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Giovedì 02 Settembre 2004 21:38

Nessuno è forestiero a Roma

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di Giovanni Cubeddu

Narrano le cronache del 1916 che alla morte di Charles de Foucauld i tuareg suoi amici, fieri musulmani, percorsero più di mille miglia nel deserto per portare l'ultimo omaggio all'uomo che, in umiltà e amicizia, aveva testimoniato Gesù in mezzo a loro. Musa ag Amastane, capo beduino, lo ricordò così ai suoi: "Charles, il nostro marabout (uomo santo nel lessico islamico, ndr) è morto per tutti noi. Possa Dio avere misericordia di lui e accada a noi di poterlo incontrare ancora in paradiso".

Le parole di Musa riecheggiavano la delicatezza che ottocento anni prima aveva nutrito i rapporti di Gregorio VII con il sultano algerino Al Nasir, che, facendogli dono di alcuni suoi liberti, chiese al Papa di inviargli un prete perché potesse curarsi dei cristiani presenti nel suo sultanato. E se mai Musa avesse saputo di san Francesco d'Assisi e del suo incontro in Egitto con il nipote del Saladino, si sarebbe chiesto come mai nella Chiesa possano convivere uomini così compassionevoli con altri che aspirano alle crociate.

Anche sulla scia di questi esempi di carità, il Concilio Ecumenico Vaticano II, nella costituzione dogmatica Lumen gentium, fa menzione esplicita dei musulmani ("Ma il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore, e tra questi in particolare i musulmani, i quali, professando di avere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso che giudicherà gli uomini nel giorno finale", LG 16). Sarà successivamente la dichiarazione conciliare Nostra aetate a porre le basi del dialogo islamico-cristiano contemporaneo ("La Chiesa guarda anche con stima i musulmani [...]. Se, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorte tra cristiani e musulmani, il sacro Concilio esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme per tutti gli uomini la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà", NA 3).

Che cosa significhi oggi per la Chiesa il dialogo inter-religioso, in particolare con i musulmani, lo abbiamo chiesto a Michael L. Fitzgerald, missionario dei Padri bianchi, arcivescovo, e dall'ottobre 2002 presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo inter-religioso (in cui ha iniziato a lavorare nel 1972 come consultore e di cui dal 1987 è stato segretario).

Eretto da Paolo VI nel 1964 come Segretariato dei non cristiani, questo organo per il dialogo aveva, nel pensiero di Montini, la stessa funzione di quello "per i cristiani separati". Così Paolo VI lo aveva presentato al mondo nell'omelia di Pentecoste di quell'anno: "Nessun pellegrino, per lontano che sia, religiosamente e geograficamente, il Paese donde viene, sarà più del tutto forestiero in questa Roma, fedele ancor oggi al programma storico che la fede cattolica le conserva di patria communis".

La carità cristiana verso tutti

Due sono i testi fondamentali di questo Pontificio Consiglio: L'atteggiamento della Chiesa di fronte ai seguaci di altre religioni. Riflessioni ed orientamenti su dialogo e missione, del 1984, nel ventennale del dicastero, e Dialogo e Annuncio, riflessioni ed orientamenti sul dialogo inter-religioso e l'annuncio del Vangelo di Gesù Cristo, del 1991. In essi il termine "dialogo" viene accostato a "missione" e ad "annuncio". Non vi è dunque tra essi una contrapposizione dialettica. Ma non si rischia così che il dialogo sia una ripetizione, irritante, dei principi di ciascuno? Il nostro colloquio con monsignor Fitzgerald parte così.

"I due documenti citati collocano il dialogo al centro della missione della Chiesa, missione intesa nella sua interezza" precisa subito Fitzgerald. "Come si dice nel documento dell'84, al n. 13, "la missione si presenta nella coscienza della Chiesa come una realtà unitaria, ma complessa e articolata". Secondo cinque elementi: presenza; servizio; preghiera e contemplazione; dialogo; annunzio e catechesi. Io spiego sempre che si fa missione anche solo essendo presenti, un credente che testimonia con la sua vita quotidiana è missionario. Ma non c'è missione se non si prega, se non si celebra l'eucarestia, se non si servono i poveri, che non necessariamente devono essere cristiani. Madre Teresa non ha posto alcuna limitazione alla sua carità cristiana verso i poveri. Ai morenti che lei ha tolto dalla strada e vegliato nelle ultime loro ore, faceva dare i conforti religiosi a ognuno secondo la sua fede che non era, di fatto, necessariamente cristiana. Forse per questo amava meno il Signore? "Ho vissuto tutta la vita come un animale, ora muoio come un angelo", disse un miserabile che lei stessa aveva raccattato nell'ultimo angolo di Calcutta. Il dialogo non è finalizzato alla conversione obbligatoria, ma la Chiesa non può non annunciare Cristo e non invitare a far parte di essa col battesimo. Siamo desiderosi di questo, conosciamo la ricchezza del Signore, gli siamo grati, innanzitutto. Ma la pienezza della grazia del Signore va accettata liberamente".

Chiediamo a monsignor Fitzgerald se l'aver voluto definire in un testo il "giusto rapporto" tra dialogo e invito alla conversione non abbia comportato tanti distinguo. "Il testo su Dialogo e Annuncio del '91 fu da noi scritto assieme alla Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli. Per la soluzione del quesito - che cos'è il dialogo e quando esso è annuncio - potremmo partire dall'esperienza. Anch'io., quando sono stato in Sudan dal 1978 all'80, ad alcuni potei annunciare Gesù, e poi col battesimo li accompagnai nella Chiesa. Con altri, i musulmani nel nord Sudan, potevo semplicemente dialogare, e lo feci. Non è contraddittorio che la stessa persona compia due attività diverse di fronte a persone diverse. Il rapporto tra dialogo e annuncio non si può risolvere completamente nella teoria, perché sono due gesti vissuti nella tensione dell'individuo, e sono resi veri nel suo desiderio che qualcosa accada. L'esortazione di Paolo VI Evangelii muntiandi parla dell'evangelizzazione talvolta in senso molto lato, come penetrazione nella società dei valori del Vangelo. Da questo testo abbiamo ripreso la definizione di evangelizzazione in cui è compreso il dialogo. Anche Giovanni Paolo II nella Redemptoris missio conferma che il dialogo inter-religioso fa parte della missione evangelizzatrice della Chiesa. Non c'è dubbio. A chi dice: "non vogliamo dialogare, non dobbiamo dialogare ", il Papa risponde che invece ciò fa parte della missione della Chiesa!"

Nessun complesso di superiorità

Nel marzo del 1999 l'allora presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo inter-religioso, il cardinale Francis Arinze, inviò una Lettera ai presidenti delle conferenze episcopali sulla spiritualità del dialogo, che rappresenta tutt'oggi per gli uomini del dialogo una piccola summa. Sarà da ora il contenuto del nostro colloquio con monsignor Fitzgerald, anche perché, valorizzando gli spunti della Lettera, e dopo aver udite le conferenze episcopali, sta per essere pubblicato quest'anno un nuovo documento-chiave, le cui bozze sono passate (e ripasseranno) al vaglio della Dottrina della Fede.

Scrisse il cardinal Arinze: "E’ nostra ferma convinzione che Dio vuole che tutti siano salvati e che Dio dona la sua grazia anche al di fuori dei confini visibili della Chiesa. Allo stesso tempo il cristiano è consapevole che Gesù Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, è l'unico ed il solo salvatore di tutta l'umanità, e che soltanto nella Chiesa che Cristo ha fondato si possono trovare i mezzi per la salvezza in tutta la loro pienezza. Ciò non deve in nessun modo indurre i cristiani ad assumere un atteggiamento trionfalista o ad agire con un complesso di superiorità. Al contrario, è con l'umiltà e con il desiderio di un arricchimento reciproco che uno incontrerà gli altri credenti, mentre si tiene saldamente ancorato alle verità della fede cristiana".

Che cosa significano per monsignor Fitzgerald queste parole?

"Se vogliamo cercare una base scritturistica al dialogo, possiamo leggere la prima lettera di Pietro, quando dice di rendere ragione della nostra speranza in tutta modestia e umiltà. Nella lettera ai Filippesi, Paolo scrive che Cristo non considerò un tesoro geloso la sua natura divina ma umiliò se stesso fino alla morte. La spiritualità del dialogo è contemplativa, non teme di vedere l'intervento di Dio nelle altre persone, anche se queste sono di diversa fede. Quanto meno non possiamo negare l'interrogativo che un tale fatto ci pone. E non possiamo reprimere la compassione per l'uomo che non conosce il Signore. Questa è l'esperienza che ho fatto per esempio con un monaco buddista venuto ad Assisi nel 1986. Piccolo di statura, magro, quasi novantenne. Mi ha colpito la sua grande bontà di uomo, aperto al cristianesimo, ma non cristiano. Nel '99, per una testimonianza, venne a Roma una signora indù, una discepola di Gandhi, minuta. ed umile. Si può confessare che s'intuiva in lei una delicatezza inusuale, una santità? Se c'è, noi l'attribuiamo al Signore, che opera anche al di fuori dei confini visibili della sua Chiesa.

E così possiamo riconoscere che la grazia non è in nostro possesso. Abbiamo ricevuto la vocazione di vivere la nostra fede, ma siamo deboli. Tante persone non hanno il vantaggio della fede che abbiamo noi e sono moralmente migliori di noi".

Dialogo tra poveri peccatori

Dalla Lettera ai presidenti delle conferenze episcopali sulla spiritualità del dialogo: "Nel dialogo il cristiano è chiamato ad essere testimone di Cristo, ad imitare il Signore nel suo annuncio del Regno, nella sua preoccupazione e compassione per ciascuno e nel suo rispetto per la libertà della persona". Fitzgerald commenta: "Gesù nei Vangeli è sempre paziente. E’ paziente con gli stessi apostoli, che non sempre lo capiscono. E non chiede a tutti coloro che incontra di seguirlo subito. Lui guarisce, aiuta, risponde, e poi dice: "va a casa tua". Rimette i peccati e dice: "torna a casa tua". Non dice "devi diventare un mio discepolo". È incredibile questo; è un mistero. Una compassione così grande, un amore alla libertà così grande. La maggioranza delle persone che Gesù incontrava erano del popolo ebraico. Gesù non praticava il dialogo inter-religioso come noi lo intendiamo, perché solo raramente incontrò persone che non appartenevano al popolo ebraico - lo diremo nel prossimo documento del nostro Pontificio Consiglio -, ma ci dà l'esempio degli atteggiamenti fondamentali che vengono prima di ogni dialogo. E’ paziente il Signore, conosce il valore dell'implicito, oggi che c'è invece troppa esplicitazione verbale. Gesù nei Vangeli è sempre paziente, salvo che con gli ipocriti....".

Ancora dalla Lettera: "L'annuncio conduce alla conversione nel senso della libera accettazione della Buona Novella di Cristo e del divenire un membro della Chiesa. Il dialogo, d'altro canto, presuppone la conversione nel senso di un ritorno del cuore a Dio in amore e obbedienza alla sua volontà, in altre parole, apertura del cuore all'azione di Dio [...]. E’ Dio che attira a sé le persone, inviando il suo Spirito che è all'opera nella profondità dei loro cuori". Commenta Fitzgerald: "Questa è una grande liberazione per tutti. E’ Dio che decide, noi siamo strumenti. Nel dialogo c'entra sempre anche la mia conversione, il mio desiderio di essere vicino al Signore. Un dialogo sincero sulla fede, sulla propria fede, non può che partire dal riconoscere i propri limiti personali. Il dialogo non é "io ho tutto, tu non hai niente, tu vieni da me e io ti do tutte le ricchezze della fede cristiana". Il dialogo ci scopre e riscopre peccatori".

A proposito del rapporto con le altre religioni, si afferma nella Lettera: "Si vedrà che vi sono molti punti di contatto [...]. Le differenze, comunque, non devono essere sottovalutate [...]. Pur apprezzando l'opera dello Spirito di Dio fra le persone di altre religioni, non soltanto nei cuori dei singoli ma anche in alcuni loro riti religiosi [...], dovrà essere rispettata l'unicità della fede cristiana". Spiega Fitzgerald: "E’ per dire che nell'adesione alla nostra fede abbiamo la libertà di poter apprezzare qualche scintilla, dove essa è, dovunque essa è. Per esempio, il mese del Ramadan dei musulmanI è per loro un mezzo - il digiuno - per avvicinarsi a Dio, ripreso dall'uso degli ebrei e dei cristiani. Possiamo dire che questo loro rito è una cosa cattiva? Che cattivo è il loro prostrarsi nella preghiera?".

Fructum dabit tempore suo

Sempre nella Lettera si dice che "la spiritualità che anima e sostiene il dialogo inter-religioso è quella vissuta in fede speranza e carità". E il presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo inter-religioso: "Si potrebbe affermare che il dialogo inter-religioso è la vita cristiana vissuta accanto a perone che non sono cristiane. La carità crea legami di amicizia tra gli uomini. I miei confratelli che hanno vissuto a lungo in Paesi musulmani non hanno avuto la possibilità di celebrare molti battesimi, ma hanno avuto dalla carità del Signore un certo frutto nell'amicizia di molti uomini di diversa fede".

Un ultimo brano della Lettera: "La speranza caratterizza un dialogo che non pretende di veder risultati immediati, ma si tiene saldo al credere che il dialogo è un cammino verso il Regno e che certamente porterà frutti, anche se il tempo e le stagioni sono conosciute solo dal Padre. La carità che proviene da Dio, e che ci viene comunicata dallo Spirito Santo, spinge il cristiano a condividere l'amore di Dio con altri credenti in maniera gratuita".

"Non si pretendono risultati. Per questo, come vescovo ho scelto il motto "Fructum dabit", citando il Salmo 1, "fructum dabit tempore suo": il giusto è come l'albero che è piantato vicino ad un corso d'acqua e che darà frutto a suo tempo. Le cose devono crescere, i raccolti devono crescere, l'amicizia deve crescere. Saint-Exupéry diceva che si deve guadagnare l'altra persona con la dolcezza. Chi urge per vedere subito i risultati del dialogo è nemico del dialogo, perché essi non si pesano con la bilancia, eppure talvolta ci sono. Sia semplicemente la mancanza di conflitto dove altrove c'è guerra. Conosco una coppia di musulmani in Macedonia. A lungo hanno resistito, a differenza di altri correligionari, all'idea di dover lasciare tutto e partire, spaventati dalla pressione delle fazioni estremiste tra gli ortodossi. Un giorno cedono alla paura e decidono di mettere in vendita la casa, per avere di che vivere altrove. I loro vicini di casa, ortodossi, una mattina si sono presentati tutti alla loro porta: "vorremmo dirvi che ci siamo noi a proteggervi". Quella coppia é rimasta a casa sua. Qualcuno potrebbe dire che è un episodio insignificante, che non è successo nulla, non è un "risultato". Ma chi dice questo non sa che la vita quotidiana è fatta di questi piccoli segni".

Musulmani autentici e non

Tra il IX e il X secolo a Baghdad fiorivano gli studi classici; cristiani e musulmani si esercitavano a scoprire i punti di convergenza tra le loro fedi. Oggi (…) non ci si può esimere dal chiedere al presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo inter-religioso se nel rapporto con l'islam il suo Pontificio Consiglio ha dovuto segnare il passo. Monsignor Fitzgerald la pensa così: "Dopo l'11 settembre non si fa altro che accusare il fondamentalismo islamico. È una semplificazione, in cui si sottolineano alcune cose nascondendone altre. E spesso chi lancia accuse di fondamentalismo è il primo colpevole di fondamentalismo. Fare delle distinzioni è necessario, e questo credo che sia il compito del nostro organismo. Essendo realista, e vedendo le difficoltà del momento, ammetto che alcuni che compiono atti terroristici lo fanno nel nome dell'islam. Ma non dovrebbero essere considerati musulmani veri coloro che cercano di strumentalizzare l'islam. Infatti, anche i partner musulmani del nostro Pontificio Consiglio hanno condannato l'11 settembre. Bisogna esorcizzare la paura dell'islam, che ci impedisce di incontrarci. Per il dialogo ci vuole la fiducia. Come presidente del Pontificio Consiglio devo essere prudente, essere un uomo di Chiesa, conoscere tutte le circostanze dell'incontro tra cristiani e musulmani e sapere che vi sono cristiani che soffrono molto nei Paesi musulmani. Dunque, non sono così libero come potrebbe essere Michael Fitzgerald con i suoi amici musulmani. Cerco di tener conto di tutti gli aspetti".

Mentre ci salutiamo l'occhio cade su tanti libri e carte sul tavolo. C'è anche la foto dell'incontro romano di Paolo VI con gli Ulama sauditi, nell'ottobre del 1976, quando, ringraziati gli ospiti per il dono di un tappeto per la preghiera, papa Montini disse: "allora preghiamo". E il migliore dialogo fu il minuto di silenzio che seguì.

(da 30Giorni, n.2, febbraio 2003)

 

 

 

 

Ultima modifica Domenica 18 Settembre 2011 19:35
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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