Lunedì, 03 Agosto 2020
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Giustificazione, Grazia e Sacramenti
don Marino Qualizza



 


 3.2. La dimensione simbolica dei sacramenti


Si diceva all’inizio che nel primo millennio cristiano, soprattutto,si sottolineava parecchio la dimensione simbolica, non solo dei sacramenti, ma di tutta la realtà. Il maestro riconosciuto in questa impostazione era Platone, le cui intuizioni filosofiche furono rielaborate in diverse scuole teologiche, prima fra tutte quelle di Alessandria, all’inizio del III secolo, soprattutto con Clemente e Origene. Ma il grande maestro che influì su tutto lo svolgimento ulteriore della teologia sacramentaria è sant’Agostino. La sua teologia sui sacramenti è veramente geniale e spazia in diversi settori, nei quali ha contribuito a sciogliere dubbi e risolvere situazioni difficili; il tutto con una maestria eccezionale. Certo, ci sono anche dei punti su cui si possono nutrire delle riserve, ma in genere la sua visione ed elaborazione sono da capolavoro.


In seguito l’attenzione al dato simbolico dei sacramenti fu lasciato in ombra, perché, questo a partire dal secondo millennio cristiano, l’attenzione si era concentrata maggiormente sull’efficacia dei sacramenti, sul fatto che davano la grazia che significavano. Solo negli anni ’50 del secolo appena trascorso, l’attenzione dei teologi fu nuovamente attirata dal fatto che i sacramenti sono segni, simboli, immagini, figure di un’altra realtà, a cui danno luogo per la forza dello Spirito di Dio. Non bisogna dimenticare che proprio la differenza di simbolismo rende ragione della diversità dei sacramenti. Se tutti, indistintamente, dessero solo la grazia, ne basterebbe uno solo.



3.2.a. Un cambio di mentalità


Ma agli inizi del secolo XX avvenne un significativo cambio di mentalità nella cultura filosofica europea, con la svolta operata dalla Fenomenologia. Essa si proponeva di restituire alla sua dignità ciò che appare, in quanto non è solo qualcosa di superficiale, ma è rivelazione di qualcosa di più profondo, a cui però arriviamo proprio perché qualcosa ce lo rivela. Era un trampolino di lancio prezioso per la elaborazione teologica, in molti settori, ma soprattutto in quello dei sacramenti. Ciò dunque, che aveva caratterizzato la teologia di Agostino, viene ripreso ed elaborato in un nuovo contesto culturale, quello del XX secolo. Ne derivò una comprensione senz’altro più ricca ed appropriata dei sacramenti e, nello stesso tempo, fu data opportunità ai teologi di adoperare un linguaggio che non era sconosciuto alla cultura del tempo.




3.2.b. Cambiamenti di vocabolario


Ne conseguì, necessariamente, un cambiamento di vocabolario. Si ricominciò a parlare dei sacramenti come di simboli – reali – della grazia di Dio, nel senso che la significano e la rendono presente; di immagini del mondo di Dio e della grazia che ci salva; di figure che danno forma all’opera di Dio in Cristo; di segni dai quali si riconosce l’azione di Dio ed il passaggio dello Spirito Santo. Una ricchezza notevole, che tuttavia non passò senza qualche perplessità, per il fatto che ci si scostava da un vocabolario ormai acquisito e stabilizzato. Ma il vantaggio fu grande. Come si diceva, il simbolo dell’acqua nel battesimo era di per sé eloquente per intendere questo sacramento nella linea dell’intera storia della salvezza, come rinascita nella purificazione. E così per gli altri sacramenti, fino ad arrivare alla realtà stessa del corpo umano, per quanto riguarda il matrimonio.


Da ciò anche la possibilità e l’urgenza di ripresentare la simbologia cristiana dei sacramenti con un linguaggio adatto e con l’attenzione al clima culturale di oggi. Prova ne sia che, almeno nelle intenzioni, e a livello teoretico, la liturgia, che si sostanzia nei sacramenti, ne ha tratto evidente vantaggio. Un modo più vivo, una presentazione più attenta alla vita, un inserimento più immediato nella realtà di oggi, sono i primi risultati di questa impostazione che ha bisogno di ulteriori sviluppi.



3.2.c. La dimensione escatologica


La parola non spaventi, perché non dice nulla se non l’orientamento di tutta la nostra vita verso Dio, che incontreremo definitivamente oltre questa vita. Non si tratta nulla di nuovo, ma presentato in forma nuova. Tutti conosciamo i quattro novissimi, nei quali si riassumeva tutta la nostra conoscenza dell’escatologia cristiana: morte, giudizio, inferno, paradiso. Tale presentazione aveva il limite di pensare queste realtà solo o quasi, come realtà che vengono dopo. Mentre la vita cristiana si svolge ora. A dire il vero il grande san Tomaso d’Aquino, aveva espresso in modo felicissimo la verità sui sacramenti, compresa la dimensione escatologica, nella nota antifona O sacrum convivium.


Parlando dell’eucaristia, ne riassumeva in sintesi la verità, dicendo che essa era incontro con Cristo, pienezza di grazia, memoria liturgica della sua passione e pegno della gloria futura. Qui c’era proprio l’accenno alla gloria futura come realtà che già si pregusta nell’eucaristia. Nelle epoche successive a Tommaso, questo riferimento fu sempre tenuto presente, ma letto e interpretato, necessariamente, secondo il prevalere del sentire teologico di allora. In pratica ci si limitava a ricordare i novissimi.



3.2.d. La riscoperta dell’escatologia


Gli studi biblici, proprio all’inizio del ‘900, rimisero in luce una verità per sé evidente nei Vangeli: in essi Gesù inizia la sua missione, parlando della imminente venuta, se non addirittura della presenza di Dio nella storia degli uomini. È il vangelo del regno di Dio, che si annuncia presente ed operante per la salvezza o riuscita della storia umana. Questa riscoperta o sottolineatura ha operato in modo molto positivo nella teologia, perché l’ha aiutata ad allargare gli orizzonti e a considerare l’escatologia, cioè le verità finali, come già operanti, anche se nel mistero, nella nostra storia. Il mondo futuro è già cominciato e ciò che avviene nella nostra vita di fede è già anticipo e partecipazione iniziale alla vita futura.



3.2.e. I sacramenti verità dell’escatologia cristiana


Ancora una volta, appare in tutta evidenza la singolarità della fede cristiana. Essa non è un sistema ben ordinato di dottrine, di filosofia o di teologia, anche se questo non lo escludiamo; la fede cristiana è veramente vita vissuta in adesione e comunione a Cristo. E i sacramenti ne sono la concretezza. Così noi viviamo l’attesa della venuta di Cristo, partecipando ora alla sua opera di salvezza, essendone beneficiari e nello stesso tempo anche offrendone il frutto al mondo intero. Così essi assolvono a due compiti: sono profezia sul passato, perché annunciano la pasqua di Cristo e sono profezia sul futuro, perché ci fanno partecipare al mondo della risurrezione.


3.2.f. Indicazione bibliografica essenziale


Schneider Th. , Segni della vicinanza di Dio. Compendio di teologia dei sacramenti, Queriniana, Brescia 19893


Ferraro G., I sacramenti nella liturgia, Dehoniane, Roma 1997


Mozzanti G., I sacramenti, simbolo e teologia. 1. Introduzione generale, EDB, Bologna 1997


Rocchetta C., Sacramentaria fondamentale. Dal <<mysterion>> al <<sacramentum>>, EDB, Bologna 19902.

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Sabato 26 Giugno 2004 14:36

1) Gesù “Cristo”, l’uomo nuovo

LO SPIRITO SANTO E SANTIFICATORE
don Marino Qualizza




1.a. Gesù ‘Cristo’ l’uomo nuovo perché ‘unto di Spirito Santo’ Gv 1,29-34


Si dice spesso che la teologia latina, soprattutto nel secondo millennio, ha trascurato molto la riflessione sullo Spirito Santo e che quindi soffre di una carenza ‘spirituale’, cioè di una dimensione, dove lo Spirito Santo abbia il posto che gli compete, a partire dalla storia della salvezza con evidente riferimento alla teologia trinitaria. E dire che senza questa attenzione ed apertura allo Spirito Santo non è possibile riconoscere l’identità stessa di Gesù Cristo Signore! <<Nessuno può dire: "Gesù Signore" se non in virtù dello Spirito Santo>>, afferma san Paolo in 1Cor 12,3.


Per questo motivo il titolo di questo capitolo ci richiama l’originalità e l’identità di Gesù, il Signore, proprio a partire dall’unzione dello Spirito Santo, come leggiamo nel testo proposto nel titolo stesso:<<Il giorno dopo (Giovanni) vede Gesù venirgli incontro e dice: "Ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo. Questi è colui di cui ho detto: ‘Colui che viene dopo di me ebbe la precedenza davanti a me perché era prima di me’. Io non lo conoscevo, ma proprio perché fosse rivelato ad Israele sono venuto a battezzare con acqua". Poi Giovanni testimoniò: "Ho visto lo Spirito scendere dal cielo come una colomba, e si fermò sopra di lui. Io non lo conoscevo, ma colui che mi mandò a battezzare con acqua mi disse: ‘Colui sul quale vedrai scendere lo Spirito e fermarsi su di lui, è lui che battezza con lo Spirito Santo’. E io l’ho visto e ho testimoniato che lui è il Figlio di Dio>>. Gv 1,29-34.


1.b. Il Cristo punto di partenza per la nuova umanità


Perché parliamo di Gesù Cristo l’uomo nuovo? Perché egli è il punto di partenza della nuova umanità, pensata e progettata da Dio nel superamento di quella che aveva smarrito il cammino della vita. A scanso di equivoci, già avvenuti nel passato, qui non contrapponiamo due umanità, una vecchia e l’altra nuova, quasi si trattasse di due realtà in contrasto, ma parliamo della stessa umanità, resa nuova proprio da Gesù il Signore e riportata allo splendore del primo ed unico progetto di Dio. Il termine nuovo viene adoperato dunque, per mettere in luce che l’unica e definitiva novità noi l’abbiamo in Cristo, visto come colui che è la realizzazione straordinaria e ‘normale’ dell’umanità. Questa non si può concepire a prescindere dallo Spirito Santo.


Su questo punto bisogna superare un altro limite che si è manifestato nella cultura occidentale in genere, alle volte con qualche spinta anche della teologia. In buona fede, senz’altro. Ebbene, era invalso nell’Occidente cristiano un modo di pensare l’uomo quasi a prescindere dall’azione di Dio e della sua presenza. Questo, forse, perché della grazia di Dio si parlava prevalentemente o come redenzione o come santificazione ‘soprannaturale’. E quindi la considerazione sulla umanità, intesa in prospettiva più filosofica che teologica, si limitava o concentrava a parlarne in termini del tutto ‘naturali’, del tipo: l’uomo essere ragionevole. Nulla da eccepire in sé, ma certamente questa presentazione non poteva esaurire la ricchezza della realtà umana.



1.c. La creazione base del rapporto con Dio


Questa consiste nel rapporto creaturale che l’uomo ha con Dio, ed è fondato sulla creazione. E questa non è limitata ad un inizio che si perde nella notte dei tempi e poi non ritorna più, perché l’uomo prosegue sicuro per la sua strada. L’uomo è creatura continuamente in rapporto al Creatore e stabilmente sotto l’influsso e l’azione dello Spirito Santo, proprio per realizzare la sua chiamata straordinaria: il rapporto con Dio, come realizzazione della propria vita. In questa azione allo Spirito Santo vengono attribuite le ‘competenze’ specifiche: egli è colui che porta a compimento l’azione di Dio e le dà anche la bellezza che le conviene.


Colui che ha rivelato in modo definitivo l’azione dello Spirito Santo è Gesù, il Signore. E l’ha fatto nella sua esistenza storica, perché nelle sue parole e nelle sua azioni si potevano cogliere e scorgere i segni della presenza attiva dello Spirito. A tal proposito nel linguaggio biblico si adopera l’espressione: unzione dello Spirito, per indicare che lo Spirito agisce come l’olio che è segno e causa di bellezza, di salute, di forza, di ricchezza. Dall’immagine offerta dall’olio, frutto ed alimento tra i più preziosi dell’antichità, è facile il passo alla metafora per indicare l’azione dello Spirito Santo: egli nutre, fortifica, irrobustisce, abbellisce, sana, benedice e santifica. Unzione infatti si può tradurre con benedizione, consacrazione, scelta, elezione, protezione: tutte azioni che vengono attribuite allo Spirito Santo di Dio.



1.d. Cristo uomo nuovo sintesi del Vangelo


Ora parlare di Gesù come uomo nuovo, perché consacrato dall’azione dello Spirito, significa presentare il senso stesso del Vangelo della grazia e della realizzazione dell’umanità. Qui abbiamo in tutta naturalezza l’autentico umanesimo cristiano. Vale a dire la comprensione di ciò che ogni uomo è chiamato ad essere sul modello di Cristo. Il quale non si presenta come un qualcosa di estraneo o aggiunto esteriormente all’umanità, ma l’umanità così com’è e deve essere. Perché il compimento ‘normale’dell’umanità è la comunione con Dio, resa possibile dallo Spirito Santo. Questa verità elementare è stata più volte dimenticata o presentata in modo difforme dal modello del Vangelo. Ripeto, è un limite tipico del pensiero occidentale, che, già dai tempi antichi, ha imboccato la strada dell’alternativa, del doppio aut. O Dio o l’uomo! Per cui, se si sceglieva Dio, si deprimeva l’uomo; e al contrario, se si esaltava l’uomo, si doveva negare Dio.


Dio e l’uomo come antagonisti. A ben rileggere la storia dell’Occidente, si potrà facilmente concordare con queste affermazioni. Soprattutto dopo la riforma protestante la divaricazione è diventata più ampia e le conseguenze si sono viste e patite in particolare nei secoli XIX-XX. Ma la visione cristiana, ispirata dal Vangelo, non conosce queste divaricazioni. Gesù Cristo è l’uomo ‘nuovo’ e il modello riuscito dell’umanità, proprio perché Figlio di Dio e quindi in rapporto strettissimo con lui, per virtù e grazia dello Spirito. Questa è l’umanità concreta e realizzata, quella che vive il rapporto di amore con Dio. Gesù Cristo è il prototipo di questa umanità nuova ed antica, perché è sempre stata pensata così da Dio. Ma in una storia, come la nostra, dove il rapporto con Dio è stato rifiutato e dove si è cercato di costruire la propria umanità nella sfida con Dio, che è finita nel dimenticare Dio, c’è voluta la presenza di Cristo per ridare agli uomini il modello perduto ed indicare la strada smarrita.


1.e. Superamento della logica dell’aut aut


In questo senso possiamo dire tranquillamente che Gesù è il Vangelo vivo e l’indicazione di come prendere e leggere il Vangelo stesso: non come una serie di verità astratte e di precetti ardui, ma come la persona viva in cui si può incontrare il Dio vivo, per riceverne vita e speranza e amore. Alla base di tutto ciò c’è proprio lo Spirito Santo, che donandoci l’amore di Dio e mettendoci in comunione con lui, ci fa attingere direttamente alle sorgenti della nostra vita e del desiderio di vita. Gesù Cristo è la verità vissuta e vivente di questa verità concreta.


Parlando di Cristo come uomo nuovo si deve logicamente parlare anche della creazione nuova, risultato dell’opera dello Spirito Santo. In lui tutto dunque ridiventa nuovo, perché in lui nulla invecchia. Egli è la ‘novità’ di Dio e perciò la novità del mondo. La liturgia, con intuizione felice, attribuisce allo Spirito Santo alcuni versetti dello splendido salmo 103, che narra le meraviglie del creato: <<Mandi il tuo spirito ed essi(i viventi) sono creati, e rinnovi la faccia della terra>> (v.30). A questo Spirito dunque viene attribuita la vita sulla terra e la novità di essa nel Cristo, che nella sua umanità, è il capolavoro del creato. Ogni progetto di umanità deve confrontarsi con il Cristo uomo, su cui si posa lo Spirito del Signore.

Pubblicato in Teologia

LO SPIRITO SANTO VIVIFICANTE
Gv 14,16; 16, 7-14
don Marino Qualizza

 

 

 

 

<<Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito, affinché sia sempre con voi, lo Spirito di verità>>. <<Ma io vi dico la verità: è meglio per voi che io parta; perché, se non parto, il Paràclito non verrà a voi. Se invece me ne vado, lo manderò a voi. E quando egli verrà, confuterà il mondo in fatto di peccato, di giustizia e di giudizio. In fatto di peccato: perché non credono in me; in fatto di giustizia: perché me ne vado al Padre e voi non mi vedrete più; in fatto di giudizio: perché il principe di questo mondo è già giudicato. Ancora molte cose ho da dirvi, ma non le potete portare per ora. Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà in tutta la verità. Non parlerà infatti di se stesso, ma quanto sentirà dirà e vi annuncerà le cose venture. Egli mi glorificherà, perché prenderà da me e ve lo annuncerà. Tutto quanto ha il Padre è mio. Per questo vi ho detto che prenderà da me e lo annuncerà a voi>>.

 

Per giustificare appieno il titolo, bisogna aggiungere, dal cap. 14, i versetti successivi al 16, dove si parla dello Spirito che dimora presso i discepoli e da cui essi ricevono la vita, al pari di Gesù che dice:<<Voi mi vedrete perché io vivo e voi vivrete>> (v.19). Così abbiamo il quadro completo circa l’azione dello Spirito Santo che è Signore e dà la vita, come recita il simbolo di fede niceno-costantinopolitano del 381. Tuttavia nei testi del vangelo di Giovanni, si parla di uno Spirito di verità e non si dichiara esplicitamente che è Spirito vivificante, come invece è affermato nei testi di Paolo, tanto nella prima lettera ai Corinzi, come soprattutto nella lettera ai Romani, in specie nel capitolo 8°. Ma ciò che Paolo dice esplicitamente, Giovanni lo afferma implicitamente, quando parla dello Spirito di Verità.

 

 

 

2.a. Una verità che dà la vita

 

In effetti, noi occidentali, abbiamo una concezione diversa di verità rispetto agli orientali semiti, in questo caso gli ebrei. Per noi, nella prospettiva razionale, segnata dall’Illuminismo, la verità riguarda la conoscenza intellettuale; per gli ebrei invece, in specie per la testimonianza biblica, la verità è un dato esistenziale, che riguarda il vivere concreto. Per noi si tratta di una acquisizione razionale, per il Vangelo di un cambiamento di vita, di cui certamente si ha coscienza. Ne consegue che il nostro approccio al Vangelo è spesso falsato e senz’altro limitato dalle nostre precomprensioni, che sono anche pre-giudizi. Da qui anche la facile propensione di intendere il Vangelo come un prontuario di verità, soprattutto morali. Si tratta di una evidente riduzione, che priva il Vangelo della sua forza vitale. Lo Spirito di verità ci viene in aiuto perché evitiamo questa riduzione, che snerva il Vangelo.

 

Dunque, la verità del Vangelo dona la vita mediante lo Spirito vivificante. Se vogliamo tenerci al concreto, dobbiamo fare una precisazione ulteriore, che nei testi citati è presente in mondo chiaro. La verità evangelica è Gesù Cristo; per questo motivo in essa troviamo la vita. Si tratta cioè di una persona viva, non della sua immagine o del suo ritratto e della sua memoria, intesa in senso comune. Perché c’è anche una memoria di tipo biblico e liturgico che corrisponde alla realtà concreta. Ed è in questa linea allora che si comprende la parola di Gesù ancora nel vangelo di Giovanni: <<Io sono la via, la verità e la vita>> 14, 6. Come si vede, il rapporto tra verità e vita è strettissimo. Nel testo si fa riferimento anche alla via, in quanto Gesù Cristo è la strada che conduce alla verità che dà la vita. In lui poi queste tre dimensioni si richiamano a vicenda e si identificano.

 

 

 

2.b. Dallo Spirito Santo la professione della fede che salva

 

Ma in tutto questo quale parte ha lo Spirito Santo? Una parte assolutamente fondamentale. Se ci ricordiamo quanto afferma san Paolo in 1Cor 12,3: <<Nessuno può dire Cristo Signore, se non nello Spirito>>. Qui infatti è cruciale il passaggio da Gesù di Nazareth, uomo fra gli uomini, anche se dotato di qualità eccezionali, al Cristo Signore, cioè a colui che fa parte della vita di Dio e viene da Dio ed è l’unico Dio con il Padre. Questo passaggio, che non comporta l’annullamento dell’umanità di Gesù, è impossibile senza l’aiuto, la grazia, la forza dello Spirito Santo. Infatti si tratta di cogliere nella vita di Gesù, oltre la straordinarietà, la divinità, la comunione con il Padre. Questo è impossibile alle considerazioni umane, perché non è possibile colmare, con le nostre forze, l’abisso che c’è fra il divino e l’umano, soprattutto a livello storico. Infatti, a livello filosofico, non ci sono negate riflessioni ed aperture al divino; ma qui c’è un autentico ‘scandalo’; qui sono superati i criteri filosofici e si affacciano quelli storici, limitati quindi nel tempo e nello spazio e perciò stesso, limitanti anche lo spazio divino, secondo la normale considerazione filosofica.

 

2.c. Dallo Spirito la fede e l’approfondimenti di essa

 

Ecco allora che ci viene incontro lo Spirito, per fare o compiere una duplice operazione: aprire i nostri occhi alla contemplazione dell’identità di Cristo, il Signore e guidarci alla conoscenza della verità tutta intera, già compresa nella persona di Gesù, ma non ancora esplicitata. Tutto questo vale per la Chiesa apostolica e per quella dei tempi successivi, fino a nostri giorni ed oltre, ovviamente. Le due cose non sono così elementari, come parrebbe di vedere. Abituati come siamo, per i più, a conoscere il Cristo dal catechismo e a considerarlo sempre come ‘il Signore’, non ci rendiamo conto dell’enorme passaggio che c’è tra il conoscere storicamente Gesù ed il proclamarlo Signore della gloria. Solo chi da adulto opera il passaggio della fede, si rende conto del fatto straordinario e vive in modo diretto l’esperienza vivificante dello Spirito, che l’ha introdotto nella dimensione nuova della fede, come incontro con il Cristo vivente. In questa esperienza, ci si rende conto che la proclamazione dell’identità divina del Cristo non è una questione di conoscenza e di informazione, del tutto necessarie, ma è questione di trasformazione, di rinnovamento. La fede non consiste nel recitare delle formule, ma nell’incontrare il Dio vivo di Gesù Cristo. Tutto questo è reso possibile dallo Spirito di Dio. Dunque è veramente vivificante. Introduce nella vita che è il Cristo Signore.

 

La seconda operazione dello Spirito è egualmente decisiva, perché riguarda il cammino della comunità dei credenti, da quella apostolica fino alla nostra, nella conoscenza del mistero di Cristo. l’esistenza storica di Gesù si conclude con il dramma della croce. Ma questa non è tutta la vita di Cristo. Se non c’è la resurrezione e in base ad essa, la ulteriore comprensione dell’opera di Cristo, viene meno l’essenza del Vangelo. Gli apostoli, dallo Spirito, vengono guidati alla comprensione del mistero di Cristo e noi con loro. Si è iniziata così la lunga strada della vita della Chiesa, che di generazione in generazione si avvicina e vive il mistero di Cristo, approfondendone sempre la conoscenza e l’adesione. In questo senso, lo Spirito è la novità del Vangelo, in quanto non permette che diventi un libro su cose accadute nel passato e che sono vive solo perché noi le ricordiamo. Il Vangelo è vivo, perché Cristo è vivo e noi siamo in comunione con lui mediante lo Spirito.

 

 

 

2.d. Dallo Spirito la Chiesa carismatica

 

Verità e Vita, un binomio che caratterizza Gesù Cristo e che è reso attuale dall’azione dello Spirito Santo. In riferimento ad essa, si parla nella Chiesa di una dimensione carismatica. E’ del tutto normale. Anzi, se viene meno questo aspetto carismatico, non abbiamo più la Chiesa, ma un istituto che cura la memoria su un certo Gesù di Nazareth e nulla di più. Alle volte però, il carattere carismatico della Chiesa viene inteso in senso errato. Si pensa cioè a qualcosa di eccezionale, di fuori del comune, legato a fenomeni mistici, riservati a pochi eletti. Questo non aiuta a capire l’autentica dimensione carismatica della Chiesa. Essa consiste nel fatto che è guidata dallo Spirito Santo, per l’unico motivo fondamentale, che consiste nel dono della fede: è frutto dello Spirito Santo la fede della e nella Chiesa. Tutto il resto ne consegue. Ed in questa fede noi riceviamo la vita, perché la fede è comunione con il Dio della vita, il Dio cha ha risuscitato dai morti Gesù Cristo, il Signore che ci dona lo Spirito.

 

 

 

 

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3. L'AZIONE DELLO SPIRITO SANTO
NELL'UOMO, GAL 5,22-25
don Marino Qualizza



 


L’azione dello spirito Santo nell’uomo ed in favore dell’uomo, ci viene descritta in termini concreti nella lettera di san Paolo ai Galati. Tutto il testo è, in fondo, dedicato all’azione dello Spirito, perché a Paolo interessa evidenziare che la fede non può essere conquista umana, ma è dono di Dio, mediante il suo Spirito. Questi poi agisce nell’uomo rinnovato creando le situazioni favorevoli per una vita che sia degna del Vangelo. Ecco come san Paolo ce la descrive:<<Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, longanimità, bontà, benevolenza, fiducia, mitezza, padronanza di sé; la legge non ha a che fare con cose del genere. Coloro che appartengono a Cristo Gesù crocifissero la carne con le sua passioni e i suoi desideri. Se viviamo in forza dello Spirito, camminiamo seguendo lo Spirito>>.


Il contesto immediato e più ampio in cui si inserisce il testo paolino è quello della libertà, sulla quale Paolo ha scritto pagine fondamentali. La libertà ci è stata data dal Cristo e ha come punto di arrivo o come manifestazione la carità, cioè l’amore che riguarda Dio e il prossimo. Nel nostro caso il riferimento immediato è l’amore del prossimo. E non per caso il primo frutto dello Spirito nell’elenco esemplificativo di Paolo è proprio l’amore. Libertà e amore sono termini che si richiamano a vicenda, e questo richiamo è tanto più significativo, quanto più spesso nella cultura contemporanea vengono dissociati. Di più c’è un richiamo ad un tema che accompagna tutta l’antropologia paolina, è quello della legge.



3. a. La libertà del cristiano


Tema arduo questo, in ogni tempo, perché le considerazioni di Paolo, in linea con quelle del Vangelo, sono del tutto innovative. Ciò che conta nella fede non sono gli sforzi umani, che ci devono essere sempre, ma il dono di grazia nello Spirito. Questo dono fa entrare nella libertà piena il cristiano, liberandolo dalla legge. Ora questo discorso è perfino pericoloso, tanto che non c’è stata epoca nella Chiesa, in cui non sia stato mal interpretato. O nel segno di una sfrenatezza che non conosce limiti, o in quello di un rigore che si sostituisce alla grazia dello Spirito. San Paolo ci dice che il cristiano è innanzitutto libero, perché non dipende da una legge esterna, sia pure quella fondamentale del decalogo. Esso non viene abolito, ma non è il fondamento della libertà, ma solo strumento di essa. La libertà è dono di Dio e precede ogni legge, ogni comandamento, ogni ordinamento esteriore. Ma la libertà cristiana non è senza un ordine; esso è interiore, perché consiste nella grazia, nell’amore e nell’ispirazione dello Spirito, che interiormente guida il cristiano a fare le cose che sono esplicitate nelle leggi. Egli non dipende da queste, perché ne vive già interiormente lo spirito ed il senso, in quanto è partecipe dello Spirito di Dio che le ha suggerite agli uomini.


3. b. Legge e grazia nella vita del cristiano


Cose talmente ardite non si erano lette da nessuna parte, ma esse non sono un’invenzione di Paolo, quanto invece una esplicitazione della ricchezza del Vangelo. Però, si può anche dire che nella storia della Chiesa non hanno avuto tanta applicazione, in quanto l’interesse prevalente era riservato proprio agli ordinamenti giuridici, con il rischio che la vita cristiana fosse più un codice di comportamento che non una forza interiore. Il tutto è visibile nell’accentuazione del primato dell’ascetica nei confronti della mistica. E’ chiaro che ci deve essere l’ascetica, ma essa è preceduta, non seguita dalla mistica, perché con essa intendiamo la qualità della vita cristiana, suscitata e guidata dallo Spirito Santo di Dio.


L’elenco delle virtù cristiane, fatto da Paolo a mo’ d’esempio e quindi non per farne un trattato, vuole indicare il comportamento cristiano, segnato dalla libertà dello Spirito. Esso è preceduto da un elenco che contiene i vizi, espressione dell’uomo schiavo del proprio egoismo, che da Paolo è espresso con il termine ‘carne’, da intendersi secondo la cultura semitica. Contro queste manifestazioni egoistiche c’è la sanzione della legge. Che invece non entra per nulla nelle opere suscitate dallo Spirito. Amore, gioia, pace sono il segno e lo spazio infinito della libertà cristiana, che non può avere confini. E’ questo l’uomo nuovo, creato dall’amore di Dio e chiamato ad essere partecipe del suo modo di agire.



3. c. Nella dimensione della vita trinitaria


Qui in realtà entra in gioco quella dimensione trinitaria della vita cristiana, che la teologia ha più che trascurato nei secoli passati. Impostando la riflessione sul mistero inaccessibile di Dio, non si è presentato secondo l’unica logica a noi accessibile: quella della vita di fede. Ne è seguito anche la separazione tra il trattato sulla Trinità e quello sulla grazia, che invece sono indissolubilmente legati e collegati. Una opportuna correzione di rotta è avvenuta nella teologia recente, con la ripresa e la reimpostazione dei trattati teologici in prospettiva della vita di fede e sulla base dell’esperienza che si vive nella fede, senza nulla togliere del rigore metodologico che la teologia deve seguire. Il risultato felice lo si vede nella considerazione della vita del credente, come frutto dell’azione dello Spirito, che ci mette in comunione con il Padre ed il Figlio e la logica conseguenza che la vita del cristiano è vita centrata e determinata trinitariamente.


È Dio, nel suo mistero trinitario, che agisce nell’uomo e lo rende sempre più simile all’immagine che egli ha impresso in lui. È il Dio uno e trino che abita nell’uomo e lo assimila a sé, rendendolo poi capace di quei comportamenti che sono rivelazione dell’agire stesso di Dio. E tutto questo opera l’unico Spirito di Dio, come ci ricorda ancora san Paolo in 1Cor 12. E’ del tutto chiaro allora, che il cristiano ha esperienza di Dio, nello Spirito e quindi vive di Dio. La sua vita, come si diceva, diventa ‘rivelazione’ di Dio, perché è frutto della grazia di Dio.


3. d. Coerenza fra teoria e pratica


Il limite grosso che si riscontra nell’esistenza dei cristiani è dato dal fatto di una inadeguata conoscenza del dono della grazia e di una non minore inadeguatezza nel vivere questo dono. Il risultato negativo è la mancanza di una traduzione concreta del Vangelo nella vita vissuta. Cosicché, coloro che sono chiamati ad essere segno visibile della nuova umanità, si attardano in particolari insignificanti e litigano su questioni del tutto marginali. Perché la cosa interessante di queste annotazioni paoline, è che hanno carattere pratico ed esistenziale. Non sono cioè considerazioni astratte e teoriche sui possibili; ma la presentazione del progetto evangelico, perché sia attuato e vissuto. Il cristiano, in questa linea, è uno che ha ricevuto il compito ed il mandato di esprimere e manifestare che lo Spirito di Dio non è un’idea, ma una vita, che si vive e sperimenta.


E’ vero che nel corso dei secoli ci sono state sempre persone che hanno vissuto in modo esemplare i doni dello Spirito, ma troppo spesso sono stati dei solitari, anche quando erano all’origine di movimenti spirituali, come le comunità monastiche e religiose. Le une e le altre, troppo spesso sono diventate istituti per la conservazione di un passato che ha fatto il suo tempo e non comunità che vivevano e vogliono vivere la grazia che ci viene data nel tempo opportuno. Oggi, in virtù della giusta accentuazione che viene data all’azione dello Spirito, ciò che un tempo era legato ai singoli, deve diventare più ecclesiale, perché coinvolge tutta la comunità e la spinge verso impegni e mete che sono già stati indicati dal Vangelo.


In estrema sintesi, l’azione dello Spirito nell’uomo lo rende libero. Perciò il cristiano è colui che annuncia il Vangelo, vivendone la libertà e proponendola al mondo. Abbiamo detto che la libertà cristiana consiste nell’amore e questo nella capacità e nel gusto che le persone vivano assieme. Per cui si può dire che questa libertà è il germe che fa nascere la Chiesa e al contempo, la vita stessa della Chiesa. Nella forza dello Spirito la Chiesa è la culla, al sorgente della libertà. Se questo non è sempre stato così, abbiamo però il criterio per vederne la mancata realizzazione e la forza per correggere la direzione di marcia.

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4. IL DONO E I SUOI DONI
Rom 5,5; 1Cor 12,4-11; 12,31
don Marino Qualizza



 


4. Il Dono e i suoi doni . Rom 5,5; 1Cor 12,4-11; 12,31


Nella riflessione teologica il titolo che più frequentemente viene dato allo Spirito Santo è quello di dono. E ciò è più che giustificato, se si mettono assieme le diverse testimonianze neotestamentarie, dove si parla di un Paraclito che verrà dato, donato, inviato e addirittura riversato nei nostri cuori come leggiamo in Rom 5,5: <<La speranza, poi, non delude, poiché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo datoci in dono>>.


Lo Spirito ci è stato dato in dono, ma è dono egli stesso, anzi il dono per eccellenza, perché consiste nell’amore. A questo riguardo non è fuori luogo una annotazione di teologia trinitaria, nella quale appunto, si parla dello Spirito come dono dal Padre al Figlio. Come stiano in verità le cose, non lo sappiamo; ci basti pensare che il mistero di Dio è mistero di amore mutuo e scambievole. Lo Spirito ne è come il sigillo e, secondo la teologia orientale, anche la comunicazione al nostro mondo. Per cui, tra il mondo di Dio ed il nostro scorre uno stesso vincolo di amore, dato dallo Spirito Santo. In forza di ciò tutta l’esistenza umana potrà essere debitamente valutata solo tenendo saldo il rapporto con il mistero della vita trinitaria. Ci si guarderà inoltre dal non confondere le cose, pensando ad una identificazione tra Dio e mondo, come qualche volta è successo in qualche esagerazione mistica.



4.a. La gratuità di Dio e della fede


Ma parlando dello Spirito come del dono che Dio ci fa, è facile la conclusione che la nostra vita si qualifica per la gratuità. Con essa è bandito ogni determinismo, ogni necessità, ogni costrizione ed anche ogni tentativo di dedurre a priori le condizioni di questa esistenza. Questo modo di vedere le cose si avvicina molto alla sensibilità moderna, che non ama costrizioni e steccati. Solo che deve essere intesa in modo corretto: qui non abbiamo anarchia, ma ordine ed armonia, anch’essi collegati all’azione dello Spirito. Si vuole solo mettere in luce che lo Spirito è il segno ed anche la realtà di una libertà infinita, perché collegata con l’infinito di Dio. Nulla nella fede è costrizione, perché fondato sull’amore, che non ci può essere senza libertà. Bisognerà insistere in modo particolare su questo punto anche in sede di evangelizzazione.



4.b. La diversità dei doni


Dopo questo inizio nella lettera ai Romani, san Paolo continua la sua testimonianza sull’azione dello Spirito nella prima lettera ai cristiani di Corinto. In essa, trattando della composizione unitaria e diversificata del corpo ecclesiale, nota che le diverse attività che sono necessarie alla Chiesa vengono dallo stesso Dio, uno e trino e si esprimono come manifestazione della ricchezza della vita divina comunicata anche al corpo ecclesiale.


<<C’è poi varietà di doni, ma un solo Spirito; c’è varietà di ministeri, ma un solo Signore; c’è varietà di operazioni, ma un solo Dio che opera tutto in tutti. Ed a ciascuno è data la manifestazione dello spirito per l’utilità comune: a uno viene data, dallo Spirito, parola di scienza; a uno la fede, per lo stesso Spirito; a un altro il dono delle guarigioni nell’identico Spirito; a uno il potere dei prodigi; a un altro il dono della profezia; a un altro il discernimento degli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose le opera il medesimo e identico Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole>> 1Cor 12,4-11.



4.c. La ricchezza della vita ecclesiale in prospettiva trinitaria


Questa lunga citazione getta una luce sulla nostra realtà ecclesiale, sollevandola in un’atmosfera più respirabile; soprattutto liberandola da una concezione poveramente giuridica, come troppo spesso è avvenuto nella Chiesa occidentale. La Chiesa è opera e dono della Santa Trinità, che opera in quanto Trinità e quindi secondo la specificità delle divine Persone. Ecclesia de Trinitate dice il concilio Vaticano II. Una Chiesa dunque ricca della stessa ricchezza di Dio e aperta alle prospettive che solo una dimensione così straordinaria può offrire. Sia chiaro, non l’abbiamo inventata noi oggi questa prospettiva. Esiste nel progetto di Dio, ma non sempre i nostri tempi collimano con quelli di Dio, perché la nostra attenzione è attratta da obiettivi più modesti e transeunti.


Qui dunque ci è data la visione e la realtà di una Chiesa che si comprende a partire dalla Trinità, ma che poi sottolinea quasi esclusivamente l’azione dello Spirito. A dire il vero è già oltremodo significativo ciò che si legge nel versetto precedente alla nostra citazione: <<Nessuno può dire: "Gesù Signore" se non in virtù dello Spirito Santo>>. Vale a dire che la retta professione di fede in Cristo Signore avviene in forza dello Spirito e così pure la conoscenza di Dio non può avvenire senza il dono dello Spirito. Il che significa che la nostra conoscenza di Dio è carismatica, cioè dono di grazia che viene dallo Spirito. Senza questa ‘conoscenza spirituale’ non si dà alcuna possibilità ulteriore e tanto meno precedente per arrivare alla conoscenza di Dio. Essa non segue la strada delle argomentazioni, ma quella della intuizione o ‘dell’istinto interiore’ come lo chiama san Tommaso. Ed è per questo che la conoscenza di Dio non è preclusa a nessuno, e non è legata ai titoli accademici né al grado di cultura dei credenti. Da essa nessuno è escluso, se non vuole esserlo per proprio conto. E’ anche chiaro che questo modo ‘istintivo’ di conoscere Dio, non esclude la riflessione, lo studio, lo sforzo, il ragionamento filosofico e teologico; anzi li esige e li rende possibili.



4.d. Una Chiesa che vive nella gioia dello Spirito


Nella Chiesa, guidata dallo Spirito ci sono dunque, diversi doni, diversi ministeri e diverse operazioni o attività. I ministeri e le attività sono attribuite rispettivamente a Cristo e a Dio Padre. E poi c’è il lungo elenco dei doni o carismi di cui la Chiesa è dotata per poter svolgere i ministeri e le varie attività. La sottolineatura paolina sui doni dello Spirito mette chiaramente in luce la natura carismatica della Chiesa, senza nulla togliere ad altri aspetti ed altre dimensioni che le sono pure necessari. I carismi però ne costituiscono e caratterizzano l’identità e nello stesso tempo ne indicano anche la finalità: tutto avviene ed è dato per l’utilità comune. Avvertimento più che necessario per i cristiani di Corinto, sempre tentati da individualismo smodato; ma indispensabile anche per noi, tentati di considerare la Chiesa come un ‘mezzo’ per risolvere problemi privati.


Lo Spirito Santo, in primo luogo, ci viene dato perché nasca la comunità ecclesiale come famiglia, come condivisione, a immagine della Trinità. In questo senso la Chiesa non ‘mezzo’ o strumento per ottenere qualcosa,ma già da ora, esperienza e comunione con Dio; già condivisione della vita definitiva, seppure nella precarietà della nostra esistenza. Ora la caratteristica di questa comunità è la gioia dell’essere assieme, la gioia della libertà dono d’amore e la gioia della presenza di Dio che tutto trasforma. La comunità ecclesiale, in quanto sacramento di Cristo, ha in sé tutta questa potenzialità; il problema ed anche l’impegno è quello di renderla manifesta e visibile. Il sacramento ha questo scopo: essere visibilità. Dunque, quella della gioia, non artificiale, ma frutto dello Spirito è una delle prime manifestazioni dello Spirito di Dio.



4.e. Una gerarchia nei doni


Stabilito così il primato della comunione ecclesiale, si passa alla descrizione dei doni dello Spirito, dati per lo sviluppo armonico della comunità. Come si può ben vedere, non si tratta di un elenco sistematico, che intenda esaurire tutte le caratteristiche della Chiesa, ma della evidenziazione di alcuni carismi che ne qualificano l’esistenza. L’elenco descrive in pratica ciò che era maggiormente attivo e presente nella comunità di Corinto, in particolare l’annuncio e la presentazione della fede, il suo approfondimento e la sua vivacità. Poi vengono le guarigioni, cosa che non può passare inosservata, data la sua rilevanza sociale. La questione delle lingue è stata recentemente rimessa in onore in qualche gruppo cristiano, particolarmente sensibile alle manifestazioni anche esteriori dello Spirito. Ma, anche se Paolo ne fa l’elenco, sembra prenderne anche le distanze, come dice in 1Cor 14, 17-19.


Ciò che invece deve essere molto evidenziato è l’annuncio e la testimonianza della fede, uniti al discernimento delle ispirazioni necessarie per attuare nella vita quotidiana il progetto del Vangelo. E’ infatti nell’annuncio della fede, affidato a profeti e maestri, come leggiamo in seguito, (v.28) il primo impegno di una comunità ecclesiale. Le altre attività o manifestazioni vengono dopo come naturale conseguenza dell’azione dello Spirito di Dio. Ed è in questa linea che bisogna insistere ancora oggi: annuncio ed approfondimento della fede per la crescita sana della comunità cristiana. E’ la carenza di conoscenza carismatica la causa delle difficoltà in cui oggi si dibatte la nostra Chiesa. La spinta del concilio non ha trovato cinghie di trasmissione valide e continue. E’ vero che nei piccoli gruppi, come sempre, si nutre e sviluppa la vita ecclesiale. Ma è anche vero che il Vangelo non è riservato a gruppi elitari, bensì offerto a tutti. E’ però egualmente vero che sono i gruppi, elitari o meno, a costituire la spinta carismatica nella Chiesa. Ad essi dunque è riservata una particolare responsabilità, perché non restino chiusi nel loro bozzolo, ma abbiano il senso della apertura universale, nella luce del mistero trinitario.



4.f. La sorpresa del carisma più grande: l’amore


La conclusione del discorso di Paolo è quanto mai sorprendente. Egli mostra una strada migliore, aperta a tutti. Non è quindi un carisma particolare, ma universale: <<Voi però aspirate ai doni maggiori. Or, io vi addito una via ancora più eccellente>> (v.31). E’ la conclusione del capitolo 12 e l’introduzione suadente al famoso capitolo 13, dove Paolo si supera nell’inno alla carità, cioè all’amore che viene da Dio ed è dono dello Spirito di Dio. Il carisma più grande, il dono più sublime è proprio quello dell’amore. Esso viene descritto in termini addirittura paradossali, per mettere in luce qualcosa di veramente straordinario, perché viene da Dio e genera nella vita degli uomini qualcosa di impensabile. La vita nella carità divina è una vita non concepibile in termini solamente naturali ed è così il risultato dell’azione di Dio, di una rinascita che viene dall’alto.


Ma ciò che Paolo dice al termine del capitolo, anche qui in modo inaspettato, è l’elenco di ‘tre cose’: fede, speranza, carità; la più grande di esse è la carità (1Cor 13,13). Parlo di sorpresa, perché nelle frasi precedenti non si dava indicazione di questa triade, che da allora è diventata classica e fonte delle successive riflessioni teologiche e magisteriali. Ma lo sviluppo teologico su questa triade è stato piuttosto originale ed anche strano. Mentre Paolo parla chiaramente di queste tre cose che ‘restano’, la teologia successiva ha impegnato la sua riflessione per dire che alla fine, resta una sola cosa: la carità. Ma Paolo dice che questa è la più grande, non che le altre spariscono. Anzi nella prospettiva teologica attuale, possiamo dire che questa triade è indissolubile: non è possibile togliere una tessera, senza che il mosaico intera vada in rovina.



4.g. La triade costitutiva della vita cristiana


E così questa triade presenta in sintesi la struttura della vita cristiana, che è data dall’affidare a Dio la nostra vita, mediante la fede e nell’orientarla ardentemente a lui mediante la speranza e compierla definitivamente in lui, senza annullare le prime due, mediante la carità, unione definitiva ed ineffabile con il Dio uno e trino.

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