Domenica, 04 Dicembre 2022
Sabato 03 Dicembre 2022 18:36

IV Domenica di Avvento – 18 Dicembre 2023

Anno A

di Don Paolo Scquizzato,

Prima lettura: Is 7,10-14

10Il Signore parlò ancora ad Acaz: 11«Chiedi per te un segno dal Signore, tuo Dio, dal profondo degli inferi oppure dall'alto». 12Ma Acaz rispose: «Non lo chiederò, non voglio tentare il Signore». 13Allora Isaia disse: «Ascoltate, casa di Davide! Non vi basta stancare gli uomini, perché ora vogliate stancare anche il mio Dio? 14Pertanto il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele.

Salmo: 23

Rit.: Vieni, Signore, a salvarci.

Alleluia, Alleluia, Alleluia.


Del Signore è la terra e quanto contiene:
il mondo, con i suoi abitanti.

2 È lui che l'ha fondato sui mari
e sui fiumi l'ha stabilito. Rit.

3 Chi potrà salire il monte del Signore?
Chi potrà stare nel suo luogo santo?

4 Chi ha mani innocenti e cuore puro,
chi non si rivolge agli idoli, Rit.

5 Egli otterrà benedizione dal Signore,
giustizia da Dio sua salvezza.

6 Ecco la generazione che lo cerca,
che cerca il tuo volto, Dio di Giacobbe. Rit.

Seconda lettura: Rm 1,1-7

1 Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio - 2che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture 3e che riguarda il Figlio suo, nato dal seme di Davide secondo la carne, 4costituito Figlio di Dio con potenza, secondo lo Spirito di santità, in virtù della risurrezione dei morti, Gesù Cristo nostro Signore; 5per mezzo di lui abbiamo ricevuto la grazia di essere apostoli, per suscitare l'obbedienza della fede in tutte le genti, a gloria del suo nome, 6e tra queste siete anche voi, chiamati da Gesù Cristo -, 7a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo!

Canto del Vangelo: Mt 1,23

Alleluia, alleluia!

23Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele,

che significa Dio con noi.

Alleluia!

Vangelo: Mt 1,18-24


18Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. 19Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. 20Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; 21ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
22Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:

23Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio:
a lui sarà dato il nome di Emmanuele
che significa Dio con noi. 24Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore e prese con sé la sua sposa;

OMELIA

 

Nel brano di Vangelo di oggi, Giuseppe è definito ‘uomo giusto’ (v. 19). Egli rifiuta di prendere con sé Maria e il bambino, non perché ritiene sua moglie un’adultera, ma proprio in quanto ‘giusto’.

Nell’ottica dell’Antico Testamento, l’uomo giusto (non si dà notizia di donne giuste!) è colui che riceve il dovuto per la sua giusta opera.  Giuseppe qui è come se dicesse: questo bimbo non è opera del mio sangue. Io non posso ricevere questo dono immenso da parte di Dio, semplicemente perché  non me lo sono meritato, non ho fatto nulla per poterlo ricevere in dono.

Ecco, il Vangelo capovolge questa mentalità tipica dell’uomo religioso di sempre: considerare il dono di Dio come premio, come qualcosa che vada meritato in virtù d’una prestazione. Invece occorre credere che possiamo essere oggetto dei doni di Dio, in ultima analisi della misericordia, al di là della nostra giustizia, al di là di ciò che pensiamo possiamo meritare, di ciò che abbiamo fatto e non fatto nella nostra vita. L’amore non potrà mai essere premio!

In fondo, anche noi cristiani, soffriamo della medesima malattia di Giuseppe, quella di considerare il rapporto con Dio in forza di una giustizia retributiva, immaginando di essere oggetto di bene in base al nostro comportamento morale.

Giuseppe è dunque l’uomo giusto chiamato ad essere sovra-giusto. E in fondo, la sovra-giustizia richiesta qui a Giuseppe coincide con la verginità di Maria: disponibilità a ricevere ciò che non dipende dalle proprie capacità fisiche, morali e tanto meno religiose.  Maria non ha detto “non posso ricevere perché non me lo merito”, ma “proprio perché non ho in me nulla da far valere, nulla su cui poter contare, sono nella condizione di ricevere tutto”.

Il povero aprirà il suo desiderio all’infinito, l’orgoglioso si aprirà solo a quella possibilità di compimento che corrisponde a ciò che è in grado di compiere lui.

 

Il testo procede dicendo che Giuseppe pensò (v. 19), stava considerando (v. 20). Le sue elucubrazioni però sono includenti: «L’uomo comincia a vivere nella misura in cui smette di sognarsi» (Pablo d’Ors).

Il nome Giuseppe significa: Dio-aggiunge. È questo, in fondo, il nome segreto di ogni creatura: l’uomo, essere ‘finito’, è fatto per una continua aggiunta proveniente d’altrove, a patto che crei in sé lo spazio in cui l’Infinito possa accadere.

Nessuno basta a se stesso. Giuseppe è qui simbolo dell’uomo che, troppo grande da bastare a se stesso, finalmente s’abbandona all’opera di un Altro, diventando padre senza alcun merito e facendo della propria vita dono gratuito.

 

CAMMINO DELLA SETTIMANA

Due spunti su cui meditare, a Voi cercarne altri

  • 24Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l'angelo del Signore

  • Il nome Giuseppe significa: Dio-aggiunge. l’uomo, essere ‘finito’, è fatto per una continua aggiunta proveniente d’altrove, a patto che crei in sé lo spazio in cui l’Infinito possa accadere.

    Buon cammino!!

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    Omelia di Don Paolo Scquizzato,

    Mercoledì 30 Novembre 2022 16:17

    II Domenica di Avvento – 4 Dicembre 2022

    Omelia

    di Don Paolo Scquizzato,

    Prima lettura: Is 11,1-10

    1 Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
    un virgulto germoglierà dalle sue radici.
    2Su di lui si poserà lo spirito del Signore,
    spirito di sapienza e d'intelligenza,
    spirito di consiglio e di fortezza,
    spirito di conoscenza e di timore del Signore.
    3Si compiacerà del timore del Signore.
    Non giudicherà secondo le apparenze
    e non prenderà decisioni per sentito dire;
    4ma giudicherà con giustizia i miseri
    e prenderà decisioni eque per gli umili della terra.
    Percuoterà il violento con la verga della sua bocca,
    con il soffio delle sue labbra ucciderà l'empio.
    5La giustizia sarà fascia dei suoi lombi
    e la fedeltà cintura dei suoi fianchi.
    6Il lupo dimorerà insieme con l'agnello;
    il leopardo si sdraierà accanto al capretto;
    il vitello e il leoncello pascoleranno insieme
    e un piccolo fanciullo li guiderà.
    7La mucca e l'orsa pascoleranno insieme;
    i loro piccoli si sdraieranno insieme.
    Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
    8Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera;
    il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso.
    9Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno
    in tutto il mio santo monte,
    perché la conoscenza del Signore riempirà la terra
    come le acque ricoprono il mare.

    10In quel giorno avverrà
    che la radice di Iesse sarà un vessillo per i popoli.
    Le nazioni la cercheranno con ansia.
    La sua dimora sarà gloriosa.


    Salmo: 71

    Rit.: Vieni, Signore, re di giustizia e di pace.

    Alleluia, Alleluia, Alleluia.


    O Dio, affida al re il tuo diritto,
    al figlio di re la tua giustizia;

    2 egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia
    e i tuoi poveri secondo il diritto. Rit.

    7 Nei suoi giorni fiorisca il giusto
    e abbondi la pace,
    finché non si spenga la luna.

    8 E dòmini da mare a mare,
    dal fiume sino ai confini della terra. Rit.

    12 Perché egli libererà il misero che invoca
    e il povero che non trova aiuto.

    13 Abbia pietà del debole e del misero
    e salvi la vita dei miseri. Rit.

    Seconda lettura: Rm 15,4-9

    4Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché, in virtù della perseveranza e della consolazione che provengono dalle Scritture, teniamo viva la speranza. 5E il Dio della perseveranza e della consolazione vi conceda di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull'esempio di Cristo Gesù, 6perché con un solo animo e una voce sola rendiate gloria a Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.

    7Accoglietevi perciò gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi, per la gloria di Dio. 8Dico infatti che Cristo è diventato servitore dei circoncisi per mostrare la fedeltà di Dio nel compiere le promesse dei padri; 9le genti invece glorificano Dio per la sua misericordia, come sta scritto:

    Per questo ti loderò fra le genti
    e canterò inni al tuo nome
    .

    Canto del Vangelo: Lc 3,4.6

    Alleluia, alleluia!

    Preparate la via del Signore,
    raddrizzate isuoi sentieri!

    Alleluia!

    Vangelo: Mt 3,1-12

    1 In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea 2dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
    3Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaia quando disse:

    Voce di uno che grida nel deserto:
    Preparate la via del Signore,
    raddrizzate i
    suoi sentieri!
    4E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico.
    5Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui 6e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
    7Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all'ira imminente? 8Fate dunque un frutto degno della conversione, 9e non crediate di poter dire dentro di voi: «Abbiamo Abramo per padre!». Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. 10Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. 11Io vi battezzo nell'acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. 12Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

    OMELIA

     

    Il Vangelo di questa seconda domenica di Avvento, è un testo molto complesso e delicato. Ci viene presentata la figura di Giovanni il Battista, l’uomo del passaggio tra Antico e Nuovo Testamento, tra la religione e la fede.

    Giovanni invita all’accoglienza dell’amore che s’è fatto presenza, che s’è fatto vicino, accanto (v. 2), perché l’amore, per definizione, si può solo ricevere. Non è da capire, da studiare, da imparare. È presenza personale da accogliere nella gratuità, non da meritarsi vantando un’affettata religiosità, come credono i sadducei e i farisei, pii religiosi del tempo di Gesù, e in fondo, di ogni epoca. Essi credono di essere con la squadra vincente solo perché indossano quella casacca: «Non crediate di poter dire: ‘Abbiamo Abramo per padre’ (v. 9).

    Dirsi cristiani non vuol dire ancora nulla, come l’essere battezzati, il partecipare alla Messa, recitare preghiere o ricevere i sacramenti. Il ‘dirsi’ di Cristo non vuol dire appartenergli, non funge da talismano contro le tempeste della vita, e neppure polizza assicurativa nei sinistri del quotidiano.

    Non è entrare nelle fila di una religione a dire qualcosa del nostro vero essere, ma è il nostro essere fecondi ad affermare e testimoniare un’appartenenza al Dio della vita: «Dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7, 16).

    Occorre portare frutto dunque (v. 8), anzi ‘buon frutto’ dice il Battista (v. 10b). E il frutto è sempre consequenziale all’essere, come il frutto scaturisce sempre da un albero ben radicato con le radici nel terreno da cui si traggono tutte le energie necessarie. La questione dunque è accogliere, entrare in contatto con la Vita, la sorgente interiore che dimora in noi, per sperimentare così l’essere trasformati, fecondi e in grado di dare buoni frutti.

    Il Battista ci ricorda inoltre che la vita può anche conoscere il fallimento. È il fallimento di una vita infruttuosa, sterile, inconcludente perché sempre giocatasi ‘altrove’, distratta, in perenne evasione, non radicata nel terreno. Quella vita che non ha edificato sulla roccia (cfr. Mt, 7, 24), producendo non frutti ma solo paglia e detriti.

    Ma il Vangelo di Gesù (ed è qui che si gioca la radicale differenza tra Antico e Nuovo Testamento, la bella notizia),  afferma con forza che alla fine – non ‘dei tempi’ perché il tempo è già compiuto (cfr. Mc 1, 14), ma di ogni istante –  il fuoco dell’Amore brucerà, dissolverà tutto ciò che non è stato edificato attraverso l’amore. Verrà estinta cioè in noi la conseguenza malata dell’inconsistenza, tutta la paglia prodotta dalle nostre illusioni, dai nostri inganni e il nostro male (v. 12a). E al contempo, il medesimo Amore raccoglierà la parte buona di noi, ciò che è stato edificato nell’amore, secondo la capacità di ciascuno, ossia quel qualcosa di talmente forte da resistere anche alla prova della morte (v. 12b; cfr. 1Cor 3, 10bss.).

     

     

     

    CAMMINO DELLA SETTIMANA

    Due spunti su cui meditare, a Voi cercarne altri

    • Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore,raddrizzate i suoi sentieri!

    • il nostro essere fecondi ad affermare e testimoniare un’appartenenza al Dio della vita: «Dai loro frutti li riconoscerete» (Mt 7, 16).

      Buon cammino!!

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      Anno C –

      Omelia di Don Paolo Scquizzato,

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