Mercoledì, 19 Dicembre 2018
Venerdì 09 Febbraio 2018 16:59

La Famiglia nella Palestina del I sec. d.C.

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sintesi del Corso   

tenuto dal Prof. Dario Vota

Idee sull'uomo e sulla donna

Per capire le strutture e i rapporti familiari nella Palestina del I secolo d.C., occorre tener conto anzitutto della visione dell'uomo e della donna in quella società.

La Palestina del I secolo (e il mondo mediterraneo antico in genere) era patriarcale per strutture e idee: gli aspetti pubblici della società erano controllati dai maschi, e dai maschi anziani sui più giovani.

Lo status privilegiato del maschio derivava:

- dalla convinzione che fosse il suo seme a creare un figlio (la madre forniva solo l'utero per lo sviluppo del bambino); questa supremazia del maschio era vista come legittimata dal racconto biblico della creazione (prima l'uomo, dunque il maschio ha posizione superiore);

- dalla paura maschile nei confronti della donna: la donna era considerata non solo diversa, ma potenzialmente pericolosa (per capacità di seduzione e per tendenza peccaminosa).

C'erano anche idee positive sulla donna (si pensi all'elogio di una buona moglie in Pr 31 e all'invito al rispetto e all'attenzione verso le madri in Pr 1,8; 6,20); ma la donna doveva rimanere entro i parametri determinati dagli uomini e doveva essere tenuta sotto controllo da parte dei maschi adulti della famiglia. Da ciò, ad esempio, la proibizione alle donne di entrare nei cortili interni del tempio di Gerusalemme e di assistere ai giochi atletici, il dovere di attenersi a determinati capi di vestiario e di acconciatura dei capelli.

Queste distinzioni per sesso erano legate a un'idea di società che si aspettava e imponeva comportamenti diversi per uomini e donne. Es: la gestione delle faccende di casa era cosa per donne, la gestione della campagna era cosa da uomini; la rappresentanza pubblica della famiglia era cosa da uomini, i legami con altre famiglie (es. progetti di matrimonio) erano cosa da donne; fare sacrifici al tempio era da uomini, allevare i figli era da donne; solo uomini potevano fare i sacerdoti, solo donne potevano fare le ostetriche. Tali distinzioni però erano relativizzate dallo status: ad es., nell'élite l'istruzione era limitata ai maschi, ma le donne dell'élite probabilmente godevano di maggiore flessibilità nei progetti di matrimonio .

.. Questa distinzione dei sessi si esprimeva nell'antica società mediterranea -(non solo quindi in quella palestinese) anche nel fondamentale schema di valori "onore/disonore": i maschi dovevano incarnare l'onore familiare con la loro virilità, il coraggio e la protezione della famiglia; le donne dovevano evitare la vergogna e il disonore della famiglia con la modestia, la fedeltà e la sottomissione al maschio.

Tutti i ruoli sociali della famiglia (marito/moglie, padre/madre, nonno/nonna, figlio/figlia, fratello/sorella, zio/zia, cugino/cugina) erano definiti da queste idee relative all'uomo e alla donna.

Genealogia e discendenza

Nella nostra società attuale l'albero genealogico (e con esso i legami relativi al nostro retroterra ancestrale) ha poca importanza, al massimo è una curiosità storica o un hobby di ricerca. In una cultura come quella palestinese antica - che dava grande importanza allo schema di valori "onore/disonore" - era invece fondamentale.

Una genealogia era un elenco organizzato per generazioni (ne poteva anche saltare qualcuna), rispecchiava valori sociali e prospettive di vita, aveva una precisa funzione sociale; ad es. serviva a stabilire il clan familiare a cui si apparteneva; concretizzare l'onore della famiglia in un elenco di nomi; identificare potenziali partner per matrimoni all'interno del gruppo familiare; sostenere una rivendicazione a qualche forma di potere; affermare il diritto a un'eredità; determinare l'appartenenza a un gruppo religioso; confermare il diritto a qualche ufficio ereditario.

La discendenza è il principio che sta alla base della genealogia; essa sottolinea i legami che uniscono i membri di un gruppo familiare a un antenato comune per evidenziare l'onore della famiglia. In una società come quella palestinese antica il principio di discendenza era quasi sempre "patrilineare", perché in quella società erano i maschi a simboleggiare pubblicamente l'onore della famiglia. Talvolta si includevano alcune donne a rafforzare la linea paterna: se una donna aveva accresciuto l'onore alla famiglia paterna o aveva acquisito onore attraverso qualche atto virtuoso o coraggioso o per distinguere tra diverse mogli quella che assicurava la linea genealogica.

Matrimonio

Nelle società preindustriali, tradizionali (come quella palestinese del I secolo d.C.), raramente il matrimonio era un accordo tra un uomo e una donna. Le parti coinvolte non agivano come individui ma come membri di un clan, e il matrimonio aveva un forte significato sociale.

Non era un problema di individui che diventano fidanzati. Anche nel Mediterraneo antico c'era la pratica del fidanzamento come tempo precedente al matrimonio; ma non si trattava per la coppia di un periodo in cui ci si conosceva meglio l'un l'altro, quanto piuttosto del periodo in cui l'uomo e la donna erano promessi l'un l'altro (solitamente dalle loro famiglie) e in cui le famiglie negoziavano la dote, la dote indiretta e i doni nuziali.

La stipula del fidanzamento era accompagnata da un pasto a casa della sposa e dal pagamento della dote indiretta da parte dello sposo. Il fidanzamento era un accordo vincolante e per romperlo occorreva un divorzio formale. Le nozze venivano celebrate con una festa organizzata dal padre dello sposo e duravano sette giorni o più. I riti più importanti erano: la preparazione della sposa, il trasferimento della sposa dalla casa del padre a quella dello sposo, l'introduzione della sposa nella casa dello sposo, le benedizioni i festeggiamenti nella casa del marito.

Gli impedimenti a un matrimonio legittimo tra gli Israeliti erano legati al sangue (erano esclusi i parenti prossimi) e alle norme di purità (era escluso il matrimonio tra Israeliti e gentili; un'adultera non poteva sposare il partner nell'adulterio; un uomo non poteva risposare la sua ex-moglie se nel frattempo essa si era risposata; un uomo castrato o una persona insana non si potevano sposare.

Il matrimonio tra parenti del clan familiare ( endogamia) era assai diffuso nella Palestina dei tempi di Gesù; era per lo più tra cugini. Poteva essere motivato dalla volontà di conservare la proprietà e la ricchezza all'interno del gruppo di parentela, di consolidare un potere, di mantenere la purezza cultuale, di proteggere il gruppo da elementi esterni. Sembra che l'endogamia fosse l'ideale israelitico prima del I secolo (un esempio biblico:

Abramo si preoccupa che Isacco prenda moglie nel suo gruppo di parentela: Gn 24).

Da Giuseppe Flavio apprendiamo informazioni preziose sui matrimoni nella famiglia erodiana: 39 membri di essa contrassero matrimoni endogamici, in parte tra parenti consanguinei e in parte con parenti acquisiti.

La strategia matrimoniale degli erodiani comprendeva anche l'esogamia (matrimonio al di fuori del gruppo di parentela). Nella maggior parte dei casi erano matrimoni in funzione dell'incremento dell'onore e del potere della famiglia attraverso la creazione di una rete di legami con leader politici e religiosi.

Dote, doni maritali e dote indiretta

Erano gli aspetti economici del matrimonio, che nelle antiche società mediterranee prevedevano complessi accordi prematrimoniali per assicurare il flusso di proprietà da una famiglia all'altra, per dotare la nuova coppia e per proteggere i diritti della sposa in caso di divorzio.

Dote. Era la proprietà che la famiglia della sposa trasferiva alla sposa o alla coppia al momento del matrimonio, e poteva essere costituita da proprietà immobili o mobili o da denaro liquido o da una combinazione di questi elementi.

Nelle società tradizionali di tipo patriarcale le donne con il matrimonio passavano dal controllo (autorità, responsabilità legale e custodia) dei loro padri a quello dei mariti. Così alle spose veniva data da amministrare la proprietà della sposa (usufrutto), che continuava ad appartenere a lei come cosa distinta dalla proprietà personale del marito o del clan familiare.

La dote non era solo una transazione economica, ma anche un'espressione dell'"onore" della famiglia in occasione delle nozze di una figlia. La consistenza della dote mostrava alla comunità la ricchezza della famiglia (era il segno pubblico del suo "onore"). La dote poteva anche essre un mezzo per acquisire un onore o un "cliente": un genero di condizione più alta accresceva l'onore della famiglia, uno di condizione pi bassa inseriva sé stesso e la sua famiglia nella rete di clientela della famiglia della sposa.

La dote era pagata anche nei matrimoni endogamici: in questo caso la ricchezza del clan familiare circolava per dono alla generazione successiva ma si manteneva all'interno della famiglia e conservava la forza economica del gruppo familiare.

Dote indiretta. Era la proprietà o il denaro che la famiglia dello sposo dava alla sposa, o direttamente o attraverso la famiglia di lei. Il termine ebraico che la indicava (mohar) è stato talvolta erroneamente interpretato come "prezzo della sposa", facendo pensare che gli accordi relativi alla dote fossero una "vendita" della sposa; in realtà quel termine indicava piuttosto un "fare regali".

Doni maritali. Erano il trasferimento di beni dalla famiglia dello sposo alla famiglia della sposa, ed erano quasi sempre usati per una futura dote indiretta che la famiglia della sposa avrebbe offerto per il matrimonio di un figlio (fratello della sposa): era quindi una ricchezza circolante. La dote e la dote indiretta erano invece ad uso della sposa e dei suoi figli: era quindi ricchezza concentrata e trasmessa alla generazione successiva.

Il flusso di proprietà legato all'impegno matrimoniale si può così sintetizzare:

 

   Famiglia  <-----   Doni maritali   <----- Famiglia

della sposa                                             dello    sposo

       |                                                               |

  Dote -------->   Sposa e sposo   <-----  Dote indiretta

Divorzio

Essendo il divorzio la cessazione del rapporto matrimoniale, esso spezzava anche gli obblighi contratti, ad esempio implicava la restituzione della dote. Era perciò una cosa che non riguardava solo due individui ma anche le rispettive famiglie.

La pratica israelitica dominante al tempo di Gesù permetteva a un uomo di divorziare dalla moglie per qualsiasi contrarietà con essa. La donna poteva ottenere il divorzio in casi come il rifiuto persistente del marito di avere rapporti con lei, una malattia del marito che lo rendesse impuro fisicamente, l'impotenza del marito, il consenso del marito.

Il divorzio era una scelta sociale come il matrimonio ed era anch'esso legato al concetto di "onore": un coniuge poteva essere lasciato quando si prospettava la possibilità di un'alleanza familiare migliore.

Eredità

La Bibbia (Nm 27,3-4) riconosceva ai figli (dal maggiore al minore) la precedenza nell'eredità. In assenza di figli maschi l'ordine di precedenza degli aventi diritto era: figlie, fratelli, fratelli del padre, parenti prossimi. La moglie non era inclusa perché la sua parte era la dote o la dote indiretta. Dt 21 stabiliva una parte doppia per il figlio maschio maggiore.

C'erano diversità regionali in Palestina circa i diritti della vedova: a Gerusalemme e in Galilea la tradizione assicurava alla vedova il diritto di stare nella casa della famiglia e di vivere a spese della proprietà del marito; nel resto della Giudea gli eredi dovevano solo assicurare alla vedova la dote e la dote indiretta.

 

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Ultima modifica Venerdì 09 Febbraio 2018 18:37
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini