Domenica, 20 Agosto 2017
Mercoledì 22 Agosto 2012 20:17

Esperienza tra buddisti e benedettini (Andrea Pacini)

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Il dialogo della spiritualità è una delle quattro tipologie su cui è chiamato a svilupparsi il dialogo interreligioso secondo l'insegnamento ufficiale della Chiesa, accanto al dialogo della vita, della teologia e della collaborazione.

Delle quattro possibili vie, il dialogo della spiritualità è senz'altro il più impegnativo, perché richiede una grande apertura reciproca nell'accoglienza dell'altro e la disponibilità a condividere le proprie esperienze spirituali, trovando un itinerario che ne renda possibile la mutua comprensione.

Una ricerca in tal senso è attuata da alcuni anni dall' Abbazia benedettina di Saint-Pierre di Solesmes (foto), nota soprattutto per l'impegno liturgico e culturale, in particolare per quel che riguarda lo studio e la pratica del gregoriano, nonché stimata per la solidità della dottrina teologica che ne configura l'identità. La comunità di Solesmes, con il suo stile silenzioso che privilegia l'esperienza, da molti anni è sensibile alle relazioni ecumeniche e al dialogo interreligioso, nella forma specifica di dialogo della vita e della spiritualità.

Dal 2002 infatti si sono sviluppati rapporti tra l'abbazia e una comunità monastica buddista della Dordogna, che ha condotto nello scorso mese di settembre a un nuovo evento di dialogo: un gruppo di ventuno monaci e monache buddisti della comunità del Village des Pruniers, desiderosi di conoscere la vita monastica benedettina, sono stati accolti a Solesmes per una settimana, condividendo la vita della comunità. È stato un evento di dialogo interreligioso "della vita e della spiritualità", imperniato sull'esperienza viva d'incontro tra due realtà monastiche diverse, ma unite dalla ricerca di una vita spirituale profonda, considerata come la realtà più importante che interpella l'uomo.

La comunità buddista del Village des Pruniers è stata fondata nel 1982 dal notissimo maestro zen Thich Nhat Hanh, di origine vietnamita, rifugiato politico in Occidente dal 1966. Il maestro ha sviluppato una nuova forma di buddismo, dando vita a opere sociali finalizzate ad aiutare i più poveri e fondando scuole e persino un'università in Vietnam: una forma di buddismo sociale, "impegnato", la cui sensibilità esprime l'influenza che hanno avuto su Thich Nhat Hanh i numerosi contatti con l'Occidente e con i cristiani. Il maestro ha tuttavia fondato anche quattro monasteri in Francia e altri negli Stati Uniti (California e Vermont), e alcuni in Vietnam: questi ultimi sono stati oggetto nel 2009 di una violenta persecuzione, che ha obbligato i monaci a disperdersi nei Paesi confinanti. La loro pratica fondamentale consiste nel prendere continuamente coscienza dell'"atto di esistere", per essere colti dalla meraviglia e rendere grazie, senza che questo per altro conduca - nella spiritualità buddista - a un rapporto esplicito e tematizzato con Dio. Nello stesso tempo coltivano la meditazione e la compassione.

Il gruppo che ha condiviso l'esperienza dell'ospitalità a Solesmes era costituito da monaci giovani nella vita monastica, originari del Vietnam, Stati Uniti, Irlanda, Italia, Germania e Francia.

Per sviluppare l'incontro nel modo più efficace, i monaci di Solesmes hanno scelto la via dell'esperienza condivisa, accogliendo i monaci buddisti nei loro ampi uffici liturgici, e coinvolgendosi in incontri con loro in cui hanno presentato la vita monastica benedettina, caratterizzata dalla ricerca di Dio in un contesto familiare. Si è parlato dell'accoglienza dei giovani candidati alla vita monastica, dei criteri del discernimento della vocazione, della preghiera liturgica, del ruolo del canto e dell'organo, dell'accoglienza dei poveri e dell'importanza della formazione teologica per i monaci.

Quest'ultimo punto è parso il più difficile ad essere compreso, dal momento che i monaci buddisti hanno sottolineato piuttosto il principio di dare sempre priorità alla "pratica" rispetto alla dottrina; i monaci solesmensi hanno sottolineato l'importanza della formazione teologica e del coinvolgimento anche intellettuale nella ricerca della verità e nella sua accoglienza, come aspetti fondamentali per alimentare una vita di ricerca di Dio e di testimonianza della sua presenza tra gli uomini. Questa differenza è apparsa come una delle più rilevanti tra i due generi di vita monastica.

Un aspetto nella valutazione comune rende invece assai simili le due esperienze monastiche: l'accento posto sulla vita fraterna in comunità; in questa prospettiva la questione della risoluzione delle possibili tensioni e conflitti è stato oggetto di uno scambio interessante. Il gruppo buddista è stato anche ricevuto dal vicino monastero benedettino femminile di Santa Cecilia: le grate della clausura papale hanno impressionato nel primo momento i monaci buddisti, ma le spiegazioni offerte dalle monache hanno loro permesso di comprendere il significato profondo e intensamente comunionale della separazione dal mondo vissuta dalle monache, suscitando una viva ammirazione.

Richiesti di esprimere da quali aspetti dell'esperienza vissuta erano stati maggiormente colpiti, i monaci buddisti ne hanno identificati alcuni: il fatto stesso d'incontrare dei monaci e delle monache cristiani che li hanno accolti con fraternità e che vivono una ricerca spirituale autentica; la continuità regolare della preghiera liturgica e la sua bellezza espressa nel canto gregoriano; la stabilità nel monastero vista come una grande novità, essendo essi abituati a viaggi frequenti tra le diverse comunità.

Da parte loro i monaci di Solesmes sono stati colpiti dal rispetto e dal coinvolgimento dei monaci nella loro preghiera liturgica e dal desiderio di conoscere l'esperienza monastica cristiana. Se la finalità immediata del dialogo interreligioso è di progredire nella conoscenza reciproca, questo scopo è stato certamente raggiunto nella settimana di vita insieme, accendendo nello stesso tempo negli uni e negli altri il desiderio di procedere oltre nello scambio e nel dialogo spirituale.

L'esperienza di Solesmes è certamente di grande interesse per il metodo e le modalità concrete con cui è stata attuata: offrire la possibilità concreta di un'esperienza, come punto di partenza per la riflessione, il confronto, l'approfondimento nella conoscenza reciproca. Presentare il volto contemplativo del cristianesimo è d'importanza fondamentale nel dialogo interreligioso, in particolare nei confronti dei membri delle tradizioni religiose asiatiche - ma non solo -, perché troppo spesso il cristianesimo viene colto solo nella sua valenza sociale e quindi valutato in modo riduttivo.

In questo senso il compito specifico dei monaci nel contesto del dialogo interreligioso può essere proprio quello, in primo luogo, di offrire alla condivisione spazi di esperienza in cui la ricerca di Dio struttura l'esistenza; in secondo luogo, a partire dalla condivisione che scaturisce dalla compartecipazione dell'esperienza spirituale, il loro compito può essere quello di dare un contributo prezioso al discernimento teologico più puntuale sui "raggi di verità" presenti nelle tradizioni religiose, che le pongono in tensione verso il Cristo.

L'identificazione e il discernimento di tali raggi di verità, o elementi di verità e di grazia, secondo la varia terminologia utilizzata dal concilio Vaticano II, richiede infatti certamente una conoscenza dottrinale e teorica delle altre religioni, ma non può prescindere dal dialogo dell'esperienza spirituale, in cui solo si possono sperimentare e discernere i frutti di santità e di grazia all'interno di esistenze concrete.

Andrea Pacini

(da Vita pastorale, anno 2011, n. 12, p. 22)

 

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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