Venerdì, 18 Settembre 2020
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NdR: questo articolo è stato pubblicato sul Corriere della Sera del 1 agosto 2006
Il primo ministro britannico ha rivelato di essersi accordato, venerdì scorso, con il presidente americano per effettuare «uno sforzo finale» e cercare di rimettere in moto le trattative, sospese a tempo indeterminato lunedì scorso, tra i 149 Paesi della Wto, l'Organizzazione mondiale del Commercio. George Bush, per parte sua, ha confermato di avere istruito la negoziatrice americana, Susan Schwab, a continuare negli sforzi per rianimare i colloqui nel giro di settimane. Qualche speranza affinché anche il sistema globale degli scambi non scivoli verso la strada delle ripicche e delle dimostrazioni muscolari, dunque, rimane. Non è però il caso di trattenere il fiato, per ora. Il dato di fatto è che il negoziato è saltato esattamente una settimana dopo che i leader del mondo, riuniti nel G8 di San Pietroburgo, avevano dato indicazione pubblica affinché i loro ministri del Commercio raggiungessero un accordo. Che Bush e Tony Blair tengano oggi aperta una porta, dunque, non è indicativo del fatto che Stati Uniti e Unione Europea riescano davvero ad arrivare a una liberalizzazione significativa, soprattutto in fatto di agricoltura. Men che meno è un segno della disponibilità delle potenze emergenti a raggiungere un compromesso in tempi rapidi: in un incontro tra la signora Schwab e il ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim, sabato scorso, si è parlato di cinque-otto mesi prima che le trattative possano riprendere. Ieri, anche il commissario europeo al Commercio, Peter Mandelson, si è chiesto in un articolo molto aperturista sul «Financial Times» «quale fenice può risorgere dalle ceneri», dopo il fumo e le fiamme dei giorni scorsi. E ha sostenuto che «in agricoltura le posizioni non sono irriconciliabili»: la Ue deve muoversi verso il taglio delle tariffe chiesto dai Paesi emergenti e gli Stati Uniti devono tagliare pochi miliardi di dollari di sussidi agli agricoltori americani. Si può fare, dice Mandelson. In Europa, tra l'altro, si parla di un possibile consiglio straordinario dei ministri del Commercio per dare un mandato più flessibile al commissario stesso. Gli ostacoli politici, però, sono seri. La Francia, che vede arrivare le elezioni presidenziali, ha più volte detto di avere ormai superato il limite delle concessioni che i suoi agricoltori possono sopportare. E a Washington, con le elezioni di medio termine in autunno, la lobby degli agricoltori è fortissima. Un esito positivo del Doha Round beneficerebbe l'economia mondiale e soprattutto quella dei Paesi poveri. Ma, in questo momento, farebbe di più: sarebbe il rilancio di un sistema multipolare in un mondo con pochissimo ordine. Il litigio, invece, porta brutte notizie. Da quando i negoziati sono stati interrotti, le tendenze commerciali meno positive hanno preso a correre: la Russia ha dovuto accettare di rinviare al 2007 o al 2008 l'ingresso nella Wto; l'India ha detto che svilupperà i suoi accordi commerciali bilaterali, al di fuori del sistema multilaterale; la Cina sta già registrando rallentamenti nel passo delle riforme economiche (lo ha denunciato il dipartimento al Commercio americano). Le ragioni per insistere con il Doha Round sono insomma forti. Il guaio è che, come sanno Bush e Blair, lo erano già a San Pietroburgo.

Fonti:
Corriere della Sera
www.tradewatch.it
Pubblicato in Mondo Oggi - Economico
Venerdì 18 Agosto 2006 13:44

LA FINANZA ETICA NON ESISTE

LA FINANZA ETICA NON ESISTE

da
Carta n° 7, luglio/agosto 2006

(abstract)

La finanza etica non può esistere. È un ossimoro che può condurci su
percorsi equivoci. Dobbiamo invece ripartire dalla moneta e dal suo ruolo di
supporto tecnico ai processi produttivi e di scambio. Affermare questo significa
rendere la moneta dipendente dalle scelte produttive e non queste dalla
finanza. Significa inoltre abbandonare l’idea che la moneta, mediante la sua
forma finanziaria, possa divenire fonte di valore e di guadagno. Senza questo
salto di qualità non si esce dai meccanismi perversi della speculazione
finanziaria ai quali va ricondotto lo stesso concetto di interesse. Non può
esistere una “banca etica” il cui utile non sia il risultato di una
partecipazione al rischio di ogni operazione imprenditoriale di investimento,
in forma solidale con i produttori, ma sia un utile acquisito come diritto solo
per il possesso del denaro che viene messo in circolazione indipendentemente
dall’esito finale dell’operazione economica. Altro aspetto della banca etica
deve essere il rifiuto di partecipare alle attività di imprese non etiche e a
forme di investimento finanziario anonime come avviene mediante l’immissione
sul mercato delle azioni e delle obbligazioni. L’anonimato è la causa
principale della mancanza di etica e della corruzione di certa finanza. 

Pubblicato in Mondo Oggi - Geopolitico

ROMA-MOSCA: SALE ANCORA

LA TENSIONE SUL NODO DELL’UNIATISMO

 

“E’ una posizione aggressiva: dal vaticano ci aspettiamo  dei passi concreti, non delle dichiarazioni poi puntualmente smentite dai fatti”: non usa mezzi termini il vescovo ortodosso di Egorievsk Mark Golovkov, vicepresidente dell’Ufficio relazioni estere del Patriarcato di Mosca. Il riferimento è alle modalità con cui il Vaticano sta gestendo la situazione della Chiesa greco-cattolica in Ucraina. Si tratta di quella che spregiativamente viene chiamata Chiesa uniate, il cui leader, cardinale Lubomyr Husar, chiede che la sua Chiesa venga elevata a rango di patriarcato, con sede a Kiev. Di fatto dalla città di L’viv l’arcivescovado è già stato spostato nella capitale dell’antica ‘Rus cristiana, patria spirituale degli apostoli Cirillo e Metodio. E Benedetto XVI, il 22 febbraio, ha inviato una lettera a Husar, “arcivescovo maggiore di Kyiv-Halic”, per ricordare le persecuzioni di 60 anni fa subite dai greco-cattolici, che oggi diventano “stimolo per la comunità greco-cattolica ad approfondire il suo intimo e convinto legame con il successore di Pietro”.

Se Kiev dovesse essere elevata a rango di patriarcato, agli occhi di Mosca vorrebbe dire che secondo Roma, i discendenti dei primi evangelizzatori cristiani non sarebbero gli ortodossi, ma i cattolici che nel XVI secolo si sono riuniti al Papa. Una richiesta quella del cardinale Husar, osteggiata da diversi personaggi della Curia romana attenti al dialogo ecumenico. Anche il cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio consiglio per l’unità dei cristiani, ha dichiarato più volte la non opportunità della cosa, aggiungendo che nulla era stato deciso in proposito dal Pontefice.

Per spiegare il clima teso che esiste in Ucraina a causa di questi eventi, il vescovo Mark ricorda che era stato raggiunto un accordo di collaborazione “ma poi i nazionalisti uniati della Chiesa greco-cattolica non hanno voluto tener fede ai patti e hanno preso con la violenza  molte chiese ai nostri preti, i quali oggi non possono celebrare in quei villaggi dove la maggioranza della popolazione è ortodossa”. Inoltre, accusa, “corre voce che

la Chiesa uniate si consideri come

la Chiesa di tutti gli ucraini. Più volte il cardinale Husar ha dichiarato che in Ucraina ci dovrebbe essere un unico Patriarca, in comunione con Roma, cioè lui. E a questa cosa sono contrari tutti i Patriarchi della Chiesa ortodossa. Il Vaticano, che sostiene anche economicamente

la Chiesa uniate, ha il dovere di intervenire”. Fino a quando questo punto non sarà chiarito, dice Mark, la sostanza delle relazioni non cambia. E nessuna visita tra il Papa e il patriarca Aleksji II può prospettarsi all’orizzonte.

 

 

vi.pri

Jesus/maggio 2006

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Lunedì 24 Luglio 2006 10:54

“IO ERITREO CAPPELLANO A MILANO”

“IO ERITREO CAPPELLANO A MILANO”

Tra le cappellanie della comunità straniera, quella eritrea a   Milano è una delle più vecchie e consolidate, frutto del continuo flusso migratorio degli eritrei che hanno cercato nell’ex Paese colonizzatore sicurezza da guerre, persecuzioni e carestie.

I primi arrivi datano verso la fine degli anni Sessanta. Alora ad assisterli ci sono alcuni giovani frati cappuccini, in Italia per completare gli studi. La loro è un’assistenza non solo spirituale. I religiosi aiutano gli immigrati nel trovare casa, lavoro, per avere i permessi di soggiorno, ecc. E  non guardano alla fede.  Aiutano tutti: i cattolici (una minoranza)  e i non cattolici (la maggioranza). 

“L’assistenza agli eritrei – spiega padre Habtemariam Ghebreab, l’attuale cappellano – è nata ufficialmente 24 anni fa quando l’allora arcivescovo Cardinal Carlo Maria Martini, riconobbero il nostro sforzo per aiutare gli eritrei e ci permise di dare vita a un’assistenza”. Da allora, alla sua guida si sono alternati quattro cappuccini: Andemariam Tesfamicael, Stefano Tedla, Teclemariam Haile (conosciutissimo a Milano con il nome di padre Marino) e, appunto, Habtemariam Ghebreab . Padre Habtemariam, 62 anni, è nato in un villaggio vicino ad Asmara. Ha studiato in Africa e si è specializzato alla Pontificia Università Gregoriana di Roma. Prima di tornare in Italia nel 2002, è stato in Etiopia (dove ha diretto il seminario di Addis Abeba ed è stato maestro dei novizi) e in Eritrea (dove è stato coadiutore parrocchiale a Keren e Asmara). “A dire il vero – spiega padre Habtemariam – sono tornato per caso. Ero venuto qui per cure mediche, poi i superiori mi hanno chiesto di rimanere per dare una mano a padre Marino. Quando padre Marino si è ammalato, ho preso il suo posto. Anche se lui continua a collaborare con me”.

A Milano, il cappellano è il punto di riferimento per 200 famiglie eritree cattoliche. “Prima dell’indipendenza dell’Eritrea – ricorda -, la cappellania offriva assistenza spirituale ai cattolici, ma anche ai copto-ortodossi che venivano da noi per Messe e battesimi. Poi, nel 1993, si è costituita la comunità copta a Milano e da allora gli ortodossi hanno avuto il loro pastore”. 

La gran parte dei cattolici sono giovani immigrati, molti fuggiti dal loro Paese e arrivati qui dalla Libia. Ma ci sono anche persone arrivate in Italia molti anni fa. 

“Noi – osserva padre Habtemariam – cerchiamo di aiutarli come possiamo. Un tempo padre Marino li assisteva in tutto: dalle pratiche burocratiche alla casa, al lavoro ai rapporti con le istituzioni. Ora è diventato più difficile perché il numero degli immigrati è cresciuto e lavoro e casa sono merce rara per tutti”. 

L’assistenza è quindi prevalentemente spirituale. “Ogni domenica mattina – spiega – celebro una Messa in lingua zigrina. La celebrazione è accompagnata dai canti in gheez, una lingua arcaica dal quale sono nate le più importanti lingue di Etiopia ed Eritrea. Il sabato poi tengo lezioni di tigrino (per i bambini eritrei o meticci) e di catechesi ai giovani”. 

Padre Habtemariam ormai si è integrato in Italia. Oltre al suo servizio rivolto alla comunità eritrea collabora con i confratelli cappuccini del convento di viale Piave. “Devo essere sincero – ammette – non ho faticato molto ad ambientarmi. Un po’ perché molte abitudini degli eritrei sono state mutuate dai colonizzatori italiani. Ma anche perché nei conventi ad Asmara e Addis Abeba avevo già convissuto con missionari italiani e conoscevo bene il loro stile di vita : in Italia poi lavoro come in Eritrea: Nel senso che i miei parrocchiani sono tutti eritrei come lo sarebbero in una parrocchia a Keren, Asmara, Massaia, ecc.

Essere qui o là non fa molta differenza: L’unico vero problema è che qui i fedeli sono sparsi in una grande città come Milano. E non sempre è facile tenere i contatti con loro”.

Enrico Casale

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale

Ancora prigionieri. Una famiglia in Zambia, paese che, come molti altri stati poveri, soprattutto in Africa, continua a risentire in modo rilevante del peso del debito estero.

Nella definizione dei temi fondamentali per un’agenda di riduzione dell’ingiustizia e della povertà nel mondo, il tema del debito merita ancora di essere considerato come prioritario. Dopo la grande mobilitazione dell’anno del Giubileo, l’attenzione dell’opinione pubblica è stata sollecitata negli ultimi anni da iniziative spesso più ad effetto che di reale efficacia. Ma in termini concreti, il totale del debito dei paesi in via di sviluppo, che nel 1999, prima dell’avvio dell’iniziativa “rinforzata” Hipc (Heavily Indebted Poor Countries è il nome dell’iniziativa internazionale per la cancellazione del debito, ndr) era pari a 2.347 miliardi di dollari, è oggi (dato aggiornato al 2004) pari a 2.597 miliardi; i paesi dell’Africa subsahariana, che nel 1999 pagavano 13,6 miliardi di dollari per rimborsare questo debito, ne hanno pagati nel 2004 15,23.

Questi dati bastano a dare una prima indicazione sullo stato dei fatti: l’iniziativa internazionale di cancellazione del debito non ha risolto il problema. Ha semmai contribuito a evitare una situazione ancora più pesante, senza però trovare la via di uscita sostenibile invocata come una delle ragioni per procedere alla cancellazione. Ora si tratta di fare ogni sforzo perché le iniziative già adottate siano portate avanti in modo efficace e perché vengano introdotti correttivi per gli elementi che ne limitano l’efficacia. In questo, l’attenzione della società civile è fondamentale, se si vuole mantenere una giusta tensione su una questione che continua a influire in modo drammatico sulle condizioni di vita della maggior parte della popolazione mondiale.

Difficoltà dai governi

L’iniziativa di conversione del debito promossa dalla chiesa italiana, attraverso la Fondazione Giustizia e Solidarietà (nella quale sono coinvolti numerosi soggetti, tra cui Caritas italiana), è stata portata avanti con un impegno faticoso ma efficace, in continuità con la campagna ecclesiale per la riduzione del debito, lanciata nell’anno giubilare a seguito del pressante appello di Giovanni Paolo II. Questa iniziativa ha trovato le sue prime concretizzazione in Guinea (dove il fondo di conversione del debito è attivo dal giugno 2003) ed è giunta anche in Zambia a una fase operativa.

Proprio in Zambia la mancanza di un accordo tra i paesi debitori ha impedito a lungo di negoziare gli accordi bilaterali di cancellazione del debito e anche successivamente i due governi (zambiano e italiano) hanno frapposto numerose difficoltà all’ipotesi di creare un fondo di conversione del debito, come nel caso della Guinea. Per questa ragione, alla fine del 2004, il consiglio di amministrazione della Fondazione aveva stabilito di aprire un Fondo di riduzione della povertà, in accordo con la chiesa zambiana e amministrato secondo gli stessi criteri inizialmente individuati per la gestione del Fondo di conversione del debito, cioè con una larga rappresentanza della società civile zambiana. L’idea era che l’avvio unilaterale di questo fondo servisse anche come stimolo ai due governi. Dell’ammontare destinato dalla Fondazione
allo Zambia, pari a 10 milioni di euro, la metà è stato in un primo momento attribuita a questo fondo, in attesa di vedere se i due governi avrebbero dato seguito all’impegno circa il monitoraggio delle risorse liberate dalla cancellazione.

Rendere conto ai cittadini

Oggi, a un anno di distanza, entrambe le prospettive sembrano aver trovato concretizzazione: il Fondo Giustizia e Solidarietà per la riduzione della povertà (Isprf) è attivo e ha già identificato i primi progetti cui offrire un sostegno finanziario; i due governi hanno firmato nel gennaio 2006 un’intesa per la costituzione di un comitato di informazione, che avrà il compito di mettere a disposizione la documentazione riguardante l’impiego delle risorse liberate in seguito alla cancellazione del debito da parte del governo italiano (ai sensi della legge 209 del 2000) e in cui siederanno i rappresentanti dei due governi, un rappresentante della fondazione e un rappresentante della struttura operativa della chiesa zambiana, come garanzia di collegamento con la società civile locale.

Quest’ultima circostanza è significativa: il monitoraggio dell’uso delle risorse liberate con la cancellazione del debito è stato, negli anni scorsi, materia di accesa discussione nel dibattito pubblico in Zambia e ora per la prima volta i rappresentanti della società civile vengono coinvolti nello scambio di informazioni tra governi. Si tratta di un risultato politicamente importante: si afferma infatti il principio per cui è ai cittadini, in primo luogo dei paesi che beneficiano della cancellazione, che occorre rendere conto dell’uso delle risorse liberate. Un concetto diaccountability verso il basso, ben diverso dalle condizioni unilateralmente poste dai governi creditori o dalle istituzioni finanziarie internazionali.

Società civile coinvolta

Il comitato di informazione non ha collegamento funzionale con il Fondo di riduzione della povertà istituito in collaborazione con la chiesa zambiana, ma le due iniziative rispondono allo spirito originario della campagna giubilare, in particolare all’dea di un coinvolgimento diretto della società civile nella trasformazione della schiavitù del debito in nuove opportunità di sviluppo. Proprio in seguito alla costituzione del comitato di informazione, il consiglio di amministrazione della Fondazione ha avviato la riflessione sull’impiego della seconda metà dei 10 milioni.

Pochi mesi di attività del Jsprf sono sufficienti per tracciare un primo bilancio. Il comitato di gestione è presieduto da una rappresentante della chiesa zambiana e comprende rappresentanti delle principali reti di società civile, inclusa la più
grande federazione di produttori agricoli (i piccoli contadini sono il primo “ target sociale” delle attività del
fondo); nel comitato siedono anche due rappresentanti delle espressioni della chiesa italiana in Zambia (missionari e volontari). Il comitato, riunitosi per la prima volta nel novembre 2005, ha dato impulso all’intervento nei primi quattro distretti (Petauke, Kasempa, Isoka e Gwembe). È in corso una riflessione che potrebbe condurre all’allargamento delle aree coperte, senza tuttavia venire meno a un principio di concentrazione delle azioni, necessario per evitare interventi a pioggia, poco efficaci e di difficile gestione. Al momento sono stati finanziati 9 progetti per 485 mila euro: si tratta soprattutto di progetti di supporto alle attività economiche (produzione, stoccaggio, trasformazione e commercializzazione di prodotti agricoli), ma non mancano iniziative di microfinanza e di miglioramento dei servizi scolastici. Oltre progetti già approvati sono oltre 160 le proposte depositate da diversi attori della società civile e si può prevedere nei prossimi mesi un’accelerazione nel ritmo degli stanziamenti.

Massimo Pallottino
Italia Caritas/Maggio 2006

Evoluzione del debito internazionale(dati in mld di dollari)

1982

1996

1999

2001

2003

2004

Paesi in via
di sviluppo

Debito
estero totale (DET)

715,79

2044,97

2346,64

2260,52

2554,14

2597,06

Servizio
del debito pagato

108,38

262,55

352,22

365,52

419,77

373,80

Di
cui interessi

62,85

96,15

113,88

110,33

101,18

103,14

Asia orientale
e Pacifico
(DET)

88,17

494,03

538,61

501,98

525,54

536,54

Europa e Asia
centrale
(DET)

88,46

368,32

503,45

507,78

676,00

728,47

America Latina
e Caraibi
(DET)

333,14

638,47

771,83

749,18

779,63

773,46

Medio Oriente
Nord Africa
(DET)

82,33

163,18

155,80

142,14

158,83

155,47

Asia
Meridionale
(DET)

47,35

149,62

161,99

156,25

182,79

184,72

Africa
sub-sahariana
(DET)

76,34

231,35

214,96

203,19

231,36

218,41

Fonte: elaborazione sui dati della Banca Mondiale

Pubblicato in Mondo Oggi - Economico
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