Martedì, 01 Dicembre 2020
Domenica 23 Agosto 2020 15:31

La condizione della donna nel mondo romano In evidenza

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2. Bibliografia sul tema

- E. CANTARELLA, La vita delle donne, in Storia di Roma. 4 - Caratteri e morfologie, Einaudi, Torino 1989, pp. 557-608.

- E. CANTARELLA, L'ambiguo malanno. Condizione e immagine della donna nell'antichità greca e romana, Feltrinelli, Milano 2013.

- F. CENERINI, La donna romana. Modelli e realtà, Il Mulino, Bologna 2013.



3. Dispensa (a seguire):

Prima del I secolo a.c.

Fin dagli inizi della sua storia l'organizzazione della famiglia romana fu solidamente patriarcale, e al suo interno la condizione femminile era segnata dalla soggezione a un capo-gruppo maschio e da un ruolo essenzialmente domestico. E questo potere familiare si manifestava, sulle donne, in una serie di imposizioni e controlli, ai quali la donna era sottoposta per tutta la vita, organizzata al fine primario della riproduzione del gruppo.

Le schiave e i loro figli.

Fra le donne che vivevano nel mondo romano, quelle che si trovavano nella condizione peggiore, la più dura e la più inumana, erano le schiave. Giuridicamente considerate "oggetto" e non "soggetto" di diritto, erano destinate ai lavori più pesanti; e avevano anche il dovere di essere a disposizione dei membri maschi della famiglia se questi, come spesso accadeva, preferivano avere rapporti sessuali extramatrimoniali con le schiave di casa piuttosto che con le prostitute. Le schiave non potevano sposarsi; il loro rapporto con un uomo, anche se duraturo e coniugale nelle intenzioni, era solo un rapporto di fatto e la loro unione con un uomo di condizione servile (come era di solito) poteva essere interrotta in qualunque momento dal padrone che avesse deciso di vendere uno dei due conviventi. Le schiave non avevano alcun diritto sui figli, che ricadevano sotto la potestà del padrone.

Le donne libere e i poteri del pater familias.

La donna libera era anch'essa sottoposta a un uomo, il pater familias, che se non era un padrone in senso giuridico, lo era però di fatto.

Il primo potere che il pater familias poteva esercitare su un figlio era quello di "esporlo". Al momento della nascita il neonato (maschio o femmina che fosse) veniva deposto ai piedi del pater, che poteva, a sua scelta e senza doverne spiegare le ragioni, prenderlo nelle braccia e con questo accettarlo nella famiglia (ma se femmina limitarsi a ordinare che fosse alimentata) o lasciarlo dov'era e quindi liberarsi di lui o di lei. Fin dalla nascita, quindi, le femmine venivano discriminate: anche simbolicamente, la loro presenza in famiglia valeva meno di quella di un maschio. Le femmine erano le vittime principali dell'esposizione.

La possibilità di salvezza di una neonata esposta era legata al fatto che qualcuno la raccogliesse, e questo accadeva di solito per ragioni tutt'altro che umanitarie; raccogliere una neonata era un investimento economico: allevata e usata fin dalla tenera età per i lavori domestici, una ragazza, appena ne aveva l'età, poteva essere venduta (ricavandone quindi un utile) a chi l'acquistava per utilizzarla come schiava o per avviarla alla prostituzione.

Il nome come indicatore della condizione femminile.

Già il modo di chiamare una donna evidenziava una condizione inferiore.

Il sistema onomastico romano comportava per gli uomini tre nomi: il nome individuale (praenomen), il gentilizio (nomen) e il nome del gruppo familiare di appartenenza (cognomen). Ma le donne venivano individuate solo col nome del gentilizio femminilizzato (es. Iulia, Cornelia, Cecilia), al quale si aggiungeva Maior o Minor o Prima, Secunda, Tertia, ecc. per distinguere donne diverse nella stessa famiglia. Non indicare le donne col prenome equivaleva ad affermare che la donna non era un individuo ma solo frazione anonima di un gruppo familiare.

Fidanzamento, matrimonio e poteri del marito.

Ancora giovanissima, la ragazza romana veniva promessa in moglie con la cerimonia degli sponsalia che comprendeva vari riti tra i quali la consegna di un anello che la sponsa infilava all'anulare della mano sinistra (i romani credevano che da questo dito partisse un nervo che raggiungeva il cuore). Con questo rito di fidanzamento la ragazza era legata la futuro sposo da un vincolo che le imponeva la fedeltà e le attribuiva un preciso ruolo sociale, trasferendola sotto un nuovo "padrone".

Una cerimonia che trasferiva la donna nella nuova famiglia era la coemptio, un rito che imitava una compravendita: la donna era come "venduta", alla presenza di un personaggio (il libripens) che reggeva una bilancia su cui l'acquirente gettava il prezzo d'acquisto.

C'era poi un singolare istituto del diritto matrimoniale, denominato usus, cioè l'usucapione della donna: se non era stata celebrata la coemptio, il marito acquisiva la proprietà della donna dopo che era stata "usata" per un anno (lo stesso termine usato per le cose), ma se la moglie allo scadere di ogni anno si allontanava dalla casa coniugale per tre notti, il marito non ne acquisiva la proprietà; trucco, evidentemente concordato con il padre della donna, interessato per ragioni patrimoniali a non perdere il potere su questa (dunque, contava non l'interesse della donna, ma quello della sua famiglia di appartenenza).

In ogni caso il matrimonio romano era un atto privato, un fatto che non richiedeva, la sanzione di alcun potere pubblico. ·

Comportamenti controllati.

Uscita dal potere paterno per entrare nella sfera dei poteri del marito, la donna viveva in condizioni di controllo di certi suoi comportamenti.

- Il primo di questi comportamenti era l'adulterio, considerato così grave da consentire al marito di metterla a morte.

- Il secondo era bere vino (considerato gravissimo dai romani): per essere sicuri che la donna non bevesse di nascosto, i parenti più stretti avevano il "diritto di bacio" (per sentire l'alito); la donna che avesse bevuto vino poteva essere ripudiata, come veniva ripudiata la donna che abortiva senza il consenso del marito.

- Altro comportamento deprecato in una donna era il parlare in pubblico (parlare era come denudarsi, e poi per l'opinione corrente le donne erano poco capaci di controllare l'uso della parola).

- L'abbigliamento della donna doveva essere conveniente e moderato. La matrona doveva essere riconoscibile anche per gli abiti che indossava: tunica, stola (sopravveste lunga allacciata alle spalle) e palla (mantello che copriva il capo, da indossare fuori di casa); tale abbigliamento rappresentava una barriera fra il corpo della matrona e l'occhio estraneo, dal forte significato simbolico, identificativo della condizione che doveva proteggere. Invece le donne di condizione inferiore, ad esempio le schiave o le prostitute, indossavano una toga scura o l'amiculum (sopravveste di lino corta e leggera), vestiario che al solo sguardo escludeva chi lo indossava dalla categoria "protetta" delle matrone e, nel caso delle prostitute, inviava un messaggio di disponibilità sessuale E il diritto romano equiparava alle prostitute le donne che lavoravano a contatto ravvicinato con il pubblico: attrici, ballerine, locandiere, ecc., quasi sempre schiave o liberte.

 

La maternità.

Procreare figli era parte fondamentale del ruolo della donna. Ma la maternità comportava rischi ben maggiori di oggi: rischio di morte per parto (il 5-10% delle partorienti moriva di parto o per le sue conseguenze; il mondo antico non conosceva il forcipe, e il taglio cesareo, se praticato, avveniva dopo la morte della partoriente) e alta mortalità infantile (circa il 20% dei neonati, esclusa la loro volontaria esposizione).

La madre ideale doveva allattare i suoi figli; l'abitudine di ricorrere a nutrici era deprecata, perché si riteneva che il latte materno, come il seme maschile, contribuisse a determinare l'aspetto fisico e il carattere del bambino, e l'allattamento fatto da una schiava o da una balia a pagamento introducesse un elemento geneticamente estraneo così, se proprio si doveva ricorrere a una balia, per evitare di rendere effeminato un maschietto o di mascolinizzare una femminuccia, la credenza popolare raccomandava di scegliere una balia che avesse partorito un bambino dello stesso sesso di quello che era chiamata ad allattare.

Tutela a vita.

Nel diritto romano gli uomini erano considerati in grado di amministrare se stessi e i propri interessi al raggiungimento dell'età pubere, quindi, qualora liberi dalla patria potestas, erano sotto tutela fino a 14 anni; ma le donne erano sottoposte a tutela perpetua. Pur riconosciute titolari di diritti, le donne non potevano esercitarli se non con la mediazione e l'assenso di un tutore.

 

I modelli.

Nella letteratura latina (scritta da uomini) è possibile trovare figure femminili presentate come modelli di donna (= la donna quale gli uomini volevano). Si possono citare, ad esempio, i casi di Cornelia (Il secolo a.e.) e Marzia (I secolo a.C.}.

- Cornelia, figlia di Scipione l'Africano, madre di 12 figli (di cui solo tre raggiunsero la maggiore età: i tribuni Tiberio e Gaio Gracco e Sempronia moglie di Scipione Emiliano), dopo la morte del marito non volle risposarsi e rifiutò anche la proposta di matrimonio del re d'Egitto Tolomeo VIII. Colta e intellettualmente raffinata, modello esemplare di univira (donna che nella vita ha avuto un solo uomo), è presentata come immagine ideale del comportamento muliebre.

- Marzia, seconda moglie di Catone l'Uticense, è modello di sottomissione ai voleri maschili: quando l'oratore Ortensio, solo e non più giovanissimo, chiese a Catone (che diede il consenso dopo averlo ottenuto dal suocero) di cedergli Marzia per avere da lei dei figli, la donna, pur amando il marito, accettò le sue decisioni senza protestare, si unì ad Ortensio, ne ebbe due figli e dopo la morte di Ortensio tornò a vivere con Catone. Si noti che per la mentalità romana questo era normale: qui non siamo di fronte a maniaci sessuali amanti degli scambi di coppia, anzi la moralità di Catone era famosa; e quando Giulio Cesare, nemico di Catone, lo accusò per il "prestito" ad Ortensio, non lo accusò di aver compiuto qualcosa di illecito o immorale, ma di aver voluto usare quell'accordo a scopo di legame politico.

Vi erano però in Roma anche delle donne che rifiutavano il ruolo tradizionale in nome di un altro modello di vita. Tra queste un celebre caso di trasgressione è quello di Clodia (amata da Catullo e da lui celebrata col nome di Lesbia). Clodia era una donna libera; inserita in famiglie dell'alta società, ebbe mariti ed amanti in una vita licenziosa e spregiudicata.

Ma la donna romana media, la donna anonima, era costretta ad essere più vicina al modello di Cornelia che a quello di Clodia. Lo dimostrano chiaramente le iscrizioni funerarie.

Le iscrizioni funerarie.

Gli elogi che vengono tributati alle donne dopo la morte mettono in evidenza quali dovevano essere le loro qualità secondo la mentalità dominante: lanifica (che sta al telaio), pia (dedita alle pratiche del culto e al rispetto del costume degli antenati), pudica (modesta e riservata), casta (che ha rapporti sessuali solo col marito), domiseda (che sta in casa) sono gli aggettivi che tornano con più frequenza.

Due esempi assai illuminanti di elogi funebri:

- sulla tomba di una certa Claudia, morta a fine II secolo a.c., un'epigrafe invita il viandante a fermarsi e a leggere: "Straniero, ho poco da dire, fermati e leggi. Questo è il modesto sepolcro di una donna bella. I genitori la chiamarono Claudia. Amò il marito con tutto il cuore. Mise al mondo due figli: uno lo ha lasciato sulla terra, l'altro lo ha deposto sotto terra. Amabile nel parlare, onesta nel portamento. Custodì la casa, filò la lana. Ho detto, "va pure". Secondo l'ignoto marito, Claudia era da ricordare per la sua devozione coniugale, la sua maternità, il suo aspetto piacevole, i modi garbati; quello che aveva fatto poteva essere riassunto con l'aver procreato, aver filato la lana, aver custodito la casa: tutto quello, e solo quello, che una donna doveva fare se voleva essere ricordata con ammirazione;

- un secolo dopo le cose non erano molto cambiate: lo dimostra l'elogio di Turia, morta verso la fine del I secolo a.c. Per salvare il marito dalle persecuzioni politiche, Turia aveva venduto i suoi gioielli e si era umiliata pubblicamente per ottenere il reintegro del marito nei suoi diritti; non avendo avuto figli e non volendo privare il marito della paternità, gli aveva offerto il divorzio per consentirgli di avere figli da un'altra donna, promettendo di considerare come suoi questi eventuali figli; ma il marito aveva rifiutato (per non cambiare una moglie buona con una sconosciuta che poteva non esserlo) e Turia era rimasta con lui. Insomma, un esempio di totale dedizione al ruolo: Turia sentiva il non aver avuto figli come una sua imperdonabile inadeguatezza, come un senso di colpa; chiaro esempio di quanto era condizionante la mentalità dominante.

Se non tutte le donne erano come Claudia e Turia, e proponevano un'immagine femminile diversa, la loro scelta non era socialmente accettata: la donna che si discostava dal modello tradizionale rappresentava un degenerazione e quindi un pericolo. Il modello restava quello della matrona, moglie e madre, che si realizzava nell'adempimento dei suoi doveri familiari e per sé non pretendeva che la consapevolezza di aver fatto ciò che la società considerava bene.

I cambiamenti tra I secolo a.e. e I secolo d.C.

Verso la fine dell'età repubblicana qualche aspetto di maggiore libertà nella vita delle donne riuscì ad affermarsi, e anche l'ordinamento giuridico registrò questi cambiamenti consentendo qualche diritto fino ad allora negato. Ad esempio, una serie di limitazioni alla patria potestas: il padre non aveva più diritto di vita e di morte sui figli, non poteva più venderli, ecc. Ma l'istituto che registrò la trasformazione più profonda fu il matrimonio.

Matrimonio e divorzio.

Progressivamente il matrimonio si era venuto svincolando dalle rigidità del passato per diventare, almeno in linea di principio, una relazione personale paritaria, basata sulla volontà dei coniugi di essere reciprocamente marito e moglie. Se ne avevano la capacità giuridica (aver raggiunto la pubertà ed essere cittadini romani) due persone erano considerate legate da vincolo matrimoniale se la loro convivenza era accompagnata dalla affectio marita/is, cioè l'intenzione di essere marito e moglie. Le cerimonie che accompagnavano l'inizio della vita coniugale davano solennità al matrimonio ma non costituivano la base del legame. Di conseguenza gli atti che prima, secondo il diritto, potevano far cessare il matrimonio non avevano più rilevanza decisiva: se alla base del legame c'era l'intenzione di essere marito e moglie, una volta che veniva meno quest'intenzione il divorzio (divortium, da divertere = prendere strade diverse) era automatico; e la dichiarazione con cui il marito (colui che di solito prendeva l'iniziativa) faceva cessare la convivenza serviva solo a rendere pubblica la fine del legame. Il diritto inoltre riconosceva pari facoltà all'uomo e alla donna in materia di divorzio (anche se poi la prassi sociale valutava in modo diverso la scelta di divorziare se fatta dalla donna).

In genere i romani consideravano il divorzio come un fatto normale. Ovviamente i ricchi divorziavano più spesso, e ciò per almeno due motivi: 1) poiché nelle classi alte il matrimonio era una forma di alleanza politica tra famiglie, con il cambiare delle alleanze cambiavano le mogli; 2) per le classi dominanti avere figli era essenziale, perciò una moglie sterile aveva molte probabilità di essere ripudiata.

A Roma era largamente praticata l'adozione, ma i romani per avere un figlio ricorrevano anche a un sistema particolare (emblematico del loro rapporto con le donne): lo scambio delle donne fertili (es. il caso di Marzia tra Catone e Ortensio).

Dote e tutela della donna.

Nei secoli precedenti alla fine della repubblica si era via via affermata la prassi di dare alla sposa una dote (giuridicamente non necessaria, ma segno di prestigio sociale). Secondo il diritto i beni dotali erano proprietà del marito; ma a partire dall'epoca augustea una serie di leggi limitò i poteri del marito sulla dote della moglie e riconobbe alla donna il diritto di controllare i beni dotali. Del resto già in precedenza si era affermata la regola che, in caso di divorzio, consentiva alla donna di recuperare la dote (salvo il caso di divorzio per "malcostume" di lei, che consentiva al marito di trattenerne una parte).

Verso la fine della repubblica cambiarono anche le norme che sottoponevano le donne a tutela perpetua: la donna poteva sostituire al tutore legittimo una persona di sua fiducia (praticamente un prestanome, che di fatto non interferiva nelle decisioni). Verso la metà del I secolo d.C., con l'imperatore Claudio, venne abolita la tutela sulle donne nate libere.

Si affermò anche la regola che, in caso di indegnità del marito, la donna poteva ottenere la custodia dei figli.

Provvedimenti demografici e repressione dell'adulterio in età augustea.

Verso la fine della repubblica la vita familiare a Roma era cambiata: gli sconvolgimenti delle guerre civili, gli esili dovuti a persecuzioni politiche, gli spostamenti legati alle esigenze amministrative nei territori del sempre più ampio dominio romano avevano portato sempre più spesso a divisioni e rotture familiari e a scelte di unioni libere e mutevoli, a un rifiuto del matrimonio tradizionale, a un calo della natalità.

Con l'inizio del principato, in età augustea, tra il 18 e il 9 a.c. alcune importanti leggi cercarono di reagire a questa situazione, rivalutando l'importanza del matrimonio e dell'etica matrimoniale, nel quadro di quella restaurazione morale (intesa come ritorno ai sobri e rigorosi costumi degli antenati, il mos maiorum) che Augusto volle imporre alla società romana:

- Gli uomini tra i 25 e i 60 anni e le donne tra i 25 e i 50 erano tenuti a sposarsi; i vedovi e i divorziati dovevano risposarsi; chi non si sposava (caelebs) perdeva alcuni diritti patrimoniali (es. ricevere eredità e legati);

- veniva incoraggiata la procreazione con premi per le coppie con figli numerosi ed erano previste sanzioni per la coppia senza figli;

- le donne che avessero partorito tre volte erano libere dalla tutela;

- l'adulterio (era considerata tale la relazione extramatrimoniale intrattenuta da una donna), prima considerato una questione esclusivamente familiare, divenne un crimine, che poteva essere punito (in genere con l'esilio) non solo su richiesta del marito ma anche se un qualunque cittadino avesse intentato l'azione giudiziaria prevista a tale scopo. Il marito non aveva più diritto di uccidere la moglie adultera (doveva però ripudiarla) ma conservava il diritto di uccidere il suo amante se sorpreso in flagrante in casa e dovunque se costui fosse uno schiavo o un liberto o un "infame" (gladiatore, ballerino, lenone, ecc.); se la donna adultera era ancora sotto la patria potestà del padre, questi poteva uccidere lei e il suo amante.

La legislazione augustea, insomma, portò lo stato ad appropriarsi dell'etica familiare, sancendo il principio secondo cui il rispetto della morale familiare era un interesse non solo privato ma di tutti, e tutti i cittadini avevano il diritto di perseguire chi la violava. Era un tentativo di moralizzare il costume sessuale come prima tappa per una ricostruzione della società romana a partire dalla famiglia, dopo la disgregazione sociale e morale che aveva trasformato la compagine romana nell'ultimo secolo della repubblica. Ma, da quello che sappiamo, queste leggi augustee non vennero molto applicate, e non furono comunque esse a determinare un cambiamento nell'etica familiare che cominciò invece a determinarsi per un complesso di condizioni politiche, sociali e psicologiche in atto con l'inizio dell'età imperiale.

Verso una nuova etica familiare nella prima età imperiale.

Nel I secolo d.C. il modo di intendere le relazioni interpersonali e i costumi sessuali cominciò a cambiare, trasformando lentamente ma decisamente la concezione del matrimonio e dei rapporti coniugali. E questo prima che la predicazione cristiana cominciasse ad incidere sugli stili di vita del mondo romano.

Il cambiamento riguardò anzitutto i ceti dirigenti. Per secoli i patresfamilias erano stati i capi incontrastati di gruppi familiari in concorrenza reciproca e il loro prestigio stava nella capacità di imporre agli altri, sul piano sociale e politico, il loro potere e la loro autorità; ma con l'avvento del principato questi capi si ritrovarono ad essere sudditi del princeps, uguali fra loro perché ugualmente soggetti a un potere che mortificava la loro tradizionale autorità e arroganza; e questo li portò a un cambiamento psicologico, di stile di vita, anche nel modo di vivere il matrimonio e la sessualità. La sessualità tradizionale del cittadino romano, capo incontrastato di un gruppo familiare su cui nessun altro poteva dettare legge, era essenzialmente una sessualità "di stupro": il paterfamilias sottometteva ai suoi voleri, anche sessualmente, la moglie e le schiave di casa; ma da quando si trovò ad essere nei confronti dell'autorità imperiale, e quindi nella società dei suoi pari, semplicemente uno dei tanti sudditi, anche se ricco, anche l'ottica con cui guardava alla vita matrimoniale cominciò a cambiare: la sua psicologia di capo dovette ridimensionarsi, dandosi una nuova regola di vita, quella della rispettabilità, che in famiglia comportava l'immagine del marito rispettoso della moglie, la quale diventava anche compagna da stimare e da rispettare (una persona con cui presentarsi in società con un'immagine di rispettabilità). Fu l'adattarsi ad un nuovo conformismo sociale più che il crescere di una bontà degli animi, ma intanto fu l'inizio, lento ma reale, di una "morale di coppia". Nata nelle classi alte, cominciò a diffondersi per imitazione anche tra i ceti inferiori: adeguandosi al modello delle classi alte, questi fecero diventare la nuova morale una morale comune.

A rafforzare questa nuova etica contribuì anche il diffondersi dell'idea (presente già nel I secolo) che il sesso unito a una vita troppo faticosa e stressante potesse danneggiare la salute; il che si collegava a idee predicate da correnti filosofiche da tempo diffuse come epicureismo e stoicismo, che guardavano con prudenza al desiderio sessuale e invitavano a un controllo razionale degli impulsi.

Di conseguenza le donne sposate cominciarono ad essere considerate, per la prima volta, degne di rispetto e di affetto, compagne di uomini che dovevano presentarsi in società non più come personaggi autonomi ma come componenti di una coppia. Ciò non significa che per le donne romane fosse cominciata l'era della parità, ma certamente la loro condizione di vita vedeva dei miglioramenti.

Lavoro delle donne.

Per le donne delle classi alte i secoli, a cavallo tra repubblica e principato, rappresentarono certamente un tempo di "emancipazione": divenute titolari di qualche nuovo diritto (non però in campo politico), molte donne di ceto aristocratico approfittarono delle possibilità di istruirsi e di coltivare interessi intellettuali, usarono ampiamente del diritto di interrompere matrimoni non graditi e di contrarne altri, si ritagliarono una maggiore libertà sessuale con conseguenti pratiche di limitazione delle nascite (ampio ricorso all'aborto, con mezzi spesso pericolosi, e qualche forma grossolana di contraccezione). Le donne dei ceti abbienti potevano ricevere eredità e gestivano i loro patrimoni, incrementandoli con operazioni di investimento finanziario, mercantile e imprenditoriale (agendo però spesso non direttamente ma attraverso intermediari e amministratori dei loro affari); conosciamo dalle iscrizioni donne proprietarie di cave e di officine di ceramica, di vigneti e di tabernae.

Le condizioni di vita di queste categorie di donne più in vista ci sono note da molte figure della letteratura di quel tempo; per gli altri ceti sociali la situazione doveva invece essere diversa, ma ne sappiamo poco. Abbiamo, ad esempio, notizie di donne impiegate in lavori extradomestici (lavoranti in botteghe, venditrici, sarte, parrucchiere, massaggiatrici; sappiamo di pedagoghe, di ostetriche e di donne medico); ma questo non significa di per sé "emancipazione" femminile: per i romani il lavoro, quando serviva per procurarsi denaro per vivere, era considerato indegno di un uomo libero, perciò la presenza femminile nel mondo del lavoro ben difficilmente può essere intesa come indice di libertà della donna. Il "diritto al lavoro" non poteva essere tra le aspirazioni femminili: era una necessità a cui molte donne dovevano piegarsi e che difficilmente costituiva una realizzazione personale.

Un ambito lavorativo in cui doveva essere numerosa la manodopera femminile era la produzione tessile: in essa, accanto a operaie, dovevano esserci anche lavoratrici specializzate; ma si tratta quasi sempre di persone di livello medio-basso: liberte o schiave.

Così anche per le attività commerciali e del terziario esercitate da donne: tra queste alcuni mestieri (cantanti, ballerine, ostesse, locandiere, ecc.) godevano di scarsa considerazione sociale, quando non erano considerate immorali, equiparate alle prostitute. Il mercato della prostituzione era alimentato soprattutto dalle schiave, sia importante dall'estero sia ragazze abbandonate alla nascita e allevate da persone senza scrupoli per essere vendute ai lenoni e alle mezzane (i tenutari dei postriboli cittadini).

 

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Ultima modifica Mercoledì 02 Settembre 2020 15:59
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini