Giovedì, 20 Settembre 2018
Mercoledì 07 Marzo 2018 12:32

Vivere in una città dell’Oriente Romano

Valuta questo articolo
(0 voti)

sintesi del Corso

tenuto dal Prof. Dario Vota

A) ASPETTI DI CONTESTO

I territori romani in Oriente [ v. cartina]

Lo sviluppo economico dell'Oriente romano nei primi tempi dell'Impero

EGITTO

Nei primi tempi dell'Impero l'Egitto si risollevò dal declino economico in cui era caduto con gli ultimi Tolomei, grazie a interventi di bonifiche di terreni e a misure a favore del commercio (soprattutto con Etiopia e India grazie al controllo romano sul Mar Rosso), che favorirono le produzioni da esportazione.

L'Egitto produceva un notevole surplus di grano (ad es. ogni anno giungeva a Roma dall'Egitto una quantità di grano sufficiente a soddisfare i bisogni della città per 4 mesi).

C'era grande richiesta di pietre delle cave egiziane: basalto, porfido, granito e marmi, che venivano trasportati in Italia e in altre aree dell'Occidente. Anche la sabbia era esportata (quella del Nilo era usata a Roma nelle scuole di lotta). Nell'Alto Egitto c'erano miniere di pietre preziose (smeraldi, topazi, ametiste, onice), anch'esse esportate.

Si esportavano inoltre erbe e spezie usate a scopi medicinali o come coloranti.

Molto esportati anche i prodotti delle manifatture, soprattutto di Alessandria: al primo posto l'industria del papiro e quella del vetro (la cui produzione era notevolmente aumentata dopo la scoperta - verso metà I secolo a.C., probabilmente in Siria - della tecnica del vetro soffiato). C'era inoltre produzione di tessuti (i lini d'Egitto trovavano acquirenti in tutto l'Impero ed erano esportati anche in India), di utensili e vasellame metallico (soprattutto argento, importato per essere lavorato); inoltre gioielli, oggetti d'avorio, profumi e unguenti.

SIRIA

Le sue fonti di ricchezza venivano dal commercio di transito ( es. seta grezza e spezie dai paesi orientali) e da varie produzioni agricole (vino, olive, fichi secchi, datteri, conserve di frutta), ma soprattutto dalle sue manifatture: le produzioni tessili dei centri sulla costa fenicia, come Tiro, Sidone, Berito, Biblo (tessuti di lino, seta, stoffe tinte in porpora); le vetrerie (vetri con marchi siriaci erano diffusi in tutto l'Impero) e la produzione di profumi.

ASIA MINORE

Le sue attività economiche avevano vari punti in comune con la Siria, ma la produzione era frazionata in tanti centri di media grandezza, mentre in Siria prevalevano alcuni grandi centri produttivi.

Tra le produzioni agricole, le regioni dell'Asia Minore non esportavano grano (appena sufficiente per le esigenze interne), ma in compenso spedivano all'estero (soprattutto in territori dell'Oriente) olio e vino, e poi miele, fichi secchi, tartufi, funghi secchi, formaggi e pesce (tonno, ostriche, molluschi).

L'abbondanza di legname forniva materiali da carpenteria. Tra i prodotti minerari, erano particolarmente esportati rame (da Cipro), argento, piombo e ferro; e poi pietre preziose (diamanti e smeraldi, molto richiesti dai gioiellieri romani) e marmo.

Una produzione particolarmente notevole era quella tessile, che faceva concorrenza con successo a Siria ed Egitto: stoffe e vesti colorate di alta qualità (ad es. lana di Mileto) erano esportate in quantità, così come tappeti e coperte di lana.

GRECIA

La crisi in cui era caduto il paese in età ellenistica non fu superata in età imperiale.

Si esportavano, come in passato, vino e olio (soprattutto dalle isole), miele (dall'Attica), marmi rari, smeraldi (del Taigeto), coloranti (ocra e porpora).

Tra i prodotti manifatturieri: bronzi (da Corinto e Delo), tele fini per abiti femminili (in Elide e a Patrasso), profumi (in Beozia). Si esportava inoltre legname (dalla Macedonia).

B) CITTA' DELL'ORIENTE ROMANO AI TEMPI DI PAOLO

L'insieme dei rapporti che un uomo aveva con lo stato romano dipendeva dal tipo di comunità a cui apparteneva. Ciò che caratterizzava una comunità era di solito una città, un centro urbano più o meno grande che si amministrava attraverso dei magistrati e un consiglio cittadino e controllava un territorio in cui sorgevano villaggi posti sotto la sua giurisdizione.

Nell'Oriente romano - come del resto in Occidente - c'era una notevole diversità di condizioni giuridiche tra città: l'espansione del dominio romano era stata graduale e in forme diverse (dalla conquista militare all'alleanza) e si era incontrata con precedenti livelli di civiltà e di organizzazione diversi, perciò differenti erano stati i rapporti instaurati da Roma con i vari centri. La diversità riguardava essenzialmente il grado di autogoverno, il pagamento delle tasse e l'eventuale concessione della cittadinanza romana.

Esistevano anche in Oriente delle coloniae (es. in Grecia: Filippi), costituite da cittadini romani, di solito soldati congedati ma anche civili, a cui Roma assegnava un lotto di terra esente da tributi. Essendo quasi assenti nelle regioni greche e orientali i municipio, le colonie erano le uniche città dotate di istituzioni specificamente romane.

Tutte le altre città erano chiamate semplicemente civitates, indipendentemente dalle dimensioni. Tra esse però c'erano categorie diverse:

- le civitates foederatae, i cui diritti erano stati stabiliti in un trattato con Roma;

- le civitates liberae, che, pur trovandosi in territorio provinciale, erano sottratte alla

giurisdizione del governatore romano;

- le civitates liberae et immunes, libere ed esonerate dal pagamento di tributi.

I diritti di una città potevano essere conservati per concessione dell'imperatore, ma potevano anche venire soppressi a suo piacimento (es. Nerone proclamò libere e immuni tutte le città della Grecia, Vespasiano revocò questi diritti).

Gli abitanti delle civitates potevano ottenere la cittadinanza romana, se non la possedevano già per nascita, servendo nei reparti ausiliari dell'esercito o per una concessione personale. Queste concessioni spettavano all'imperatore ed erano date esclusivamente a titolo di favore personale; i nuovi cittadini e i loro discendenti assumevano il nomen del benefattore (i nomi Giulio, Claudio, Flavio si ritrovano a migliaia in persone delle città provinciali nell'Oriente di cultura greca - come del resto anche in Occidente). Il possesso della cittadinanza romana era condizione indispensabile per i notabili locali romanizzati che aspiravano a entrare nell'ordine equestre e senatorio. Nel I secolo dell'impero la cittadinanza era ancora piuttosto rara nelle province. Lo status giuridico e la protezione che ne derivavano erano rilevanti (v. il caso di Paolo).

Le incombenze più normali dell'amministrazione di una città erano: la costruzione di edifici pubblici e templi, l'organizzazione di feste e giochi (cioè la sfera dei riti pubblici e del divertimento), l'approvvigionamento di riserve alimentari, le distribuzioni di generi alimentari a una parte della popolazione, l'emanazione di decreti per regolare aspetti della vita della comunità.

Le risorse finanziarie per queste incombenze derivavano:

- (in misura limitata) da affitto di terreni ed edifici pubblici, pedaggi, multe, tassa di assunzione della carica da parte dei magistrati;

- (in misura maggiore) dalla munificenza dei magistrati cittadini e dei notabili in genere ("evergetismo"): finanziamento di costruzioni, spettacoli, distribuzione di derrate, ecc. "Generosità" in qualche modo imposta dalla massa dei cittadini poveri (per tenerli buoni, mantenere l'ordine e garantirsi successo e onori) e consentita dal fatto che ad essere eletti alle cariche erano solo i cittadini ricchi.

Ma la città doveva anche mediare gran parte delle richieste che lo stato imperiale faceva ai suoi sudditi, che riguardavano: il tributo e le tasse indirette, la fornitura di viveri e alloggio per ufficiali e truppe di passaggio o di stanza, la posta imperiale, le prestazioni di lavoro per la costruzione di strade.

I tributi erano due: quello sui prodotti della terra (tributum soli) e quello sulle persone fisiche (tributum capitis), stabiliti sulla base di censimenti che dovevano essere effettuati dalle città. Ed erano le autorità delle città che dovevano riscuotere i tributi e consegnarli ai funzionari romani.

Tra le tasse indirette c'erano: quella dell'1% sulle vendite in generale, quella del 4% sulla . vendita degli schiavi, la tassa del 5% che gli schiavi pagavano sulla somma versata ai padroni per acquistare la libertà, la tassa del 5% sulle successioni. La riscossione di molte di queste era affidata a società di publicani. C'era anche un dazio sulle merci in transito: portorium, 2,5% sul valore delle merci trasportate, che però alle frontiere orientali, dove passavano le merci di lusso dall'India, era del 25% (il flusso dell'oro verso l'India per pagare queste merci preziose cominciò a essere preoccupante a partire dal regno di Tiberio, e un'aliquota così alta puntava a ridurre il volume delle importazioni di lusso).

I notabili che amministravano le città si comportavano "come se" queste fossero libere, ma in realtà dipendevano dal potere imperiale: dall'imperatore ogni città cercava di ottenere benevolenza e vantaggi giuridici, ma il potere dei notabili era sempre a rischio di essere perso se certe loro scelte non garbavano all'imperatore o a i suoi inviati. Ma il rapporto tra questi due livelli di potere (quello imperiale e quello dei notabili delle città) riusciva a coesistere perché il potere centrale aveva bisogno dei notabili locali per prelevare le imposte e mantenere l'ordine, e i ricchi dovevano al sistema di potere romano il loro benessere economico e la loro situazione di privilegio.

Ma un simile sistema di governo toglieva ai cittadini il gusto della politica. I notabili erano in pratica i soli a poter assumere cariche, mentre la maggior parte dei cittadini non aveva i mezzi finanziari necessari e il restò della popolazione (stranieri, liberti, schiavi) era comunque escluso dai diritti di cittadinanza. La popolazione delle città, soprattutto di quelle grandi, formava perciò un mosaico di individui di statuti diversi.

Queste divisioni della società contribuivano ad accentuare le differenze a seconda dell'appartenenza a un "ordine" o a un altro, si era costretti a lavorare (schiavi, contadini) oppure no, si aveva diritto alle distribuzioni di grano e olio ( cittadini) oppure no, si beneficiava o meno di certi diritti e riconoscimenti.

Un sistema del genere creava una mentalità per cui gli individui pensavano di potersi affermare differenziandosi dagli altri: ogni gruppo difendeva privilegi concessi dal diritto, qualunque cambiamento di condizione doveva essere confermato da un atto giuridico (ciò spiega, tra l'altro, sul piano delle idee e della religiosità, la ricerca di un mondo in cui fossero negate le differenze fra gli "ordini" e l'attrazione esercitata dalle religioni che parlavano di uguaglianza e fratellanza).

Per tornare all'INDICE di questo TEMA clicca su:

La vita in Palestina ai tempi di Gesù

Ultima modifica Mercoledì 07 Marzo 2018 14:47
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini