Sabato, 21 Ottobre 2017
Venerdì 03 Giugno 2011 10:19

L’islam tra conflitto e dialogo (Gabriel Mandel Khan)

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Una premessa: si parla di interazione, di accoglienza, di convivenza pacifica tra le varie culture che compongono - volenti o nolenti - il tessuto italiano.

 

Oggi l’immigrato è soprattutto il musulmano, ed in certi ambienti politico-sociali egli viene rifiutato oggi, come - cinquant’anni or sono - venivano rifiutati nel Nord dell’Italia altri immigrati, che purtuttavia erano italiani e cattolici: i cosiddetti «terroni».

 

Ebbene, guardate qui: [foglio di carta piegato in appoggio, poi strapazzato] se prendo un foglio e lo piego senza premervi sopra, appena tolgo la mano il foglio torna allo stato di prima. È la memoria strutturale insita nella materia. Se violento la sua struttura accartocciando il foglio e poi lo dispiego, non ritorna al suo stato ottimale di foglio steso, da collocare assieme agli altri eguali della pila; ne è distinto. Azione-reazione. Così è per gli esseri umani: se si conculca l’immigrato, se lo si discrimina e lo si ghettizza, se non gli si permette di esprimere la sua cultura e la sua religione, che sono suo patrimonio insindacabile ma anche patrimonio intellettuale dell’umanità intera, otteniamo una reazione e non una convivenza pacifica, non una integrazione sociale che è di una certa utilità essendo un arricchimento culturale reciproco. Alla discriminazione ghettizzante cooperano però le aberranti istituzioni politiche basate più o meno apertamente sul razzismo, in definitiva finalizzate al proprio interesse egoistico e non all’interesse della Nazione e del cittadino.

Pare che oggi, nel mondo, sia esclusivamente «l’interesse» a determinare i valori, le identità... e anche le notizie. Le molte voci che predicano il bene, che indicano la Giustizia, che esaltano la Fede par quasi che cadano in un deserto di indifferenza e di noia.

La gente comune soffre, le prevaricazioni e le guerre di potere fanno strage; e tuttavia gli «uomini di buona volontà» esistono. Occorre dunque continuare - con coraggio e insistenza - a predicare il bene, con tutte le nostre forze, con tutti i nostri mezzi, opponendoci per quanto è legittimamente possibile a brogli, strumentalizzazioni, malvagità e intrighi. Un lavoro costante, fidando nella Luce di Dio ma anche nella breve fiammella delle nostre candele, della nostra fede, del nostro cuore, tutti fraternamente uniti in una realtà Etica nel segno della Pace e della Fratellanza universale.

Malvagio è l’assassinio, certo, ma altrettanto malvagio è l’inquinamento delle coscienze causato dalla vessazione mediatica e dalla veemenza delle dipendenze.

Il ruolo della pubblicità

Guardiamoci intorno: siamo invasi, e troppo spesso occultamente persuasi, dalla pubblicità. La pubblicità si impone, invade le strade e gli schermi con il suo eccesso di informazioni a volte stupidamente enfatizzate o addirittura disoneste. Oggi tutto è diventato propaganda. Non conta quanto abbia in sé di menzogna: conta come la si ammannisce e la si riveste, sia a livello industriale, sia a livello politico. Tutto è diventato propaganda, non più sostanza ; è difficile da valutare, e tende in modo subdolo a deteriorare la cultura e le intelligenze. Occorre consapevolezza, mentre è facile e perfino bello lasciarsi persuadere dall’insinuazione diabolica che non ci chiede sforzo alcuno di discernimento. Dice il Corano: «Satana il ribelle. Dio lo ha maledetto, e quello disse: “Certo: tra le Tue creature ne coglierò una certa parte. Certo, li svierò, darò loro desideri vani...”. Ma chiunque prende Satana invece di Dio sarà, certo, votato a una perdita manifesta. Egli fa loro promesse e dà loro speranze false. Satana fa solo promesse ingannevoli. Ecco quelli ai quali è meta la Gehenna» (sura 4ª, versetti 118-121). Il Satana qui descritto non assomiglia forse a certo tipo di propaganda su larga scala?

Conseguenza diretta della «Civiltà dei consumi», questo stato attuale delle cose fa leva sull’ignoranza presuntuosa di singoli individui e pertanto l'incentiva, alienandoli sempre più. Così la propaganda spacciata a piene mani da certi mass-media ha il compito - nel migliore dei casi - di quietare le coscienze dei molti davanti alle criminose ingiustizie commesse dai pochi per la loro rapacità e per il loro esclusivo tornaconto.

L’incapacità di vivere nel contesto sociale comune e di vivere i comuni rapporti sociali è una caratteristica del deviato psichico, in particolare dello psicopatico. Per rivalsa spesso egli predica odio e divisione; per cui odio e divisione non sono seminati soltanto da chi aspira a diventare il padrone del mondo, di tutto il mondo, ma anche da chi è folle. Una combinazione delle due identità è una miscela micidiale e diabolica.

Soprattutto la propaganda politica: nella maggior parte dei casi non si basa su programmi in seguito effettivamente seguiti, ma su false promesse, maldicenze, perfida ostilità, sia in patria contro gli oppositori, sia in guerra contro altre nazioni, altri popoli, per propri particolari interessi. Sarebbe certo meglio riconoscere e semmai esaltare il buono di ogni popolo o di ogni religione e ciò che ci unisce, ed operare col dialogo, un dialogo intelligente e obbiettivo anziché andare a cercare con accanimento ed enfasi ciò che ci divide o ciò che vi è di male in un solo luogo - il male non è unilaterale, il male c'è in ogni collettività - qualsiasi essa sia.

Dice il Corano: «Vi abbiamo divisi in comunità differenti. Aiutatevi gli uni gli altri nelle opere buone e nella devozione; non aiutatevi gli uni gli altri nel peccato e nella trasgressione» (sura 5ª versetto 2) . E inoltre: «Se Dio avesse voluto, certo avrebbe fatto di voi una sola comunità. Ma vuole provarvi con ciò che vi ha dato. Gareggiate dunque nelle buone opere. Tutti ritornerete a Dio, che allora vi informerà su ciò su cui divergete» (sura 5ª versetto 48). Sono quindi legittime le concorrenza commerciale e la concorrenza politica onestamente condotte; ma non la concorrenza sleale! L’uso del coltello per tagliare il pane è legittimo; per tagliare le pance al prossimo no. Oggi certa concorrenza ha invaso - poco o tanto - tutti i campi: quello politico, quello culturale, quello industriale... perfino quello della Giustizia e dell’Insegnamento, con il relativo inquinamento delle coscienze, il degrado dei valori morali, l’invasione dilagante della corruzione, dell’ignoranza e della violenza civile, e la caduta a picco dell’etica.

Divisione, odio e ignoranza: ci si può difendere solo coltivando fratellanza, amore e cultura. Lo studio, la cultura, la conoscenza, aiutano a salvare da questo degrado umano, ma anzitutto è necessario il dialogo. Ebbene, parliamo allora di dialogo, questa parola magica in grado si annullare ogni conflitto.

Mi guardo allo specchio e mi vedo; ma è solamente la mia immagine, non sono io. Allora è altri che me? E se pongo due specchi uno di fronte all’altro? Che immagine vi potrà mai essere? Ditemi: io sono alto o basso? Sono basso rispetto a un gigante, sono alto rispetto a un pigmeo. Nel mondo fenomenico nulla vi è di assoluto, tranne Dio. Tutto il resto è in relazione ed in rapporto con l’altro. Ecco: io sono me stesso, ma mi identifico visualmente quando mi specchio, e soprattutto non sono nulla se non mi rispecchio negli altri. Se penso a me stesso senza verifiche sconfino rapidamente nella paranoia, e rischio addirittura di cadere in un comportamento autistico; ma se mi confronto, se dialogo, se faccio amicizie, chiarifico meglio i miei limiti e progredisco nelle mie conoscenze. L’altro è anche la mamma che mi ha insegnato a camminare, il papà che mi ha insegnato a parlare, la maestra che mi ha insegnato a scrivere... E poi... mi vesto perché c’è un sarto, ho le scarpe perché c’è un calzolaio. Avessi dovuto fare tutto da me... Altri allora hanno una necessaria importanza per me, così come d’altronde io ho una necessaria importanza per altri.

Se guardo un’altra persona sono ben consapevole che ha un volto differente dal mio. Così, se accetto senza nemmeno pensarci che l’altro abbia un volto differente dal mio, perché non debbo accettare che abbia idee differenti, religione diversa?

Mille anni or sono ciò fu messo a punto dagli psichiatri sufi, che stimavano ogni essere umano composto da quattro essenze in assoluto sinergismo. Una spirituale (l’anima), due materiali (la psiche e il corpo), una globale (l’ambiente). L’ambiente è quindi una componente imprescindibile e condizionante del nostro essere, e per uno sviluppo equilibrato e coerente questo ambiente che ci circonda pretende costantemente il dialogo.

L’importanza del dialogo nel Corano

Comunque sia il concetto del dialogo è ben chiaro nel dettato del Corano, che lo rende evidente e che soprattutto invita al costante rispetto dell'altro.

Dice il Corano: «Se il Signore avesse voluto, avrebbe fatto delle genti una sola comunità. Le varie comunità sussistono invece perché si confrontino e nessuna prevarichi» (sura 11, v. 118).«Se Dio avesse voluto, certo, avrebbe dato a voi una comunità (religione) unica» (sura 16ª, v. 93). La varietà di comunità serve dunque, secondo il Corano, perché esse si confrontino reciprocamente e nessuna prevarichi su altre.

Junaid - Maestro sufi del IX° secolo - disse: «Il colore dell’acqua è il colore del suo recipiente, intendendo che tutte le religioni e tutte le culture sono eguali; differiscono per ambiente, nome e ritualistica, ma non possono differire nella sostanza. La divinità, assoluta, non può essere contenuta in una cosa perché è l’origine - e l’essenza - di tutte le cose, e quindi anche di tutte le religioni. Più ci si avvicina a Dio, e più si capisce che tutte le religioni sono tentativi per avvicinarLo».

Per il Corano infatti non è tanto una specifica pratica religiosa esteriore che conta, quanto il credere in Dio ed avere un comportamento retto e generoso.

Dice il Corano: «Sì, i musulmani, gli ebrei, i Cristiani, i Sabei, chiunque ha creduto in Dio e nel Giorno ultimo e compiuto opera buona, per costoro la loro ricompensa presso il Signore. Su di essi nessun timore, e non verranno afflitti». (sura 2ª, v. 62).

Quale deve essere allora l’attitudine del musulmano nei confronti delle altre comunità? Dice il Corano: «Dì: Genti del Libro, sarete sul nulla fintanto che non seguirete la Thora, il Vangelo e ciò che vi è stato rivelato dal vostro Signore [...]. Sì, i musulmani, gli Ebrei, i Sabei, i Cristiani - chiunque crede in Dio e nel Giorno ultimo e compie opera buona - nessun timore per loro e non verranno afflitti». (sura 5ª, vv. 68-69)

«La signoria del cielo e della terra appartiene a Dio. E quando giungerà l’ora ultima, allora i facitori di vanità si perderanno. E vedrai inginocchiata ogni comunità; e ogni comunità sarà chiamata davanti al suo Libro. [E sarà detto loro:] Ecco, ora verrete retribuiti secondo ciò che avete fatto». (sura 45ª, vv. 27-28). Non, quindi secondo la religione, ma secondo l’operato!

Ma continuiamo a sentire che cosa ci dice il Corano a proposito del rispetto interreligioso: «Nessuna costrizione in fatto di religione: la giusta direzione si distingue dall’errore, e chiunque rinnega il Ribelle e crede in Dio ha afferrato l’ansa più solida, che non si spezza. Dio sente e sa». (sura 2, v. 256). «La verità emana dal Signore. Creda chi vuole, non creda chi non vuole». (sura 18°, v. 29).

Quindi: nessuna guerra di religione, nessuna guerra per imporre la religione, dice il Corano. Anzi, per il Corano nessuna guerra è santa (jihad significa sforzo, in arabo, non «guerra santa», ed è lo sforzo che ognuno deve compiere per vincere le proprie tendenze negative. In arabo «guerra santa» si dice âl-Harb âl-Muqaddasa; o anche âl-Qitâl âl-Muqdas, termini che nel Corano non appaiono mai). Invece a proposito della guerra il Corano dice ben chiaramente «Ne è data autorizzazione solo a coloro che sono attaccati, dal momento che in verità sono lesi (e Dio è certo atto a soccorrerli); e a coloro che sono espulsi dalle loro dimore senza diritto (solo perché dicevano: “Dio è il nostro signore”). Se Dio non difendesse le genti deboli quando contro di esse muovono guerra le genti malvagie e violente, le abbazie verrebbero demolite, e così le chiese, le sinagoghe, le moschee, in cui il Nome di Dio è molto invocato. Dio sostiene coloro che Lo adorano. Dio certo è forte, è potente». (sura 22ª, vv. 39-40). Così il Corano; ma già nel XIII secolo Dante Alighieri scrisse: «Le leggi son, ma chi pon mano ad elle?».

E in relazione al dialogo? Dice il Corano: «Con le genti del Libro dialogate in modo cortese (salvo che con coloro che sono ingiusti). E dite loro: “Crediamo in ciò che è stato rivelato a voi e in ciò che è stato rivelato a noi; il nostro Dio è lo stesso vostro Dio. A Lui noi siamo sottomessi”».(sura 29ª, v. 46). «Di’: “O genti del Libro, giungiamo a un dialogo comune fra voi e noi: adoriamo solo Dio senza nulla associarGli e fra di noi nessuno prenda per signore altri che Dio... Perché disputare su cose di cui non avete conoscenza? Dio sa, mentre noi non sappiamo”». (sura 3ª, vv. 64 e 66). I valori del dialogo sono ben puntualizzati con queste parole: «Parola cortese e perdono valgono più d’una carità seguita da un torto» (sura 2ª, v. 263). L’obbligo di un dialogo cortese è ancora ribadito con queste parole: «Di’ ai Miei servi di parlare cortesemente». (sura 17ª, v. 53).

Quindi è ben chiaro: il dialogo è pacificante e costruttivo, la mancanza di dialogo è opera del Demonio. E se gli antagonisti non volessero il dialogo? Allora il Corano dice: «Dio è il Signore dell’Oriente e dell’Occidente: non vi è dio tranne Lui. PrendiLo dunque come protettore, e sopporta pazientemente ciò che dicono, poi allontanati da loro cortesemente» (sura 73ª, vv. 9-10).

Ogni civiltà è nata dal connubio di varie culture, soprattutto fra quelle nomadiche e quelle sedentarie. Ma se un popolo distrugge la cultura di un altro popolo e gli impone la sua, questo è colonialismo, e ciò genera odio, terrorismo e stragi. Se invece tu conosci la mia cultura, ed io conosco la tua, ecco che ciascuno di noi conoscerà due culture, ed avremo così arricchito le nostre conoscenze. Ciò, in definitiva, è in atto oggi in Europa: una dilatazione della conoscenza con l’apporto di plurime tradizioni millenarie, ognuna di esse con un modo altro di stimare, di coltivare e di vivere i valori universali dell’umanità tutt’intera. E allora possiamo essere fratelli. Voglia Dio che grazie al dialogo noi si sia fratelli in Abele, non in Caino.

Il Sufismo

Ma non dimentichiamo il Sufismo. I sufi e le sufi sono, nell’islam, esattamente ciò che sono nel Cristianesimo i frati e le suore. Scrisse Si Hamza Boubakeur, il maggior teologo islamico del ventesimo secolo, rettore della Moschea di Parigi, discendente diretto da Abu Bakr e dai re Nasridi, e mio compianto Maestro, a cui ho dedicato la mia versione del Corano edita dalla DeAgostini e dalla UTET: «Il Sufismo in se stesso non è né una Scuola teologico-giuridica, né uno scisma, né una setta, anche se si pone di sopra da ogni obbedienza. È innanzi tutto un metodo islamico di perfezionamento interiore, d’equilibrio, una fonte di fervore profondamente vissuto e gradualmente ascendente. Lungi dall’essere un’innovazione o una via divergente parallela alle pratiche canoniche, è anzitutto una marcia risoluta d’una categoria di anime privilegiate, prese, assetate di Dio, mosse dalla scossa della Sua grazia per vivere solo per Lui e grazie a Lui nel quadro della Sua legge meditata, interiorizzata, sperimentata».

Base imprescindibile del Sufismo è il Corano, correttamente letto, meditato, interpretato, come diceva appunto Si Hamza Boubakeur. Attenendosi strettamente al Verbo del Corano, cui ho brevemente fatto cenno, i veri Sufi seguono questi principi base: rispetto per la persona; rispetto per tutte le religioni; senso della pace; comportamento corretto esclusivamente sulla base dell’etica.

Personaggio di spicco per la comprensione dell’etica relativa al dialogo è Jalâl âl-Dîn Rûmî, il sufi paragonato a San Francesco, il Dante Alighieri della gente turca, uno dei più grandi mistici di tutta l’umanità. Nato a Balkh (Âfghânistân) nel 1207, morì a Konya (Turchia) nel 1273. Di lui il professor Halil Cin, rettore emerito dell' Università Selciukide di Konya, ha scritto: «Rûmî, superando le frontiere religiose del pensiero turco e dell’islam, è simbolo di un amore, di una tolleranza e di una pace indirizzati a tutta l’umanità. Trova la fonte dell’ispirazione nell’islam e nella cultura turca; li esprime ed amplifica, e li offre a tutti senza distinzione alcuna, mentre la maggior parte dei conflitti fra gli uomini deriva invece dalla mancanza di dialogo e di amore, deriva dall’egoismo e dal fatto che non è dato alla persona umana il valore che merita.». Questo messaggio di Rumì trova veramente l’ambito universale nella quartina che egli fece affiggere sulla porta della sua Abbazia, a Konya (Truchia), là dove la si vede ancor oggi. Vi si legge:

«Vieni, vieni, chiunque tu sia vieni.
Sei un miscredente, un idolatra, un ateo?
Vieni.

Il nostro non è un luogo di disperazione,
e anche se hai violato cento volte una promessa... vieni». (f.c.)

Ancora di Jalâl âl-Dîn Rûmî vi cito dal suo Fihi ma fihi un concetto che trovo pertinente al tema del dialogo: «Le vie sono diverse, la meta è unica. Non sai che molte vie conducono a una sola meta? La meta non appartiene né alla miscredenza né alla fede; lì non sussiste contraddizione alcuna. Quando la gente vi giunge, le dispute e le controversie che sorsero durante il cammino si appianano; e chi si diceva l’un l’altro durante la strada “tu sei un empio” dimentica allora il litigio, poiché la meta è unica». Questo non è solo il superamento della religione, ma il «rispetto» di ogni religione, come insegna il Corano. E questo, questo soprattutto, grazie al dialogo, ci porterà alla pace interiore e alla pace fra tutte le comunità della terra. Purché si unisca al dialogo la buona volontà, quella buona volontà di cui voi, essendo presenti qui questa sera, siete un ottimo esempio.

Comunque sia, la situazione cosiddetta islamica di cui si parla molto oggi non è una situazione religiosa. Non si cada in questo errore: è una situazione meramente politica, e che pertanto va risolta a livello politico con la costituzione - ad esempio - di una consulta islamica onesta, obiettiva e al sopra delle parti, come quella che in Francia presiede il mio carissimo amico Dalil Boubakeur, figlio di Si Hamza Boubakeur.

Questa è la grande sfida per l’islam in Italia oggi; questa è la necessità impellente la cui realizzazione è difficile perché richiede appunto onestà, fede, disinteresse e bontà: qualità oggi rare. In definitiva, e come sempre: esistono le religioni, esistono le culture, esistono le Arti, ma sono gli esseri umani di qualità che ne determinano le qualità.

I problemi di fondo dell’islam di oggi

E così, per avere un quadro globale della situazione, bisogna fare i conti anche con un frammento della realtà, un frammento sgradevole, ossia con alcuni problemi di fondo dell’islam oggi. Essi sono: 1) il post-colonialismo, che ha a suo tempo tagliato le radici con i valori del passato e lasciato ampi vuoti e reazioni specifiche; 2) la mancanza di una coesione e di una voce centrale; 3) l’ampia libertà di espressione che si prendono quei deviati psichici che senza diritto pontificano in nome dell’islam, a volte perfino con una consistente ignoranza dell’islam stesso, anteponendo i propri disturbi mentali alla realtà colta e luminosa dell’islam autentico e alla spinta mistica precipua di questa religione, il Sufismo. Ne derivano così integralismi, rivolgimenti sociali, radicalismi aberranti che oltraggiano islam autentico, sino al terrorismo cosiddetto islamico che non è tale per eccesso di islam ma per la sua totale e assoluta mancanza. Fra questi personaggi, inoltre, non sono pochi gli italiani che si sono convertiti all’islam forse per reazione o in odio alla loro religione, trasportando nell’islam le loro devianze, le loro ignoranze, le loro aberrazioni.

Così, nello specifico, mi auguro di essere riuscito a spiegare questa sera una cosa essenziale: abbiamo un islam volto alla religiosità e uno volto solo al sociale, ma senza valore religioso, inoltre c’è un islam religioso che è intimo e sentito, ed uno che è esteriore ed ipocrita. Ma ciò è ben chiaro a tutti poiché questo è comunque precipuo a tutte le religioni.

Per fortuna c’è anche, nell’islam, un’ampia maggioranza silenziosa che non è toccata dalla lebbra dell’ipocrisia, del tornaconto, della falsità e del profitto. Una maggioranza che sa come la sola salvezza risieda nel comportamento etico, nella conoscenza e nello studio, valori che ci affratellano tutti di là dalle religioni, dai partiti politici, dalle frontiere e dalle etnìe. Per fortuna ci sono molte manifestazioni come questa d’oggi, grazie alle quali possiamo mantenere viva la speranza e rinforzare la fiducia nel nostro comportamento etico ottimale.

A conclusione, vi voglio raccontare una novelletta che nel 1946 mi fu pubblicata nel "Corrierino dei Piccoli" sotto lo pseudonimo di Manlio Gabrielli.

All’inizio dei tempi, vivevano su una splendida isola tropicale Serenità, Buon Umore, Saggezza, Gratitudine, Perseveranza, Amore, e Bontà. Un brutto giorno approdò su quell’isola la Malvagità, e l’isola cominciò a tremare. Tutti seppero che da lì a poco sarebbe sprofondata nell’Oceano - accade anche alle cose migliori - e i sette compagni cercarono di mettersi in salvo sull’unica nave che possedevano. Essa però aveva solo cinque posti. Allora l’Amore, poiché amava tutti, e la Bontà, nella sua infinita bontà, dissero agli altri di imbarcarsi, e rimasero sull’isola pericolante. Poco dopo passò la nave della Ricchezza, e i due chiesero: «Ci puoi portare con te?» «Non posso - rispose. - Ci sono troppo oro e troppi gioielli sulla mia nave, non c’è più posto per nessuno».

Poco dopo passò la nave dell’Orgoglio, che alla domanda d’aiuto rispose: «Non posso: qui ogni cosa è così superbamente perfetta, che se imbarcassi anche voi mi rovinereste tutto».

Passò poi la Depressione, che a sua volta rispose: «Sono così sconsolata e triste che ho bisogno di rimanere sola». Anche l’Ignavia passò, ma quasi senza sentire le grida di richiamo, perduta com’era nella propria indolenza.

Ed ecco, quasi al limitare del disastro, avvicinarsi veloce la barca del Tempo, agile e snella, a vele spiegate. Ascoltò Amore e Speranza e disse: «Il mio naviglio è leggero, e deve correre rapido. Perciò porto con me solo Amore.» In effetti solo il Tempo sa quanto vale l’Amore.

Ed ecco ultima, proprio ultima, passare una piccola nave. La Bontà chiese aiuto, fu imbarcata, e dopo lunga navigazione giunsero finalmente alla terra ferma. La Bontà, alla fine in salvo, si volse allora alla sua salvatrice e chiese: «Adesso dimmi chi sei. Come ti chiami?» E quella: «Io sono la Speranza». Ecco, quel che ci rimane oggi è ancora, per nostra fortuna, un poco di speranza in un mondo di amore e di pace.

Gabriel Mandel Khan

Vicario generale per l’Italia della Confraternita sufi Jerrahi-Halveti

(in Cem Mondialità, n.10, 2006, pp. 30-34)

Ultima modifica Giovedì 30 Giugno 2011 18:10
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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