Giovedì, 17 Agosto 2017
Lunedì 01 Novembre 2004 21:22

Dialogo, una parola difficile ma viva

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di Brunetto Salvarani

Dialogo è una di quelle parole comuni che pronunciamo di solito senza farci particolari problemi. Senza farci carico della complessità che vi sia dietro. Molto spesso, senza distinguerla da altre altrettanto comuni e all'apparenza innocue, come ad esempio tolleranza anche se, pensandoci un po’ sopra, risulta evidente che c'è una bella differenza tra il tollerare qualcuno, accettando un po' illuministicamente che egli esista, nelle inevitabili differenze rispetto a me, e il decidere di dialogare con lui.

Andando per vocabolari, il dato risulta palese. In genere, la tolleranza è definita come il fatto di sopportare, di non vietare o di non esigere, quando si potrebbe farlo; mentre, sul piano ecclesiale, viene letta come l'indulgenza nei confronti dell'opinione altrui sui punti dogmatici che una chiesa non considera essenziali. Se ci spostiamo dal sostantivo al verbo, le risultanze di tollerare diventano ancor meno positive: lasciar sussistere qualcosa, allorché si avrebbe il diritto o la possibilità di impedirlo; sopportare pazientemente qualcuno che si trova sgradevole o ingiusto; ammettere la sua esistenza, sia pur di malavoglia e malgrado i suoi evidenti errori. Attenzione: è persino banale osservare come la tolleranza sia mille volte preferibile all'intolleranza, allo stesso modo che l'assenza di ostilità, pur non essendo ancora la pace, è di gran lunga più gradevole della guerra. Ma proprio come l'assenza di ostilità - un obiettivo degno di essere perseguito dappertutto ove si diano dei conflitti armati - non rappresenta affatto necessariamente la caparra di una pace autentica, la tolleranza da sola non sarà sufficiente a creare circostanze favorevoli ad una convivialità delle differenze realmente costruttiva. La stessa tolleranza che garantisce all’altro il diritto di essere differente e la libertà di rimanere fedele alle proprie convinzioni politiche, filosofiche o religiose, infatti, rischia ugualmente di isolarlo psicologicamente da coloro che pure, con generosità, lo tollerano

Una lunga storia

Ma torniamo alla parola "dialogo", dalla chiara radice greca (dià, vale a dire attraverso, e, ovviamente, logos, discorso), e alla sua storia. Un discorso che passa attraverso, dunque, una conversazione fra due o più persone che - recitano di prassi i vocabolari - come pratica sociale, modello ideologico e forma letteraria appare caratteristica di società a larga facilità di comunicazione. Non va trascurata, in ogni caso, la sua prossimità col termine "dialettica", dal greco dialèghesthai, cioè ragionare: l'arte del disputare, del dialogare, confutando le obiezioni altrui, esaminando una questione nei suoi vari aspetti, distinguendo e ponendo in relazione tra loro i vari concetti in campo.

In generale, il dialogo è un fenomeno tipico del la cultura cittadina, che si contrappone, anche etimologicamente, al racconto-monologo (da monos, solo, e il solito lògos), prodotto di culture di tipo contadino-popolare o comunque a socializzazione poco sviluppata. Nella Grecia classica, l'affermarsi della pratica del dialogo fu favorito dalla particolare forma sociale della comunità (pòlis), dall’esistenza di strutture comunitarie quali la piazza (agorà) o di luoghi di scambio sociale più ristretto, come il convito aristocratico.

Dal punto di vista letterario, il dialogo - già presente nella fase epica - troverà il suo ambito privilegiato nella tragedia e nella commedia, dove costituirà lo strumento essenziale della mediazione scenica dell’azione e della dialettica dei personaggi: per conseguire il rango di forma letteraria prosastica coi Dialoghi di Platone, che muovono dall’esperienza della pratica della conversazione socratica.

Nella letteratura latina, sarà in primo luogo Cicerone ad appropriarsene: nelle sue opere filosofiche, pur se manca la mimesi drammatica dell'esemplare platonico e la finzione dialogica risulta appena accennata, è assai viva la partecipazione personale dell'autore.

La fortuna di questo genere non viene meno col propagarsi del cristianesimo: in quella stagione di ardente proselitismo, di fervore evangelizzatore e di ricerca di chiarificazione dottrinale esso diventa anzi la forma più adatta alle reali esigenze degli scrittori apologisti, tanto in latino (l'Octavius di Minucio Felice) quanto in greco (il Dialogo col giudeo Trifone di Giustino). Sono opere rivolte a suscitare la conversione di infedeli, pagani o eretici, cui se ne possono peraltro accostare altre di carattere più dottrinale, come i Dialoghi di Agostino o il Simposio di Metodio di Olimpo. E potremmo proseguire, a verificare il suo ruolo nel dipanarsi della letteratura e della filosofia, passando da Severino Boezio ad Erasmo da Rotterdam. da Galileo allo stesso Cervantes, dal Leopardi delle Operette morali al Cesare Pavese dei Dialoghi con Leucò, e così via.

Accettare il provvisorio

Giungendo al nostro tempo, attualmente di dialogo si discute molto, in ambito religioso; o meglio, si tratta di un termine cui si ricorre di frequente, quasi come un talismano capace di risolvere ogni problema, da una parte, o come un tabù da demonizzare decisamente, dall’altra. Verrebbe da annotare che è una parola da usare sì, ma con la dovuta cautela, sia per evitarne un utilizzo puramente retorico, sia per non depotenziarla ripetendola di continuo, a vanvera.

Un protagonista delle relazioni cristiano-ebraiche del post-concilio come Paolo De Benedetti, docente di giudaismo presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, qualche anno fa metteva in guardia (non senza buone ragioni) contro un uso poco accorto di un simile lemma: "Dei valori umani, della giustizia? Spesso si dice che ebrei e cristiani devono parlare di questo; ma di questo si parla, con tutti gli uomini. Il dialogo non sarà una di quelle parole da mettere nel dizionario delle parole morte o che meritano di morire, che noi usiamo come segnaposti e che ci vanno bene purchè non ci guardiamo dentro? Un dialogo cristiano-ebraico è necessario; ma è il dialogo della chiesa con se stessa al cospetto di Israele…".

Stefano Allievi, sociologo delle religioni e docente all'ateneo padovano, studioso dell’Islam in Italia e in Europa, dal canto suo tende ad evidenziare come la parola dialogo si riveli sovente più un'aspirazione che una realtà, e venga usata in maniera forse prematura. Essa racchiude in sé una dimensione titanica, e una sua significativa definizione ci avverte come è intraprendere l'impossibile e accettare il provvisorio. Secondo questo autore a proposito del cosiddetto dialogo tra le fedi, sarebbe forse più onesto limitarsi a parlare di incontri interreligiosi, e più in generale di rapporti interreligiosi o ancora, come ricomincia a fare opportunamente anche la teologia più recente, di conversazioni tra religioni. Del resto, in molti documenti ufficiali vaticani - a partire da quella vera e propria pietra miliare rappresentata dalla dichiarazione conciliare Nostra aetate, ma anche nelle successive encicliche di Paolo VI - il termine italiano dialogo traduce il latino colloquium, che evoca una dimensione più onestamente dimessa e quotidiana: e innanzitutto quotidiana è la dimensione dialogica che osserviamo manifestarsi nelle relazioni sociali tra credenti di diversa appartenenza religiosa.

Anche per questo accade oggi sempre più spesso che la fondante dimensione dialogica si mostri quella personale, privata. Incisivamente concreta, come quella concretamente vissuta da molti di coloro che hanno davvero, direttamente e non superficialmente, a che fare, ad esempio, con immigrati di religioni altre. Più che il dialogo teologico e quello diplomatico tra istituzioni religiose, pur necessari e senza dubbio da potenziare, sembra questa la dimensione del dialogo più interessante e ricca di conseguenze. Il dialogo vero, come ama dire Allievi, potrà avvenire con l'islam di carne, e non con l'islam di carta. "Vita dialogica non è quella in cui si ha a che fare con molti uomini, ma quella in cui si ha davvero a che fare con gli uomini con cui si ha a che fare", scriveva Martin Buber già parecchi decenni fa. Ed è dialogo sulle cose concrete, sui problemi, a partire dal vissuto quotidiano, non da problematiche astratte.

Il gesto, metafora del dialogo

Poi, certo, c'è pure il dialogo religioso in senso stretto; un punto d'arrivo, tuttavia, non un punto di partenza. Termine ultimo di un cammino che, in quanto tale, è lento per definizione e richiede pazienza. Nel medesimo orizzonte si è mosso Giovanni Paolo II, nell’enciclica del 1995 Ut unum sint, dedicata alla centralità ecclesiale dei rapporti ecumenici, in cui si legge: "Il dialogo non si articola esclusivamente intorno alla dottrina, ma coinvolge tutta la persona: esso è anche un dialogo d'amore". (n. 47).

È appunto il carattere personale, vivo, appassionato del dialogo che consente di spendersi radicalmente per esso, e di trarre profondi vantaggi anche in vista di un’edificazione spirituale. Fino a tradursi in un gesto capace di parlare alle coscienze più di tanti documenti scritti: quale appare essere, ormai, la strada preferita dalla pedagogia interreligiosa così cara a Wojtyla, uno degli aspetti di questo pontificato destinati, verosimilmente, a non invecchiare e a durare a lungo nel tempo, dal suo viaggio al Muro del pianto di Gerusalemme nel 2000 alla sua entrata nella moschea di Damasco l'anno seguente. Per lui, come ha commentato il vaticanista Giancarlo Zizola, questa non stata solo l’osservanza di un rituale, ma una metafora, per dire che un uomo spirituale deve essere disposto a rinunciare alle proprie sicurezze pur di far trionfare il senso della fraternità fra famiglie spirituali che hanno in comune, in Abramo, la fede nel Dio unico.

A ben vedere, se vogliamo, la migliore metafora della difficile, ma viva, parola-dialogo.

(da Settimana, 16 /2004)

Ultima modifica Sabato 11 Febbraio 2012 16:43
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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