Giovedì, 21 Novembre 2019
Visualizza articoli per tag: Dialogo
Una parola comune tra noi e voi.
Lettera aperta e appello

138 guide religiose musulmane




I Firmatari della lettera aperta (in ordine alfabetico):

sultano Muhammadu Sa'ad Ababakar, 20o sultano di Sokoto e leader dei musulmani della Nigeria; sceicco Hussein Hasan Abakar, imam dei musulmani del Ciad e presidente dell'Alto consiglio per le questioni islamiche del Ciad; Abdul-Salam Al-Abbadi, preside dell'Università «Aal Al-Bayt» e già ministro per le questioni religiose della Giordania; Taha Abd Al-Rahman, presidente del Circolo della saggezza per intellettuali e ricercatori del Marocco e direttore della rivista Al-Umma Al-Wasat dell'Unione internazionale degli studiosi musulmani; Feisal Abdul Rauf, co-fondatore e presidente del gruppo dirigente dell'Iniziativa di Cordoba, fondatore della Società americana per lo sviluppo dell'islam, imam di Masjid Al-Farah, New York (USA); sceicco Muhammad Nur Abdullah, vicepresidente del Consiglio Fiqh dell'America del Nord (USA); sceicco Abd Al-Quddus Abu Salah, presidente della Lega internazionale per l'etica islamica e direttore del Journal for Islamic Ethics (Riyadh); Abd Al-Wahhab bin Ibrahim Abu Solaiman, membro della Commissione degli ulema anziani (Arabia Saudita); Lateef Oladimeji Adegbite, segretario e consulente legale del Consiglio supremo nigeriano per le questioni islamiche; Akbar Ahmed, cattedra Ibn Khaldun di Studi islamici presso l'Università americana di Washington D.C.; Bola Ajibola, già giudice internazionale, già ministro nigeriano della giustizia; già procuratore generale della Nigeria, fondatore dell'Università della Mezzaluna di Abeokuta (Nigeria) e del Movimento islamico africano; Kamil Al-Ajlouni, direttore del Centro nazionale giordano per il diabete, fondatore dell'Università giordana per la scienza e la tecnica, già ministro e già senatore; sceicco Mohammed Salim Al-'Awa, segretario generale dell'Unione internazionale degli studiosi musulmani; presidente dell'Associazione egiziana per la cultura e il dialogo; Nihad Awad, direttore esecutivo nazionale e co-fondatore del Consiglio per le relazioni islamo-americane (USA); Al-Hadi Al-Bakkoush, già primo ministro tunisino e autore; sceicco Al-islam Allah-Shakur bin Hemmat Bashazada, gran muftì dell'Azerbaigian e direttore dell'Amministrazione musulmana caucasica; Issam El-Bashir, segretario generale del Centro internazionale per la moderazione (Kuwait) e già ministro per le questioni religiose del Sudan; sceicco allamahAbd Allah bin Mahfuz bin Bayyah, docente presso l'Università ReAbdul Aziz(Arabia Saudita); già ministro della giustizia, già ministro dell'educazione e già ministro per le questioni religiose della Mauritania, vicepresidente dell'Unione internazionale degli studiosi musulmani; fondatore e presidente del Centro globale per il rinnovamento e la guida; Mohamed Bechari, presidente della Società federativa dei musulmani di Francia, segretario generale della Conferenza islamica europea (Francia), membro dell'Accademia internazionale Fiqh; Ahmad Shawqi Benbin, direttore della biblioteca Hasaniyya (Marocco); sceicco allamah Muhammad Sa'id Ramadan Al-Buti, decano del Dipartimento per le religioni dell'Università di Damasco (Siria); Mustafa Çaðrici, muftì di Istanbul (Turchia); sceicco Mustafa Ceri, gran muftì e leader degli ulema di Bosnia ed Erzegovina; Ibrahim Chabbuh, direttore generale del Regio istituto Aal al-Bayt per il pensiero islamico (Giordania), presidente dell'Associazione per la salvaguardia della città di Kairouan (Tunisia); Mustafa Cherif, intellettuale musulmano, già ministro per l'educazione superiore e già ambasciatore dell'Algeria; Caner Dagli, assistente presso il College Roanoke (USA); ayatollah seyyed Mostafa Mohaghegh Damad, decano del Dipartimento per gli studi islamici dell'Accademia iraniana delle scienze (Iran), docente di Diritto e Filosofia islamica presso l'università di Teheran; membro dell'Accademia iraniana delle scienze, già ispettore generale; ayatollah seyyed Abu Al-Qasim Al-Deebaji, imam della moschea Zayn Al-Abideen (Kuwait); Shakir Al-Fahham, preside dell'Accademia per la lingua araba (Damasco), già ministro per l'educazione; sceicco seyyed Hani Fahs, membro della Commissione suprema della Shia (Libano), membro fondatore del Comitato arabo per il dialogo islamo-cristiano e del Comitato permanente per il dialogo libanese; sceicco Salim Falahat, direttore generale della Fratellanza musulmana (Giordania); capo Abdul Wahab Iyea Folawiyo, membro del Consiglio supremo per le questioni islamiche della Nigeria, vicepresidente dellaJamaat Nasril Islam; sceicco Ravil Gainutdin, gran muftì di Russia; Ibrahim Kolapo Sulu Gambari, giudice presso la Corte d'Appello nigeriana; vicepresidente nazionale dell'Associazione calcistica nigeriana; Abd Al-Karim Gharaybeh, storico e senatore della Giordania; Abdullah Yusuf Al-Ghoneim, direttore del Centro per la ricerca e gli studi kuwaitiani, già ministro dell'educazione; Bu Abd Allah bin al-Hajj Muhammad Al Ghulam Allah, ministro algerino per le questioni religiose; Alan Godlas, associato di Studi islamici all'Università della Georgia (USA), caporedattore di Sufi News e Sufism World Report; direttore del gruppo di discussione online Sufis Without Borders; sceicco Nezdad Grabus, gran muftì di Slovenia; sceicco Al-Habib Ahmad bin Abd Al-Aziz Al-Haddad, muftì capo di Dubai(Emirati arabi uniti); sceicco Al-Habib Ali Mashhour bin Muhammad bin Salim bin Hafeeth, imam della moschea e leader del Consiglio per la fatwa di Tarim (Yemen); sceicco Al-Habib Umar bin Muhammad bin Salim bin Hafeeth, decano di Dar Al-Mustafa di Tarim (Yemen); Farouq Hamadah, docente di Scienze della tradizione presso l'Università Mohammad V del Marocco; sceicco Hamza Yusuf Hanson, fondatore e direttore dell'Istituto Zaytuna (CA, USA); sceicco Ahmad Badr Al-Din Hassoun, gran muftì della Repubblica siriana; sceicco sayyed Ali bin Abd Al-Rahman Al-Hashimi, consigliere del presidente per le questioni giudiziarie e religiose (Emirati arabi uniti); Hasan Hanafi, intellettuale musulmano presso il Dipartimento di filosofia dell'Università del Cairo; Kabir Helminski, sceicco dell'ordine dei Mevlevi,co-direttore della Fondazione per il libro (USA); sceicco Sa'id Hijjawi, primo studioso del Regio istituto Aal al-Bayt per il pensiero islamico; già gran muftì della Giordania; sceicco Ahmad Hlayyel, giudice supremo (Giordania), imam della corte hashemita; già ministro per le questioni religiose; Murad Hofmann, autore e intellettuale musulmano (Germania); Anwar Ibrahim, già vice-primoministro della Malaysia; presidente onorario di AccountAbility; sceicco Izz Al-Din Ibrahim, consigliere culturale del primo ministro (Emirati arabi uniti); Ekmeleddin Ihsanoglu, segretario generale dell'Organizzazione della conferenza islamica; Omar Jah, segretario del Consiglio degli studiosi musulmani (Gambia), docente di Pensiero e civiltà islamici presso l'Università del Gambia; Abbas Al-Jarari, consigliere del re del Marocco; sceicco Al-Habib Ali Zain Al-Abidin Al-Jifri, fondatore e direttore dell'Istituto Taba (Emirati arabi uniti); sceicco Ali Jum'a, gran muftì della Repubblica d'Egitto; Yahya Mahmud bin Junayd, segretario generale del Centro per la ricerca e gli studi islamici Re Faisal (Arabia saudita); Ibrahim Kalin, direttore della Fondazione per la politica, l'economia e la ricerca sociale (Ankara), assistente all'Università Georgetown (USA); Aref Kamal, intellettuale musulmano (Pakistan); 'Abla Mohammed Kahlawi, decano di Studi arabi e islamici presso il Collegio femminile dell'Università di Al-Azhar (Egitto); Said Hibatullah Kamilev, direttore dell'Istituto moscovita per la civiltà islamica (Russia); hafiz Yusuf Z. Kavakci, studioso residente dell'Associazione islamica del Texas del Nord, fondatore e docente dell'Accademica coranica dell'Associazione islamica del Texas del Nord; decano fondatore del Seminario islamico Al-Suffa (Dallas); Nuh Ha Mim Keller, sceicco dell'ordineShadhili(USA); Mohammad Hashim Kamali, decano e docente presso l'Istituto internazionale per il pensiero e la civiltà islamici dell'Università internazionale della Malaysia; sceicco Amr Khaled, missionario islamico, predicatore radiofonico (Egitto), fondatore e presidente della Fondazione internazionale Giusto inizio; Abd Al-Karim Khalifah, presidente dell'Accademia giordana per la lingua araba; già preside dell'Università della Giordania; sceicco Ahmad Al-Khalili, gran muftì del Sultanato di Oman; seyyed Jawad Al-Khoei, segretario generale della Fondazione internazionale Al-Khoei; sceicco Ahmad Kubaisi, fondatore dell'Organizzazione degli ulema dell'Iraq; M. Ali Lakhani, fondatore e direttore di Sacred Web: A Journal of Tradition and Modernity (Canada); Joseph Lumbard, assistente pressol'Università Brandeis (USA); sceicco Mahmood A. Madani, segretario generale della Jamiat Ulama-i-Hind, parlamentare indiano; Abdel-Kabeer Al-Alawi Al-Madghari, direttore generale dell'Agenzia Bayt Mal Al-Quds(Fondo Gerusalemme), già ministro per le questioni religiose (Marocco); imam sayyed Al-Sadiq Al-Mahdi, già primo ministro, leader del movimento Ansar (Sudan); Rusmir Mahmutcehajic, docente presso l'Università di Sarajevo, presidente del Forum internazionale per la Bosnia, già vicepresidente del governo della Bosnia Erzegovina; sceicco allamahsayyed Muhammad bin Muhammad Al-Mansour, autorità suprema (Marja') per i musulmaniZeidi(Yemen); Bashshar Awwad Marouf, già rettore dell'Università islamica dell'Irak; Ahmad Matloub, già ministro per la cultura, presidente dell'Accademia irachena per le scienze; Ingrid Mattson, docente di Studi islamici e Relazioni islamo-cristiane, direttore del programma per la cappellania musulmana del Seminario di Hartford, presidente della Società islamica per l'America del Nord; Yousef Meri, professore straordinario invitato presso l'Istituto regio Aal al-Bayt per il pensiero islamico, Giordania; Jean-Louis Micron, autore, studioso musulmano, architetto, già esperto per l'UNESCO, Svizzera; sceicco Abu Bakr Ahmad Al-Milibari, segretario generale dell'Associazione Ahl Al-Sunna, India; Pehin dato Haj Suhaili bin Haj Mohiddin, vice-gran muftì del Brunei; ayatollah sceicco Hussein Muayad, presidente e fondatore del Forum per la conoscenza, Baghdad; Izzedine Umar Musa, docente di Storia islamica presso l'Università re Sa'ud, Arabia Saudita; Mohammad Farouk Al-Nabhan, già direttore di Dar Al-Hadith Al-Hasaniya, Marocco; Zaghloul El-Naggar, docente presso l'Università re Abd Al-Aziz di Gedda (Arabia Saudita), capo-commissione sui dati scientifici del glorioso Corano del Consiglio supremo per le questioni islamiche (Egitto); Sohail Nakhooda, caporedattore di Islamica Magazine (Giordania); Hisham Nashabeh, presidente del gruppo dirigente per l'educazione superiore, decano di Educazione presso l'Associazione Makassed (Libano); seyyed Hossein Nasr, docente di Studi islamici presso l'Università George Washington (Washington D.C.); Aref Ali Nayed, già docente presso il Pontificio istituto per gli studi arabi e islamici (PISAI, Roma), già docente pressol'Istituto internazionale per il pensiero e la civiltà islamici(Malaysia); consigliere anziano per il Programma interreligioso di Cambridge presso la Faculty of Divinity dell'Università di Cambridge (Inghilterra); sceicco Sevki Omarbasic, gran muftì di Croazia; datoAbdul Hamid Othman; consigliere del primo ministro della Malaysia; Ali Ozak, presidente del Patrimonio degli studi scientifici musulmani (Istanbul); imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini, vicepresidente della Comunità religiosa islamica (Co.Re.Is.) italiana, presidente del Comitato per l'educazione e la cultura in Occidente dell'Organizzazione per l'educazione, la scienza, la cultura islamiche, consigliere per le questioni islamiche del Ministero degli interni italiano; sceicco Nuh Ali Salman Al-Qudah; gran muftì del Regno hashemita di Giordania; sceicco Ikrima Said Sabri, già gran muftì di Gerusalemme e di tutta la Palestina, imam della santa moschea di Al-Aqsa, e presidente dell'Alto consiglio islamico della Palestina; ayatollah Al-Faqih seyyedHussein Ismail Al-Sadr, Baghdad; Muhammad Al-Sammak, segretario generale del Consiglio nazionale per il dialogo islamo-cristiano, segretario generale del Summit sull'islam spirituale (Libano); sceicco seyyed Hasan Al-Saqqaf, direttore di Dar Al-Imam Al-Nawawi (Giordania); Ayman Fuad Sayyid, storico ed esperto di manoscritti, già segretario generale di Dar al-Kutub Al-Misriyya (Il Cairo); Suleiman Abdallah Schleifer, già docente presso l'Università americana del Cairo; seyyedReza Shah-Kazemi, autore e studioso musulmano (Inghilterra); Anas Al-Shaikh-Ali, presidente dell'Associazione degli scienziati sociali musulmani, presidente del Forum contro l'islamofobia e il razzismo, consigliere accademico dell'Istituto internazionale per il pensiero islamico (Inghilterra); imam Zaid Shakir, lettore e studioso invitato presso l'Istituto Zaytuna (CA, USA); Ali Abdullah Al-Shamlan, direttore generale della Fondazione kuwaitiana per il progresso delle scienze, già ministro per l'Educazione superiore del Kuwait; seyyedHasan Shariatmadari, leader del Partito nazionale repubblicano iraniano; Muhammad Alwani Al-Sharif, presidente dell'Accademia europea per la cultura e le scienze islamiche (Bruxelles); Mohammad Abd Al-Ghaffar Al-Sharif, segretario generale del Ministero per le questioni religiose (Kuwait); Tayba Hassan Al-Sharif, funzionario per la protezione internazionale presso l'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Darfur); Muhammad bin Sharifa; già rettore dell'Università di Wajda (Marocco),membro della Regia accademia marocchina; Muzammil H. Siddiqui a nome dell'intero Consiglio Fiqh dell'America del Nord, studioso musulmano e teologo, presidente del Consiglio Fiqh dell'America del Nord; sceicco Ahmad bin Sa'ud Al-Siyabi, segretario generale del direttorio del gran muftì (Oman); Al-Haji Yusuf Maitama Sule; già rappresentante permanente della Nigeria presso le Nazioni Unite, già ministro nigeriano per la guida nazionale; Muhammad Abd Al-Rahim Sultan-al-Ulama, vicedecano per la ricerca scientifica dell'Università degli Emirati arabi uniti; sceicco Tariq Sweidan, direttore generale del canale satellitare Risalah; sceicco Ahmad Muhammad Muti'i Tamim, presidente dell'Amministrazione religiosa dei musulmani ucraini e muftì dell'Ucraina; sceicco Izz Al-Din Al-Tamimi, senatore, presidente della Corte suprema islamica, ministro per le questioni religiose e gran muftì della Giordania; sceicco Tayseer Rajab Al-Tamimi; presidente della Corte suprema islamica,presidente del Centro palestinese per il dialogo tra religioni e civiltà; principe Ghazi bin Muhammad bin Talal, inviato particolare e consigliere speciale del re Abdullah II, presidente del gruppo dirigente del Regio istituto Aal al-Bayt per il pensiero islamico (Giordania); Ammar Al-Talibi, già membro del Parlamento, docente di Filosofia presso l'Università dell'Algeria; ayatollah sceicco Muhammad Ali Taskhiri, segretario generale dell'Assemblea mondiale per il riavvicinamento delle scuole di pensiero islamiche (Iran); sceicco Ahmad Muhammad Al-Tayeb, presidente dell'Università Al-Azhar, già gran muftì dell'Egitto; Muddathir Abdel-Rahim Al-Tayib, docente di Scienze politiche e studi islamici presso l'Istituto internazionale per il pensiero e la civiltà islamici(Malaysia); Abdel-Hadi Al-Tazi, membro della Regia accademia marocchina; sceicco Naim Trnava, gran muftì del Kosovo; Abd Al-Aziz bin 'Uthman Al-Tweijiri, direttore generaledell'Organizzazione per l'educazione, la scienza, la cultura islamiche; Nasaruddin Umar, rettore dell'Istituto superiore per gli studi coranici, segretario generale Consiglio consultivo Nahdhatul Ulama, lettore presso l'Università statale islamica Syarif Hidayatullah (Jakarta); sceicco Muhammad Hasan 'Usayran, jafari muftì di Sidone e Al-Zahrani (Libano); muftì giudice allamahMuhammad Taqi Usmani, vicepresidente del Darul Uloom (Karachi); Akhtarul Wasey, direttore dell'Istituto Zakir Husain per gli studi islamici dell'Università Jamia Milla islamica (India); sceicco Abdal Hakim Murad Winter, sceicco zayed lettore in Studi islamici presso la Faculty of Divinity dell'Università di Cambridge, direttoredel Fondo per lo studio universitario musulmano (Inghilterra); Mohammed El-Mokhtar Ould Bah, preside della Moderna università Chinguitt (Mauritania); sceicco Muhammad Sodiq Mohammad Yusuf, già gran muftì dell'Amministrazione spirituale musulmana dell'Asia centrale (Uzbekistan), traduttore e commentatore del santo Corano; sceicco Wahba Mustafa Al-Zuhayli, decano del Dipartimento per la giurisprudenza islamica dell'Università di Damasco; sceicco Mu'ammar Zukoulic, muftì di Sanjak (Bosnia).
Pubblicato in Dialoghi
Una parola comune tra noi e voi.
Lettera aperta e appello

138 guide religiose musulmane




«Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso,
chiama gli uomini alla via del Signore
con la saggezza e i buoni ammonimenti
e discuti con loro nel modo migliore,
perché il tuo Signore meglio di chiunque conosce
chi si allontana dalla sua via,
meglio di chiunque conosce chi è ben guidato
»

(Il sacro Corano, Al-Nahl, Sura dell'ape 16,125)

L'amore di Dio

L'amore di Dio nell'islam

Le testimonianze di fede

Il credo centrale dell'islam consiste in due testimonianze di fede o shahadah,1 che affermano: «Non c'è dio se non Iddio, Muhammad è il Messaggero di Dio». Queste due testimonianze sono il sine qua non dell'islam. Colui o colei che le testimonia è un musulmano; colui o colei che le nega non è un musulmano. Inoltre il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) disse: «La migliore invocazione è: "non c'è dio se non Iddio"».2

La cosa migliore, che tutti i profeti hanno detto

Approfondendo la migliore invocazione, il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) disse anche: «La cosa migliore che ho detto - io stesso, e i profeti che mi precedettero - è "non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose"».3 Le frasi che seguono la prima testimonianza di fede si trovano nel sacro Corano e ognuna descrive un aspetto dell'amore per Dio e della devozione a lui.

La parola «l'Unico» ricorda ai musulmani che i loro cuori4 devono essere consacrati all'unico Dio, poiché Dio dice nel sacro Corano: Dio non ha posto nel corpo di nessun uomo due cuori (Al-Ahzab, Sura delle fazioni alleate 33,4). Dio è assoluto e quindi la devozione a lui deve essere totalmente sincera.

Le parole «senza associati» ricordano ai musulmani che devono amare unicamente Dio, senza eguali nelle loro anime, poiché Dio dice nel sacro Corano: «Ma vi sono uomini che danno a Dio degli eguali, che essi amano come Dio; però quelli che credono più forte di loro amano Dio...» (Al-Baqarah, Sura della vacca 2,165). Infatti, «i loro corpi e i loro cuori si addolciscono all'invocazione di Dio…» (Al-Zumar, Sura delle schiere 39,23).

Le parole «suo è il Regno» ricordano ai musulmani che le loro menti e le loro conoscenze devono essere completamente votate a Dio, il Regno corrisponde precisamente a tutto ciò che c'è nella creazione o nell'esistenza e a tutto ciò che la mente può conoscere. E tutto è nelle mani di Dio, poiché Dio dice nel sacro Corano: «Sia benedetto colui nelle cui mani è il Regno, ed egli è capace di compiere ogni cosa» (Al-Mulk, Sura del Regno 67,1).

Le parole «sua è la lode» ricordano ai musulmani che devono essere grati a Dio e confidare in lui con tutti i loro sentimenti ed emozioni. Dio dice nel sacro Corano: «E se tu domandi loro: Chi ha creato i cieli e la terra, chi ha costretto il sole e la luna (nelle loro orbite)? Ti risponderanno: Dio. Come mai allora essi si volgono altrove? / Dio provvede ampiamente di mezzi chi egli vuole fra i suoi servi e li misura a chi egli vuole. In verità Dio è di tutte le cose sapiente. / E certo se tu domandi loro: Chi ha fatto scendere acqua dal cielo vivificando la terra morta? Essi risponderanno: Dio. Di': Sia lode a Dio! Ma i più di essi nulla comprendono» (Al-'Ankabut, Sura del ragno 29,61-63).5

Per tutti questi doni e altri, gli esseri umani devono sempre essere sinceramente grati: «È Dio che ha creato i cieli e la terra, e fa scendere l'acqua dal cielo, e con essa produce frutti e cibo per voi, e ha messo al vostro servizio le navi che corrono sul mare al suo comando, e ha messo al vostro servizio i fiumi. / E vi ha soggiogato il sole e la luna costanti nel loro corso e vi ha soggiogato la notte e il giorno. / E vi ha dato tutto di quel che gli avete chiesto, che se voleste contare le grazie di Dio non riuscireste a numerarle. Ma l'uomo è in verità un peccatore, un ingrato» (Ibrahim, Sura di Ibrahim 14,32-34).6

Infatti, la Fatihah - che è la sura più importante del sacro Corano -7 inizia con la lode a Dio: «Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso. / Sia lode a Dio, il Signore dei mondi, / il Clemente, il Misericordioso, / re del giorno del giudizio. / Te noi adoriamo, te noi invochiamo in soccorso. / Guidaci sulla retta via, / la via di coloro sui quali è la tua Grazia, non di coloro sui quali ricade la tua collera, né di coloro che errano» (Al-Fatihah, Sura aprente 1,1-7).

La Fatihah, recitata almeno diciassette volte al giorno dai musulmani nelle preghiere canoniche, ci ricorda della lode e della gratitudine dovute a Dio per i suoi attributi di infinita bontà e misericordia, non semplicemente per la sua clemenza e misericordia verso di noi in questa vita ma in definitiva, nel giorno del giudizio,8 quando esse contano molto di più e quando speriamo siano perdonati i nostri peccati. Essa finisce con richieste di grazia e di guida, così che noi possiamo realizzare - tramite ciò che inizia con la lode e la gratitudine - la salvezza e l'amore, perché Dio dice nel sacro Corano: «E allora a coloro che credono e operano il bene, l'infinitamente Buono concederà loro l'amore» (Maryam, Sura di Maria 19,96).

Le parole «egli ha potere su tutte le cose» ricordano ai musulmani che essi devono essere consapevoli dell'onnipotenza di Dio e temere Dio.9 Dio dice nel sacro Corano: «Temete Dio, e sappiate che Dio è con chi lo teme. / E date i vostri beni per la causa di Dio, e non gettatevi in perdizioni con le stesse vostre mani, ma fate del bene. In verità Dio ama i virtuosi» (Al-Baqarah, Sura della vacca 2,194-195). «E temete Dio, e sappiate che Dio è severo nella punizione» (Al-Baqarah, Sura della vacca 2,196).

Tramite il timore di Dio, le azioni e le forze dei musulmani devono essere completamente votate a Dio. Dio dice nel sacro Corano: «E sappiate che Dio è con quelli che lo temono» (Al-Tawbah, Sura della conversione 9,36). «O voi che credete! Che avete che quando vi si dice: lanciatevi in battaglia sulla via di Dio, rimanete attaccati alla terra? Preferite forse la vita di questo mondo piuttosto che quella dell'altro mondo? Il godimento della vita di questo mondo è poca cosa in confronto all'altro mondo. / Se non vi lancerete in battaglia, egli vi castigherà di un castigo crudele, e sceglierà al vostro posto un altro popolo. E voi non gli farete alcun danno. E Dio è capace di ogni cosa» (Al-Tawbah, Sura della conversione 9,38-39). Le parole «suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose», nel loro insieme, ricordano ai musulmani che come ogni cosa nella creazione glorifica Dio, ogni cosa nelle loro anime deve essere devota a Dio: «Tutto quanto è nei cieli e tutto quanto è sulla terra glorifica Dio; suo è il Regno e sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose» (Al-Taghabun, Sura del reciproco inganno 64,1).

Infatti, tutto ciò che è nelle anime delle persone è conosciuto da Dio e nei suoi confronti ne sono responsabili: «Egli conosce ciò che è nei cieli e ciò che è sulla terra e quello che celate e quello che palesate. E Dio conosce ciò che è nei petti degli uomini» (Al-Taghabun, Sura del reciproco inganno 64,4).

Come possiamo vedere da tutti i versetti riportati sopra, le anime sono rappresentate nel sacro Corano come dotate di tre principali facoltà: la mente o l'intelligenza, che è destinata a comprendere la verità; il volere che è destinato al libero arbitrio; e il sentimento che è fatto per amare il buono e il bello.10 In altri termini, potremmo dire che l'anima dell'uomo conosce, tramite la comprensione, la verità, tramite la volontà, il bene e, tramite le emozioni virtuose e il sentimento, l'amore per Dio.

Proseguendo nella stessa sura del sacro Corano (che è quella riportata sopra), Dio ordina alle persone di temerlo il più possibile e ascoltare (e così comprendere il vero); di obbedire (e così di volere il bene) e di dare (e così di esercitare l'amore e la virtù), che, egli dice, è la cosa migliore per le nostre anime. Ingaggiando ogni elemento che costituisce le nostre anime - le facoltà di conoscenza, volontà e amore - possiamo arrivare a essere purificati e raggiungere l'ultimo successo: «Così temete Dio quanto potete e ascoltate e obbedite e donate; questo è la cosa migliore per le vostre anime. E quelli che si guarderanno dall'avarizia delle loro anime, saranno quelli che avranno successo» (Al-Taghabun, Sura del reciproco inganno 64,16).

Ricapitolando quindi, quando l'intera frase «l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli ha potere su tutte le cose» è aggiunta alla testimonianza di fede - «Non c'è dio se non Iddio» - ricorda ai musulmani che i loro cuori, le loro anime individuali e tutte le facoltà e capacità delle loro anime (o semplicemente anime e corpi indivisi) devono essere completamente attaccati a Dio. Così dice Dio al profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) nel sacro Corano: «Di': in verità la mia adorazione, il mio sacrificio, la mia vita e la mia morte appartengono a Dio, Signore dei mondi. / Che non ha associati. Questo è l'ordine che ho ricevuto e io sono il primo tra coloro che si sottomettono./ Di': dovrei cercare altri che Dio per Signore, quando lui è il Signore di tutte le cose? Ogni anima non si guadagna il male che per se stessa, e nessuno già carico di un peso porterà i pesi degli altri…» (Al-An'am, Sura delle greggi 6,162-164).

Questi versetti riassumono la totale e completa devozione a Dio del profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina). Così nel sacro Corano Dio ordina ai musulmani che veramente amano Dio di seguire questo esempio,11 al fine di essere amati da Dio:12 «Di' (o Muhammad, al genere umano): Se amate Dio seguite me; Dio vi amerà e perdonerà i vostri peccati perché Dio è Perdonatore e Misericordioso» (Aal 'Imran, Sura della famiglia di 'Imran 3,31).

L'amore di Dio nell'islam fa quindi parte della devozione completa e totale a Dio; non è un mero sentimento, un'emozione parziale. Come si è visto sopra, Dio comanda nel sacro Corano: «Di': in verità la mia adorazione, il mio sacrificio, la mia vita e la mia morte appartengono a Dio, Signore dei mondi. / Che non ha associati». Il richiamo a essere completamente devoti a Dio anima e corpo, lungi dall'essere un richiamo a una mera emozione o stato d'animo, è, infatti, un'ingiunzione che richiede un totale, costante e attivo amore di Dio. Si tratta di un amore a cui il cuore spirituale più intimo e l'intera anima - con la sua intelligenza, volontà e sentimento - partecipano attraverso la devozione.

Nessuno ha portato niente di meglio

Abbiamo visto come la frase benedetta: «Non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose» - che è la cosa migliore, che tutti i profeti hanno detto - rende esplicito ciò che era implicito nella migliore invocazione («Non c'è dio se non Iddio») mostrando cosa essa richiede e comporta, attraverso la devozione. Resta da dire che questa formula benedetta è in sé anche un'invocazione sacra - una specie di estensione della prima testimonianza di fede («Non c'è dio se non Iddio») - la cui ripetizione rituale può suscitare, tramite la grazia di Dio, alcune delle attitudini devozionali che essa richiede, cioè amare ed essere devoti a Dio con tutto il proprio cuore, tutta la propria anima, tutta la propria mente, tutta la propria volontà o forza e tutti i propri sentimenti. Da qui il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) ordinò questa invocazione dicendo: «Coloro che ripetono cento volte al giorno: "Non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose", questo per loro equivale alla liberazione di dieci schiavi e cento buone azioni gli vengono ascritte e cento cattive azioni gli vengono cancellate e per quel giorno è una protezione dal diavolo fino alla sera. E nessuno offre niente di meglio di questo, salvo chi fa di più».13

In altre parole l'invocazione benedetta, «Non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose», non solo richiede e implica che i musulmani debbano essere completamente devoti a Dio e amarlo con l'intero cuore, l'intera anima e tutto ciò che è in essi contenuto. Questa invocazione permette loro, come il suo inizio (la testimonianza di fede) - tramite la sua ripetizione frequente -14 di realizzare questo amore con tutto il loro essere.

Dio dice in una delle primissime rivelazioni del sacro Corano: «Così invoca il nome del tuo Signore e votati a lui completamente» (Al-Muzzammil, Sura dell'avvolto nel manto 73,8).

L'amore di Dio come primo e più grande comandamento nella Bibbia

Lo Shemà nel libro del Deuteronomio (6,4-5), una parte centrale dell'Antico Testamento e della liturgia ebraica, dice: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze».15

Allo stesso modo risponde il Cristo, il Messia (su di lui la pace) nel Nuovo Testamento, quando gli viene domandato a proposito del comandamento più grande: «Allora i farisei, udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò per metterlo alla prova: "Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?". Gli rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i profeti"» (Mt 22,34-40).

E anche: «Allora si accostò uno degli scribi che li aveva uditi discutere, e, visto come aveva loro ben risposto, gli domandò: "Qual è il primo di tutti i comandamenti?" Gesù rispose: "Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi"» (Mc 12,28-31)

Il comandamento di amare Dio completamente è così il primo e più grande comandamento della Bibbia. Infatti può essere trovato in numerosi altri passi in tutta la Bibbia come: Deuteronomio 4,29; 10,12; 11,13 (che fa anche parte dello Shemà); 13,3; 26,16; 30,2; 30,6; 30,10; Giosuè 22,5; Marco 12,32-33 e Luca 10,27-28.

Tuttavia, in tutti questi passi della Bibbia, esso si presenta in forme e versioni leggermente differenti. Per esempio, in Matteo 22,37 («Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente»), la parola greca per «cuore» è kardia, la parola per «anima» è psyche, e la parola per «mente» è dianoia. Nella versione di Marco 12,30 («Amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutta la tua forza») la parola «forza» è aggiunta alle tre suddette, che traduce la parola greca ischys.

Le parole di un dottore della legge in Luca 10,27 (che sono confermate da Gesù Cristo [su di lui la pace] in Luca 10,28) contengono i medesimi quattro termini come Marco 12,30. Le parole dello scriba in Marco 12,32 (che sono approvate da Gesù Cristo [su di lui la pace] in Marco 12,34) contengono gli stessi tre termini kardia («cuore»), dianoia («mente»), e ischys («forza»).

Nello Shemà del Deuteronomio 6,4-5 («Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze»), in ebraico la parola per «cuore» è lev, la parola per «anima» è nefesh, e la parola per «forza» è me'od.

In Giosuè 22,5, gli israeliti ricevono da Giosuè (su di lui la pace) l'ordine di amare Dio ed essere a lui devoti come segue: «Soltanto abbiate gran cura di eseguire i comandi e la legge che Mosè, servo del Signore, vi ha dato, amando il Signore, vostro Dio, camminando in tutte le sue vie, osservando i suoi comandi, restando fedeli a lui e servendolo con tutto il cuore e con tutta l'anima» (Gs 22,5).

Ciò che tutte queste versioni hanno quindi in comune - a dispetto della lingua differente tra l'Antico Testamento in lingua ebraica, le parole originali del Cristo (su di lui la pace) in aramaico, e l'attuale trasmissione greca del Nuovo Testamento - è il comando di amare Dio completamente con anima e corpo e di essere a lui completamente devoti. Questo è il primo e più grande comandamento per gli esseri umani.

Alla luce di ciò che abbiamo visto essere implicito ed evocato dalla parola benedetta del profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) - «La cosa migliore che ho detto - io stesso, e i profeti che mi precedettero - è "non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose"» -16 possiamo ora forse comprendere come le parole «la cosa migliore che ho detto - io stesso, e i profeti che mi precedettero» attribuite alla formula benedetta «non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose» corrispondano al primo e più grande comandamento di amare Dio, completamente, anima e corpo, come si trova in vari passi della Bibbia.

Potremmo dire, in altre parole, che il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina), su ispirazione divina, riaffermava e richiamava al ricordo del primo comandamento della Bibbia. Dio sa meglio, ma certamente abbiamo visto la loro effettiva somiglianza nel significato. Inoltre, sappiamo anche (come si può vedere nelle note) che entrambe le formule consentono un altro notevole parallelo: si presentano in versioni e forme leggermente diverse in contesti differenti, e tutte, nondimeno, enfatizzano il primato dell'amore e della devozione a Dio.17

L'amore per il prossimo

L'amore per il prossimo nell'islam

Esistono numerose affermazioni nell'islam sulla necessità e la grande importanza dell'amore e della misericordia per il prossimo. L'amore per il prossimo è una parte essenziale e integrante della fede in Dio e dell'amore per Dio perché nell'islam senza amore per il prossimo non c'è vera fede in Dio e non c'è rettitudine. Il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) disse: «Nessuno di voi avrà fede finché non amerete per vostro fratello ciò che amate per voi stessi».18 E anche: «Nessuno di voi avrà fede finché non amerete per il vostro prossimo ciò che amate per voi stessi».19

Tuttavia, empatia e simpatia per il prossimo - e anche le preghiere rituali - non sono sufficienti. Devono essere accompagnate da generosità e abnegazione. Dio dice nel sacro Corano: «La pietà non consiste nel volgere i vostri volti verso l'Oriente e l'Occidente,20 ma nel credere in Dio e nell'ultimo giorno, negli angeli, nel libri e nei profeti; nel dare dei propri beni, per amore suo, ai parenti, agli orfani, ai poveri, ai viandanti diseredati, ai mendicanti e per liberare gli schiavi, compiere l'orazione e pagare la decima, mantenere fede agli impegni presi, essere pazienti nelle avversità, nelle ristrettezze e di fronte al pericolo. Queste sono le virtù che caratterizzano i credenti pii e sinceri» (Al-Baqarah, Sura della vacca 2,177)

E anche: «Non perverrete alla pietà finché non donerete cose a cui siete affezionati: qualunque elemosina voi facciate, Iddio lo sa» (Aal 'Imran, Sura della famiglia di Imran 3,92). Se non doniamo al prossimo ciò che noi stessi amiamo, non amiamo veramente Dio né il prossimo.

L'amore per il prossimo nella Bibbia

Abbiamo già citato le parole del Messia, Gesù Cristo (su di lui la pace), a proposito della grande importanza, seconda solo all'amore per Dio, dell'amore per il prossimo: «Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,38-40).

E: «E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi» (Mc 12,31).

Resta solo da notare che questo comandamento si trova anche nell'Antico Testamento: «Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore» (Lv 19,17-18).

Così il secondo comandamento, come il primo comandamento, richiede generosità e abnegazione e da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i profeti.

Venite a una parola comune fra noi e voi

Una parola comune

Mentre islam e cristianesimo sono ovviamente religioni differenti - e non minimizziamo affatto le loro differenze formali -, è chiaro che i due comandamenti più grandi sono un terreno comune e un collegamento fra il Corano, la Torah e il Nuovo Testamento. Ciò che presuppongono i due comandamenti nella Torah e nel Nuovo Testamento e di cui sono il risultato è l'unità di Dio, vale a dire che c'è un solo Dio.

Lo Shemà nella Torah inizia: «Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo» (Dt 6,4). Ugualmente, Gesù (su di lui la pace) disse: «Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore» (Mc 12,29). Allo stesso modo, Dio dice nel sacro Corano: «Di': egli è Dio, l'Uno / Dio, sufficiente a se stesso» (Al-Ikhlas, Sura della sincerità 112,1-2). Così l'unità di Dio, l'amore per lui e l'amore per il prossimo formano un terreno comune su cui islam e cristianesimo (ed ebraismo) sono fondati.

Questo non poteva essere altrimenti in quanto Gesù (su di lui la pace) disse: «Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22,40).

Inoltre, Dio conferma nel sacro Corano che il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) non portò nulla di fondamentalmente o essenzialmente nuovo: «Niente è stato detto a te (o Muhammad) se non quello che già fu detto ai messaggeri prima di te» (Fussilat, Sura dei chiari precisi 41,43). E: «Di' (o Muhammad): Non costituisco un'innovazione rispetto agli inviati né conosco quel che avverrà a me e a voi. Non faccio che seguire quello che mi è stato rivelato. Non sono che un ammonitore esplicito» (Al-Ahqaf, 46,9). Così anche Dio nel sacro Corano conferma che le stesse verità eterne dell'unità di Dio, della necessità dell'amore e della devozione totali a Dio (ed evitando così falsi dèi), e della necessità di amare i propri simili (e così la giustizia), sono la base di ogni vera religione: «A ogni comunità inviammo un profeta [che dicesse]: "Adorate Dio e fuggite gli idoli!". Dio guidò alcuni di essi e altri furono sviati. Percorrete la terra e vedrete cosa accadde ai negatori» (Al-Nahl, Sura dell'ape 16,36). «Invero inviammo i nostri messaggeri con prove inequivocabili, e facemmo scendere con loro la Scrittura e la bilancia, affinché gli uomini osservassero la giustizia...» (Al-Hadid, Sura del ferro 57,25).

Venite a una parola comune!

Nel sacro Corano, Dio altissimo ordina ai musulmani di trasmettere il seguente richiamo ai cristiani (ed ebrei - le genti del Libro): «Di': O genti del Libro! Venite a una parola comune tra noi e voi: che non adoriamo altri che Dio, e non associamo a lui cosa alcuna, e che nessuno di noi scelga altri signori accanto a Dio. E se essi non accettano dite loro: Testimoniate che siamo coloro che si sono dati completamente a lui» (Aal 'Imran, Sura della famiglia di 'Imran 3,64).

Chiaramente le parole benedette «non associamo a lui cosa alcuna» sono riferite all'unità di Dio e le parole «non adoriamo altri che Dio», sono riferite all'essere completamente devoti a Dio. Quindi esse si riferiscono tutte al primo e più grande comandamento. Secondo uno dei più antichi e più autorevoli commentari (tafsir) del sacro Corano - il Jami' Al-Bayan fi Ta'wil Al-Qur'an di Abu Ja'far Muhammad bin Jarir Al-Tabari (morto nel 310 èra cristiana - 923 èra islamica) -, le parole «nessuno di noi scelga altri signori accanto a Dio» significano «che nessuno di noi dovrebbe ubbidire ad altri disobbedendo a ciò che Dio ha comandato, né glorificarli prostrandosi a loro nello stesso modo di come si prostrano a Dio».

In altre parole, musulmani, cristiani ed ebrei dovrebbero essere liberi di seguire ognuno quello che Dio comandò loro, e non abbiano da «prostrarsi di fronte a re e simili»,21 perché Dio dice altrove nel sacro Corano: «non c'è coercizione nella religione…» (Al-Baqarah, Sura della vacca 2,256). Questo chiaramente si riferisce al secondo comandamento, perché giustizia22 e libertà di religione sono aspetti centrali dell'amore per il prossimo. Dio dice nel sacro Corano: «Dio non vi impedisce di essere buoni e giusti nei confronti di coloro che non vi hanno combattuto per la vostra religione e che non vi hanno scacciato dalle vostre case, poiché Dio ama coloro che si comportano con giustizia» (Al-Mumtahinah, Sura dell'esaminata 60,8).

Così noi come musulmani invitiamo i cristiani a ricordarsi delle parole evangeliche di Gesù (su di lui la pace): «… il primo [comandamento] è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l'unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c'è altro comandamento più importante di questi» (Mc 12,29-31).

Come musulmani, noi diciamo ai cristiani che non siamo contro di loro e che l'islam non è contro di loro - a meno che loro non intraprendano la guerra contro i musulmani a causa della loro religione, li opprimano e li privino delle loro case (in conformità con il versetto del sacro Corano [Al-Mumtahinah, 60,8] citato sopra). Inoltre, Dio dice nel sacro Corano: «Non tutti sono uguali. Fra la gente della Scrittura c'è una comunità giusta dove sono persone che passano la notte recitando i versetti di Dio e prosternandosi. / Essi credono in Dio e nell'ultimo giorno, ordinando ciò che è raccomandabile e vietando ciò che è riprovevole, e gareggiano nelle opere buone. Questi son uomini retti. / E il bene che fanno non sarà loro misconosciuto. Dio conosce bene i timorati» (Aal-'Imran, Sura della famiglia di 'Imran 3,113-115).

Il cristianesimo è necessariamente contro i musulmani? Nel Vangelo Gesù Cristo (su di lui la pace) dice: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde» (Mt 12,30). «Chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9,40). «…Chi non è contro di voi, è per voi» (Lc 9,50).

Secondo il commentario al Nuovo Testamento del beato Teofilatto,23 queste asserzioni non sono in contraddizione perché la prima (nel testo greco originale del Nuovo Testamento) si riferisce ai dèmoni, mentre la seconda e la terza si riferiscono a persone che riconobbero Gesù, pur non essendo cristiani. I musulmani riconoscono Gesù Cristo come il Messia, non nello stesso modo dei cristiani (ma i cristiani stessi comunque non sono mai stati tutti d'accordo sulla natura di Gesù Cristo), ma nel modo seguente: «… Il Messia Gesù, figlio di Maria, è un messaggero di Dio e la sua Parola che egli pose in Maria e uno Spirito proveniente da lui...» (Al-Nisa', Sura delle donne 4,171). Noi invitiamo perciò i cristiani a considerare i musulmani non contro ma con loro, in conformità con le parole di Gesù Cristo.

Per concludere, in quanto musulmani, e in obbedienza al sacro Corano, chiediamo ai cristiani di concordare con noi sulle cose essenziali delle nostre due religioni «…che non adoriamo altri che Dio, e non associamo a lui cosa alcuna, e che nessuno di noi scelga altri signori accanto a Dio…» (Aal 'Imran, Sura della famiglia di 'Imran 3,64).

Che questo terreno comune sia la base di ogni futuro dialogo interreligioso fra di noi, dato che il nostro terreno comune è quello da cui dipende tutta la Legge e i profeti (cf. Mt 22,40). Dio dice nel sacro Corano: «Dite (o musulmani): Crediamo in Dio e in quello che è stato fatto scendere su di noi e in quello che è stato fatto scendere su Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe e sulle tribù, e in quello che è stato dato a Mosè e a Gesù e in tutto quello che è stato dato ai profeti da parte del loro Signore. Non facciamo differenza alcuna tra di loro e a lui siamo sottomessi. / E se crederanno nelle stesse cose in cui voi avete creduto, saranno sulla retta via; se invece volgeranno le spalle, saranno nell'eresia, e Dio basterà contro di loro. Egli è colui che tutto ascolta e conosce» (Al-Baqarah, Sura della vacca 2,136-137).

Fra noi e voi

Trovare il terreno comune fra musulmani e cristiani non è semplicemente una questione di corretto dialogo ecumenico fra i vari capi religiosi. Il cristianesimo e l'islam sono rispettivamente la più numerosa e la seconda più numerosa religione nel mondo e nella storia. Cristiani e musulmani costituiscono rispettivamente, secondo le statistiche, oltre un terzo e oltre un quinto dell'umanità. Insieme formano più del 55% della popolazione mondiale; ciò fa della relazione tra queste due comunità religiose il più importante fattore per il mantenimento della pace in tutto il mondo. Se musulmani e cristiani non sono in pace, il mondo non può essere in pace. Con il terribile armamento del mondo moderno e con musulmani e cristiani interconnessi ovunque mai come ora, nessuna parte può vincere unilateralmente un conflitto che coinvolga più della metà degli abitanti del mondo. Così il nostro comune futuro è in pericolo. È forse in gioco la stessa sopravvivenza del mondo.

E a quelli che ciononostante provano piacere nel conflitto e nella distruzione, o stimano che alla fine riusciranno a vincere, noi diciamo che anche le nostre anime eterne sono in pericolo se non riusciremo a fare sinceramente ogni sforzo per la pace e giungere a un'armonia condivisa. Dio dice nel sacro Corano: «In verità Dio ha ordinato la giustizia e la benevolenza e la generosità nei confronti dei parenti, e ha proibito la dissolutezza e ciò che è riprovevole e la ribellione. Egli vi ammonisce affinché ve ne ricordiate» (Al Nahl, 16,90). Gesù Cristo (su di lui la pace) disse: «Beati gli operatori di pace…» (Mt 5,9), e anche: «Qual vantaggio infatti avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria anima?» (Mt 16,26).

Facciamo quindi in modo che le nostre differenze non provochino odio e conflitto tra noi. Gareggiamo gli uni con gli altri solamente in rettitudine e in opere buone. Rispettiamoci, siamo giusti e gentili, e viviamo in pace sincera, nell'armonia e nella benevolenza reciproca. Dio dice nel sacro Corano: «E su di te abbiamo fatto scendere il Libro secondo verità, a confermare le Scritture precedenti e preservarle da ogni alterazione. Giudica tra loro secondo quello che Dio ha fatto scendere, non conformarti alle loro passioni allontanandoti dalla verità che ti è giunta. A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via. E se Dio avesse voluto, avrebbe fatto di voi una sola comunità, ma ha voluto provarvi con l'uso che farete di quel che vi ha donato. Gareggiate dunque nelle opere buone: voi tutti ritornerete a Dio ed egli allora vi informerà a proposito delle cose sulle quali siete discordi» (Al-Ma'idah, Sura della tavola imbandita 5,48).

Wal-Salaamu 'Alaykum, pax vobiscum.

Anno 2007 dell'èra cristiana - 1428 dell'èra islamica.

Seguono le firme

* La lettera è indirizzata a: papa Benedetto XVI; Bartolomeo I, patriarca di Costantinopoli; Teodoro II, papa e patriarca di Alessandria e di tutta l'Africa; Ignazio IV, patriarca d'Antiochia e di tutto l'Oriente; Teofilo III, patriarca di Gerusalemme; Alessio II, patriarca di Mosca e di tutta la Russia; Paolo, patriarca di Belgrado e della Serbia; Daniele, patriarca di Romania; Massimo, patriarca della Bulgaria; Ilia II, arcivescovo di Mtskheta-Tbilisi, catholicos-patriarca di tutta la Georgia; Crisostomo, arcivescovo di Cipro; Christodoulos, arcivescovo di Atene e di tutta la Grecia; Sawa, metropolita di Varsavia e di tutta la Polonia; Anastasio, arcivescovo di Tirana, Durazzo e di tutta l'Albania; Cristoforo, metropolita delle Repubbliche Ceca e Slovacca; Shenouda III, papa d'Alessandria e patriarca di tutta l'Africa sul trono apostolico di s. Marco; Karekin II, patriarca supremo e catholicos di tutta l'Armenia; Ignatius Zakka I, patriarca d'Antiochia e di tutto l'Oriente, capo supremo della Chiesa siro-ortodossa universale; marthoma Didymos I, catholicos d'Oriente sul trono apostolico di s. Tommaso e metropolita di Malankara; abuna Paulos, quinto patriarca e catholicos d'Etiopia, echege della sede di san Tekle Haymanot, arcivescovo di Axum; mar Dinkha IV, catholicos-patriarca della Chiesa assira dell'Oriente; Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury; Mark S. Hanson, vescovo presidente della Chiesa evangelica luterana in America e presidente della Federazione luterana mondiale; George H. Freeman, segretario generale del Consiglio metodista mondiale; David Coffey, presidente dell'Alleanza battista mondiale; Setri Nyomi, segretario generale dell'Alleanza riformata mondiale; Samuel Kobia, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese; e le guide delle Chiese cristiane in tutto il mondo….

1 In arabo: «La illaha illa Allah Muhammad rasul Allah». Le due shahadah effettivamente si trovano entrambe (quantunque separate) come frasi nel sacro Corano (rispettivamente in Muhammad, Sura di Muhammad 47,19, e in Al-Fath, Sura della vittoria 48,29).

2 Sunan Al-Tirmidhi, Kitab Al-Da'awat, 462/5, n. 3383; Sunan Ibn Majah, 1249/2.

3 Sunan Al-Tirmidhi, Kitab Al-Da'awat, Bab al-Du'a fi Yawm 'Arafah, hadith n. 3934. È importante notare che le frasi seguenti, «l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose», provengono tutte dal sacro Corano, esattamente in queste forme, quantunque in passaggi differenti. «Lui l'Unico» - riferito a Dio (sia egli esaltato) - si trova nel sacro Corano almeno sei volte (7,70; 14,40; 39,45; 40,12; 40,84 e 60,4). «Lui senza associati», si trova in questa forma nel sacro Corano almeno una volta (Al-An'am, Sura delle greggi 6,173). «Suo è il Regno, sua è la lode ed egli ha potere su tutte le cose» si trova esattamente in questa forma nel sacro Corano almeno una volta (Al-Taghabun, Sura del reciproco inganno 64,1), e parti di essa si trovano numerose altre volte (per esempio le parole «Egli è potente su tutte le cose» si trovano almeno cinque volte: 5,120; 11,4; 30,50; 42,9 e 57,2).

4 Il cuore. Nell'islam il cuore (spirituale, non fisico) è l'organo della percezione spirituale e della conoscenza metafisica. In una delle più grandi visioni del profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) Dio dice nel sacro Corano: «Il cuore intimo non smentì (nella visione) ciò che vide» (al-Najm, Sura della stella 53,11). Effettivamente, in altre parti del sacro Corano, Dio dice: «Infatti non già gli occhi loro sono ciechi, ma ciechi sono i loro cuori, che hanno nel petto» (Al-Hajj, Sura del pellegrinaggio 22,46; cf. tutto il versetto e anche: 2,9-10; 2,74; 8,24; 26,88-89; 48,4; 83,14 et al. C'è in effetti nel sacro Corano oltre un centinaio di menzioni del cuore e di suoi sinonimi).

Ci sono differenti interpretazioni tra i musulmani riguardo la visione diretta di Dio (in contrapposizione alle realtà spirituali in quanto tali), sia in questa vita sia nell'altra. Dio dice nel sacro Corano (del giorno del giudizio): «In quel giorno vi saranno volti splendenti, / con lo sguardo immerso nel loro Signore» (Al-Qiyamah, Sura della risurrezione 75,22-23); Dio dice ancora nel sacro Corano: «Ecco chi è Dio, il vostro Signore. Non c'è altro dio che lui, il Creatore di tutte le cose, adorate dunque lui che si prende cura di tutte le cose. / Non lo afferrano gli sguardi ma egli tutti gli sguardi afferra. Egli è il Sottile, colui che tutto conosce. / Prove vi sono giunte dal vostro Signore, così chi ha la visione l'ha per il suo bene, chi è cieco lo è a suo danno. E io non sono il vostro custode» (Al-An'am, Sura delle greggi 6,102-104).

Nondimeno, è evidente che la concezione islamica del cuore (spirituale) non è molto differente dalla concezione cristiana del cuore (spirituale), come vediamo nelle parole di Gesù (su di lui la pace) nel Nuovo Testamento: «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio» (Mt 5,8); e le parole di Paolo: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto» (1Cor 13,12).

5 Cf. anche Luqman,Sura di Luqman 31,25.

6 Cf. anche Al-Nahl,Sura dei poeti 16,3-18.

7 Sahih Bukhari, Kitab Tafsir Al-Qur'an, Bab ma Ja'a fi Fatihat Al-Kitab (hadith n.1); anche: Sahih Bukhari, Kitab Fada'il Al-Qur'an, Bab Fadl Fatihat Al-Kitab, (hadith n. 9), n. 5006.

8 Il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) disse: «Dio ha diviso la misericordia in cento parti. Egli ne ha fatto discendere una tra i jinn e gli esseri umani e le bestie e gli animali perché condividano reciprocamente i loro sentimenti; e per questo essi hanno misericordia l'un l'altro; e tramite essa gli animali selvatici provano affetto per i loro cuccioli. E Dio ha conservato novantanove misericordie con le quali avrà misericordia per i suoi servi il giorno del giudizio» (Sahih Muslm, Kitab Al-Tawbah; 2109/4; n. 2752; cf. anche Sahih Bukhari, Kitab Al-Riqaq, n. 6469).

9 Il timore di Dio è il principio della saggezza. Si riporta che il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) disse: «La parte principale della saggezza è il timore di Dio - sia egli esaltato» (Musnad al-Shahab, 100/1; Al-Dulaymi, Musnad Al-Firdaws, 270/2; Al-Tirmidhi, Nawadir Al-Usul; 84/3; Al-Bayhaqi, Al-Dala'il e Al-Bayhaqi, Al-Shu'ab; Ibn Lal, Al-Makarim; Al-Ash'ari, Al-Amthal, et al.). Questo è chiaramente simile alle parole del profeta Salomone (su di lui la pace) nella Bibbia: «Fondamento della sapienza è il timore di Dio…» (Pr 9,10); e: «Il timore del Signore è il principio della scienza…» (Pr 1,7).

10 L'intelligenza, la volontà e il sentimento nel sacro Corano. Così Dio nel sacro Corano dice agli esseri umani di credere in lui e di invocarlo (tramite l'uso dell'intelligenza) con timore (che motiva la volontà) e con la speranza (e quindi con il sentimento): «Poiché credono nei nostri segni coloro soli che, quando questi vengono loro recitati, cadono prostrati, che esaltano le lodi del loro Signore, e si liberano di ogni orgoglio / che lasciano i loro giacigli per invocare il loro Signore in timore e speranza, ed elargiscono di quello che noi abbiamo loro donato. / Nessuna anima conosce quale grande gioia è in serbo nascosta per loro in premio per le loro buone azioni» (Al-Sajdah, Sura della prosternazione 32,15-17).

«Invocate il vostro Signore in umiltà e in segreto. Egli non ama i trasgressori. / E non portate la corruzione sulla terra dopo che fu da Dio creata giusta e invocatelo in timore e speranza. Ché la misericordia di Dio è vicina ai virtuosi» (Al-A'raf, Sura del limbo 7,55-56).

Ugualmente, lo stesso profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) è descritto in termini che manifestano la conoscenza (e quindi l'intelligenza), che incoraggiano la speranza (e quindi il sentimento) e che ispirano il timore (e quindi motivano la volontà): «O Profeta! Noi ti abbiamo inviato come testimone e nunzio e ammonitore» (Al-Ahzab, Sura delle fazioni alleate 33,45). «In verità noi ti abbiamo inviato (o Muhammad) come testimone e nunzio e ammonitore» (Al-Fath, Sura della vittoria 48,8).

11 Un eccellente esempio. L'amore e la totale devozione del profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) a Dio è per i musulmani il modello che essi cercano di imitare. Dio dice nel sacro Corano: «In verità nel messaggero di Dio voi avete un eccellente esempio per colui che spera in Dio e nell'ultimo giorno; e invoca molto Dio» (Al-Ahzab, Sura delle fazioni alleate 33,21).

La totalità di questo amore esclude la mondanità e l'egoismo ed esso è in se stesso bello e caro ai musulmani. Dio dice nel sacro Corano: «E sappiate che il messaggero di Dio è tra di voi. Se egli dovesse darvi retta in molte questioni voi sicuramente cadreste in disgrazia; ma Dio vi ha fatto amare la fede e l'ha resa bella nei vostri cuori, e vi ha reso odioso il rifiuto ribelle, l'empietà e la disobbedienza. Così sono coloro che sono ben guidati» (Al-Hujurat, Sura delle stanze intime 49,7).

12 Questo «amore particolare» si aggiunge alla misericordia universale di Dio «che comprende tutte le cose» (Al-A'raf, Sura del limbo 7,156); ma Dio sa meglio.

13 Sahih Al-Bukhari, Kitab Bad' al-Khalq, Bab Sifat Iblis wa Junudihi; hadith n. 3329.

Altre versione della formula sacra. Questa formula sacra del profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina), si trova in una dozzina di hadith (i detti del profeta Muhammad [su di lui la pace e la benedizione divina]) in differenti contesti e in versioni leggermente differenti.

Quella che abbiamo citato in questo testo («Non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode ed egli è potente su tutte le cose») è infatti la versione più breve. Si può trovare in Sahih al-Bukhari: Kitab al-Adhan (n. 852); Kitab al-Tahajjud (n. 1163); Kitab al-'Umrah (n. 1825); Kitab Bad' al-Khalq (n. 3329); Kitab al-Da'awat (nn. 6404, 6458, 6477); Kitab al-Riqaq (n. 6551); Kitab al-I'tisam bi'l-Kitab (n. 7378); in Sahih Muslim: Kitab al-Masajid (nn. 1366, 1368, 1370, 1371, 1380); Kitab al-Hajj (nn. 3009, 3343); Kitab al-Dhikr wa'l-Du'a' (nn. 7018, 7020, 7082, 7084); in Sunan Abu Dawud: Kitab al-Witr (nn. 1506, 1507, 1508); Kitab al-Jihad (n. 2772); Kitab al-Kharaj (n. 2989); Kitab al-Adab (nn. 5062, 5073, 5079); in Sunan al-Tirmidhi: Kitab al-Hajj (n. 965); Kitab al-Da'awat (nn. 3718, 3743, 3984); in Sunan al-Nasa'i: Kitab al-Sahw (nn. 1347, 1348, 1349, 1350, 1351); Kitab Manasik al-Hajj (nn. 2985, 2997); Kitab al-Iman wa'l-Nudhur (n. 3793); in Sunan Ibn Majah: Kitab al-Adab (n. 3930); Kitab al-Du'a' (nn. 4000, 4011); e in Muwatta' Malik: Kitab al-Qur'an (nn. 492, 494); Kitab al-Hajj (n. 831).

Una versione più lunga che include le parole «yuhyi wa yumit» («Non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode. Egli dà la vita e dà la morte e ha potere su tutte le cose») si può trovare in Sunan Abu Dawud: Kitab al-Manasik (n. 1907); in Sunan al-Tirmidhi: Kitab al-Salah (n. 300); Kitab al-Da'awat (nn. 3804, 3811, 3877, 3901); e in Sunan al-Nasa'i: Kitab Manasik al-Hajj (nn. 2974, 2987, 2998); Sunan Ibn Majah: Kitab al-Manasik (n. 3190).

Un'altra versione più lunga che include le parole «bi yadihi al-khayr» («Non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode. Nelle sue mani detiene il bene e ha potere su tutte le cose») si può trovare in Sunan Ibn Majah: Kitab al-Adab (n. 3931); Kitab al-Du'a' (n. 3994).

La versione più lunga che include le parole «yuhyi wa yumit wa Huwa Hayyun la yamut bi yadihi al-khayr» («Non c'è dio se non Iddio, l'Unico, senza associati, suo è il Regno, sua è la lode. Egli da la vita e dà la morte. Egli è il Vivente, che non muore. Nelle sue mani detiene il bene e ha potere su tutte le cose») si può trovare in Sunan al-Tirmidhi: Kitab al-Da'awat (n. 3756) e in Sunan Ibn Majah: Kitab al-Tijarat (n. 2320), con la differenza che quest'ultimo hadith recita: «bi yadihi al-khayr kuluhu» («nelle sue mani detiene tutto il bene»).

È importante tuttavia notare che il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina), descrive solo la prima (e più breve) versione come: «La cosa migliore che ho detto - io stesso, e i profeti che mi precedettero», e solo di questa versione il Profeta (su di lui la pace e la benedizione divina) disse: «E nessuno ha portato niente di meglio, salvo chi fa di meglio».

Le citazioni sopra riportate si riferiscono al sistema numerico di The Sunna Project's Encyclopaedia of Hadith (Jam' Jawami' al-Ahadith wa'l-Asanid), preparato in collaborazione con i docenti dell'al-Azhar, che include Sahih al-Bukhari, Sahih Muslim, Sunan Abu Dawud, Sunan al-Tirmidhi, Sunan al-Nasa'i, Sunan Ibn Majah, e Muwatta' Malik.

14 Il ricordo frequente di Dio nel sacro Corano. Il sacro Corano è pieno di ingiunzioni a invocare e ricordare frequentemente Dio: «Invoca il nome del tuo Signore al mattino e alla sera» (Al-Insan, Sura dell'uomo 76,25). «Così invoca Dio in piedi, seduto e sdraiato» (Al-Nisa, Sura delle donne 4,103). «Invoca (o Muhammad) il tuo Signore nel tuo intimo, in umiltà e reverenza e a bassa voce, il mattino e la sera. E non essere di coloro che trascurano Dio» (Al-'Araf, Sura del limbo 7,205). «… Invoca molto il tuo Signore e pregalo all'inizio della notte e al mattino» (Aal 'Imran, Sura della famiglia di 'Imran 3,41). «O voi che credete, invocate Dio invocatelo molto. / E glorificatelo all'alba e al crepuscolo» (Al-Ahzab, Sura delle fazioni alleate 33,41-42). Cf. anche: 2,198-200; 2,203; 2,238-239; 3,190-191; 6,91; 7,55; 7,180; 8,45; 17,110; 22,27-41; 24,35-38; 26,227; 62,9-10; 87,1-17, et al.

Il sacro Corano è ugualmente pieno di versetti che evidenziano la capitale importanza del ricordo di Dio (cf. 2,151-157; 5,4; 6,118; 7,201; 8,2-4; 13,26-28; 14,24-27; 20,14; 20,33-34; 24,1; 29,45; 33,35; 35,10; 39,9; 50,37; 51,55-58; e 33,2; 39,22-23 e 73,8-9 come già citati, et al.), e le terribili conseguenze di non praticarlo (cf. 2,114; 4,142; 7,179-180; 18,28; 18,100-101; 20,99-101; 20,124-127; 25,18; 25,29; 43,36; 53,29; 58,19; 63,9; 72,17 et al.; cf. anche 107,4-6). Per cui Dio dice infine nel sacro Corano: «Non è forse arrivato il tempo per i credenti che i loro cuori in tutta umiltà debbano ingaggiarsi nell'invocazione di Dio...?» (Al-Hadid, Sura del ferro 57,16); «…. Non dimenticate di invocarmi» (Taha, Sura Ta-ha 20,42), e: «Ricorda il tuo Signore ogni volta che lo dimentichi» (Al-Kahf, sura della caverna 18,24).

15 Nella versione inglese del testo le citazioni bibliche sono tratte dalla Bibbia New King James Version, Thomas Nelson, Inc, Nashville (TN, USA) 1982. Per la versione italiana esse sono tratte da La Bibbia di Gerusalemme, EDB, Bologna 2007 (ndr).

16 Sunan Al-Tirmithi, Kitab Al-Da'wat, Bab al-Du'a fi Yawm 'Arafah, hadith n. 3934, cit.

17 La forma più perfetta. Il cristianesimo e l'islam hanno concezioni paragonabili sul genere umano creato nella forma più perfetta e dal soffio divino. Il libro della Genesi dice: «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). E: «Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente» (Gen 2,7).

E il profeta Muhammad (su di lui la pace e la benedizione divina) disse: «In verità Dio creò Adamo a sua immagine» (Sahih Al-Bukhari, Kitab Al-Isti'than, 1; Sahih Muslim, Kitab Al-Birr 115; Musnad Ibn Hanbal, 2, 244, 251, 315, 323 ecc. et al.).

«E vi abbiamo creati, poi vi abbiamo formati, poi abbiamo detto agli angeli: Prostratevi davanti ad Adamo! E si prostrarono tutti, eccetto Iblis, che fra i prostrati non fu» (Al-A'raf, Sura del limbo 7,11).

«Per il fico e l'olivo / e per il monte Sinai / e per questa contrada sicura. / In verità noi creammo l'uomo delle forme la più perfetta / e poi lo riducemmo degli abbietti il più abbietto / salvo coloro che credono e che operano il bene, che riceveranno una ricompensa che non sarà mai rinfacciata. E cosa mai potrà, allora, spingerti a negare il dì del giudizio? / Non è Dio il più giusto dei giudici?» (Al-Tin, Sura del fico 95,1-8).

«Dio è Chi ha fatto per voi della terra un luogo di soggiorno e del cielo una volta, e vi modellò e perfezionò le vostre forme e vi ha dato cose buone. Così è Dio, il vostro Signore. Benedetto sia Dio, il Signore dei mondi!» (Al-Ghafir, Sura del Perdonatore, 40,64).

«Anzi, quelli che sbagliano seguendo le loro passioni senza sapere. Chi potrà guidare chi Dio ha traviato? Essi non avranno chi li soccorra. / Così indirizza la tua intenzione (o Muhammad) verso la religione come un uomo dalla natura retta - la natura (formata) di Dio, nella quale egli ha creato l'uomo. Non c'è alterazione (delle leggi) della creazione di Dio. Questa è la retta religione, ma la maggior parte degli uomini non sa» (Al-Rum, Sura dei Romani 30,29-30).

«E quando l'avrò plasmato e avrò soffiato in lui il mio spirito, allora prosternatevi davanti a lui» (Sad, Sura del Sad 38,72).

«E quando il tuo Signore disse agli angeli: Ecco! Sto per porre un vicario sulla terra, essi dissero: vuoi porvi uno che farà del male e verserà del sangue, mentre noi cantiamo le tue lodi e ti santifichiamo? Egli disse: Io so ciò che voi non sapete. / Ed egli insegnò ad Adam i nomi di tutte le cose, poi le mostrò agli angeli dicendo: ditemi i nomi di queste, se siete sinceri. / Essi dissero: Sia gloria a te! Noi non sappiamo altro che quello che tu ci hai insegnato. Tu, solo tu sei il Sapiente il Saggio. / Egli disse: O Adam di' loro i nomi, e quando egli disse loro i nomi, egli disse: E non vi dissi che io conosco i segreti dei cieli e della terra? E conosco ciò che manifestate e ciò che celate. / E quando noi dicemmo agli angeli: prosternatevi davanti ad Adam, essi si prosternarono salvo Iblis. Egli rifiutò orgoglioso e così divenne un negatore.../ E noi dicemmo: O Adam abitate tu e la tua sposa nel giardino e mangiate liberamente (dei frutti) dove voi volete; ma non vi avvicinate a questo albero affinché non diventiate dei peccatori» (Al-Baqarah, Sura della vacca, 2,30-35).

18 Sahih Al-Bukhari, Kitab al-Iman, hadith n. 13.

19 Sahih Muslim, Kitab al-Iman, 67-1, hadith n. 45.

20 I commentatori classici del sacro Corano (cf. Tafsir Ibn Kathir, Tafsir Al-Jalalayn) concordano generalmente nell'affermare che questo si riferisce alla posizione finale della preghiera del musulmano.

21Abu Ja'far Muhammad Bin Jarir Al-Tabari, Jami' al-Bayan fi Ta'wil al-Qur'an, (Dar al-Kutub al-'Ilmiyyah, Beirut [Libano] 1992/1412,) tafsir di Aal-'Imran, 3,64; vol. 3, pp. 299-302.

22 Secondo i grammatici citati da Tabari (cit.) il termine «comune» (sawa) in «una parola comune fra noi e voi» significa anche «giusta», «chiara» (adl).

23 Il beato Teofilatto (1055-1108 èra cristiana) fu arcivescovo ortodosso di Ocride e Bulgaria (1090-1108 era cristiana). La sua lingua materna era il greco del Nuovo Testamento. Il suo Commentario è attualmente disponibile in inglese presso Chrysostom Press.


Pubblicato in Dialoghi
Venerdì 30 Novembre 2007 23:09

Dialogare per convivere (Gaetano Parolin)

Un convegno organizzato all'Urbaniana dai missionari Scalabriniani

Dialogare per convivere

di Gaetano Parolin

Il pluralismo non costituisce una minaccia all’identità. La persona è libera di definire se stessa, moltiplicando le appartenenze. Nessuna società è esplosa a causa delle differenze culturali.

Il nostro è diventato il tempo dei muri, il tempo delle frontiere. Ma è anche il tempo di una grande e diffusa mobilità. Se i muri esterni sono difficili da abbattere, quelli interni non sono meno pericolosi. Sono i muri dell’incomprensione, dell’intolleranza, dell’indifferenza. Quando permangono questi muri, il dialogo diventa difficile e, senza dialogo, è impossibile convivere. Oggi l’Europa, compresa l’Italia, è interessata da una crescita senza precedenti dei flussi migratori e dalla presenza di minoranze etniche sempre più differenziate e spesso non cattoliche. Le migrazioni chiedono che si progetti una società nuova, in cui si allargano gli spazi di appartenenza e si riducono quelli dell’esclusione, una società fondata non sulla difesa di culture contrapposte, ma sull’incontro, sul dialogo che favorisce la relazione, lo scambio, il rapporto.

L’opinione pubblica pensa che le difficoltà della convivenza derivino dalla diversità culturale e religiosa, che le migrazioni accentuano. Ma cos’è la cultura, cos’è la religione? È proprio impossibile dialogare tra credenti che mantengono richiami diversi all’Assoluto? L’appartenenza religiosa è un intralcio alla costruzione della convivenza?

Per riflettere su questi temi, la Fondazione Scalabrini, lo Scalabrini international migration institute (Simi) e il Centro studi emigrazione Roma (Cser) hanno organizzato il 28 novembre, in occasione del 119° anniversario di fondazione della congregazione dei missionari scalabriniani e come atto accademico del Simi, il convegno Migrazioni e società: Dialogare per convivere. Il convegno ha avuto luogo presso la pontificia università Urbaniana, nella stessa mattinata in cui papa Benedetto XVI partiva per la Turchia.

Migrazioni e dialogo interculturale

La prima parte del convegno, dedicata al tema Migrazioni e dialogo interculturale, ha visto gli interventi di Milena Santerini, ordinaria di pedagogia sociale e interculturale presso la Facoltà di scienze della formazione della Cattolica di Milano (Le culture tra identità e dialogo), e di Adel Jabbar, sociologo dei processi migratori e interculturali, dello Studio Res di Trento (Luoghi, processi e intrecci: per una lettura interculturale).

Milena Santerini ha ricordato le due dialettiche che lo scalabriniano p. Antonio Perotti, grande studioso e precursore degli studi interculturali, aveva già identificato: la dialettica diversità-coesione, diritto alla differenza e diritto alla somiglianza e la dialettica tradizione-libertà, memoria-futuro. Si tratta, in pratica, di conciliare «le radici e le ali», l’identità e il dialogo, differenza e somiglianza, per favorire l’integrazione degli immigrati, ma soprattutto per dare alla pedagogia e all’educazione interculturale un ruolo nuovo, in vista della coesione sociale in una società plurale.

L’integrazione dei migranti e delle loro culture si presenta come un processo complesso, ancora in fase di definizione. Le politiche migratorie possono essere restrittive, i modelli di integrazione possono andare in crisi, ma questo non significa che l’integrazione sia impossibile. Quella che stiamo vivendo è, invece, una crisi di significato, di motivazioni della gestione della diversità culturale. Più che nei fatti, è nell’immaginario che si sta radicando la paura degli immigrati. La presenza di culture altre non rappresenta la balcanizzazione della società. Bisogna smentire la paura che il pluralismo culturale costituisca necessariamente una minaccia all’unità e all’identità nazionale.

È necessario, però, rivedere il nostro concetto di cultura e superare una visione oggettivistica, statica, quasi si trattasse di un pacchetto di valori, di significati, validi per un gruppo di persone in un determinato territorio. In realtà, la cultura è in se stessa intercultura, e ogni persona interpreta in modo originale la cultura a cui appartiene. È necessario valorizzare le differenze, ma senza irrigidirle nel determinismo, né affidarle al caos dell'indeterminismo. La persona è libera di definire la propria identità, moltiplicando le appartenenze. Nessuna società è esplosa a causa delle differenze culturali. Quando sono gestite bene, esse producono una convivenza pacifica. Il problema sono piuttosto le disuguaglianze di tipo socio-economico, politico, territoriale, che usano le differenze sociali per affermare l'immaginario simbolico-conflittuale. La cultura è dialogo, è apertura. La differenza è bella, ma deve tendere alla somiglianza.

All’approccio pedagogico di Milena Santerini è seguito quello sociologico di Adel Jabbar. Jabbar ha ricordato il sistema “mondo” come quadro in cui collocare l’analisi del fenomeno migratorio. Il sistema mondo è caratterizzato da quattro circolazioni che si intrecciano: l’aspetto economico-finanziario, la dimensione mediatica, gli stili di vita sempre più omologati, la politica delle superpotenze. La coesione sociale che preveda l’inclusione degli immigrati, non può prescindere dalla decostruzione dell’immaginario culturale che, in Europa, è legato alla prima modernità e all’affermazioni degli stati nazionali. Gli spazi sociali cambiano e per questo abbiamo bisogno di nuovi strumenti di analisi e nuovi approcci. Dobbiamo passare da un approccio comunitarista, che esalta la propria identità e nega quella altrui in senso fondamentalista, ad un approccio di tipo universalista, che considera la cultura come interculturale per definizione. L’intercultura è un metodo finalizzato ad estendere la democrazia, l’inclusione e la partecipazione. Per questo è necessario lavorare nei contesti e negli spazi vitali di partecipazione, quali le parrocchie, gli oratori, i gruppi giovanili, la scuola.

Migrazioni e dialogo interreligioso

La seconda parte del convegno è stata dedicata al tema Migrazioni e dialogo interreligioso e post-secolare. Sono intervenuti P. Justo Lacuna-Balda, professore ordinario al Pisai (Pontificio istituto di studi arabi e d’islamistica) che ha parlato su Alcuni aspetti del dialogo interreligioso: identità, lingue, culture, Adnane Mokrani, teologo islamico presso il Pisai e la pontificia università Gregoriana (Promesse e difficoltà del dialogo islamo-cristiano oggi) e Gaspare Mura, professore ordinario di filosofia presso la pontificia università Urbaniana (L’etica dell’alterità nella cultura contemporanea).

P. Justo Lacuna-Balda, dopo aver ricordato il giorno memorabile nella storia della chiesa, per la visita in Turchia di Benedetto XVI, ha sottolineato i tre aspetti essenziali di ogni identità religiosa: i testi e le scritture, la tradizione e la storia, la comunità e l’autorità religiosa. Ci sono poi i riti, le liturgie e i calendari: sono i simboli, gli usi, le tradizioni in cui ci si riconosce e ci si identifica. Ogni identità religiosa passa, inoltre, attraverso due binari, le lingue e le culture. Per entrare in dialogo, è fondamentale conoscere l’identità profonda di ogni religione altra e gli aspetti in cui si esprime. In ogni forma di dialogo interreligioso c'è, poi, un compito comune: mettere al centro di ogni incontro la persona e la sua dignità, tenendo presente il fatto che ogni religione può dare un suo contributo. P. Justo ha sottolineato più volte che il dialogo interculturale e interreligioso si sviluppa sulla base di una forte e robusta identità. Forte e robusta, ma non rigida e chiusa.

Il teologo islamico Adnane Mokrani, forte della sua esperienza islamica e cristiana, ha presentato il dialogo come una dimensione essenziale, come centro di ogni esperienza religiosa. Il dialogo è una spiritualità, un modo di essere e di agire, non una necessità o una funzione strategica, diplomatico-politica. Il dialogo è apertura all’Altro che permette l’apertura ad ogni altro. Vi sono, infatti, due tipi di religiosità, quella della relazione, dell'ascolto, del servizio, e quella del potere, del dominio, dell’esclusione.

Il principale ostacolo al dialogo è l’egoismo, la paura dell’altro, la voglia di dominarlo. Il primo peccato, per il Corano, è l’egoismo. Il ruolo della religione è quello di liberarci dall'ego individuale e collettivo. Il razzismo religioso, il fondamentalismo, è esclusivismo, orgoglio nazionalistico. Il dialogo è forza liberante, un pellegrinaggio culturale che non cambia la religione di una persona, ma aiuta a capirla meglio con gli occhi dell’altro. Il dialogo è, soprattutto, incontro di persone. E l’incontro con le persone, ha mediato l’esperienza cristiana di Adnane, l’ha aiutato ad approfondire la sua fede islamica.

L’“altro” non ti è estraneo

Gaspare Mura ha presentato un’analisi dell’alterità nel pensiero contemporaneo. Il paradosso è evidente. Da una parte è un tema chiave, dall'altra deve confrontarsi con alcune filosofie che riducono l'“altro” ad un paradosso filosofico e portano all’indifferenza verso di lui. Non solo l’alterità, ma anche l’identità oggi sembra smarrita. Si parla, infatti, di identità nomade, in continuo cambiamento. Ma – come direbbe Gabriel Marcel –: «Se l'altro mi è estraneo, anch'io divento estraneo a me stesso». Lévinas, il più importante filosofo che ha teorizzato l'etica dell'alterità, giunge ad affermare che l'etica precede l'ontologia. L'altro è un “tu” che posso comprendere, un volto che mi interpella continuamente, un volto che reclama giustizia. In realtà, il mio rapporto con l’altro è un rapporto triadico io-Egli-tu. Dove l’«Egli» consente un rapporto non di possesso, ma di giustizia, perché Egli custodisce il mistero del volto.

C’è, poi, un altro tipo di alterità che la nostra civiltà sta vivendo, un nuovo nomadismo, non di carattere fisico, ma esistenziale. C’è un bisogno di migrazione, di “sentirsi” altrove, che ci aiuta a leggere le migrazioni stesse e a farne un paradigma. La mobilità, l’apertura, il cosmopolitismo, la flessibilità, l’erranza, costituiscono un nuovo stile di vita, dove patria è il mondo.

a) Il convegno Migrazioni e società: dialogare per convivere ha sottolineato alcune convergenze importanti: il dialogo costituisce la verità e il centro stesso di ogni cultura e di ogni religione;

b) la diversità e la differenza non sono dimensioni antitetiche, ma i poli dialettici di ogni unità e coesione sociale;

c) le migrazioni, che portano in casa l’altro per eccellenza, lo straniero, diventano la cartina di tornasole che rivela la civiltà di un paese e la cattolicità della chiesa.

(da Settimana, n. 46, dicembre 2006)

Pubblicato in Dialoghi
La Nostra aetate vista da un musulmano

di Adnane Mokrani


Un teologo tunisino valuta positivamente la dichiarazione conciliare del 1965 ed evidenzia come, malgrado difficoltà e contraddizioni, il dialogo islamo-cristiano, in questi quarant’anni, ha fatto dei passi in avanti. Anche alcuni vogliono chiuderlo proprio ora che, a poco a poco, sta maturando i suoi frutti.

La Nostra aetate èstata un passo davvero importante nella storia dei rapporti islamo-cristiani. Infatti, il terzo paragrafo del testo conciliare è interamente dedicato a tale problema: «La Chiesa guarda con stima i musulmani che adorano l'unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra che ha parlato agli nomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti di Dio anche nascosti, come vi si èsottomesso anche Abramo, a cui la fede islamica volentieri si riferisce... Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, e a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà».

un passo decisivo nell'umanizzazione dei rapporti inter-personali ed inter-comunitari. L'altro non èpiù l'assente, lo sconosciuto, il nemico (dichiarato o non), ma un essere umano, che ha – anche lui – qualcosa a che fare con Dio. Questa dignità recuperata ha dato un grande impulso al dialogo; anzi il documento non solo ha nominato l'islam, ma èarrivato fino al riconoscimento delle radici comuni, senza negare le differenze. il frutto di un'epoca: èstato scritto subito dopo l'indipendenza dell'Algeria nel ’62, e un po’ prima delle grandi manifestazioni del '68. Era un'epoca di cambiamento, di liberazione coloniale e culturale, grandi speranze ed ideali, e anche un tempo di riconciliazione tra la Chiesa cattolica e il mondo. C'era una certa teologia di liberazione e di speranza. Nostra aetate, poi, èanche il frutto di un secolo di un orientalismo positivo (meno imperialistico), di compassione e solidarietà, di sforzi di persone come il teologo francese Louis Massignon, che hanno amato i musulmani e hanno servito la cultura islamica. un indicatore importante per conoscere i movimenti del dialogo intra-religioso, cioè le tensioni implicite in ogni religione: tra destra e sinistra, riformisti e conservatori, spirituali e canonisti... Il documento èstato una copertura per tante iniziative cattoliche nel campo del dialogo, ha dato mano libera, una giustificazione valida (davanti agli esitanti) per tanti che cercano di lavorare per la pace, la giustizia e la fratellanza universale. I centri e gli istituti interreligiosi ed islamo-cristiani nel mondo sono in maggioranza cristiani, e le capacità organizzative della Chiesa cattolica, storicamente e tradizionalmente, sono più stabili e radicate, e questo dà ai cattolici un vantaggio notevole come intermediari e punto d'incontro tra le diverse religioni. diversa: sembra che la gente sogni il passato e non il futuro, il ventunesimo secolo èsegnato dal ritorno delle religioni, quelle vere ed autentiche, delle rivendicazioni identitarie che esprimono la paura dell'altro e la mancanza di fiducia in sé, la neo-teologia della paura e del dominio. Quelli che vedono nel dialogo un pericolo per la missione e per l'unicità della verità, cercano di ridurlo ad una mera attività diplomatica di relazioni estere. In questo percorso variabile della nostra storia contemporanea, si inseriscono l'accoglienza e la ricezione della Nostra aetate. Quello che sembrava ormai acquisito per sempre, si mostra fragile e superficiale, soprattutto dopo l'11 settembre. Quello che si diceva prima a bassa voce per timore di essere indicati come razzisti e xenofobi, oggi si esprime a voce alta e con tono di sfida (Oriana Fallaci è, in proposito, un esempio eloquente).

Cosa si può fare? Abbiamo perso veramente per sempre un occasione storica? Direi di no; come musulmano trovo tre motivi validi per non tornare indietro:

1. Nonostante il disinteresse apparente dei musulmani verso l'iniziativa cattolica, ci sono cambiamenti lenti ma notevoli. Esiste una nuova generazione crescente di musulmani, in tutto il mondo, interessata agli studi cristiani e al dialogo, anche se non ha un vero appoggio logistico (se escludiamo la Fondazione Nostra aetate) e si basa su sforzi personali. La crisi intraislamica èpiù acuta, èvero, e il dominio del pensiero tradizionale e conservatore ancora efficace, ma i cambiamenti radicali nella storia avanzano sotterranei e sottili. Anche se però, proprio oggi, alcuni parlano di ritiro dal dialogo!

2. Dopo il fallimento dei nazionalismi e degli islamismi, c'è un bisogno estremo di democrazia e di libertà nel mondo islamico, e il dialogo (quello interreligioso incluso, ma non solo) èil mezzo efficace della democratizzazione. E non si può immaginare una vera democrazia senza libertà religiosa. In questa lotta, l'Occidente sembra paradossalmente oggi meno democratico e più fissato sul problema dell'identità.

In tutti questi anni si ècreata una cultura di dialogo (non importa se minoritaria), e vi èuna generazione di musulmani e di cristiani dedita al dialogo ed all'impegno sociale per la pace e la giustizia; malgrado i dubbi delle persone di poca fede, dunque, non siamo ridotti al nulla, c'è una base solida su cui costruire, e la fede dialogica èottimistica per natura. Nostra aetate èstata un passo decisivo da continuare a sviluppare, andando avanti verso nuovi orizzonti, perché, chi non va avanti, resta indietro necessariamente.

(da Confronti, gennaio 2006, p. 29)

Pubblicato in Dialoghi

Viaggio alla scoperta delle altre religioni

Un raggio della verità che illumina tutti

di Marino Parodi

La conoscenza delle religioni diverse da quella cristiana si impone a chiunque voglia conoscere il mondo, ma in particolare ai cristiani. Ciò non soltanto a seguito del fenomeno della globalizzazione, grazie al quale circolano regolarmente, con rapidità sino a poco tempo fa impensabile, messaggi di ogni genere, ivi compresi quelli di natura religiosa. Un’altra importante motivazione di fondo consiste nel fatto che il cristiano, per sua stessa natura portato a porre l’anima e quindi l’esigenza spirituale al centro del proprio pensare, sentire e agire, non può non interrogarsi sui mille messaggi di natura chiaramente o vagamente religiosa che circolano nel mondo di oggi un po’ a tutti i livelli. Un mondo che, a Dio piacendo, ha smentito clamorosamente ogni funesta profezia di "eclissi" o "tramonto" del sacro, imperante negli ultimi decenni.

L’umanità del terzo millennio è profondamente assetata di spiritualità e di sacro, insomma di Dio. Questo è un dato di fatto innegabile, del quale, ci pare, tutti i cristiani hanno motivo di rallegrarsi. Altro discorso, estremamente complesso, è poi quello di constatare dove questa ricerca sacrosanta e naturalissima vada a finire. A maggior ragione, noi cristiani non possiamo non interrogarci. E, di conseguenza, deciderci a informarci.

«Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono»

Ancora una volta, la prospettiva più autenticamente cristiana e, al tempo stesso, più scientifica, come risulterà sempre più chiaro man mano che esploreremo i vari pianeti dell’affascinante galassia religiosa, è già indicata dallo stesso Vangelo.

Si tratta di trovare l’equilibrio tra due opposte esigenze: quella di conciliare la consapevolezza del fatto che Cristo è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6), con l’altra affermazione evangelica, laddove lo stesso Cristo ci rassicura: «Chi non è contro di noi, è per noi» (Mc 9,40). Un’indicazione assai illuminante, alla quale san Paolo fa eco invitandoci a «esaminare ogni cosa e tenere ciò che è buono» (1Ts 5,21). Cristo ci precisa ancora, parlando dello Spirito, che «il vento soffia dove vuole» (Gv 3,8).

Va da sé che si tratta di un equilibrio non sempre facile da trovare, ma non vi è altra strada.

Nel corso del nostro "viaggio" cercheremo, per quanto possibile, di includere quasi tutte le tappe fondamentali del panorama religioso contemporaneo (il "quasi" è obbligatorio, giacché per affrontarle tutte occorrerebbero spazi e tempi ben maggiori). Seguiremo un ordine in linea di massima cronologico, partendo dalle religioni più antiche, assumendo come punto di riferimento il periodo della loro nascita, per quanto la datazione sia non di rado assai approssimativa.

Così passeremo in rassegna, oltre all’ebraismo e ai pilastri della spiritualità orientale (islamismo, al quale per ovvie ragioni dedicheremo un’attenzione particolare, induismo, buddismo e altri ancora), pure certe forme di spiritualità (ad esempio esoterismo e sciamanesimo), le quali, pur vantando radici antichissime, si sono riproposte all’attenzione generale negli ultimi decenni.

Ci atterremo ad alcune indicazioni di massima che corrispondono poi a una sorta di minuscolo vademecum necessario al cristiano che si prepara ad affrontare il viaggio alla scoperta delle altre religioni.

Superare i pregiudizi e la paura del confronto

Innanzitutto, sgombrare il campo, ossia la mente, da ogni pregiudizio. È facile identificare l’islam col fanatismo e il buddismo col rifiuto del mondo, ma tutto ciò non è assolutamente vero. L’apertura di mente e di cuore costituisce dunque la conditio sine qua non per il cristiano che voglia accostarsi allo studio delle altre religioni. «Non abbiate paura»: la storica esortazione di Giovanni Paolo II, rimasta scolpita nel cuore di chi sa quanti milioni di uomini e donne di ogni razza e religione, si adatta perfettamente allo scopo.

Sicuramente egli stesso non ebbe paura di confrontarsi con le altre religioni: anzi, se si è rivelato e confermato maestro universale, al di là dei confini religiosi e culturali, ciò è di sicuro dovuto anche alla capacità di conciliare ciò che a molti sembra, a torto, la quadratura del cerchio (pur essendo un compito certamente non facile da gestire): ossia fedeltà assoluta al Vangelo da un lato, nella consapevolezza della sua originalità, apertura totale di mente e di cuore alle altre religioni dall’altro.

Il mutato e più rilassato clima nei rapporti tra cristianesimo e altre religioni è sicuramente in buona misura da ricondurre all’insegnamento e alla testimonianza di Giovanni Paolo II, il quale non temette di compiere allo scopo gesti clamorosi, noncurante dello scandalo che inevitabilmente avrebbe suscitato tra i ben pensanti: come il fatto di inginocchiarsi e pregare in una moschea.

Del resto, il rifiuto del dialogo, o addirittura di conoscere l’altro, in definitiva non nasce forse dalla paura? Paura di non possedere in effetti quella verità, di cui si pretende di sbandierare l’esclusiva? Insomma, il sospetto che dietro tanto bigottismo si nasconda in definitiva una fede in realtà insicura e infantile pare tutt’altro che azzardato.

L’esercizio vigile e sapiente di una "coscienza osservante"

In secondo luogo, passo che è logica conseguenza del precedente, occorre accostarsi all’esperienza religiosa altrui collocandola nel contesto storico e culturale di cui essa è al tempo stesso madre e figlia, evitando cioè di applicarle schemi che sono tipici del nostro mondo. In altre parole, esercitare quella che la psicologia di orientamento più avanzato chiama, con termine preso a prestito dalla saggezza orientale, "coscienza osservante". Ossia, osservare senza giudicare, operazione tanto indispensabile quanto difficile, almeno, in quei casi (tutto sommato neppure poi così frequenti) in cui prendere atto di certe realtà come primo impulso non può che suscitare una riprovazione nella nostra coscienza di cristiani e di occidentali. È il caso, ad esempio, del sistema indiano delle "caste".

A relativizzare l’imbarazzo aiuterà comunque un dato confortante: proprio a seguito di un processo di maturazione spirituale portato avanti a livello di opinione pubblica mondiale da svariati fattori, un po’ tutte le religioni tendono a concentrarsi sulla ricerca spirituale, la quale di tutte costituisce poi l’anima, per tralasciare gli aspetti maggiormente legati a fattori storici e culturali (ancora una volta, l’esempio delle "caste" indiane non potrebbe essere più calzante).

Ciò va detto esplicitamente e con forza senza voler negare o minimizzare il deleterio fenomeno dei "fondamentalismi", i quali sono peraltro destinati a sgonfiarsi sempre più man mano che ci si concentra, appunto, su ciò che unisce, invece di sottolineare ciò che divide.

Al di là del "rumore" mediatico, verso differenti approcci al divino

In terzo luogo, occorre mantenere costantemente tale apertura curiosa e benevola, verrebbe voglia di dire, man mano che si procede nella ricerca. Mai dare nulla per scontato, insomma, mai pretendere di aver "compreso tutto" e mai banalizzare. Osservazione assai meno ovvia di quanto si potrebbe pensare se si tiene presente che viviamo nell’epoca dei talk show e del bombardamento mediatico, in cui alla quantità dell’informazione spesso non corrisponde affatto la qualità. Capita spesso che vengano intervistati certi soloni i quali, più che dell’assai complesso mondo religioso e spirituale, del quale pretendono di sapere tutto, sembrano invece esperti dell’arte di intrufolarsi in tutte le platee televisive possibili e immaginabili.

Le sorprese, insomma, possono sempre arrivare. Occorre infatti tenere presente che l’esperienza religiosa e spirituale è per sua natura evolutiva e dinamica: la stessa Chiesa cattolica non ha forse riscoperto in tempi recenti valori quali tolleranza o la libertà religiosa, i quali, benché scritti nel Dna del cristianesimo e abbondantemente praticati all’epoca delle sue origini, erano finiti negli ultimi secoli nel dimenticatoio, a seguito di complesse vicende storiche?

Il discorso si chiarirà man mano che ci addentreremo nelle varie tappe del nostro viaggio e si rivelerà interessante in quanto che scopriremo la diversità dell’approccio al divino di svariate altre scuole rispetto al cristianesimo. Un caso clamoroso riguarda a tal proposito la natura del buddismo, circa il quale si sente spesso dire che «non è una religione». Tale affermazione è al tempo stesso vera e falsa, a seconda della prospettiva che si sceglie di condividere.

Tutto infatti dipende da ciò che si intende per "religione": se con questo termine, infatti, intendiamo riferirci al rapporto con un Dio "trascendente" – ossia altro rispetto all’universo e agli esseri umani, dei quali viene considerato Creatore –, l’affermazione è da considerarsi vera, in quanto tale approccio, tipico delle tre grandi "religioni del Libro" (ebraismo, cristianesimo e islamismo) è estraneo non solo al buddismo, ma a tutta la cultura dell’Estremo Oriente (fatte salve le eccezioni che vedremo a suo tempo). Se invece per "religione" si intende, genericamente, la ricerca del divino, allora il buddismo si può senz’altro considerare una religione.

Partire dal comune e fecondo terreno dell’esperienza spirituale

In quarto luogo – si tratta veramente di un punto cruciale e decisivo – occorre tener presente che, al di là delle notevoli, innegabili e a tratti addirittura abissali differenze a livello di temi certo non trascurabili – quali la concezione dell’uomo, del suo posto nell’universo e in alcuni casi addirittura del suo destino eterno –, resta comunque un terreno di importanza fondamentale nel quale tutte le religioni si incontrano. Ossia, quello dell’esperienza spirituale a livello più profondo, dell’ineffabile incontro col divino che culmina nella mistica.

Il dialogo presuppone innanzitutto la consapevolezza della propria identità: "dialogare" significa aprirsi a un confronto costruttivo che permette di scoprire punti comuni. Tutto ciò non avrebbe senso, se le posizioni fossero già identiche o anche soltanto molto simili.

Infine, essere disposti a imparare dagli altri, ossia, per dirla in termini brutali, a "farsi furbi". Si tratta di un discorso particolarmente importante e urgente per gli operatori pastorali. Mi spiego: il cristianesimo è per sua stessa natura completo, in grado di rispondere in pieno a tutte le esigenze dell’uomo. Se poi vi sono nel mondo, specialmente in alcuni Paesi europei, sempre più cristiani affascinati da altre religioni – discorso bilanciato, sul piano numerico, dalla sostanziale tenuta del cristianesimo nei Paesi occidentali, la quale in alcuni di questi è addirittura un’avanzata, nonché dai suoi passi da gigante in tanti Paesi in via di sviluppo – ciò significa che siamo noi a mancare di vivacità e consapevolezza.

Infatti, se il buddismo e l’induismo fanno presa su molti per la loro obiettiva profondità spirituale, ciò non può che essere uno stimolo per noi, per conoscere e proporre la nostra spiritualità, la quale non può certo essere considerata da meno. Il discorso si fa particolarmente cruciale in un Paese come il nostro, dove, a causa di complesse vicende storiche, si ha troppo spesso l’impressione che la spiritualità cristiana venga messa in ombra a opera di non pochi operatori pastorali, specialmente in alto loco, a beneficio dell’insistenza su tematiche morali, sociali e politiche. A buon intenditor...

Una provocazione dal Concilio,ancora valida e attualissima

Per concludere, un piccolo promemoria per i cultori dell’ortodossia a oltranza: vale sicuramente la pena di citare qualche passo di quel magnifico documento che è la dichiarazione Nostra aetate, sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane. Il documento, che risale al concilio Vaticano II, è tanto più illuminante se si pensa che, redatto quarant’anni orsono, suona estremamente attuale.

«Nel nostro tempo», si dice nel testo conciliare, «in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane. Nel suo dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini, e anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino» (NA 1).

E ancora, prima di ricordare, ovviamente, la propria missione di «annunciare il Cristo, che è via, verità e vita (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose» (NA 2), il Concilio afferma che «la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste [ossia nelle religioni altre rispetto al cristianesimo] religioni. Infatti essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini». Di conseguenza «essa esorta i suoi figli affinché, con prudenza e carità, per mezzo del dialogo e della collaborazione con i seguaci delle altre religioni, sempre rendendo testimonianza alla fede e alla vita cristiana, riconoscano, conservino e facciano progredire i valori spirituali, morali e socio-culturali che si trovino in essi» (NA 2).

(da Vita Pastorale n. 3, 2007)

Pubblicato in Dialoghi
Pagina 10 di 24

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito

news

per contattarci: 

info@dimensionesperanza.it