Mercoledì, 23 Agosto 2017
Martedì 13 Luglio 2004 20:58

Relazioni tra cristianesimo e islam

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di Fouad Twal, Vescovo di Tunisi

I vescovi cattolici le cui diocesi si trovano all'interno di nazioni islamiche, sono spesso interrogati sul senso della loro presenza e della loro missione. La società musulmana ha, infatti, le proprie radicate convinzioni, che non sempre vanno d'accordo con il "Credo" cattolico; d'altra parte, compito di un vescovo non è certo quello di cambiare tutta la società musulmana. L'esperienza della Tunisia nelle parole del vescovo di Tunisi.

È impossibile vivere in un Paese, incontrarne gli abitanti, lavorare insieme, senza comunicare loro "qualche cosa" della propria identità. Questo "comunicare qualche cosa" si chiama annunzio o testimonianza. In altre parole: è inconcepibile vivere la nostra identità cristiana e la nostra appartenenza senza che gli interlocutori musulmani se ne accorgano. Se poi il cristiano è anche arabo, si può parlare di un vero e proprio "choc culturale".

Vi sono però elementi che non giocano a favore della nostra presenza e missione. Il passato: ovvero una certa interpretazione delle Crociate e del colonialismo francese; il presente: i ripetuti attentati terroristici compiuti da musulmani provocano una campagna mediatica internazionale che enfatizza l'aspetto violento dell'Islam; la non risolta questione palestinese; la minaccia di guerre contro paesi a maggioranza islamica.

Questo provoca: una reazione arabo-musulmana contro tutto ciò che è occidentale; una reazione arabo-musulmana contro i dirigenti delle nazioni arabe, incapaci di affrontare l'Occidente e l'America; un'autodifesa, manifestata da maggiore fanatismo e pratica religiosa, con più segni esteriori di distinzione (il velo per le donne, la barba per gli uomini).

È questo il contesto sociale e religioso in cui ci muoviamo.

La situazione della nostra Chiesa dovrebbe essere, in quanto possibile, quella degli inizi, con l'assiduità all'insegnamento degli Apostoli, alla razione del Pane ed alla preghiera (At 2, 42-48). Ogni vita cristiana, nella sua normalità, è missione. Il fondamento della condivisione tra i cristiani, nello stesso Paese o in nazioni differenti, è la comune fede (At 2,44; 4, 32; 5, 14), inseparabile dalla comune speranza (2, 47) e dalla comune missione. Di là nascono amicizie, contatti ed alleanze. Nella nostra missione, siamo chiamati ad essere: uomini di pace, ricordando la raccomandazione che Gesù dà ai Suoi missionari (Lc 10, 5: in ogni casa in cui entriate, dite prima di tutto "Pace a questa casa"); uomini del rispetto, della volontà di Dio e degli altri che non condividono la nostra fede; uomini di bontà, come il Buon samaritano della parabola evangelica; uomini fedeli al comandamento dell'amore verso Dio e verso il prossimo (Mt 22, 36-40). Il nostro annuncio deve cominciare in casa nostra, con il servizio ai fratelli (Gv 13, 14), attraverso le istituzioni, le persone, ma soprattutto attraverso uno spirito di servizio, sull'esempio di Gesù che "ha spogliato Se stesso, divenendo simile agli uomini e prendendo la condizione di servo" (Fil 2, 7). Se il Signore si è spogliato della Sua divinità per essere uno di noi, possiamo anche noi, senza perdere la nostra identità cristiana e il nostro senso appartenenza alla Chiesa, spogliarci del nostro orgoglio e del nostro complesso di superiorità nei riguardi degli altri. Tocca a noi trovare nutrimento per la nostra testimonianza attraverso i sacramenti, la liturgia, la preghiera, la comunione ecclesiale con le altre Chiese sorelle.

Nell'attuale contesto internazionale, fatto di paura e di incognite, la nostra piccola comunità cristiana vive l'esperienza di San Paolo narrata nel ventisettesimo capitolo degli Atti degli apostoli: prigioniero, imbarcato su di una nave diretta a Roma che viene colpita da una violenta tempesta. Rischia la vita come gli altri, ma essendo per vocazione portatore di speranza, si interessa alla sorte di tutti, prende iniziativa, dirige le attività, dà consigli per salvare la nave.

Tra lui e gli altri non esiste dualismo, ma condivisione della sorte, solidarietà. A questa condivisione e solidarietà siamo chiamati, inviati, convocati in un mondo che Dio ama.

Attualmente non siamo più "la barca nel mondo", ma una minima comunità che corre lo stesso rischio della mondializzazione, della disoccupazione e dell'ateismo anonimo, della modernità "felice" di vivere senza Dio. Siamo, come si dice, "nella stessa barca". Paolo vive e si muove dentro una comunità di prigionieri, benché innocente.

È limitato nello spazio, non ha libertà di movimenti, non ha accesso ai mass-media, ma porta in sé un messaggio che un giorno farà conoscere ai Romani, fino all'Imperatore (At 26, 16-19). Come San Paolo, siamo eletti, inviati, "imbarcati" in un Paese per dare testimonianza. La risposta alla nostra testimonianza non dipende da noi, ma dalla Grazia di Dio e dalla libertà delle persone. Ogni situazione, per quanto minoritaria, povera, bella o drammatica, è buona per la nostra testimonianza, a condizione di essere, come San Paolo, portatori di speranza e di un messaggio. Rischi per la nostra vita? Non ce ne sono di evidenti, ma mi chiedo dove si trovi un Paese senza rischi, dove esista un progetto di vita senza sacrifici.

 

Ultima modifica Mercoledì 08 Dicembre 2010 20:09
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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