Lunedì, 26 Giugno 2017
Giovedì 09 Febbraio 2017 12:00

5 - Esilio e ricostruzione - 1a parte

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dal Corso Biblico del Prof Dario Vota

 

5.1 Prima Parte:

I. La fine dello stato di Giuda

II. I deportati in Babilonia

I. LA FINE DELLO STATO DI GIUDA


1. Giudei in esilio e Giudei in patria


Un re di Giuda a Babilonia.

Un'interessante documentazione babilonese attesta la presenza in Babilonia del re di Giuda Yehoyakin, deportato nel 598 a.C.: in un piccolo "archivio" di circa 300 tavolette contenenti testi di carattere amministrativo datati tra 10° e 25° anno di regno di Nabucodonosor (tra 595 e 570 a.C.), quattro tavolette si riferiscono al re di Giuda, confermando con una piccola ma precisa integrazione ciò che il finale biblico di 2Re narra sul destino di questo sovrano dopo la sua resa ai Babilonesi

6 litri d'olio per Yehoyakin (ya'ukinu), re del paese di Giuda (ya'udu). 2 litri e mezzo per i 5 principi di Giuda. 4 litri per gli 8 uomini di Giuda.

Al pari di altri stranieri di varia provenienza, l'ex-re di Giuda riceveva delle razioni mensili di olio, che servivano al suo mantenimento come merce base di scambio (l'olio valeva quale mezzo comune di compravendita, come una sorta di denaro). Con lui erano riforniti i suoi cinque figli, a cui provvedeva un gruppo di servitori. Quella di Yehoyakin era dunque una situazione privilegiata.

Le deportazioni: classi dirigenti in esilio.

La deportazione a Babilonia di Yehoyakin fu accompagnata dalla deportazione di qualche migliaio di persone: da 8.000 a 10.000 tra notabili di Gerusalemme e artigiani, se si sta alla notizia di 2Re 24,10-16, poco più di 3.000 secondo il profeta Geremia (Ger 52,28-30).

Si trattò in ogni caso di quasi tutta la classe dirigente e della popolazione cittadina meglio dotata economicamente; quel poco di essa che rimase a Gerusalemme costituì il nucleo ristretto che si trovò a gestire, sotto l'incerta autorità del re-fantoccio Sedecia, quella parvenza di stato di Giuda che chiuse di lì a qualche anno la sua storia con la parziale distruzione della capitale in seguito all'assedio del 587-586. In questa occasione la deportazione riguardò un numero esiguo di persone: poco più di 800 a detta di Geremia. A queste ne vanno aggiunte quasi altrettante, portate via cinque anni dopo quando i Babilonesi intervennero nuovamente in conseguenza dell'assassinio di Gedaliah, posto da loro come responsabile di ciò che rimaneva.

I rimanenti: la popolazione rurale.

La città di Gerusalemme fu svuotata in misura notevole, ma non così le aree rurali, i cui abitanti (la percentuale certamente maggioritaria del regno), furono lasciati sul posto dai Babilonesi. Il fatto poi che questi non abbiano deportato in Palestina dei gruppi stranieri significò per chi era rimasto al possibilità di occupare le terre degli esiliati, con indubbi vantaggi.

Tuttavia la partenza dei gruppi dirigenti, con la dissoluzione delle principali strutture organizzative e le estese distruzioni che erano state provocate dagli interventi militari babilonesi, si lasciò alle spalle un paese devastato e una realtà sociale degradata.

 

2. Archeologia della devastazione

Distruzione di centri cittadini.

Le campagne militari di Nabucodonosor portarono la devastazione in molta parte del territorio di Giuda.

A Gerusalemme tracce di distruzione dovute all'attacco babilonese del 586 sono rilevabili in edifici della parte alta della città. Se proprio la distruzione non fu completa, è verosimile pensare all'abbattimento della cinta muraria e di quanto poteva risultare utile alla difesa, oltre al probabile incendio di edifici-simbolo quali tempio e palazzo. Ma molti centri di Giuda recano chiari segni di azione violenta: Lakish, Azeqa, Timna, Bet-Sur, Gezer, Debir, Hebron risultano rovinate; e distruzioni violente si rilevano in siti del Negev.

Una continuità di occupazione è invece documentata più a nord di Gerusalemme, ad esempio a Tel en-Nasbeh, il sito di Mizpa che secondo 2Re 25 e Ger 40 fu la sede del governatore Gedaliah.

 

Crollo insediativo.

Anche solo un confronto tra il numero dei siti che, in base ai dati archeologici, risultavano abitati in Giuda nel VII secolo a.C. (verso la fine dell'epoca monarchica) e quello relativo al pieno VI secolo (durante il dominio babilonese) basta a definire un vero crollo insediativo: dai precedenti 116 siti, tra centri cittadini e villaggi rurali, si scende a 41. Si nota inoltre una decisa contrazione nella dimensione media degli insediamenti, da 4,4 a 1,4 ettari; data la distribuzione della maggior parte dei centri cittadini, si può senz'altro parlare di uno spostamento della popolazione dalla realtà urbane ai villaggi di campagna.

 

Regresso demografico. In mancanza di dati diretti e affidabili sul numero degli abitanti, la situazione demografica può essere valutata solo in base a stime costruite sui dati archeologici. Lo studioso israeliano O. Lipschits ha calcolato tra fine VII secolo e fine VI un declino del 60% dell'area insediativa: chiaro segnale di una grave crisi demografica; e ha valutato il calo di popolazione da 110.000 a 40.000 unità. Le perdite umane variarono da zona a zona: il colpo più pesante si abbatté sicuramente su Gerusalemme e dintorni, fu abbastanza duro per l'area collinare meridionale e per la Shefelah e fu forse meno traumatico nella parte nord del paese; ma l'impatto dell'invasione babilonese fu nel complesso devastante.

Sembra non esserci dubbio: sotto il dominio babilonese il territorio di Giuda divenne ben poco popolato.

Alla forte riduzione degli abitanti non avevano contribuito solo le deportazioni operate dai Babilonesi. Queste, anche accettando una stima più alta rispetto ai dati forniti da Geremia – che pure gli studiosi ritengono plausibili – possono aver tolto dal paese al massimo 10 o 15.000 abitanti. Altri fattori devono aver concorso non poco: le morti violente direttamente provocate dagli eserciti babilonesi; la fuga di molti davanti all'avanzata delle truppe nemiche, in vari casi vera e propria emigrazione senza ritorno (emblematico il caso, narrato in 2Re 25 e Ger 42-43, di quanti fuggirono in Egitto dopo l'assassinio di Gedaliah); le vittime di probabili epidemie e di sicure carestie conseguenti alla devastazione di molte zone agricole; la ridotta natalità nella generazione successiva agli eventi per l'alta mortalità che aveva decimato gli adulti in età procreativa.

In sostanza, rispetto all'ultimo secolo della monarchia – quando Giuda era uno stato abbastanza densamente popolato, economicamente prospero e con una realtà urbana consolidata – la situazione cambiò decisamente in età babilonese con l'avanzare del VI secolo: nel quadro di un paese sottopopolato, l'economia si ridusse a un'agricoltura di sussistenza e alla pastorizia, e nessun sostegno venne dal domino babilonese, evidentemente non interessato allo sviluppo economico della zona.

Giuda non si ridusse a una "terra vuota", pressoché disabitata e inospitale; ma la continuazione della vita in epoca neo-babilonese fu sconvolta da una decisa rottura dell'equilibrio precedente e da un calo generale, nei numeri e nella qualità. Il crollo dell'organizzazione socio-politica e la scomparsa di una classe dirigente locale capace di avviare una ripresa produssero una sorta di "deculturazione" che rappresentò la fine di un'epoca.

 

3. "Esilio" o "Epoca senza tempio"?

L'uso di indicare questo periodo del VI secolo a.C. per la popolazione dell'ex-regno di Giuda come "esilio" è di vecchia data negli studi e tradizionalmente accolto nella divulgazione. Ma esso è stato criticato di recente come storicamente inappropriato, e per più ragioni: con particolare riferimento ai contributi della stusiosa olandese J. Middlemas, si può notare come il termine "esilio" indichi una condizione che è stata tale solo per i gruppi che furono deportati e non per la gente che rimase in Giuda, come esso non riesca a cogliere la varietà dei disastri che colpirono la nazione giudaita (le violenze dell'attacco babilonese, le susseguenti carestie e probabili epidemie, l'emigrazione di vari gruppi, ecc.), come la condizione di esilio finì per alcuni ma non per altri che scelsero di non tornare e non si consideravano più esiliati (perché ormai pienamente integrati nella società babilonese o egiziana).

Probabilmente, per la realtà di chi rimase in Giuda e di chi ci ritornò dopo la deportazione, un termine più adatto può essere "epoca senza tempio" (distrutto nel 586 e ricostruito a fine secolo). Se qui si utilizza la definizione tradizionale è solo per lo scopo divulgativo di queste pagine.

 

 

II. I DEPORTATI IN BABILONIA


1. La condizione degli esuli

Coloni agricoli. Le poche notizie bibliche sugli esiliati in Babilonia fanno pensare che la maggior parte di essi – escludendo la casa reale ospitata a corte – fossero stati dislocati nelle zone attorno alla capitale e alla città di Nippur, in un'area attraversata dal canale Kebar (citato in Ez 1,3 e 3,15), in una serie di località tra le quali Tel-abib (Ez 3,15), Tel-melah e Tel-hersha (Esd 2,59), che erano probabilmente vecchi centri abbandonati (i nomi con Tel- indicano una collina di rovine).

Studi sul popolamento della Mesopotamia hanno evidenziato per l'epoca tardo-babilonese (612-538 a.C.) una crescita della popolazione che potrebbe essere stata effetto di massicci trasferimenti di gruppi umani in seguito a conquiste militari: evidentemente il governo babilonese cercava di rivitalizzare questa regione spostandovi forzatamente dei prigionieri. La massa degli esiliati giudei sarebbe stata utilizzata come coloni agricoli, impiegati nel rilancio di un'attività rurale in zone i cui terreni erano da tempo in degrado.

La loro non era una condizione di schiavitù: una relativa libertà di gestire autonomamente attività di lavoro e vita privata appare chiaramente dalle indicazioni che il profeta Geremia rivolse in una lettera agli esuli della prima deportazione (Ger 29). Ma il quadro non può neppure essere troppo addolcito: l'esperienza di sradicamento, la perdita delle sicurezze e il disorientamento dovettero segnare tristemente soprattutto la prima generazione di esiliati; gli accenti desolati di alcuni passi biblici di taglio poetico (ad esempio il salmo 137) segnalano bene il carattere traumatico dell'esilio. I deportati non furono di per sé costretti ad abbandonare la loro cultura e le loro abitudini sociali, ma è chiaro che la condizione di esiliati poneva loro il problema di trovare persone o nuclei di riferimento a livello organizzativo e ideale.

Le guide: il re... La rovina di Gerusalemme nel 586 a.C. aveva chiuso di fatto l'esistenza di un regno di Giuda come stato autonomo; ma la monarchia come istituzione rimaneva in vita: anche in esilio Yehoyakin restava "re di Giuda". Tale infatti era riconosciuto dagli stessi Babilonesi (come indica il documento sulle razioni a lui assegnate) e tale probabilmente continuava ad essere per i Giudei: perfino per un profeta come Ezechiele, non certo animato da grande simpatia per la casa regnante, egli era il vero re d'Israele (la visione che apre il suo libro è datata con riferimento alla deportazione di Yehoyakin e non al governo di Sedecia).

Mantenuto a Babilonia nella condizione di re vassallo, Yehoyakin poteva quindi considerarsi re per i suoi sudditi (i Giudei rimasti in patria) e fungeva nominalmente da loro governatore per il Re di Babilonia. Ma questa situazione lo poneva in una posizione ambigua agli occhi degli esiliati: riconosciuto come re dai Babilonesi e integrato nella loro struttura di governo, poteva apparire loro quasi come un traditore; e tanto più se il suo legame con la corte imperiale babilonese lo portava più a guardare a chi era rimasto in Giuda che a coltivare rapporti con i compatrioti deportati.

... i sacerdoti e gli "anziani". Se nei primi anni il re in esilio può anche essere stato un punto di riferimento e di speranza per molti Giudei che erano in Babilonia, è probabile che col passare del tempo le guide effettive siano state altre, i sacerdoti e gli "anziani". E fu grazie alla tenacia di alcuni di questi che la comunità in esilio poté mantenere un'identità e una tradizione.

Con ogni probabilità il primo ambiente che si attivò per la conservazione di un'identità nazionale tra gli esiliati fu quello dei sacerdoti; tra questi si può dire qualcosa del gruppo che faceva capo ad Ezechiele. Convinto della possibilità di un ritorno, costui pensava (e incoraggiava a pensare) che un ritorno in patria non poteva essere una semplice restaurazione del vecchio ordine: occorreva progettare una società diversa, radicalmente rinnovata nelle sue strutture, in cui, senza escludere una continuazione della casa regnante, un ruolo di primo piano fosse giocato da un sacerdozio in posizione preminente e isolato in una sacralità che facesse del tempio e del suo culto centralizzato la struttura ideale e materiale di riferimento. In tale progetto il re doveva diventare il difensore del tempio e del popolo, in un'organizzazione controllata dai sacerdoti: dunque, il tempio come centro della nuova nazione e il sacerdozio come centro del tempio.

La posizione di Ezechiele esprimeva l'idea (e gli interessi) dei gruppi sacerdotali in esilio, che puntavano a porsi come guide di una restaurazione rinnovata che avesse come protagonisti proprio gli esiliati come autentici eredi della nazione giudeo-israelitica. La loro visione cercava di correggere quella degli "anziani", i capi-famiglia laici, per i quali la prospettiva del rientro corrispondeva probabilmente al semplice recupero delle proprietà lasciate in patria e al ritorno a una Giudea da rilanciare identica a quella lasciata.

Non sappiamo come Yehoyakin e la sua piccola corte a Babilonia abbiano reagito alla situazione creatasi con l'esilio. La notizia biblica più recente su di lui (2Re 25,27-30) parla di una liberazione (dopo un periodo di prigionia, di cui non sappiamo nulla) concessagli dal successore di Nabucodonosor, Awil–Marduk, nel 561 (dunque dopo più di 35 anni di esilio): la conferma del titolo di re e l'accoglienza alla mensa del sovrano babilonese. Ma attorno a Yehoyakin si mossero degli intellettuali che elaborarono un'ideologia ben diversa dai progetti di Ezechiele e dei gruppi sacerdotali. E' probabile che anche i funzionari di corte sentissero l'esilio come una realtà non definitiva, ma i loro interessi ruotavano attorno all'idea di un ritorno della casa regnante e quindi a un rapporto privilegiato con la madre patria più che con i gruppi in esilio.

 

2. La vita religiosa in esilio


Un aspetto sconosciuto. L'impegno a conservare identità e tradizioni fra i Giudei in esilio non poteva essere slegato dalla pratica di attività di culto, su cui però non sappiamo nulla. A differenza di una comunità ebraica in Egitto, che aveva un tempio locale di Yahweh, nulla del genere è documentato per la comunità giudaica in Babilonia.

E' stato suggerito da vari studiosi che durante l'esilio sia sorta, come sostituto del tempio, l'istituzione della sinagoga. Ma non ci sono prove, e la questione non può trovare per ora soluzione, almeno se si attribuisce al termine "sinagoga" il significato e la funzione che essa avrà in tempi assai più recenti, nell'ambito cioè della lettura della Legge e della preghiera. Se invece si intende semplicemente un luogo d'incontro per attività legate all'identità spirituale della comunità, è verosimile che i Giudei in Babilonia avessero qualche luogo del genere: non necessariamente un edificio pubblico, ma anche solo degli spazi aperti adatti ad una pubblica assemblea o a qualche rito religioso.

L'identità spirituale tra fedeltà e assimilazione. Non tutti i Giudei deportati devono però essere rimasti fedeli alla tradizione religiosa dei loro padri; qualche caso di assimilazione alla cultura babilonese ci fu senz'altro. Sappiamo di alcuni che adottarono nomi babilonesi. Es. un sigillo con l'iscrizione

Appartenente a Yehoyisma, figlia di Shamash-shar-usur

Il padre porta un nome tipicamente babilonese (šamaš-šar- usur = "il dio Shamash protegga il re") mentre quello della figlia contiene la forma Yahweh, a segnalare forse che uno dei primi esiliati in Babilonia aveva dato al figlio un nome locale, mentre questo – magari nel clima di un rinnovato sentimento religioso giudaico – volle tornare per la figlia a un nome della tradizione ebraica.

E' vero che queste pratiche, così come l'adozione della lingua aramaica e dei nomi dei mesi del calendario babilonese, segnalano un certo grado di assimilazione al mondo mesopotamico; ma ciò non implicava necessariamente l'abbandono della religione tradizionale: dall'osservanza del sabato alla circoncisione, pratiche e segni di appartenenza religiosa continuarono.

La Bibliografia segue nella II Parte

 

 

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Ultima modifica Domenica 12 Febbraio 2017 19:35
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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