Giovedì, 15 Novembre 2018
Sabato 01 Settembre 2018 11:26

Erode Antipa

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Colui che comandava in Galilea al tempo di Gesù

 

Prof. Dario Vota

Fonti:

Giuseppe Flavio, Guerra Giudaica (c. 75 d.C.) e Antichità giudaiche (94-95 d.C.)

Vangeli (soprattutto Lc ) e Atti (c. 80 d.C.)

 

 

Figlio di Erode il Grande e della sua quarta moglie, Malthake. Nato nel 21 a.C., Erode Antipa (Antipatros) aveva 17 anni alla morte del padre (4 a.C.).

Erode il Grande in un primo tempo aveva pensato di lasciare Antipa quale re ed unico suo erede, ma pochi giorni prima di morire cambiò idea e incluse tra i suoi successori anche Archelao (anch’egli figlio di Maltake, nato probabilmente nel 23 a.C.) ed Erode Filippo (figlio di un’altra moglie, Cleopatra).

 

Alla morte di Erode il Grande, tanto Antipa quanto Archelao ricorsero a Roma per ottenere il titolo di re e per far valere i singoli testamenti a loro favore (le decisioni di Erode dovevano essere ratificate da Roma, in quanto quello di Erode era di fatto un “regno cliente”), mentre una delegazione di ebrei ricorse invece per eliminare la dinastia erodiana e far annettere la Palestina alla provincia romana di Siria.

Nonostante il sostegno di membri della famiglia erodiana che vivevano a Roma (che erano a favore di un più diretto dominio di Roma sulla Giudea, ma consideravano Antipa preferibile al fratello), Augusto accolse in linea di massima le ultime decisioni del defunto Erode, senza però dare a nessuno il titolo di re:

- Archelao fu nominato “etnarca” della Giudea e delle Samaria;

- Erode Antipa fu riconosciuto “tetrarca” della Galilea e della Perea;

- Filippo fu “tetrarca” dei distretti della Batanea, della Auranitide e della Traconidite, a nord-est della Palestina.

Così risulta da Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, II, 6, 93-96:

Udite le due parti, Cesare (Augusto) per allora sciolse il consiglio, ma pochi giorni dopo assegnò la metà del regno ad Archelao col titolo di etnarca e promettendogli di crearlo re, qualora se ne fosse mostrato degno. L'altra metà la divise in due tetrarchie e le assegnò agli altri due figli di Erode, una a Filippo e l'altra ad Antipa, che aveva conteso il trono ad Archelao. Antipa ottenne la Perea e la Galilea (…), mentre a Filippo furono attribuite la Batanea, la Traconitide, l'Auranitide e alcune parti dei possedimenti di Zenone presso la Paniade (…). Dell'etnarchia di Archelao facevano parte l'Idumea, tutta la Giudea e la Samaria.

 

I due territori posti sotto la tetrarchia di Antipa (Galilea e Perea) erano separati dalla zona della Decapoli e, oltre a quest’assenza di collegamento diretto, la stabilità del loro controllo era minacciata da frequenti rivolte, come fu subito evidente quando Antipa aveva appena assunto la tetrarchia con la rivolta di Giuda figlio di Ezechia, che attaccò la città di Sefforis e se ne impadronì, fino a che intervenne il governatore della Siria, P. Quintilio Varo, che si spinse fino a distruggere Sefforis. La città fu poi ricostruita da Antipa.

 

Dopo la deposizione di Archelao (6 d.C.) e l’annessione del suo territorio (Giudea e Samaria) alla provincia romana di Siria, Antipa fu il più importante degli Erodi ancora al potere. Con abilità seppe accattivarsi la simpatia del nuovo imperatore Tiberio (14-37 d.C.), per il quale fungeva da spia riguardo all’operato dei magistrati romani in Oriente.

In suo onore denominò la nuova città di Tiberiade, edificata verso il 20 a.C. sulla costa occidentale del Kinneret (lago di Galilea), dove il tetrarca stabilì la sua residenza. Era una città che non attraeva i giudei osservanti per due ragioni: era un centro con tipici caratteri ellenistici ed era sorta in parte su una vecchia area cimiteriale (cosa che la rendeva impura e inabitabile per un ebreo fedele alla Legge); Antipa la riempì con stranieri, con gente costretta a insediarvisi e addirittura mendicanti, attratti dall’opportunità di avere finalmente una casa propria.

Lo racconta Giuseppe Flavio in Antichità giudaiche, XVIII, 36-38:

Il tetrarca Erode aveva conquistato un posto così eminente tra gli amici di Tiberio che nella più bella regione della Galilea, sulla riva del lago di Genezareth, edificò una città alla quale diede il nome di Tiberiade. (…). I nuovi abitanti erano gente promiscua, un contingente non piccolo era galileo; con costoro vi erano altri tratti dal territorio a lui soggetto e portati a forza alla nuova fondazione (…). Erode accolse tra i partecipanti anche povera gente che era portata a unirsi agli altri, qualunque fosse la loro origine; vi era pure il dubbio se fossero veramente liberi; ma costoro spesso e con larghezza li beneficava (imponendo loro la condizione di non abbandonare la città), li gratificava di case, a sue spese, con l'aggiunta anche di nuove donazioni in terreni. Egli sapeva che questo era un insediamento contrario alla legge e alla tradizione dei Giudei perché Tiberiade era stata costruita su di un sito cimiteriale spianato, e qualche sepolcro era ancora là. La nostra legge dice che chi abita tali insediamenti è impuro per sette giorni.

 

In altre cose Antipa fu più sensibile alla tradizione ebraica: ad esempio, fece coniare monete senza immagini umane o animali (che avrebbero violato le prescrizioni contro l’idolatria).

 

Quando in Giudea fu mandato come prefetto Ponzio Pilato (26 d.C.), ne seguì con cauta vigilanza le azioni per riferirle all’imperatore. Da qui l’inimicizia tra i due, pure ricordata nel Vangelo:

Lc 23,12: “Quel giorno [del processo a Gesù] Erode e Pilato divennero amici, mentre prima erano stati nemici”.

 

All’apice del suo dominio, Antipa si recò a Roma alla fine del 27 o all’inizio del 28 d.C. In quella circostanza fu ospite di un suo fratellastro, che Giuseppe Flavio chiama Erode e il Vangelo di Marco (Mc 6,17) chiama Filippo. 

Questo “Erode (Filippo)” (nato nel 27 a.C.) – da non confondere con Filippo il tetrarca – aveva sposato per volere del padre la nipote Erodiade ancora bambina (figlia di un fratellastro, nata nel 15, rimasta orfana nel 7 a.C. quando il padre fu fatto uccidere da Erode) ed era stato per qualche tempo secondo e poi addirittura primo in linea di successione, ma era stato poi rimosso quando la madre Mariamne era caduta in disgrazia; si era trasferito a Roma con Erodiade, da cui aveva avuto nel 14 d.C. la figlia Salomè.

A Roma Erode Antipa intrecciò una relazione con Erodiade (che era quindi sua nipote, in quanto figlia di un fratellastro, e sua cognata, in quanto moglie di un altro fratellastro), donna passionale, violenta e ambiziosa, che non sapeva rassegnarsi alla condizione priva di governo di suo marito. Erodiade divorziò dal marito Erode (Filippo) e seguì, con il consenso di Tiberio, il tetrarca della Galilea, suo nuovo marito.

Erodiade in tal modo si univa a un vero sovrano, lasciando un marito che non aveva alcun ruolo politico; e Antipa si imparentava con la nobiltà asmonea (perché Erodiade era nipote diretta di Mariamne, discendente della dinastia asmonea che aveva regnato sulla Giudea dopo la rivolta dei Maccabei fino ad Erode il Grande), sperando forse di accampare future pretese sulla Giudea.

 

Ma Antipa era già sposato con la figlia di Areta IV, re nabateo di Petra, e questa sua nuova unione – che comportò per esplicita richiesta di Erodiade il divorzio dalla principessa nabatea – provocò un contrasto diplomatico e una mai sopita ostilità tra i due capi di stato, che doveva poi sfociare in una guerra.

Lo apprendiamo da Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, XV, 109-112:

Il tetrarca Erode aveva sposato la figlia di Areta e già da molto tempo viveva con lei. Nel viaggio che fece a Roma, albergò presso Erode suo fratello, nato da una madre diversa. Il tetrarca si invaghì di Erodiade, moglie di suo fratello e figlia del loro fratello Aristobulo, e osò parlarle di matrimonio; lei accettò, e convennero che tornando da Roma sarebbe passata da lui; tra queste convenzioni v'era pure quella che egli mandasse via la figlia di Areta. (… )Ma la moglie di Erode, informata minutamente dei patti tra lui ed Erodiade, senza che lui fosse a conoscenza che a lei era già noto tutto, chiese di andare a Macheronte, posto ai confini tra gli stati di Erode e di Areta, senza svelarne il motivo. Erode, persuaso che ella nulla sapesse, acconsentì. Tempo prima lei aveva disposto ogni cosa e inviato messi a Macheronte, che in quel tempo era soggetto a suo padre (…). Così giunse presto da suo padre e gli disse quello che Erode progettava di fare.

 

Secondo i Vangeli (es. Mc 6,17-19), il matrimonio di Antipa ed Erodiade attirò le critiche degli ebrei osservanti della Legge, perché ne era una palese violazione (la nuova moglie di Antipa gli era cognata, il marito da cui aveva divorziato era vivente e da lui ella aveva avuto prole); Giovanni il battezzatore biasimò pubblicamente Antipa, e per questo, stando ai Vangeli, fu imprigionato e poi decapitato:

Mc 6,17-19: “Proprio Erode, infatti, aveva mandato ad arrestare Giovanni e lo aveva messo in prigione a causa di Erodìade, moglie di suo fratello Filippo, perché l'aveva sposata. Giovanni infatti diceva a Erode: "Non ti è lecito tenere con te la moglie di tuo fratello". Per questo Erodìade lo odiava e voleva farlo uccidere”.

Giuseppe Flavio invece mette la morte di Giovanni in relazione non con le critiche al matrimonio di Antipa ed Erodiade ma con il timore che l’influenza che Giovanni aveva sulla gente potesse far scoppiare delle ribellioni.

Così Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, XVIII, 117-119:

Erode aveva fatto uccidere quest'uomo buono che esortava i Giudei a una vita corretta, alla pratica della giustizia reciproca, alla pietà verso Dio, e così facendo si disponessero al battesimo (…). Quando molti si affollavano intorno a lui, Erode si allarmò: una eloquenza che sugli uomini aveva effetti così grandi, poteva portare a qualche forma di sedizione, poiché pareva che volessero essere guidati da Giovanni in qualunque cosa facessero. Erode, perciò, decise che sarebbe stato molto meglio colpire in anticipo e liberarsi di lui prima che la sua attività portasse a una sollevazione, piuttosto che aspettare uno sconvolgimento e trovarsi in una situazione così difficile da pentirsene.

A motivo dei sospetti di Erode, Giovanni fu portato in catene a Macheronte e qui fu messo a morte.

 

La fortezza di Macheronte era stata costruita nel 30 a.C. da Erode il Grande sul sito di una fortezza asmonea (che era stata distrutta nel 57 a.C.) e divenne poi proprietà di Erode Antipa in quanto situata nel territorio della Perea. Fu distrutta dai Romani nel 72 d.C. La fortezza, protetta da una cinta muraria, sorgeva su una prominenza rocciosa che s'innalzava ad una notevole altezza, risultando anche per questo inespugnabile. Era circondata da profondi burroni, che non si potevano facilmente attraversare. Gli edifici sono ricostruibili nonostante l’estesa distruzione romana. All’interno della cinta muraria sono identificabili blocchi di abitazioni e nella parte più alta il palazzo di Erode.

 

Poco tempo dopo l’uccisione di Giovanni cominciò a diffondersi anche a Tiberiade la fama di Gesù, che la gente riteneva essere la reincarnazione del battezzatore o di Elia o di qualche antico profeta. Antipa stesso, secondo i Vangeli (Mc 6,14-16; Mt 14,1-2; Lc 9,7-9), ne rimase colpito:

Lc 9,7-9: “Il tetrarca Erode sentì parlare di tutti questi avvenimenti e non sapeva che cosa pensare, perché alcuni dicevano: "Giovanni è risorto dai morti", altri: "È apparso Elia", e altri ancora: "È risorto uno degli antichi profeti". Ma Erode diceva: "Giovanni, l'ho fatto decapitare io; chi è dunque costui, del quale sento dire queste cose?". E cercava di vederlo”.

 

Tra i seguaci di Gesù c’era anche qualcuno legato alla corte di Antipa: secondo Lc, tra le discepole c’era Giovanna moglie di Cuza, amministratore di Antipa:

Lc 8,2-3: “C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria, chiamata Maddalena, dalla quale erano usciti sette demòni; Giovanna, moglie di Cuza, amministratore di Erode; Susanna e molte altre, che li servivano con i loro beni”.

 

Si potrebbe interpretare come un tentativo di Antipa di allontanare l’influenza di Gesù dal suo territorio l’episodio evangelico secondo cui Antipa si servì di alcuni farisei per mettergli paura:

Lc 13,31: “In quel momento si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: "Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere".

 

Il desiderio di Antipa di vedere Gesù fu poi appagato da Pilato che, secondo Lc 23,8-12, glielo mandò perché fosse da lui giudicato (e da quel tempo i due divennero amici mentre prima erano avversari)”:

Lc 23,8-12: “Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell'accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia”.

 

Probabilmente nel 34 d.C. i contrasti con il re nabateo Areta degenerarono in guerra aperta: le truppe di Antipa furono sconfitte e il tetrarca ricorse all’imperatore Tiberio per aiuto. Tiberio impose al proconsole della Siria L. Vitellio di prendere le armi contro il re nabateo. Vitellio, benché riluttante ad aiutare Antipa, con due legioni si spostò fino a Gerusalemme (dove, tra l’altro, nel 36 destituì Pilato dalla carica di governatore di Giudea e lo rimandò a Roma), ma la notizia della morte di Tiberio (16 marzo 37 d.C.) gli offrì il pretesto per non intervenire in favore di Antipa.

 

Il declino delle fortune di Antipa fu legato alla vicenda del fratello di Erodiade, Erode Agrippa. Costui fin da bambino era stato mandato dal nonno Erode il grande a Roma per esservi educato e inserirsi negli ambienti della corte imperiale. Capì perfettamente che il futuro della Palestina si giocava a Roma e che il potere dipendeva dal favore dell’imperatore e dei suoi famigliari.

A Roma spese quanto era necessario per vivere come un principe ed entrare nella cerchia degli amici dell’imperatore. Entrò in confidenza con l’imperatore Tiberio, ma, troppo indebitato, dovette fuggire da Roma. Tornò in Palestina, dove la sorella Erodiade gli ottenne un posto da amministratore di Antipa a Tiberiade; ma, troppo ambizioso per accontentarsi di questo ruolo modesto, litigò con il cognato Antipa e, contratti nuovi debiti, giocò il tutto per tutto tornando a Roma.

Qui riuscì a diventare amico di Caligola e a farsi odiare da Tiberio dicendo che Caligola avrebbe dovuto sostituirlo come imperatore. Finì per questo in carcere, ma dopo pochi mesi, alla morte di Tiberio (marzo 37 d.C.), Caligola lo liberò, gli fece dono di catene d’oro dello stesso peso di quelle di ferro con cui era stato legato in prigione e lo pose, col titolo di re, al governo dei territori del nord della Palestina (Batanea, Auranitide e Traconitide) che appartenevano a Filippo (dopo la cui morte nel 34 d.C. erano stati per qualche tempo annessi alla provincia romana di Siria).

Agrippa restò per un po’ a Roma, sempre in eccellenti rapporti con l’imperatore, da cui fu incaricato nel 38 di una missione in Egitto, dopo la quale si trasferì nel suo regno in Palestina.

 

L’improvvisa fortuna di Agrippa suscitò la gelosia di sua sorella Erodiade, che voleva la medesima dignità di re e regina per il marito e per sé. Con la sua insistenza, ella riuscì a vincere la riluttanza di Antipa, convincendolo a recarsi a Roma per tentare, con manovre diplomatiche e denaro, di ottenere il titolo regale. L’impresa fallì miseramente. Per intervento di Agrippa, Antipa fu accusato di aver ammassato armi e truppe per fini non chiari, con rischio per Roma. Così, nel 40 d.C., fu deposto dalla sua carica ed esiliato in Gallia, dove Erodiade lo volle seguire rifiutando il favore imperiale a suo riguardo.

Così narra la vicenda Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche XVIII, 240 ss.:

Erodiade, sorella di Agrippa e moglie di Erode, tetrarca della Galilea e della Perea, invidiava l'ascesa del fratello a un potere molto superiore allo stato di cui godeva suo marito. Una volta lui si era sottratto con la fuga perché non aveva i soldi per pagare i debiti, ed ora, eccolo di ritorno, elevato a una eccelsa dignità e tanta fortuna. Le pareva doloroso e insopportabile un cambiamento così grande, soprattutto quando lo vedeva passeggiare tra la gente con l'abito regio, restava senza fiato e sentiva dentro di sé una infelice invidia. Stuzzicava il marito, lo incitava a imbarcarsi per Roma per impetrare gli stessi onori. Non era tollerabile, asseriva, che un figlio di quell'Aristobulo condannato a morte dal padre, mendico e cascante per la fame al punto da non avere di che vivere, che si affidò alla discrezione dei venti per fuggire ai creditori, ora si veda girare come un re, mentre lo stesso Erode, figlio di un re, che per la sua nascita regale era chiamato a uguale onore, si accontentasse di vivere come un comune cittadino fino al termine della vita.

(…) Per un po’ egli resistette e cercò di farle cambiare quei pensieri; era contento nella sua tranquillità ed era diffidente per il trambusto di Roma. Ma tanto più lei lo vedeva lontano, tanto più insisteva, istigandolo a non tralasciare alcun tentativo per la ricerca di un trono a ogni costo. E non desistette fino a che l'ebbe condotto forzatamente al suo parere (…). Fatti dunque prodigalmente i preparativi senza badare a spese, si pose in viaggio per Roma, accompagnato da Erodiade.

Ma Agrippa, non appena venne a conoscenza del loro piano e dei loro preparativi, fece pure i suoi preparativi. Quando seppe che erano partiti, inviò a Roma Fortunato, uno dei suoi liberti, carico di regali per l'imperatore e con lettere contro Erode; gli ingiunse inoltre, che, qualora gli si fosse presentata l'occasione favorevole, narrasse la sua storia allo stesso Gaio (Caligola).

Fortunato, messosi in cammino sulle orme di Erode, ebbe un viaggio felice e restò di poco dietro a Erode, sicché, allorché questi ebbe udienza da Gaio, egli sbarcò e gli consegnò le lettere.

(…) E proprio mentre stava salutando Erode, che era giunto primo,Gaio scorreva le lettere di Agrippa composte come un'accusa contro di lui. Le lettere accusavano Erode di cospirazione con Seiano contro il governo di Tiberio, e ora con Artabano, il Parto, contro il governo di Gaio; a prova di questa accusa, le lettere informavano che le armerie di Erode erano sufficienti per settemila soldati di armatura pesante. Colpito da queste parole, Gaio domandò a Erode se era vero ciò che si diceva sulle armi. E quando Erode rispose che le armi c'erano - gli era infatti impossibile negarlo davanti all'evidenza - Gaio gli tolse la tetrarchia e la annesse al regno di Agrippa; così pure diede ad Agrippa le proprietà di Erode e condannò Erode all'esilio perpetuo in Lugdunum, città della Gallia.

Quando Gaio seppe che Erodiade era sorella di Agrippa, le concedette di mantenere tutte le sue proprietà personali e le disse di considerare il fratello il baluardo che la liberava dal crudele destino del marito. Lei rispose: “Veramente tu, imperatore, hai parole generose e tali da dare gloria al tuo alto ufficio, ma il godere dei tuoi doni cortesi mi toglie la lealtà verso mio marito, non essendo corretto che, dopo aver condiviso la sua prosperità, lo abbandoni in braccio alle sue sventure”.Gaio si sdegnò di fronte alla orgogliosa alterigia della donna: esiliò anche lei con

Erode e dei suoi beni fece dono ad Agrippa.

 

Le indicazioni di fonte antica sul luogo di questo esilio dicono “Lugdunum, città della Gallia” e “in Spagna”. Una serie di indizi ingegnosamente individuati e ragionati di recente da un archeologo (Daniele Manacorda, Università di Roma3) sembrano sostenere l’identificazione di questa località dell’esilio di Antipa ed Erodiade con Lugdunum Convenarum, oggi St.Bertrand-de-Comminges nei Pirenei, centro che nel I secolo d.C. divenne una città di rilievo nella zona tra Gallia e Spagna.

 

 

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Ultima modifica Domenica 02 Settembre 2018 11:18
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini