova coscienza, hanno un valore profondamente significativo: "'Chiediamo al Signore la ricchezza di amarvi e di servirvi sempre". Ed è il papa che dice a dei roshi (maestri zen) che vengono dall'Oriente: "la grazia di amarvi e di servirvi sempre". Sono parole d'oro!

Incontri, impensabili fino a soli cinquant’anni fa, si sono verificati negli ultimi tempi fra la Santa Sede e i più alti rappresentanti della spiritualità dell'Oriente non cristiano. I papi hanno ricevuto diversi patriarchi del buddismo, della Thailandia e del Laos. Già varie volte Giovanni Paolo II ha ricevuto il Dalai Lama, prima autorità del buddismo tibetano. Poi ha anche ricevuto vari roshi e rappresentanti del buddismo giapponese: rinzai, tendai e soto, vari guru e swami dell'india e vari monaci tibetani.

Oltre a questi incontri e documenti, non può non essere un segno palese di apertura e di dialogo interreligioso l'atteggiamento dimostrato da papa Giovanni Paolo II durante i suoi viaggi apostolici in Oriente. E a questo proposito merita uno speciale rilievo il suo incontro con i capi del buddismo avvenuto a Jakarta nell'ottobre '89 e i relativi discorsi. C'è poi un altro incontro, che non era previsto nel viaggio papale, avvenuto a Bangkok e la cui notizia non è stata resa pubblica. Io ne sono venuto a conoscenza, in via privata, attraverso persone che hanno partecipato al viaggio e che di questo incontro sono state testimoni. A Bangkok, il capo del buddismo locale era un vecchietto di circa ottant'anni e più. Se ne stava tutto accoccolato su cuscini quando il Papa gli si è avvicinato per salutarlo. Penso che questo non fosse previsto dal protocollo, ma che il Papa volesse in questo modo facilitare l'incontro e il saluto. Erano però già pronti traduttori e i doni da scambiare. Il Papa ha guardato quell'uomo e il vecchietto ha guardato il Papa. Si sono fissati a lungo negli occhi, senza parlare, e in questo modo, in completo silenzio, si sono scambiati il meglio di sé. Il Papa in piedi, l'altro seduto. E' stato un incontro bellissimo!

Ma si può dire che il capolavoro di questi incontri e spazi, sempre più aperti alla mutua accoglienza, è stato l'incontro di Assisi, dove i capi di tutte le religioni del mondo si sono uniti per pregare per la pace.

Ci sono poi stati anche altri tipi di incontri, non così importanti, tuttavia molto belli e a livello più privato: reciproci scambi di ospitalità e di esperienze spirituali tra monaci di monasteri cristiani occidentali e monaci orientali non cristiani; incontri per condividere una comune esperienza di meditazione o anche semplicemente per condividere, per un breve periodo di tempo, uno stile di vita.

Più durevoli e impegnative sono le iniziative personali da parte cristiana, avviate da alcuni specialisti, quasi sempre religiosi, con l'intento di adattare i metodi di meditazione orientale ai contenuti della spiritualità cristiana.

Grandi pionieri in questo nel campo dello yoga classico sono stati Déchanet, monaco cristiano, benedettino, e padre Kadowaki, gesuita. Hanno fatto un grande lavoro in Oriente, specialmente in Giappone, per quanto riguarda il dialogo col buddismo zen.

Da ricordare Anthony De Mello, indiano, conosciutissimo per i suoi libri di meditazione tradotti in quattordici lingue, e poi John Main e un altro benedettino, meno conosciuto, Pennington, ecc..

Necessità di uno yoga occidentale

orientali alla nostra cultura e alla nostra vita quotidiana. Non pochi giorni fa mi scriveva una moderna ricercatrice, riferendosi a un libro sulla meditazione orientale, recentemente apparso. Diceva che, pur avendolo apprezzato molto, lo trovava però piuttosto difficile perché sentiva di trovarsi di fronte a una cultura diversa. Lo stesso desiderio di trovare una via di meditazione adatta alla nostra atmosfera e cultura occidentale, traspare nella domanda che mi è stata posta durante uno dei miei ultimi corsi di "Meditazione Profonda": come mai Cristo non ci ha trasmesso queste tecniche ? ". In realtà Cristo non è venuto a rivelarci un metodo, una tecnica di meditazione, ma a risvegliarci e salvarci dal nostro torpore ed egoismo e a rivelarci chi siamo. Siamo noi, come discepoli e come Chiesa che, guidati dalla sua parola, possiamo e dobbiamo trovare la nostra via di meditazione e realizzazione. Ma lo stesso Cristo ci ha dato le chiavi preziose per un vero e proprio cammino meditativo, in sintonia con le grandi tradizioni di spiritualità, già esistenti nel suo tempo.Il fatto che la nostra tradizione abbia maestri di meditazione silenziosa come Eckhart, Tauler, Ruysbroeck, Gregorio di Nissa, l'autore della "Nube della non-conoscenza", e Giovanni della Croce (che i monaci dello zen stimano moltissimo), e che abbia aperto vie di realizzazione come quelle dell'esicasmo, praticato ancor oggi nel Monte Athos, è un palese indizio che il messaggio di Cristo contiene queste chiavi di silenzio. Infatti, nonostante Cristo avesse la necessità pedagogica di adattare i suoi insegnamenti a una grande varietà di ascoltatori, i suoi insegnamenti contengono chiari inviti alla continua pratica della consapevolezza, come appare nelle parabole della luce, e norme molto pratiche e concrete, in perfetta sintonia con le discipline yama e niyama che iniziano lo yoga sutra di Patanjalj, come sono, ad esempio, gli orientamenti e i consigli dati nel Sermone della Montagna, (molto apprezzato dagli orientali). Infatti, sono stati spesso gli stessi orientali a farci scoprire sottilmente questo aspetto del messaggio di Cristo. Tutti sappiamo che Gandhi considerava molto e in modo speciale il Sermone della Montagna, come pure Kadowaki, buddista, convertitosi poi al cattolicesimo in Giappone, dove aveva studiato presso l'Università dei gesuiti, Sofia, e fattosi poi gesuita lui stesso. Egli aveva un maestro zen e ha scritto alcuni libri per capire più profondamente il cristianesimo, con il corpo e alla luce della via zen, come lui dice. E sempre Kadowaki ha anche messo in rilievo il fatto che il Vangelo di Cristo contiene tanti famosi koan (insegnamenti) di meditazione zen.

Cristo stesso1 poi, quando finiva di parlare lasciava intendere che non tutti avevano capito o saputo cogliere i preziosi insegnamenti per una vera e propria realizzazione, dati i diversi stati di coscienza, più o meno sviluppata, con il noto avvertimento. "Chi ha orecchi per intendere, intenda!".

Il punto debole occidentale

Voglio finire parlando di quello che è il punto debole occidentale. Il più forte punto debole, (anche se questo gioco di parole sembra un paradosso), del nostro atteggiamento in Occidente.

E' certo, però, che nel vasto campo delle culture occidentali, come indicano le testimonianze che abbiamo citato, non si conosce ancora con un sufficiente adattamento e precisione, come succede in Oriente, quello che Karl Gustav Jung chiamerebbe uno yoga occidentale. Il nostro punto debole è la causa per cui non arriviamo a formare quello che Jung indicava come uno yoga occidentale. Egli soleva dire che l'Occidente deve ancora trovare il suo proprio yoga. Ed è anche Jung che, in uno dei suoi viaggi, scoprì in che consiste questo nostro punto debole, tipico della cultura occidentale, che ci impedisce l'accesso alle vie di saggezza, da sempre aperte, e ci lascia incagliati di fronte ai profondi mari, che hanno portato tanti navigatori di altre spiagge verso la realizzazione di sé.

In un suo viaggio nel Nuovo Messico, Jung incontrò un capo degli indiani Pueblos. Vale la pena di citare la conversazione tra i due, dove Jung venne a conoscenza di quel grande impedimento che ci preclude l'accesso a uno yoga occidentale. "vedi - diceva il capo indiano - ibianchi vogliono sempre qualcosa, sono sempre scontenti, irrequieti. Noi non sappiamo cosa vogliono. Non riusciamo a capirli. Pensiamo che sono pazzi". Jung chiese a questo capo perché mai pensasse che i bianchi fossero tutti pazzi. E l'indiano gli rispose, come se facesse una grande rivelazione: "Dicono di pensare con la testa". "Ma certamente pensano con la testa! " - disse Jung - "E tu, con che cosa pensi? ". E lui: " Noi pensiamo qui", disse, indicando con la mano il cuore. E Jung conclude: "Mi immersi in una lunga meditazione. Per la prima volta nella mia vita, così mi sembrava, qualcuno mi aveva tratteggiato l’immagine del vero uomo bianco. Era come se, fino a quel momento, non avessi visto altro che stampe colorate, abbellite dal sentimento. Quell’indiano aveva centrato il nostro ‘punto debole’. Aveva svelato una verità, alla quale siamo ciechi".

Ecco perché, malgrado Cristo abbia spalancato le spiagge di meditazione e di sviluppo spirituale, che ci avrebbero fatto diventare vera luce del mondo, sale della terra, come Egli voleva, noi ci siamo invece mantenuti fedeli alla nostra sordità, contenti nei ridotti schemi del nostro pensiero, e forse sarebbe ancora più adatto dire del nostro emisfero cerebrale sinistro.

Mi auguro che aumenteranno ulteriormente le maglie della rete della nuova coscienza, che già si estende da un confine all'altro della terra.

Anzi, penso che questa ondata, che rinfresca dappertutto e che purifica le nostre secolari impalcature e i nostri freni nella via dello spirito, non si fermerà neppure di fronte a un possibile yoga occidentale o yoga orientale, ma ci porterà verso lo yoga dell'umanità, come simbolicamente ci ha fatto gioiosamente intravedere, e sognare, il felice incontro di Assisi, per la pace nel mondo, quando tutti i capi delle religioni mondiali si sono incontrati per una preghiera comune, ognuno col suo stile, ciascuno recitando preghiere bellissime.

Grazie della vostra accoglienza e buona navigazione.

CENTRO RUSSIA ECUMENICA


Bibliografia

Ricordi, sogni, riflessioni di K G. Jung, Raccolti ed editi da Aniela Jaffé, Rizzoli, 1992.

F. Capra, Il Tao della fisica, Adelphi, 1993.

N. Drury, Le potenzialità umane, Crisalide, 1993

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S. Giovanni Crisostomo ed il suo tempo
Conferenza di S. Em.card. Špidlík





Don Sergio Mercanzin:

Quando un nostro collaboratore ha invitato padre Špidlík a tenere qui una conferenza su Giovanni Crisostomo, ha risposto: “Volentieri, ma ad una condizione: che io sia ancora vivo!”. Non solo è vivo, ma nel frattempo è diventato cardinale! La porpora non gli ha tolto lo humour. Sembra che a qualcuno lui abbia detto: “Che vuoi, c'è chi cade dal motorino e chi diventa cardinale”. Ho incontrato questa mattina un sacerdote greco il quale ha detto che il cardinalato dato al padre Špidlík è un grande riconoscimento all'Oriente cristiano e a tutti coloro che, come lui, lo hanno fatto conoscere ed amare all'Occidente. Mi diceva prima padre Špidlík che alcune chiese ortodosse proprio ufficialmente, ad esempio il patriarca ecumenico Bartolomeo, hanno esultato - glielo hanno detto - per questa nomina, perché hanno visto in questo un riconoscimento altissimo della spiritualità orientale. Padre Špidlík ha insegnato per mezzo secolo a discepoli in tutto il mondo, tra i quali anche il sottoscritto. Ha ricevuto premi da cattolici e da ortodossi, i suoi libri sono tradotti in tantissime lingue, compreso l'arabo. Per presentarlo preferisco, però, citare una intervista che ha dato alla rivista 30giorni. Chiedono a Sua Eminenza: “Lei ama spesso ricordare Serafino di Sarov, forse il più grande mistico russo dell'800”. Risposta: “Il più grande? Meglio non dare premi. Davanti a Dio chi è più grande? Può darsi una mamma che ha educato cinque figli”.

P. Špidlík questa sera ci parla di S. Giovanni Crisostomo.



S. Em.card. Špidlík:

Allora dobbiamo parlare di Giovanni Crisostomo. Una volta ho comprato alla vecchia sede della Libreria Russia Ecumenica una piccola icona dei “Tre gerarchi” che raffigurava S. Giovanni Crisostomo, S. Gregorio Nazianzieno e S. Basilio, tre vescovi, senza iscrizioni che indicassero chi era ognuno dei tre; però si potevano riconoscere. Secondo le regole iconografiche S. Basilio deve avere la barba nera a punta, S. Gregorio Nazianzieno deve avere la barba quadrata e S. Giovanni Crisostomo deve avere una barbetta ed essere semicalvo. Era davvero così?

Beh, le icone lo dicono - o lo ricordano o lo sanno per rivelazione - dunque io non lo metto in dubbio.

Brevi cenni sulla vita di S. Giovanni Crisostomo

Della vita diciamo solo molto brevemente che Giovanni Crisostomo è nato ad Antiochia fra il 345 e il 350, a metà del secolo. In quel tempo c'erano ancora due mondi cristiani, greco e semitico, ma cominciavano a fondersi gli influssi dell'uno e dell'altro. S. Giovanni Crisostomo che è nato ad Antiochia è diventato poi Patriarca di Costantinopoli ed anche la sua educazione in certo senso ha risentito della mescolanza di due atteggiamenti qualche volta abbastanza diversi verso le cose. Gli antiocheni, come semiti, conoscevano meglio la Bibbia perché la leggevano nello spirito, nella mentalità semitica, nella quale era stata scritta. La mamma era vedova ed educava questo figlio che aveva però anche un altro educatore, greco, Libanio, sofista. Giovanni è andato a scuola della Scrittura da questi autori di cultura semitica, tra i quali il futuro vescovo Teodoro di Mopsuestia, uno di questi “duri”. Fu ordinato lettore, ma pensava all'ascesi - questi antiocheni avevano queste montagne, questi asceti, stiliti, reclusi, ecc. Il ragazzo è andato a fare l'ascesi e si è ammalato. Dunque tornò in città e fu ordinato diacono e sacerdote e predicò nella grande chiesa di Antiochia con grande successo - da ciò viene il suo nome Crisostomo (bocca d'oro)! Nel 397 morì il Patriarca di Costantinopoli e lui fu eletto nuovo Patriarca e l'anno seguente consacrato, ma un asceta e un semita a Costantinopoli, non poteva non creare dei conflitti, diciamo come un napoletano a Torino, o un piemontese in Sicilia. Tutto va bene spiritualmente, in spostamenti come questi, ma ci sarà qualche problema! Lui, asceta, arriva in una grande città e comincia a picchiare in testa a tutti i vizi, soprattutto all'imperatrice Eudossia, la quale ha poi convocato il sinodo che ha deposto Giovanni Crisostomo. Ma tutto era stato fatto troppo in fretta, era troppo scandaloso e la deposizione fu ritirata. Ma lui picchiava di più. Dunque arrivò il decreto di esilio, prima in Armenia. Ma là riceveva ancora troppe lettere, troppe visite. Dunque vollero mandare nel Ponto, ma morì sulla strada.

La sua vita non sembra così lunga come si pensa, quando si vede tutto ciò che si è scritto di lui. Quante prediche, quanti trattati - c'è anche lo pseudocrisostomo; chissà chi lo imitava o copiava.

I temi da lui affrontati sono diversissimi e io ne approfittavo sempre molto. Perché nella collezione dei Padri, curata dal Migne, ci sono gli indici. Allora quando si cercava un bel testo si trovava più facilmente che negli altri Padri.

Vivere per imitare Dio

Cominciamo dal primo principio che, allora, si cercava: quale è la fondamentale legge morale?

Sappiamo che c'erano due diverse tendenze. Gli stoici dicevano: “vivere secondo natura”, i platonici dicevano: “imitare Dio secondo le possibilità”. Vivere secondo natura è passato fino a S. Tommaso, a Dante, ecc., nella morale cristiana. Ma i primi cristiani avevano un po' paura di questo termine. Questa natura, questo destino! Contro il destino scrivevano molti autori, perché avevano paura del destino. Così come oggi, quando parliamo di diritti naturali, abbiamo anche paura di cosa ci mettono dentro. I platonici dicevano: “imitare Dio secondo la possibilità”. Aristotele all'inizio della sua morale distingue tre tipi di uomini. Prima categoria: gli uomini che vivono la vita utilitaria, mangiano per lavorare e lavorano per mangiare. Non sono mai felici! Il secondo tipo è di coloro che vivono la “vita politica”: i politici che lavorano per gli altri - in quel tempo ancora si credeva che i politici lavorassero per gli altri! Vita apostolica, fanno felici gli altri. Ma la vita più felice è la vita contemplativa: elevare la mente a Dio. Allora la contemplazione è la vita più perfetta. Allora la vita contemplativa. Questo è certo, ma Crisostomo non era così meccanico come altri. Si domanda: chi è quel Dio che vogliamo imitare? Questo è il problema secondo me anche oggi, quando si imitano queste contemplazioni del lontano Oriente. Chi è quel Dio? Per i platonici è un'idea, per i cristiani Dio è Padre, non un'idea, ma una persona. Io ho detto altre volte - devo stare attento per non dire qualche eresia! - che noi latini abbiamo un po' falsificato il Credo. Sapete perché? Abbiamo messo una virgola. Perché noi cantiamo “Credo in unum Deum” e poi “Padre, Figlio e Spirito Santo”. Ma in quel tempo non c'era nessuno che dubitasse dell'esistenza di Dio. La professione di fede era: “Credo in un solo Dio Padre, che è onnipotente e creatore del cielo e della terra”. Dunque Dio è Padre e Crisostomo insiste “imitare Dio”, Dio è philantropos, amante degli uomini. Lo si può dire degli dei pagani e dei platonici che amano gli uomini? No, non si può dire, mai.

Eros e agape. Amare Dio nel prossimo in S. Giovanni Crisostomo

Voi sapete qual è il trattato classico sull'amore prima del Cristianesimo? Il Symposium di Platone. Symposium: bevono un po' insieme e discutono; questo è la vera teologia, no? Discutono: come si dice “amore” in greco? EroS. Eros è nato dal padre cielo e dalla madre indigenza. Cosa significa questo? Io non ho soldi (indigenza della tasca), ma vedo il padre economo che ne ha la cassa piena, comincio ad amare quella cassa! Cioè l'uomo ama ciò che vede e non ha. Se ho lo stomaco vuoto amo la pastasciutta, se amo il movimento seguo il calcio, la Juve, la Roma ecc. Se amo la musica sono musicista, se amo la filosofia sono filosofo e se amo Dio sono l'uomo più divino che possa esistere. Dunque l'uomo secondo Platone è tanto grande quanto grande è il suo amore. Questo suona molto bene, questo testo poteva essere preso dai cristiani come tale. S. Agostino ha copiato parecchie di queste cose, però qualche cosa non va. L'uomo ama ciò che non ha. Ma che cosa Dio non ha? Ha tutto. Può desiderare allora qualcosa? No! Dunque il dio platonico non può amare gli uomini, non è philantropos, è un'Idea in alto, come se diciamo: “noi amiamo il sole e il sole non ama noi”. Siamo solo noi, da una sola parte, ad amare. Voi sapete quando si usa l'espressione amore platonico, quando un ragazzino ama una diva del cinema e questa non ne sa niente. C'è amore solo da parte del ragazzo. Dunque noi amiamo Dio, ma Dio non ama noi.

Ma noi amiamo Dio perché, come dice S. Giovanni, Lui ci ha amati per primo. Allora queste cose non vanno. S. Paolo e S. Giovanni dicono che Dio è amore; si può dire allora che Dio è eros, desiderio?

No, non si può dire, perciò hanno trovato un'altra parola greca: agape. Dunque abbiamo due nomi diversi per l'amore: eros e agape. Uno significa desiderare e l'altro avere e dare. Il Vangelo spiega questo molto bene con un testo in cui Gesù dice: “Se amate i vostri amici e parenti in cosa siete diversi dai pagani? Anch'essi amano gli amici perché li desiderano. Amate i nemici perché nessuno desidera avere nemici. Se amate i vostri nemici sarete come il Padre vostro in cielo che dà la pioggia per i buoni e per i cattivi”. Dunque “amare” in senso cristiano significa regalare. Allora eros e agape. C'è un vescovo protestante scandinavo, A.Nygren, che ha scritto un libro su questo, “Eros e agape”, e la sua sentenza è più o meno questa, (ha fatto una buona raccolta di testi). Dice: “All'inizio il Vangelo distingue molto bene questi due amori, ma la gente non ha capito bene, ha mescolato tutto insieme e così sono nate la Chiesa cattolica e quella ortodossa. Hanno mescolato questi due amori, senza rendersene conto. Per fortuna è venuta la Riforma che ha detto di non desiderare la beatitudine in cielo, di non cercare i meriti e tutte queste cose - questo è eros. Bisogna avere agape, regalare e non cercare di ricevere qualcosa da Dio”. Cosa dite voi? Qual è il vostro illuminato parere?

Diciamo che distinguere è bene, separare no. Dio è agape, ma noi siamo sia eros che agape. Se non desidero mangiare vado dal medico per curarmi, se non desidero studiare sarò bocciato. Dobbiamo desiderare, ma, inoltre, siamo capaci anche di amare, cioè dare. Dunque Dio ci ama e noi, secondo il suo esempio, dobbiamo essere capaci di questo amore divino. Questo amore divino a chi si rivolge? Si rivolge a chi incontro. Ma possiamo amare Dio? Era tanto difficile affrontare questi temi che poi i Padri non volevano mai scrivere sull'amore. Dicevano: “E' troppo difficile”. Climaco dice “Chi parla d'amore parla di Dio”, meglio lasciar stare. Solo S. Basilio all'inizio della sua Regola dice quattro motivi per i quali amiamo Dio.

Ognuno ama la luce, Dio è la luce infinita. Che cosa è, eros o agape? Ognuno ama la luce e Dio è la luce infinita. E' eroS.

Ognuno ama la bellezza, Dio è la bellezza infinita. Che cos'è? Eros.

Ognuno ama i benefattori, Dio è il nostro più grande benefattore, io amo Dio. che cos'è? Eros.

A questo punto, Basilio dice il quarto argomento. Io ve lo dirò, voi riderete, ma io non so come dirlo altrimenti. Immaginatevi il giudizio finale, a sinistra sono i dannati, a destra gli eletti e Basilio si trova tra i dannati. Viene il diavolo davanti a Gesù Cristo e dice: “Vedi quel Basilio? Tu l'hai creato, io no, ma lui ha seguito me. Tu gli hai dato tanti benefici, io gli ho dato soltanto guai, ma lui ha seguito me. Tu gli hai promesso beatitudine, io l'inferno, ma lui ha seguito me”. Basilio dice: “Va bene finire all'inferno, ma che quel diavolo possa vantarsi così davanti a Gesù Cristo io non lo sopporterei!”. Che cos'è questo? Che l'uomo può dimenticare se stesso e dire che l'interesse di Dio è superiore al mio. Questa noi la chiamiamo “contrizione perfetta” e quella purifica l'anima da tutti i peccati, perché solo Dio è capace di darcela. E' un po' difficile.

S. Giovanni Crisostomo è più concreto e dice: “Possiamo amare Dio? Sì, nel prossimo”. Perché Cristo ha detto “ciò che avete fatto a lui l'avete fatto a me”, e così Dio è philantropos, ama noi. E noi possiamo amare Dio. Allora ha fatto una bella sintesi della cultura greca con un precetto del Vangelo. Questa filantropia divina è una cosa molto importante. Allora, più che l'amore di Dio comincia a parlare dell'amore cristiano. Parla sempre dell'amore cristiano. Ma qual è l'amore cristiano? Lui dice che è soprattutto agape, perché eros è sempre un po' passionale. Amo, amo, amo, poi la passione passa e ti odio! Il vero amore non può passare, è stabile, perché è regalare. Se accetti, bene! Se non accetti, non importa.

Un proverbio tedesco dice: “L'amore che poteva passare non era amore”. Era una passione. Eros è passionale. E' sempre particolare, verso una ragazza e non verso l'altra. “Io amo Gina, non te!”. I monaci dicevano che bisogna amare tutti gli uomini senza distinzione, chi ama uno più dell'altro non è un vero cristiano. Come principio va bene, ma non è facile applicarlo. E' strano quando leggiamo le regole monastiche: è sempre vietato severamente l'amore particolare. S. Basilio dice: “Se c'è tuo fratello nel monastero, devi dimenticare che è tuo fratello. E' un fratello come gli altri”. Tutti uguali.

Anche in seminario si perseguitavano gli amori particolari. Quando due stavano tanto insieme, il Rettore diceva: “Mescolatevi, mescolatevi”. Più tardi, l'unica prudente era S. Teresa d'Avila che diceva: “Nei piccoli monasteri l'amore è uguale, ma nei grandi monasteri se non hai qualche amore particolare non hai amicizia con nessuno”. Questo vale per il mondo che è un monastero troppo grande! Se voglio amare americani e africani, ma dimentico che sto a Roma... Il principio formulato è: amore uguale per tutti. Poi Giovanni Crisostomo dice, l'amore passionale è facilmente attratto dal corpo, mentre l'amore spirituale è più concentrato sul bene dell'anima. Il bene dell'anima è dare il buon esempio, non dare scandalo. Una cosa che i monaci consideravano come grande beneficio dell'amore era rimproverare i difetti, la “correzione fraterna”. Sapete che nei monasteri c'era il capitolo, il monaco si inginocchiava in mezzo e tutti dicevano: “Tu fai questo, tu non hai pulito questo”, e lui: “Ringrazio per il vostro amore”. Più tardi dicevano con più prudenza Teodoro lo Studita: “Deve farlo chi sa farlo con carità, altrimenti succedono guai”, perché è come curare una ferita con il coltello. Non va bene!

L'amore particolare del matrimonio in S. Giovanni Crisostomo

Adesso vorrei trattare un argomento sul quale ho fatto un articolo. Lo consideravano come una scoperta, ma poi hanno detto: “Sì, è vero!” L'amore matrimoniale, qual è? Cade in questi termini monastici o no? E' amore “particolare”: si ama la moglie più della vicina, ecc. L'obiezione qual è? Questi monaci, con questi principi, hanno sempre parlato della verginità, mentre della spiritualità del matrimonio non scrivevano niente. Mancava totalmente. Beh, totalmente no. Agostino aveva scritto varie cose ed io ne ho cercato i testi. S. Giovanni Crisostomo che stava in mezzo alla gente, a Costantinopoli, si rendeva conto che doveva esserci una posizione della Chiesa verso il matrimonio. Crisostomo parte dal problema del tempo. Il problema del tempo era in un certo senso simile a quello di oggi. C'erano molti schiavi che alla fine ricevevano la libertà, perché nell'Impero cristiano a questi schiavi, divenuti vecchi, davano cristianamente la libertà. Ma cosa potevano fare questi poveri vecchi? Si radunavano insieme, alcuni dicevano che dovevano avere anche la cittadinanza, perché tutti gli uomini sono uguali. E' interessante che anche Marco Aurelio, che perseguitava i cristiani, diceva questo, ma lo diceva in questo senso: “Siamo tutti della stessa natura e nell'Impero romano tutti devono avere gli stessi diritti”. Questo piaceva anche ai Padri della Chiesa: siamo tutti uguali, prendiamo parte all'uguaglianza degli uomini. Ma quando Crisostomo era ancora studente, c'era Giuliano l'apostata, portatore di una reazione di nazionalismo romano: “Noi siamo romani, non come questi extracomunitari. Non è vero che tutti gli uomini sono uguali. Perché i cristiani dicono che discendiamo tutti da Adamo? Come è possibile se uno è bianco e l'altro è nero, uno è intelligente, l'altro stupido? Tante differenze. Gli uomini sono tutti differenti, è inutile dire che sono uguali”.

Cosa rispondevano i Padri della Chiesa? Hanno preso un principio: Dio ci ha creati tutti uguali, le differenze vengono dal peccato. Dunque se ci sono ricchi e poveri è colpa del peccato, dell'avarizia. Noi dobbiamo superare la differenza tra ricchi e poveri; questo è un obbligo per i cristiani. Stupidi ed intelligenti devono avere diritto all'istruzione, come ai tempi moderni.

C'è però un'altra differenza: ci sono l'uomo e la donna. Da dove viene questa differenza? Dal peccato? L'unico che ha avuto il coraggio di sostenerlo era Gregorio di Nissa. Diceva che dopo essere stati scacciati dal Paradiso hanno ricevuto un vestito di pelle e questo era il sesso. Il sesso sarebbe stato solo dopo il peccato, ma nessuno poteva accettare questo. Dio stesso ha creato l'uomo e la donna. Perché Dio ha fatto questa differenza, per procurare guai? Tutte le guerre cominciano nella famiglia, perché Dio ha fatto questa differenza? La maggior parte dei Padri è “femminista”. Affermavano: “Tutte le differenze sono nel corpo, ma l'anima è uguale. L'anima è l'immagine di Dio e nell'anima l'uomo e la donna sono uguali per la vita spirituale”. Infatti le Regole per le benedettine e i benedettini, basiliani e basiliane, sono uguali, per la donna e per l'uomo, perché la vita spirituale non conosce differenza tra uomini e donne. C'è una biografia, se non vera è molto ben trovata, di S. Marina. S. Marina voleva entrare nel monastero, ma i monasteri femminili erano troppo pieni e non l'hanno accettata, così è entrata in un monastero maschile e nessuno si accorse che era una donna. E' successo però che nel villaggio una donna doveva partorire e gli impiegati dello Stato volevano sapere chi fosse il padre del nascituro. Uno di quei monaci era salito là. Allora li misero tutti in fila e fu indicata proprio Marina. Lei non disse nulla, lavorò il doppio per nutrire il bambino e solo alla sua morte si è scoperto che era vittima di calunnie.

Si sosteneva che la spiritualità maschile e femminile è uguale. Solo S. Giovanni Crisostomo dice: “Hanno lo stesso valore, ma non sono uguali”. La matematica non è né maschile né femminile, ma l'atteggiamento verso la matematica può essere differente nell'uomo e nella donna. Così la vita spirituale: è dello Spirito Santo, ma l'atteggiamento verso di essa può essere differente. Sono dunque diversi! E si chiede: “Perché Dio ha fatto questa differenza?” Secondo l'antica mitologia greca, i giganti si erano ribellati a Giove il quale li aveva tagliati in due e da allora una metà cerca l'altra. Va bene, ma tutte queste sono favole! La risposta di S. Giovanni Crisostomo secondo me è bellissima. Non è ancora abbastanza apprezzata, ma è bellissima: “Affinché l'unione fosse non della natura, ma per mezzo dell'amore, l'amore che unisce due persone differenti”. Quindi il matrimonio è sacramento dell'amore. E' imitazione della SS. Trinità, come il Padre ama il Figlio, così il marito ama la moglie e per mezzo dell'amore si trasferisce sulla terra il grande sacramento del matrimonio. E' bellissimo.

L'amicizia spirituale, il celibato e la verginità

Adesso però potreste dire: “Va' e sposati!” Per me sarebbe facile, perché sono ancora giovane, ma per gli altri non lo so! (Il cardinale ride). Perché non andate in tutti i monasteri dalle suore e dai monaci a dire “Sposatevi perché questo è il sacramento dell'amore”? Offro 50 euro per una buona risposta. Di nuovo Crisostomo ha una bellissima risposta “L'amore è partecipazione di Dio e deve crescere”. E come cresce? Come la Bibbia: dall'AT al NT, dal corporale allo spirituale. All'inizio l'amore è piuttosto corporale, ma deve crescere nella spiritualità e quelli che capiscono che possono amare gli altri spiritualmente, scelgono il celibato. La Bibbia dice: “Chi lo può capire, capisca”.

Dunque verginità e matrimonio sono opposti ma, in un certo senso, la verginità è, in un certo senso, continuazione del matrimonio. Alla fine dei secoli non ci si sposerà più perché tutti avranno l'amore spirituale. Voi sapete che lo stesso pensiero si trova in pensatori moderni che dicono: “All'inizio è attrazione sessuale, ma questa deve svilupparsi in vera amicizia”. Se fra marito e moglie non cresce l'amicizia, il matrimonio fallisce. E' una bella cosa. Una volta dovevo tenere a Milano una conferenza all'Università. L'hanno annunciata: padre Špidlík parlerà della teologia del sesso. Era così pieno che quasi non riuscivo ad entrare! Ma alla fine molti ragazzi mi hanno chiesto: “Ma perché non ci dicono queste cose? Ci dicono solo: questo si può, questo non si può!” Bisogna capire che qui c'è un dinamismo, che se si blocca questa evoluzione è una tragedia. Crisostomo aveva capito molto bene questo, ma non aveva molto tempo per svilupparlo. Soltanto, agli eretici che criticavano il matrimonio rispondeva: “Perché calunni il nido dal quale sei uscito?” Infatti nel rito bizantino c'è la festa della concezione della beata Anna. Dal santo matrimonio di Gioacchino e Anna nasce la Vergine. Questo è amore fra gli uomini.

Il valore del lavoro: Adamo lavorava, prima del peccato, per sviluppare la sua personalità

C'è un altro aspetto moderno che Crisostomo ha sviluppato molto bene: il lavoro. La manifestazione dell'amore è il lavoro. In quel tempo evidentemente il lavoro, soprattutto quello manuale, si stimava poco, erano le opere “servili”, dei servi - per questo di domenica sono proibite. Se zappo la terra per più di tre ore è peccato mortale, se studio fino a diventare matto, questo è bene, di domenica si può fare! C'è distinzione. Ma i cristiani cercavano di riabilitare il lavoro manuale. Crisostomo dice: “Siamo figli di un operaio. S. Paolo lavorava per non essere di peso agli altri. L'uomo è stato posto nel Paradiso per coltivarlo, il mondo è per noi, ma affinché si sviluppi, l'uomo deve lavorare”. La questione è sempre stata: Adamo, nel Paradiso, lavorava? Ma c'era già tutto, perché doveva lavorare? La risposta di Crisostomo è: “Lavorava, perché altrimenti non avrebbe sviluppato la sua personalità”. Il lavoro è necessario per sviluppare la propria personalità. Adamo lavorava e coltivava il Paradiso. Dopo il peccato cosa è successo? Al lavoro si è aggiunta la fatica, e questo è il guaio. La fatica viene dal peccato. Allora dobbiamo scappare da ogni fatica? Crisostomo dice che anche questa è medicinale, ci aiuta a superare le nostre cattive inclinazioni. Uno che lavora vince tutti i vizi. Dunque anche la fatica è molto utile. Chi non lavora non deve mangiare. L'istituzione degli schiavi era il problema del tempo. I Padri non osavano dire – e neanche S. Paolo - che non era giusta, perché tutto il sistema economico era basato su questo. Abolire la schiavitù avrebbe causato il crollo totale dell'economia. Possiamo vedere nella vita di S. Melania, che voleva dare la libertà a tutti i suoi schiavi, che questi si ribellavano. Sarebbe stato come chiudere la FIAT, una grande azienda. Non si potevano lasciare gli schiavi. Quindi si ponevano solo dei limiti: trattateli bene, trattateli come fratelli. Ma la schiavitù non era in discussione. Invece Giovanni Crisostomo, come anche Gregorio di Nissa, dice: “E' contro la natura. Dio ci ha dato due mani, non ci ha dato gli schiavi, gli schiavi ci sono stati dati dalla società corrotta”. Allora sarebbe molto bello che ognuno lavorasse tutte le cose da solo. Le donne che lavorano sono più belle di quelle che mangiano soltanto, gli uomini che lavorano sono più sani. Dunque il lavoro è una cosa molto nobile. E Crisostomo loda ciò che qualche tempo fa ci ha creato problemi, i preti-operai. C'erano molti contadini ordinati sacerdoti, non come oggi il prete che va in fabbrica, ma semplicemente nel villaggio ordinavano prete un contadino. Crisostomo in un'orazione dice: “Quando vedo questi fratelli, che un giorno arano la terra con i buoi e la domenica fanno la liturgia celeste, sono sempre molto commosso nel vedere questi semplici sacerdoti che lavorano con le mani”. I monaci cosa devono fare? C'erano i messaliani che dicevano: “Il lavoro è per i secolari, i monaci devono solo pregare”. Certi schiavi si rifugiavano nei monasteri perché è più facile cantare che zappare la terra. Questi messaliani furono condannati. Conoscete S. Benedetto che ha insegnato: “Ora et labora”. Molti messaliani scappavano anche in Occidente, anche in Italia. Sembra che a Trento ci siano questi martiri che erano arrivati, chissà come, dalla Cappadocia. Rovinarono il tempio dei pagani con grande zelo. Uno di questi vide un monaco ortodosso che lavorava dei cestini. Gli disse: “Io non lavoro”. Il monaco gli diede un libro spirituale, ma la sera, quando fu il momento di mangiare, nessuno lo chiamò. Allora lui tornò e disse: “Padre, oggi non si è mangiato?” “Sì, si è mangiato, ma noi che siamo corporali; tu che sei come un angelo di Dio, pensavamo che non ne avessi bisogno”.

Dunque - “ora et labora” - i monaci lavoravano. E non solo per se stessi, perché non hanno bisogno di tanto. Tutto quello che producono in più è a favore dei poveri. I monasteri sono diventati istituti di beneficenza. Orfanotrofi, ospedali per vecchi, scuole, tutto era opera dei monaci. C'era un grande patrologo, padre Gribomont, ha fatto fare ad uno a Bologna una tesi sul lavoro dei monaci. Il risultato era: qualche volta i monaci erano corrotti, ma i monaci corrotti cosa facevano? Mangiavano più del necessario, bevevano, ma quando l'opera dei monaci passava allo Stato, i “giusti” impiegati statali consumavano molto di più, con tutta l'onesta amministrazione! Che differenza passa tra la vita monastica e quella cristiana? I monaci non sono diversi, vogliono solo osservare tutti i comandamenti. La vita monastica è esempio della vita cristiana e la chiesa orientale è molto monastica. Non si distinguono ordini apostolici e contemplativi. Gli orientali dicono che tutti devono essere contemplativi. Il vescovo non deve perdere la contemplazione, se lo fa deve ancora stare nel monastero. Dunque si potrebbero dire ancora tante cose, ma speriamo che adesso finiamo qui e voi andate a lavorare invece di fare questa contemplazione!

Domanda

Innanzi tutto un grazie per l'esposizione chiara, provocante e luminosa. Avrei una piccola osservazione. Quando lei ha detto, molto giustamente, che Dio è pienezza e non ci può essere desiderio, indigenza, quindi eroS. Cosa che non è vera per noi creature che non abbiamo questa pienezza di essere. Tutto a posto, secondo le categorie di Atene: Dio è immutabile e anche santo, Dio non muta. Tuttavia Dio ha deciso di mandarci suo Figlio, di farsi uomo, di confrontarsi con gli uomini, di permettere che gli uomini lo rifiutino, di aspettare con amore. In questo senso, non per sua innata indigenza, ma per una sua decisione, pur essendo sovrano di tutto, lui dipende dalla cooperazione, dall'atteggiamento dell'uomo, quindi soffre finché l'uomo non lo accetta pienamente. In questo senso, un po' di desiderio c'è anche in Dio che vorrebbe che io fossi meglio di quel che sono. A proposito dell'eresia di cui lei parlava, quando stavo in Zambia c'erano dei gruppi che attendevano alle pulizie, c'era un gruppo che puliva solo la Chiesa. “Noi siamo spirituali”, dicevano, ma anche loro usavano i servizi igienici!

Risposta

Qui ci sono due problemi molto seri: come Dio può ascoltarci quando preghiamo? Filone di Alessandria, grande filosofo ebreo, ha portato all'università la traduzione dell'Antico Testamento in greco, per mostrare ai filosofi che anche noi abbiamo la saggezza. I filosofi ridevano: “Che ridicolo! Dio promette una cosa, gli Ebrei sono cattivi e lui si arrabbia; gli offrono dei buoi e lui si pacifica; dice: va bene, lo farò”. Ma Dio è immutabile! Come è possibile questo?”

Filone, buon ebreo devoto, non sapeva però cosa rispondere, diceva solo: “Se Dio non è libero, neanche noi lo siamo; siamo una macchina”. E' una risposta ad hominem. Ad Alessandria viveva Origene che diceva: “Tutto questo proviene dal nostro modo di pensare. Noi siamo nel tempo; qualcosa è prima, qualcosa è dopo, ma Dio vede tutto presente. Per lui questa cosa del prima e del dopo non esiste”. C'è un libro spirituale italiano che si chiama “Don Camillo”. Lì c'è questo problema, esposto in modo semplice. Gesù dice a don Camillo: “Senti, don Camillo, tu cammini spensierato, attraversi il binario e cadi in terra. Arriva il treno, tu preghi: oh Signore, fa che il treno passi sull'altro binario. Il treno passa là e tu ringrazi il Signore che ti ha salvato. Ma non poteva saltare da un binario all'altro, era già partito sull'altro binario!” Don Camillo non sa cosa rispondere e Gesù gli dice: “Sei tanto stupido? Non sai che prima che il treno partisse io ho visto la caduta, ho sentito la tua preghiera e ho arrangiato le cose in questo modo, sia secondo l'orario che secondo questo dialogo fra di noi”. E' una bella risposta.

Conferenza tenuta presso la Libreria Russia ecumenica, il 9 dicembre 2003.

a cura del Centro Russia Ecumenica
00193 Roma – Vicolo del Farinone, 30
tel 06-6896637


Pubblicato inChiese Cristiane

La Madre di Dio
nella celebrazione
della Grande Settimana bizantina

P. Ermanno M. Toniolo, o.s.m.

 

Premessa

1. Anche se questa sera non siamo in un contesto liturgico, il solo capace di introdurci a comprendere la presenza di Maria nella Settimana Santa bizantina, ci poniamo tuttavia spiritualmente nel cuore delle celebrazioni, come si svolgono nelle chiese: celebrazioni fatte innanzitutto di ambiente sacro, attorno all'altare e agli altri segni visibili della invisibile Presenza; fatte di icone, che trasmettono incessantemente i loro molteplici messaggi convergenti al Messaggio, che è Cristo; celebrazioni fatte di testi, di riti, di gesti, di canti, che ripresentano il Signore tanto nella sua veste visibile, che può essere percepita dai sensi sotto i veli della Parola e del Sacramento (o di altri segni, come la croce, l'epitaffio, ecc.), ma soprattutto lo ripresentano nella sua realtà divina, fonte di Luce, di Spirito Santo e di vita, raggiungibili solo attraverso le vie della conoscenza spirituale.

Attorno al suo mistero celebrato nell'oggi della comunità che lo celebra, gravitano tutti gli esseri creati, celesti e terrestri, angeli, uomini e creature, anche i demoni, conculcati e spodestati dalla sua umile e onnipotente signoria.

La liturgia bizantina, in modo privilegiato rispetto alla liturgia occidentale, si presenta come una immensa mistagogia: un entrare cioè progressivamente delle creature nel mistero conosciuto, attualizzato, sperimentato; mistagogia della quale il vero mistagogo è Cristo col suo Spirito, mentre tutti gli altri, anche Maria, vi sono da lui introdotti, ciascuno a suo modo e secondo il proprio ruolo.

2. La Pasqua o meglio il Mistero Pasquale, da tutte le chiese e da sempre è stato ritenuto e celebrato come il vertice della rivelazione, il culmine dell'esperienza conoscitiva e mistica, sia comunitaria che personale: la Pasqua del Signore è Pasqua dei fedeli, che rinascono a Pasqua dal fonte battesimale: sono cioè illuminati dal Cristo morto e risorto, immersi nel suo mistero di morte e di Vita.

Si capisce l'importanza vitale della Pasqua, e come essa venga celebrata solennissimamente nell'anno liturgico, fin dall'antichità, con una quaresima di preparazione e cinquanta giorni di festa; come venga settimanalmente celebrata nella pasqua ebdomadaria, la domenica; e come caratterizzi la santificazione delle ore del giorno, specialmente la preghiera della sera (lucernario e vespri a Cristo, luce che non tramonta) e la preghiera del mattino (Cristo, sole di risurrezione e di vita).

3. Evidenziare dunque la presenza di Maria nella Settimana Santa è coglierne il significato più pregnante: la sua maternità protesa alla Pasqua, la sua figura come modello ecclesiale nel cuore stesso del mistero di Cristo, cioè al vertice della rivelazione del mistero salvifico di Dio.

Questo lo fa molto relativamente la liturgia occidentale, anche nella sua forma restaurata dopo il Concilio Vaticano II; lo fa invece, in modo singolare, la liturgia bizantina.

 

 

La Settimana Santa bizantina: prima parte

1. Dal sabato di Lazzaro al Giovedì Santo

La Grande Settimana comincia con il Sabato che precede la domenica delle Palme, dedicato alla risurrezione di Lazzaro: è il "Sabato di Lazzaro". La Settimana Santa si trova così fra due Sabati, che celebrano rispettivamente due risurrezioni, una relativa all'altra: quella di Lazzaro, quella di Cristo (non dimentichiamo che l'annuncio della risurrezione in rito bizantino si fa ancora il Sabato Santo mattina, come fino a poco tempo fa si faceva anche nel rito latino). Fino a questo giorno la liturgia era intrisa del senso del peccato e della conversione; ora entra già nella prospettiva della morte e della risurrezione.

La Domenica delle Palme celebra Gesù che entra in Gerusalemme come Re messianico e Sposo, accompagnato da fanciulli innocenti e da folle umili di popolo, che raffigurano il resto fedele di Israele di cui parlano i profeti: questo Israele, infatti, è come la sposa casta che accoglie il suo Re e Sposo, lo riconosce nella luce dello Spirito, lo acclama e lo confessa, quale Egli è, pur nella veste povera della sua umanità: egli infatti viene come agnello per essere immolato per il riscatto di tutti.

Sul tema comune di Cristo-Sposo, delle nozze di Dio con l'umanità redenta, dell'accoglienza o del rifiuto della redenzione, si articolano i temi dei primi tre giorni della Settimana Santa: il lunedì ha come tema congiunto la figura del patriarca Giuseppe ebreo venduto dai fratelli e il fico maledetto da Gesù, simbolo dell'Israele infedele, che non ha accolto il dono di Dio; il martedì ha per tema la parabola delle dieci vergini che attendono - vigilanti o meno - lo Sposo che viene; il mercoledì commemora la donna - una donna "peccatrice", sottolinea la liturgia - che unse il Signore con il miron: ma è Gesù il Mironeffuso, lo Sposo celebrato dal Cantico dei cantici, venuto a lavare la Sposa - l'intera umanità - nel suo sangue. In questo mercoledì inizia la presenza oscura di Giuda: mentre la peccatrice è il tipo degli uomini che confessando il peccato ricevono il perdono di Dio, Giuda è il tipo di chi non capisce e non accoglie: la donna viene trasfigurata dal perdono, egli resta imprigionato nella sua passione, accecato dal denaro:

"Giuda, il falso,
preso da amore per il denaro,
medita di tradire con inganno te, o Signore,
che sei il Tesoro della vita" (I, p. 177)

Si chiude così la prima parte della Settimana Santa, e si entra nel Triduo sacro.

 

 

2. La presenza di Maria nella prima parte della Settimana Santa.

Potremmo dire che è una presenza sfumata: fa parte dei contesti oranti di tutto l'anno liturgico bizantino. Ma qui, la sua figura di Vergine-Madre mentre il Figlio, lo Sposo dell'umanità, sta per entrare nella sua passione, si carica inevitabilmente di pathos: perché in lei egli ha sposato questa umanità, nascendo; e perché per mezzo di lei noi tutti, peccatori, speriamo il perdono.

Ecco due testi, fra i non molti presenti nell'ufficiatura. Il primo è di Andrea di Creta (+740):

"Dimora santa di Dio,
ti sei rivelata, o Vergine,
in te infatti il Re dei cieli ha abitato corporalmente,
e da te è uscito, bello,
dopo aver riplasmato in sé,
divinamente, l'uomo".

Il secondo è del monaco Cosma di Maiuma (+751):

"O Tuttapura,
che con il Figlio tuo hai confidenza di Madre,
non trascurare la cura di noi della tua stirpe,
perché te sola presentiamo al Signore,
noi cristiani, come offerta gradita".

 

 

La Settimana Santa bizantina: il Triduo Sacro

Con l'immagine soavissima del Signore, Pane celeste e divino che nutre l'universo, e in controluce, con l'immagine di Giuda, il traditore, che medita di vendere l'Inapprezzabile, la liturgia bizantina introduce i fedeli nel Triduo sacro.

È il Theotokion di Compieta che, in certo modo, fa da ponte alle precedenti celebrazioni incentrate su Cristo Sposo, e alle seguenti, che commemorano la sua Passione. Così canta l'ultimo tropario del Grande Mercoledì:

"Tu sola ti sei rivelata
Talamo celeste e Sposa sempre vergine,
portando nel tuo seno Dio
e generandolo incarnato da te senza mutamento.
Perciò ti esaltano tutte le generazioni,
con fede ortodossa,
come Sposa e Madre di Dio".
 

 

1. Il Grande Giovedì

"I Padri divini, che hanno disposto bene ogni cosa, avendo ricevuto questa tradizione dai divini apostoli e dai santi evangeli, ci hanno tramandato di celebrare in questo giorno quattro misteri: il santo Lavacro, la mistica Cena (cioè la consegna dei nostri tremendi Misteri), la Preghiera di Gesù e il Tradimento". Così dice la memoria liturgica.

Il tema principale del Giovedì Santo è la Lavanda dei piedi ("il santo Lavacro") e la Cena. La Lavanda prefigura il lavacro battesimale: ne sono "illuminati" gli apostoli tutti, ad eccezione di Giuda, che invece si ottenebra sempre più, fino a non comprendere ormai nulla del suo Signore, né parole né gesti. La Cena è il Banchetto della comunione: della conoscenza innanzitutto del Mistero eucaristico, e della comunione col Signore della gloria, che trasfigura l'uomo. È qui, in apertura dell'Ufficio mattutino, che si ritrova l'unico accenno a Maria, ma immensamente significativo, nel canone di Andrea di Creta.

"La Sapienza infinita di Dio,
causa universale, elargitrice di vita,
si è fabbricata la casa
dalla Madre pura ignara d'uomo.
Rivestito infatti del tempio del suo corpo,
gloriosamente si è coperto di gloria
il Cristo, Dio nostro!".

È il Banchetto della Sapienza divina, che Gesù imbandisce donando il suo Corpo e il suo Sangue e convocando gli amici: è il Banchetto sacramentale e sapienziale: Maria è alla radice, Madre pura, ignara d'uomo, di quel purissimo Corpo e di quel Sangue divino. Chi se ne ciba con vera fede, è introdotto ai Misteri tremendi, al segreto di Dio.

 

 

2. Venerdì Santo

"Oggi si celebra la memoria della santa, salvifica e tremenda passione del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo... e inoltre anche la confessione salvifica sulla croce del ladro riconoscente crocifisso con lui". Così il Sinassario. Da una parte, si staglia potente la luce della Croce; dall'altra, il ladro che si confessa peccatore e che riconosce in Cristo crocifisso il Signore del Regno:

"Ricordati di me!". In filigrana, l'immagine tortuosa di Giuda, che non volle comprendere: i testi liturgici ripetono, quasi come un ritornello: "Ma l'empio Giuda non volle comprendere!".- Perché?

"Oggi Giuda abbandona il Maestro
e assume il diavolo;
è accecato dalla passione del danaro
e cade fuori della luce, ottenebrato...".

La Croce di Cristo, che per amore si è fatto povero ("il Povero" del salmo 40), povero fino a morire nudo sulla croce, per arricchirci con la sua povertà, non è soltanto il segno di contraddizione predetto da Simeone: è luce per chi l'accoglie, tenebra per chi la rifiuta. Il ladro pentito ne è illuminato, ed entra nel Regno; Giuda all'opposto scende nella morte.

Ma è proprio in questo contesto che s'innalza al sommo la figura di Maria. Nel cuore dell'Ufficio mattutino (l'orthros) viene cantato il proemio e la prima stanza del celebre kontakion di Romano il Melode su Maria al Calvario: il proemio verrà poi ripetuto in tutte le ore diurne. Suona così:

"Venite, esaltiamo tutti
Colui che per noi è stato crocifisso!
Maria lo vide sul legno, e diceva:
Anche se patisci la Croce,
tu sei il mio Figlio e mio Dio!".

Più del ladro, del ladro teologo, che riconosce in Cristo il Re del regno, Maria è giunta al vertice della conoscenza mistica. Si è trattato anche per lei di un lungo e verginale cammino di fede: tutto il kontakion di Romano il Melode mette in luce questo suo progressivo penetrare nelle profondità, inaccessibili alla ragione, della kenosi suprema di Cristo, dell'ultimo abbassamento della sua infinita condiscendenza per salvare l'uomo:

"Vedendo il proprio Agnello condotto al macello,
Maria, l'Agnella, lo seguiva
con le altre donne, consumata dal dolore,
e diceva così: Dove vai, Figlio?
Forse ci sono altre nozze a Cana
e là ora ti affretti per fare di nuovo il vino dall'acqua?
Vengo con te, Figlio?
O meglio, rimango con te?
Dimmi una parola, o Parola,
non passare accanto a me in silenzio, tu che mi hai serbata pura,
perché tu sei il mio Figlio e mio Dio!".

La Settimana Santa contempla spesso la sofferenza di Maria ai piedi della croce. Il titolo "Agnella", che è attribuito a Maria, è un titolo antichissimo. Lo ritroviamo per la prima volta nella Omelia sulla Pasqua di Melitone di Sardi, il quale così descrive Cristo Agnello immolato:

"E' lui, che in una Vergine s'incarnò,
che sul legno fu sospeso,
che in terra fu sepolto
che dai morti fu risuscitato,
che alle altezze dei cieli fu elevato.
E' lui l'Agnello muto,
è lui l'Agnello sgozzato,
è lui che nacque da Maria, l'Agnella pura..."

Ora, secondo l'Esodo l'agnello pasquale doveva essere senza macchia. Tale è Cristo, l'Innocente, l'Immacolato. Ma anche Maria è detta Agnella, e non solo con riferimento pasquale, come se soltanto la sua maternità sia orientata all'immolazione pasquale; è detta Agnella, in simmetria con l'Agnello, anche per la sua purezza, la sua verginale immacolata bellezza. I libri liturgici sono attenti ad indicare la purezza dell'Agnella. Al momento della sua presentazione al tempio era già l'Agnella senza macchia, la pura colomba. A Natale ugualmente si canta l'Agnella senza macchia che sta per dare alla luce l'Agnello: perché l'Agnello nasce per essere immolato. Ma è soprattutto sul Golgota che l'Agnella senza macchia viene cantata con una insistenza sorprendente. Agnella immacolata, immacolatissima Agnella (Panamòmetos): son titoli che attirano l'attenzione sull'ineffabile purezza della Vergine: Agnella vittima che si unisce al suo Agnello immacolato per portare con lui il peccato del mondo. Più la Vittima è pura, più si accosta a Dio; più è accetta, più collabora alla Redenzione. Un tropario delle lodi del Venerdì Santo, mette in risalto questa sua partecipazione alla sofferenza del Figlio:

"Oggi la Vergine immacolata,
vedendoti innalzato sulla croce, o Verbo,
soffriva nelle sue viscere di madre,
aveva il cuore trafitto amaramente,
e, gemendo con dolore dalle profondità dell'anima,
si lacerava le guance, si strappava i capelli,
consunta dalla sofferenza.
Perciò, battendosi il petto, esclamava flebilmente:
Ahimè Figlio divino, ahimè Luce del mondo!
Perché sei tramontato ai miei occhi,
o Agnello di Dio?" (II, pag.90).

Accanto al Signore che volontariamente si immola, il solo Santo, l'Immacolato per natura, può stare la Madre, e; in gradini più bassi, il vergine Giovanni, le donne perdonate dai loro peccati e ora fedeli. Quando Gesù dall'alto della croce vide il supremo dolore della Madre, contemplò anche questa meravigliosa purezza che aveva ammirato prima della creazione del mondo. Mai come in questo momento la Madre sua era paragonabile ad un giglio tra le spine. Maria è la tutta pura.

Perciò è la sola che possa stare sempre accanto al Figlio; la sola che possa con libertà parlargli di noi, come afferma esplicitamente un altro tropario di questo Grande Venerdì:

"Poiché non abbiamo parrisia
per i molti nostri peccati,
o Madre di Dio Vergine,
supplica tu il Nato da te...
Non sdegnare le suppliche dei peccatori,
o Tuttasanta,
perché è misericordioso e potente nel salvare
lui che ha accettato anche di patire per noi".

Ma quando il Figlio della Tuttapura è steso sul legno, la sua contemplazione è inchiodata alla croce, senza staccarsene: vede, guarda, contempla. L'ultimo grado della conoscenza spirituale quaggiù, che necessariamente diventa comunione e fusione, è l'annientamento del Figlio-Dio, fino ad essere brutalmente legato, schiaffeggiato, flagellato, coronato, sputato in faccia, condannato e ucciso: e tutto questo, solo perché egli lo vuole! L'Agnella contempla il Figlio, l'Agnello, così umanamente sfigurato: lo contempla immolato, ingiustamente condannato, percosso, inchiodato, crocifisso, morto... I riferimenti a Cristo in croce sono innumerevoli. Il tropario delle lodi del Venerdì della Passione si rivolge alla Madre:

"Vedendoti appeso al legno, o Cristo,
te, il Creatore di tutte le cose e Dio,
Colei che senza seme ti aveva generato,
diceva amaramente: Figlio mio,
dove è scomparsa la bellezza del tuo volto?
Non posso vederti iniquamente crocifisso" (II, pag. 91).

Si potrebbe dire che tutta l'attenzione di Maria è centrata su di Lui che muore in croce. Più che la dolorosa passione, è la sua morte che Lei medita; e questa contemplazione di dolore la fa partecipare al suo sacrificio. Maria, Agnella pura, intrisa di dolorosa passione, "vede" Gesù, nella sua misteriosa indecifrabile natura divina nascosta sotto il velo di carne, ora sfigurato e confitto alla croce: vede, contempla, crede. Nonostante Cristo muoia sulla croce, Maria crede in Lui, crede che Lui è Dio. Ha percorso anche lei il suo cammino di fede, e cioè di conoscenza progressiva del Mistero che ora le si rivela in tutta la sua cruda e onnipotente realtà: le stanze del kontakion di Romano, a partire dalla prima che viene cantata il Venerdì Santo, lo mostrano in modo inequivocabile: anche lei, superando lo stupore proprio di ogni creatura davanti alle manifestazioni divine, è stata introdotta nel Mistero: ieri l'angelo l'aveva introdotta nel Mistero dell'incarnazione, oggi è il Figlio che la introduce nel mistero della sua Passione, con la quale liberamente vuol salvare l'uomo.

Proprio per questo l'Ufficio del Venerdì Santo ripete come ritornello anche nelle Grandi Ore il proemio di Romano il Melode, quasi aggrappandosi alla statura della Madre-Vergine, icona dell'itinerario di fede e del vertice umano della contemplazione:

"Maria lo vide sul legno e diceva:
anche se sopporti la croce,
tu sei il mio Figlio e mio Dio!" (II, pag. 101).

 

 

3. Il Grande Sabato

Scrive Costantino Andronikov:

"Liturgicamente, il sabato introduce alla domenica; il Grande Sabato, alla domenica di Pasqua. Metafisicamente, ma anche esistenzialmente, il mistero del Sabato si rivela nell'Ottavo Giorno del Signore. Tutto è compiuto e tutto è in germe. La condiscendenza vertiginosa del Figlio di Dio raggiunge il punto estremo della sua curva. Si sta abbozzando la risalita sfolgorante. La Kènosi è giunta al suo termine; la glorificazione è già intrapresa. La notte si chiude nel riposo; sta per spuntare il giorno senza tramonto. Il fondo dell'abisso assoluto dell'abbandono, perfino da parte del Padre, nella solitudine mortale, è stato raggiunto. Sta per cominciare l'ascensione del Re dell'universo con la sua Chiesa nascente, nella pienezza trinitaria. Tutti gli uomini, vivi o morti, possono fin d'ora stringere la mano che li aveva all'inizio formati dal nulla e che li innalza verso la vita eterna. Tutti gli uomini possono ormai rispondere alla chiamata della Parola incarnata che li ha fatti a sua immagine e che ha condiviso la loro sorte fino al sepolcro, tutti, a partire dal primo che conteneva l'umanità in germe: il Cristo è andato a cercare Adamo in capo al mondo e "lo ha trovato sotto terra" (prima stanza). Il Vivente afferra il morto. La salvezza si apre".

Il tema liturgico del Sabato Santo è così indicato dal Sinassario:

"Oggi si celebra la sepoltura del Corpo divino e la discesa agli inferi del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo. Per questi misteri il genere umano è stato richiamato dalla corruzione alla vita eterna".

L'azione liturgica più singolare, che avvolge di profondo significato mistagogico e di intima commozione i fedeli, è il rito dell'epitaphion. Così Maria Bianco descrive il termine epitaphion e il rito del Sabato Santo:

"Epitafion. In greco classico con questo termine si intende soprattutto l'elogio funebre; ma nella lingua liturgica più abitualmente significa il velo ricamato che rappresenta il corpo del Signore nell'atto della sua sepoltura. Esso è oggetto di specialissima venerazione il venerdì e il sabato santo. Tutto l'anno questo velo è onorevolmente custodito in Chiesa, in un quadro, assieme alle sante icone; ma il venerdì santo è deposto sull'altare e su di esso si appoggia il libro dei santi evangeli. Poi a Vespro, al canto dell'Apolitikion Il nobile Giuseppe, l'epitafion è solennemente riposto in un'arca, figura del santo Sepolcro, tutta ricoperta di fiori e di profumi. Là tutto il popolo accorre a rendergli omaggio. Ci si prostra due volte fino a terra, facendosi il segno di croce, si bacia il Vangelo e l'immagine di Cristo impressa sul velo, poi di nuovo ci si prostra fino a terra, segnandosi. C'è pure l'abitudine di dare ai fedeli, in segno di benedizione, qualche fiore che abbia toccato la santa immagine. Davanti a quest'arca il sabato santo si cantano gli enkomia, in persona delle sante mirofore; l'epitafion nella sua arca è portato in processione fuori del tempio al canto di un lungo tropario proprio. Questa processione notturna è uno dei momenti più forti della pietà popolare in tutto l'anno liturgico. Infine, all'inizio della veglia pasquale, la notte di Pasqua, l'epitafion è tolto dall'arca e deposto di nuovo sull'altare, dove resterà fino alla vigilia dell'Ascensione" (M. Bianco, Liturgia orientale della settimana santa, vol. II, p. 248).

 

 

Gli "Enkomia" o Elogi funebri o Lamenti o Compianto

Gli Enkomia sono una lunga serie di tropari suddivisi in tre stanze, e cantati a cori alterni assieme ai versetti del salmo 118: 156 versetti, 156 tropari. Dal punto di vista celebrativo, essi sono il cuore della commemorazione liturgica. Collocati nell'ufficio mattutinale (orthros), fungono da intimo legame tra la Passione consumata in Croce, la folgorante discesa negli inferi, il pianto delle mirofore al sepolcro, la trepida attesa della risurrezione. Come in una tragedia greca - si tratta infatti della suprema Tragedia, diventata vita per il mondo - il coro, composto da un piccolo gruppo: la Madre, Giovanni, Giuseppe, Nicodemo, le pie donne, chiama a raccolta tutto il creato e dà voce agli eventi, dalla crocifissione alla sepoltura, dalla discesa negli inferi all'annuncio già prossimo della vittoria pasquale. Trabocca, nei testi, lo sconvolgente stupore davanti ai due poli che qui si toccano e si incrociano: l'infinita grandezza, potenza, signoria del Verbo, e l'estrema umiliazione umana che ha voluto spontaneamente subire con la sepoltura di tre giorni, per scardinare le potenze dell'inferno che ci tenevano schiavi e far uscire definitivamente i morti dalla morte. Tutto il creato è spettatore attonito di questo evento divino: trema, condivide il pianto, adora e attende.

Davanti alla sepoltura di Cristo, gli Angeli, contemplando morto il loro Creatore, rimangono esterrefatti e si coprono il volto: perché egli è la Vita che non può morire. Il sole si oscura, perché è tramontato il Sole senza tramonto; la terra è sconvolta fin nelle viscere, quando il Verbo che è luce si nasconde sotto terra. Soltanto gli uomini ciechi ed empi, mentre Dio muore, insultano e bestemmiano.

Lo stesso Ade, che si apre ad accogliere come vinto il Signore che è stato crocifisso, viene sgominato e vinto dal Salvatore,

"il Vivificante, che lo spoglia delle sue prede e fa risorgere i morti da secoli".

In questo contesto immenso, che è insieme pianto e canto, primeggia la Madre: i testi le assegnano un posto di privilegio. È la Vergine-Madre, colei che lo ha generato; è l'Agnella che l'ha visto morire, ed ora lo deve consegnare al sepolcro. Il suo cuore è una diga che si apre in torrenti di lacrime:

"O Dio e Verbo! Mia gioia!
Come potrò sopportare la tua sepoltura di tre giorni?
Ora le mie viscere di madre sono dilaniate!".
"Chi mi darà pioggia e fonti di lacrime
per piangere il mio dolce Gesù?
diceva la Vergine Sposa di Dio".

E chiamando al compianto tutte le creature, sembrava dir loro così:

"Monti e vallate, e voi figli dell'uomo,
e creature del cosmo, piangete!
fate cordoglio con me, la Deipara!".

Il dolore della Vergine, però, anche se straripante, era insieme pienezza di adorazione, di cui faceva omaggio supremo al suo Figlio Dio:

"Gesù, mia gioia, tu amata mia luce,
perché t'han posto in un buio sepolcro?
oh, misterioso umiliarsi di Dio!".

Ancor più grande dell'immenso dolore di Madre e di Theotokos è la fede di Maria: una fede discepolare, protesa come tutta la sua vita verso la Pasqua del Signore. Nel contesto della Settimana Santa bizantina, fortemente orientata alla Risurrezione, gli innografi hanno voluto quasi ritrarre nei sentimenti della Madre l'attesa e la speranza dell'uomo, che Cristo ha redento e immerso nei fulgori della risurrezione: anche se tuttora siamo nel nostro Sabato Santo, segnato dalla morte, e dalla figura di un mondo che sarà trasfigurato. L'icona di Maria del Sabato Santo è l'ultima icona della speranza cristiana: un'immagine evangelica di Maria, già tratteggiata da due testi di Luca: "Maria conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore" (Lc 2, 19.51). La Vergine durante la vita del Signore aveva ascoltato e accolto con fede e custodito gelosamente nel cuore non solo la predizione dolorosa della sua morte, ma anche l'annuncio della sua gloriosa risurrezione dopo tre giorni. Qui, al sepolcro del Figlio, davanti a una tomba sigillata - sepolcro nuovo come il suo grembo di vergine da cui era nata la Vita - è Lei che ricorda al Figlio sepolto la fedeltà alla parola che ha dato:

"Fiumi di lacrime effonde la Madre
al monumento ove giaci sepolto;
ti grida: Sorgi, perché l'hai predetto!".

È su questa fede dolorosa e fiduciale della Madre, compartecipata dalla Chiesa, e sulla fedeltà del Signore, del Vivente e Vivificante, alla sua promessa, che poggia la speranza dell'uomo; se ne fa eco il coro delle mirofore:

"Ritorna presto, Signore, tra i vivi,
per dissipare l'affanno profondo,
di lei che, Vergine, t'ha generato!".

E rivolto alla Madre-Vergine, a chiusura degli Enkomia, è il coro delle mirofore, ma in loro siamo tutti noi che la supplichiamo:

"O Vergine, rendi degni i tuoi servi
di vedere la risurrezione del Figlio tuo!".

Non poteva mancare, a tanta fede, a un interrogativo che lo chiamava direttamente in causa sulla sua parola, la risposta di Cristo. Com, secondo i libri sacri, Dio entrò in scena e rispose a Giobbe e al suoi amici; qui, dal fondo dell'Ade dove ha richiamato a vita Adamo ed Eva perduti, il Signore risponde al pianto e all'attesa della Madre. È il primo tropario dell'Ode IX, opera del monaco Cosma di Maiuma:

"Madre, non piangere sopra di me,
vedendo chiuso in un buio sepolcro
l'eterno Figlio che desti alla luce:
risorgerò con potenza e splendore
e innalzerò fino a gloria immortale
chi con amore e con fede ti canta".

Siamo giunti così alle soglie della Risurrezione. Sta già tremando la terra; sta per aprirsi il sepolcro: la pietra sarà rotolata inutile fuori della tomba. Ma chi contemplerà per primo il volto del Risorto, portando a compimento definitivo il proprio itinerario di dolore, di fede e di conoscenza? Certo, la Madre. Introdotta per prima nel mistero dell'Incarnazione, entrata per prima in quella della Risurrezione, resta per tutti - prima fra le mirofore - l'Annunciatrice pasquale:

"Illùminati, illùminati, o nuova Gerusalemme,
la gloria del Signore è sorta sopra di te!
Danza ora ed esulta, o Sion,
e tu rallegrati, o pura Madre di Dio,
nella risurrezione del Figlio tuo!"
(Giovanni Damasceno, Ode IX del Canone)

 

a cura del Centro Russia Ecumenica

00193 Roma – Vicolo del Farinone, 30

tel 06-6896637

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Martedì 17 Agosto 2004 01:20

Le Chiese Orientali

di Sergio Mercanzin

A. CHIESA APOSTOLICA CATTOLICA ASSIRA DELL'ORIENTE (CALDEA)

Fa risalire la sua origine all'apostolo Tommaso. È una delle chiese più antiche e venerabili. Lingua liturgica è il siriaco orientale, la più vicina alla lingua che parlava Gesù.

450.000 fedeli circa (Iraq, Iran, India, Libano, Siria, ecc.). Nel medioevo arrivava a 70 milioni di fedeli.

È sempre stata una chiesa missionaria: India, Asia Centrale, Cina.

Dal 1976 è patriarca Mar Dinka IV, nato in Iraq, vescovo in Iran, residente negli Usa.

Chiesa nestoriana (non ha accettato le definizioni del concilio di Efeso 431 sull'unica persona di Cristo, seguendo invece Nestorio, patriarca di Costantinopoli che affermava la duplicità delle persone in Cristo).

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