Martedì, 17 Ottobre 2017
Mercoledì 05 Ottobre 2011 19:16

Problemi aperti che impediscono la comunione piena (Ordine dei Frati Minori)

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Le divisioni sono nate per vari motivi, alcuni di carattere teologico, ma molti non hanno nulla a che fare con la fede o la teologia.

Questi ultimi, basati su elementi di carattere storico, culturale o su persistenti pregiudizi, sono quelli che più pesano nel mantenimento delle divisioni. Basti pensare ai motivi reali che attualmente ostacolano il dialogo fra la chiesa cattolica e molte chiese ortodosse, specialmente nei paesi dell'Europa orientale, dove il dissenso riguarda la restituzione dei beni ecclesiastici o la rivendicazione di una giurisdizione esclusiva riguardo a un determinato territorio.

1. “Conversione” per i motivi non teologici

Si comprende, perciò, come la via dell'ecumenismo sia quella della conversione, personale e comunitaria: è un concetto ribadito sia dal documento del Concilio Vaticano II sull'ecumenismo (cf. nn. 4, 6 e 7), sia dall'enciclica del Papa Giovanni Paolo II Ut unum sint, che, al n. 15 afferma: "Il Concilio chiama sia alla conversione personale che a quella comunitaria... Ciascuno deve quindi convertirsi più radicalmente al Vangelo e, senza mai perdere di vista il giudizio di Dio, deve mutare il suo sguardo... Il bisogno di penitenza si è anch'esso esteso: la consapevolezza di certe esclusioni che feriscono la carità fraterna, di certi rifiuti a perdonare, di un certo orgoglio, di quel rinchiudersi non evangelico nella condanna degli 'altri', di un disprezzo che deriva da una malsana presunzione».
Molto significativo il gesto di Giovanni Paolo II il quale, con grande apertura, sincerità e umiltà, ha avuto il coraggio di riconoscere e chiedere perdono a Dio per i peccati della chiesa contro l'unità. Dopo un chiaro riconoscimento delle colpe della Chiesa cattolica in rapporto all'unità in due suoi rilevanti documenti (cf. Tertio millennio adveniente, n. 34; Ut unum sint, n. 34), il 12 marzo del 2000, al centro delle celebrazioni giubilari il papa ha apertamente confessato le colpe della chiesa e ne ha chiesto perdono a Dio. Fra le varie colpe riconosciute ci sono quelle commesse nel servizio della verità, talora difesa con metodi non evangelici, non imitando il Signore Gesù, mite e umile di cuore. Vengono riconosciuti, inoltre, i peccati che hanno lacerato l'unità del Corpo di Cristo e ferito la carità fraterna. Naturalmente, il riconoscimento significa impegno a superare e togliere questi motivi di separazione che ancora sussistono. Solo una chiesa purificata e ritornata alla purezza del vangelo può essere ecumenica.

2. "Dialogo" per i motivi teologici

La lontananza e la mancanza di dialogo ha portato a divergenze anche nell'interpretazione della fede e nella teologia. Molto spesso le divergenze di fede e di teologia sono più il risultato che la causa delle divisioni. Il Papa nella Ut unum sint afferma: "Le polemiche e le controversie intolleranti hanno trasformato in affermazioni incompatibili ciò che era di fatto il risultato di due sguardi tesi a scrutare la stessa realtà, ma da due diverse angolazioni. Bisogna oggi trovare la formula che, cogliendo la realtà nella sua interezza, permetta di trascendere letture parziali e di eliminare false interpretazioni" (n. 38).
Per arrivare a un vero chiarimento è necessario un dialogo aperto, fraterno e continuo, restando fedeli alla dottrina della chiesa e procedendo con amore della verità, con carità e con umiltà (cf. Unitatis redintegratio n. 11). Il dialogo è una via obbligata per conoscere in profondità la fede e la dottrina degli altri, ma nel medesimo tempo deve partire dall'esigenza di un ascolto amoroso, cosicché "il dialogo adempie anche e contemporaneamente alla funzione di un esame di coscienza" (Ut Unum sint, n. 34).
Attraverso il dialogo sono già. stati raggiunti molti chiarimenti su problemi che furono all'origine delle divisioni, ma alcuni punti dottrinali sono ancora causa di discussione o proprio di divisione. La differenza con i tempi passati è che ora tali problemi vengono affrontati con spirito diverso, in un clima di dialogo e di reciproca fiducia.
C'è, però, ancora un fattore importante da tenere presente. Coloro con i quali si dialoga hanno un contatto più diretto con la vita concreta della nostra chiesa che con le definizioni dogmatiche o teologiche, ed essi reagiscono soprattutto a ciò che noi esprimiamo concretamente con la nostra vita: le nostre strutture, l'ordinamento delle nostre comunità ecclesiali, la nostra liturgia, la pietà popolare, la predicazione e la catechesi, gli strumenti di comunicazione, stampa spicciola ecc. Ora, il cammino fatto dal Concilio Vaticano II con le sue enunciazioni dottrinali non è ancora entrato in molte branchie della nostra vita, come la liturgia, la predicazione, la devozione popolate, soprattutto mariana, la stampa, l'ordinamento delle nostre parrocchie e comunità. Spesso in questi settori troviamo realtà vive che smentiscono le affermazioni dottrinali della nostra chiesa. Questo è un fattore di grande peso, che rende difficile e spesso incomprensibile il dialogo, poiché i nostri interlocutori non sanno più a che cosa rivolgersi per capire la nostra chiesa: se alla vita concreta o alle parole. È evidente che le parole sono le meno convincenti. Il primo impegno ecumenico, quindi, è di essere fedeli alla fede, alla dottrina e allo spirito della propria chiesa. Per la Chiesa cattolica questa fede è espressa in maniera privilegiata nei documenti del Concilio Vaticano II e negli sviluppi successivi.

L'Enciclica Ut unum sint al n. 29 individua alcuni punti fondamentali che devono essere approfonditi per raggiungere un vero consenso di fede: la relazione tra sacra Scrittura e sacra Tradizione, l'eucaristia, l'Ordinazione al ministero, il magistero della chiesa, la Vergine Maria.

a. La Scrittura, la Tradizione e le tradizioni

Il rapporto fra la sacra Scrittura e la Tradizione è uno dei punti che per secoli hanno occupato la controversia soprattutto fra cattolici e protestanti. Per tutte le chiese la sacra Scrittura è considerata norma per la fede e per il comportamento morale, perché è parola di Dio e ispirata dallo Spirito Santo e può essere capita solo nello Spirito Santo. Nella controversia fra la chiesa cattolica e quella protestante il rapporto fra la sacra Scrittura e la Tradizione è diventato motivo di discussioni e di divisione. Per la chiesa cattolica la parola di Dio è giunta a noi "in libri scritti e tradizioni non scritte" (Concilio di Trento); l'autenticità della Tradizione è garantita dal magistero. Anche gli ortodossi sostengono la validità della Tradizione, ma essi la legano non al magistero, bensì alla dottrina e all'ordinamento ecclesiale dei primi secoli, espressi dai primi sette concili. I riformatori protestanti non rinnegano il valore della chiesa antica, ma, con il crescere della polemica, si giunge a due sottolineature opposte: la Chiesa protestante si riferisce esclusivamente alla sacra Scrittura e vede nella tradizione posteriore un'opera umana, mentre la Chiesa cattolica dà un grande peso alla Tradizione.

Già prima del Concilio Vaticano II le posizioni sono diventate meno rigide. Un più approfondito studio della sacra Scrittura ha mostrato che già la Scrittura nasce dalla predicazione e dalla tradizione orale e quindi essa si trova al centro di un processo: la Scrittura nasce dalla tradizione e a sua volta, tramite la sua proclamazione, genera tradizione. Sempre prima del Concilio Vaticano II, il Consiglio ecumenico delle chiese ha affrontato il problema. La sua Commissione teologica (Fede e costituzione), riunita a Montreal nel 1963, ha affrontato il problema nel tentativo di sbloccare la contrapposizione fra Scrittura e Tradizione, proponendo la distinzione fra la Tradizione (con la T maiuscola) e le tradizioni (con la t minuscola): "Il nostro punto di partenza è il fatto che viviamo tutti in una Tradizione che si rifà al nostro Signore e affonda le sue radici nell'Antico Testamento, e siamo tutti in debito con quella Tradizione nella misura in cui abbiamo ricevuto, attraverso la sua trasmissione da una generazione all'altra, la verità rivelata, il Vangelo. Ver questo possiamo dire che esistiamo, come cristiani, per mezzo della Tradizione del Vangelo testimoniata nelle Scritture, trasmessa dentro e per mezzo della chiesa mediante la potenza dello Spirito Santo, ha Tradizione presa in questo senso si realizza nella predicazione della Parola, nell'amministrazione dei sacramenti, nel culto, nell'insegnamento, nella teologia, nella missione e nella testimonianza a Cristo attraverso la vita dei membri di chiesa". Le altre tradizioni, quelle con la t minuscola, sono quelle legate a storie, culture e situazioni particolari.


Il Concilio Vaticano II, senza pronunciarsi sul tipo di rapporto che intercorre fra la Scrittura e la Tradizione, afferma il loro stretto rapporto: "La sacra Tradizione e la sacra Scrittura sono dunque strettamente tra loro congiunte e comunicanti. Poiché ambedue scaturiscono dalla stessa sorgente, esse formano in certo qual modo una dosa sola e tendono allo stesso fine" (Dei Verbum, n. 9).
Molti punti restano ancora da chiarire e permangono delle differenze fra le chiese nella valorizzazione della sacra Scrittura. Tuttavia, queste differenze non sono tali da giustificare una divisione fra le chiese. Una grande difficoltà nel dialogo su questo settore è il fatto che non sempre le affermazioni sul ruolo unico della Parola di Dio trovano una coerente applicazione nella vita delle chiese. Al contrario, un ruolo come quello che la Parola di Dio ha esercitato nella vita di S. Francesco potrebbe costituire una testimonianza convincente.

b. La dottrina sui sacramenti

Quello dei sacramenti è un settore che abbraccia molti problemi di vita cristiana pratica di tutti i cristiani, ed è, quindi, il campo nel quale il fatto doloroso della divisione è maggiormente sperimentato e sentito. In genere i cristiani non sono in grado di capire le ragioni della divisione nell'ambito dei sacramenti e la domanda che si pongono è, generalmente, se è permesso o no partecipare a una celebrazione o condividere la mensa eucaristica, quasi che tutto dipendesse da una arbitraria presa di posizione dei responsabili delle chiese. Ma motivazioni reali e oggettive pongono delle difficoltà a una comunione indiscriminata nel campo dei sacramenti. In linea generale si può affermare che la condivisione dei sacramenti deve accompagnarsi a una condivisione della fede e della vita ecclesiale.
Prima di tutto è da sottolineare che il numero dei sacramenti non può legittimare le divisioni fra le chiese, poiché spesso alla parola "sacramento" si danno contenuti diversi. Ciò che conta sono le caratteristiche che si attribuiscono ai vari segni

IL BATTESIMO

Il battesimo è il vincolo più forte che già costituisce in unità tutti i cristiani ed "è ordinato all'integra professione della fede, all'integrale incorporazione nell'istituzione della salvezza, come lo stesso Cristo ha voluto e, infine, alla integra inserzione nella comunione eucaristica" (cfr Unitatis Redintegratio, n. 22). In campo ecumenico le discussioni, più che sul battesimo in sé vertono sulla natura dei sacramenti in genere, soprattutto sul rapporto fra l'efficacia del sacramento in sé (= ex opere operato) e la fede. Ci sono accentuazioni differenti: comprendendo il battesimo come la ratifica di una fede che già deve esistere, i battisti e alcuni ambienti riformati richiedono o tendono a presupporre una coscienza matura e quindi un'età adulta per l'amministrazione del battesimo; sottolineando che il battesimo è un puro dono di Dio, i cattolici, ortodossi e luterani non hanno difficoltà ad amministrare il battesimo ai bambini, purché siano inseriti in una comunità cristiana che assicuri la crescita nella fede. Le due accentuazioni non dovrebbero porsi in alternativa, poiché secondo il Nuovo Testamento la fede precede ma anche deriva dal battesimo, in un processo di maturazione continua
I cristiani dovrebbero prendere in maggiore considerazione il battesimo, che già unisce le chiese inserendole tutte nel corpo di Cristo. Infatti, il battesimo, attraverso una chiesa particolare, inserisce nell'unica chiesa di Cristo.

EUCARISTIA O CENA DEL SIGNORE

Più sentiti in campo ecumenico sono i problemi concernenti l'eucaristia.
Un primo ordine di problemi riguarda la fede eucaristica, soprattutto sulla presenza reale e sulla messa come sacrificio. La fede sulla presenza reale unisce ortodossi, cattolici e luterani, anche se divergenze ci sono nell'interpretare le modalità della presenza. Infatti, i cattolici e i luterani sono riusciti a trovare una formulazione eucaristica comune: "I cristiani cattolici e luterani riconoscono insieme la vera e reale presenza del Signore nell'eucaristia" (Documento comune L'eucaristia, n. 16). Storicamente i riformati parlano di una presenza spirituale, simbolica. Soltanto nel 1973 (Concordia di Leuenberg) i riformati hanno potuto dichiarare, insieme ai luterani la presenza personale di Cristo negli elementi eucaristici. Attualmente, anche i riformati convergono su un concetto di "simbolo reale" e si ritrovano in un documento comune siglato a Lima che afferma: "il banchetto eucaristico è il sacramento del corpo e del sangue di Cristo, il sacramento della sua vera presenza... La chiesa confessa la presenza reale, vivente e attiva di Cristo nell'eucaristia" (BEM = Battesimo Eucaristia Ministero, Eucaristia n. 13).

Altro aspetto controverso riguardo all'eucaristia è legato alla messa intesa come sacrificio.
Questa dottrina tradizionale della Chiesa cattolica suscita nelle chiese della tradizione protestante perplessità e difficoltà: se ogni messa è sacrificio, o la ripetizione del sacrificio di Cristo, si teme che venga offuscata la fede nell'unico sacrificio di Cristo e di considerare la messa un'opera umana efficace a operare la soddisfazione attraverso le azioni celebratrici. Anche queste controversie sembrano avviate a soluzione attraverso l'approfondimento del concetto di "memoriale" sottolineato e condiviso nel documento di Lima (BEM); "L'Eucaristia è il memoriale di Cristo crocifisso e risorto, cioè il segno vivo ed efficace del suo sacrificio, compiuto una volta per tutte sulla croce e ancora operante in favore di tutta l'umanità. L'idea biblica del memoriale applicata all'eucaristia rinvia a questa efficacia attuale dell'opera di Dio quando essa viene celebrata dal suo popolo in una liturgia" (BEM, Eucaristia, n. 5).
Le difficoltà concernenti l'eucaristia in campo ecumenico si riscontrano soprattutto sul terreno della vita concreta. Riguardo alla fede nella presenza reale, le chiese protestanti concentrano la loro attenzione sulla celebrazione della cena; è nell'evento che Cristo è realmente presente. La chiesa cattolica, anche in seguito alla controversia con i protestanti, ha rivolto la sua attenzione più alle specie eucaristiche conservate che alla celebrazione dell'evento nel quale Cristo diviene realmente presente. La recente riforma liturgica invita a riportare l'attenzione sulla centralità della celebrazione della messa, e a riportare ad esse, come preparazione o come prolungamento, le varie pratiche di pietà eucaristica. Questa attenzione, esprime certamente una sensibilità ecumenica, ma prima di tutto recupera il senso originario della fede eucaristica.
Una più seria comprensione del rapporto della messa con l'unico sacrificio di Cristo dovrebbe invitare a prendere in più seria considerazione la celebrazione dell'eucaristia, per non ridurla a una pia pratica devozionale, fonte di meriti; anche sul significato delle tradizionali "intenzioni" delle messe è opportuna una seria riflessione, per evitare molti fraintendimenti da parte nostra e soprattutto dei fedeli.


OSPITALITÀ EUCARISTICA

Uno dei problemi più seri e laceranti concernenti l'eucaristia è quello dell'intercomunione o, meglio, ospitalità eucaristica. Si sa che scopo del movimento ecumenico e del Consiglio ecumenico delle chiese è quello di arrivare all'unica fede e all'unica comunione eucaristica, e i responsabili delle chiese esprimono costantemente la loro amarezza di fronte a una situazione di divisione che non permette ancora la comunione eucaristica. Il problema è reso complicato da molti fattori che distinguono situazioni diverse nei rapporti fra le chiese. Alle volte la difficoltà deriva da differenze dottrinali riguardo all'eucaristia; inoltre, si sottolinea che non è possibile una comunione eucaristica se non c’è una piena comunione ecclesiale; in molti casi l'impedimento più grave è quello del mancato riconoscimento della validità del ministero di colui che celebra l'eucaristia: senza questo chiarimento nessun accordo è prevedibile.
Presupposto il riconoscimento della validità di una celebrazione eucaristica, le chiese si pongono una domanda: l'eucaristia è una via e uno strumento che porta all'unità o è il segno di un'unità già esistente? Le chiese che considerano l'eucaristia prevalentemente come strumento di unità (per lo più di tradizione protestante) sono favorevoli all'ospitalità eucaristica, mentre quelle che danno maggior peso all'eucaristia come segno di un'unità già esistente sono contrarie (ortodossi e cattolici). Il timore è che con l'ospitalità eucaristica si simuli un'unità che di fatto non esiste.
Tale problema diventa particolarmente acuto e lacerante nel caso di matrimoni misti, fra due persone appartenenti a chiese diverse. Il matrimonio, cristianamente inteso, costituisce già una piccola chiesa familiare che sembra assurdo dividere nella partecipazione alla cena del Signore. Le chiese sono seriamente impegnate a dare una risposta al grande problema dell'ospitalità eucaristica, partendo dalla situazione dei matrimoni misti.

c. Il ministero pastorale nella chiesa

Le differenze più marcate fra le chiese riguardano la natura e l'ordinamento dei ministeri che costituiscono nella maniera più marcata l'identità delle singole chiese. Ed è proprio riguardo al ministero che fra le chiese sussistono ancora veri motivi di divisione. Nella controversia spesso il ministero ordinato viene contrapposto al sacerdozio universale dei fedeli. Ma fin dalla chiesa antica il ministero non contraddice l'uguaglianza di tutti i cristiani nel sacerdozio comune. Esso fa parte della diversità e specificità dei doni con i quali lo Spirito Santo è presente nella chiesa. Il ministero "ordinato" vuole indicare non una dignità superiore, ma una funzione diversa. L'imposizione delle mani e l'invocazione dello Spirito Santo indicano che il ministro ordinato non è un semplice delegato della base, ma viene investito di una missione in nome di Cristo che continua ad essere presente nella comunità.
Le chiese si stanno avviando a riconoscere le proprietà del ministro ordinato: "La responsabilità principale del ministero ordinato è di radunare ed edificare il corpo di Cristo mediante la proclamazione e l'insegnamento della parola di Dio, la celebrazione dei sacramenti e la guida della vita della comunità nella sua liturgia, nella sua missione e nella sua diaconia" (BEM, Ministero, n. 13). Un accordo sul riconoscimento del ministero ordinato può essere un primo passo per la soluzione del problema dell'ospitalità eucaristica.

Un problema ecumenico è costituito dalla tradizionale divisione tripartita del ministero ordinato. Il documento di Lima afferma: "il ministero tripartito di vescovo, presbitero e diacono può servire oggi come un'espressione dell'unità che cerchiamo e anche come un mezzo per raggiungerla... il modello tripartito del ministero ha evidente bisogno di riforma... Le chiese che mantengono il modello tripartito dovranno domandarsi in che modo potrebbero esserne pienamente sviluppate le potenzialità, per una più efficace testimonianza della chiesa m questo mondo. A tale impegno dovrebbero partecipare anche le chiese che non hanno il modello tripartito del ministero. Queste, inoltre, dovrebbero domandarsi se il modello tripartito, così come si è sviluppato, non esiga con forza di essere accettato da loro" (BEM, Ministero, nn. 22.24.25).

Al ministero è legato anche il problema del riconoscimento della apostolicità di una chiesa. Ogni chiesa deve essere legata alla chiesa degli apostoli. Ma come si realizza questa successione o questo legame? Attraverso una trasmissione della retta dottrina e una retta prassi sacramentale, fedele alla chiesa apostolica. Questa fedele trasmissione è assicurata, per ortodossi e cattolici, da una catena ininterrotta di ministri ordinati che parte dagli apostoli e, attraverso una successione di vescovi, arriva fino ai nostri giorni. Per le chiese di tradizione protestante, invece, il legame con la chiesa apostolica è dato dalla preservazione della stessa fede. Su questo terreno il dialogo deve compiere notevoli passi in avanti.

Il documento di Lima pone le basi per il dialogo e l'impegno delle chiese: "La prima manifestazione della successione apostolica si trova nella tradizione apostolica della chiesa nel suo insieme. La successione è un'espressione della permanenza e perciò della continuità della missione propria di Cristo, cui la chiesa partecipa. Nella chiesa il ministero ordinato ha un compito particolare di preservazione e attualizzazione della fede apostolica. La regolare trasmissione del ministero ordinato è pertanto un'espressione vigorosa della continuità della chiesa attraverso la storia; sottolinea inoltre la vocazione del ministro ordinato come custode della fede. Là dove le chiese danno poca importanza alla trasmissione regolare [del ministero ordinato], dovrebbero chiedersi se la loro concezione della continuità nella tradizione apostolica non debba essere modificata. D'altra pane, là dove il ministero ordinato non serve adeguatamente alla proclamazione della fede apostolica, le chiese devono domandarsi se le loro strutture ministeriali non abbiano bisogno di una riforma" (BEM, Ministero, n. 35).

All'interno del tema del ministero, l'argomento che emerge con maggiore evidenza in campo ecumenico è quello del papato, inteso dalla chiesa cattolica come ministero di unità delle chiese locali e particolari. Vicende storiche e un certo modo di esercitarlo hanno portato al non riconoscimento di questo ministero prima da parte delle chiese d'Oriente, poi da parte delle chiese nate dalla Riforma. Fino ai nostri tempi l'argomento sembrava un campo chiuso alla discussione. Il papa Giovanni Paolo II, nell'enciclica Ut unum sint, dopo un'esposizione della visione cattolica del ministero del papato, riapre il problema al dialogo e, con coraggio e umiltà, rivolge una domanda:
«La comunione reale, sebbene imperfetta, che esiste tra tutti noi, non potrebbe indurre i responsabili ecclesiali e i loro teologi ad instaurare con me e su questo argomento un dialogo fraterno, paziente, nel quale potremmo ascoltarci al di là di sterili polemiche, avendo a mente soltanto la volontà di Cristo per la sua chiesa, lasciandoci trafiggere dal suo grido "siano anch'essi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato" (Gv 17,21)?» (Ut unum sint, n. 96).

I teologi hanno incominciato a muoversi con dialoghi privati, e la discussione è ripresa. Nel frattempo, però è necessario preparare e rendere credibile il dialogo, rinnovando la chiesa e le singole comunità secondo le direttive e lo spirito del Concilio Vaticano II, che chiede maggiore e vera collegialità a tutti i livelli della vita ecclesiale, una struttura sinodale e meno centralizzata di tutti gli organismi nei quali si articola la vita della chiesa, una vera partecipazione del popolo di Dio alle esperienze e alle decisioni in seno alle comunità e alla grande comunione di tutte le chiese particolari. Solo questa prassi renderà credibile la proposta del papa che esprime una vera volontà di rinnovamento per l'unità.


Anche in questo campo, una maggiore fedeltà allo spirito del Concilio Vaticano II renderebbe il cammino ecumenicamente più facile.

d. La figura e il ruolo di Maria

Fra i tradizionali punti di divergenza, in modo particolare fra cattolici e protestanti, la figura e il ruolo di Maria nell'opera della salvezza è uno dei più noti, ma forse meno approfonditi. La preoccupazione dei protestanti, che deve essere di tutti i cristiani, è quella di salvaguardare il ruolo di Cristo unico mediatore. Le questioni teologicamente controverse sono particolarmente quattro: la cooperazione di Maria alla salvezza, la verginità perpetua di Maria, i dogmi cattolici dell'immacolata concezione e dell'assunzione di Maria, l'invocazione di Maria e dei santi. Qualche decennio di dialogo sereno, soprattutto alla luce della parola di Dio, ha permesso di portare molti chiarimenti, anche se molti problemi restano ancora aperti.

Soprattutto in questo campo si impone un chiarimento preliminare: con il Vaticano II, e interventi successivi del magistero, la chiesa cattolica ha chiarito molti punti della dottrina su Maria, riportandola alla luce dei vangeli e della parola di Dio. Soprattutto ha offerto chiari orientamenti per quanto riguarda il culto e la pietà popolare. È soprattutto in questo campo che sussiste ancora un grande distacco fra la dottrina della chiesa e certe forme o formule di pietà. Proprio per questo il dialogo in questo settore diventa più difficile, poiché, prima che con le definizioni e con le parole ci si confronta con la vita concreta. Si impone, quindi, una fedeltà alla fede della propria chiesa, rivedendo forme e formule di pietà. Allora il dialogo diventerà più facile.


e. Una diversa concezione di chiesa

Tutti i problemi sopra enumerati, che rimangono ancora da risolvere, manifestano fondamentalmente una diversa concezione di chiesa all'interno delle varie confessioni cristiane. «Le differenze tra le chiese si esprimono in diversi modi: la loro percezione del carattere della chiesa sia come corpo e sposa di Cristo, sia come realtà storica; il ruolo che attribuiscono all'elemento istituzionale che è necessario per qualsiasi forma di vita ecclesiale; il posto che assegnano alla chiesa all'interno dell'attività salvifica di Dio; il senso in cui la chiesa stessa si può definire come dotata di carattere sacramentale; il peso che conferiscono all'ecclesiologia nei loro sistemi dottrinali" (Commissione "Fede e Costituzione", Fede e rinnovamento, Stavanger 1985). Queste differenze ecclesiologiche spiegano molte di quelle differenze dottrinali che ancora non sono state chiarite.

Conclusione

Altre problematiche rimangono ancora da chiarire; è ancora da aprire il discorso su molti problemi etici, che diventano sempre più scottanti ed urgenti, senza trovare una risposta concorde delle chiese. Molto lavoro compete ai teologi e agli addetti ai lavori. Ma è da ricordare che molte divisioni sono nate e persistono per motivi pratici e non teologici. Attualmente i cristiani di altre confessioni si confrontano soprattutto con la vita concreta della nostra chiesa e delle nostre comunità e proprio li trovano difficoltà al dialogo e impossibilità di unità. Allora l'impegno ecumenico non coinvolge solo i teologi e gli specialisti, ma anche tutti noi e le nostre fraternità. La vocazione ecumenica invita a concentrare la propria esperienza cristiana sui nuclei fondamentali del vangelo e della propria fede, seguendo con docilità e fedeltà le indicazioni e lo spirito del Concilio Vaticano II.
(...).


(da Ordine dei Frati Minori - Commissione per il Dialogo Ecumenico, La vocazione ecumenica del francescano. Sussidio per la formazione, I.S.E. Venezia - Roma 2001, pp. 58-75).

 

Ultima modifica Lunedì 08 Aprile 2013 09:23
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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