Venerdì, 20 Ottobre 2017
Mercoledì 21 Marzo 2012 14:34

I colori della Speranza (Don Marino Qualizza)

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  I COLORI DELLA SPERANZA

Gli anni del postconcilio sono stati caratterizzati anche da una rinascita della teologia della speranza, ed è da sperare, anche della virtù teologale della speranza. Con la costituzione pastorale Gaudium et Spes, con cui si concludeva il concilio, si è dato spazio, già nel titolo, a questa virtù costitutiva dello specifico cristiano, ma piuttosto trascurata nella teologia scolastica e successive, fino ai nostri giorni.

 

Un po’ di terminologia

Due sono i termini, temporali ed antropologici, che possono determinare l’ambito ed il contenuto della speranza, che possiamo descrivere globalmente come attesa fiduciosa. Essi sono presente e futuro. Due termini apparentemente innocui, eppure portatori di una serie notevole di posizioni, di attese, di realizzazioni tra l’utopico e il fantasioso, oppure saldamente ancorato nella realtà. In questi due termini abbiamo racchiusa tutta la storia biblica da Abramo in poi, fino alle recenti letture delle varie teologie, di indole politica soprattutto, che si sono occupate del tema.

L’attesa fiduciosa di un bene sommamente desiderato caratterizza la vita di Abramo e in lui di tutto Israele. Nel desiderio, nella richiesta e nell’attesa di un figlio si compie la vita di Abramo nel presente. Questo compimento va opportunamente sottolineato, perché il presente risulta chiaro, mentre il futuro, per non parlare della fine della vita, è avvolto in una densa ed impenetrabile nube. Tuttavia nella prospettiva di fede e di speranza di Abramo si apre uno spiraglio verso il futuro, ancora infrastorico, sulla lunghezza di una esistenza che diventa storia, e non si limita ad un episodio.

Attribuire di più alla prospettiva di Abramo significa anticipare i tempi, che richiedono una lunga maturazione e che vedremo delinearsi abbastanza chiaramente al tempo di Daniele (II sec. a.C). Ma in questa esistenza senza apparenti voli mistici, si afferma la solidità di un fidarsi di Dio. È lui infatti, la solidità del presente, la positività di una esistenza che trova in lui fondamento stabile e gioia essenziale. E nel dono del figlio vede aprirsi anche la prospettiva non solo di un avvenire legato alla generazione, ma esprimentesi in una storia che riguarda tutta la tribù che un giorno diventerà popolo.

 

Da Abramo a Mosè

Quanto viene raccontato nella vicenda di Abramo, quasi in visione anticipativa, riceve concretizzazione con Mosè, in cui si riannoda la promessa fatta ad Abramo, Isacco, Giacobbe, perché è lo stesso ed unico Dio a condurre le vicende della storia in modo che realizzino la sua promessa. È questa infatti la chiave di volta di tutto lo svolgimento di una storia che ha le caratteristiche della salvezza. Con Mosè questo è straordinariamente chiaro. Qui l’attesa diventa l’aspirazione alla libertà e questa viene raggiunta concretamente tanto da diventare con i secoli, l’identità stessa di Israele, anche se ad essa manca sempre qualcosa che la storia del presente non riesce ad assicurare.

Vediamo così che la speranza d’Israele diventa il possesso della terra, di qualcosa cioè che più concreto non si può pensare. La cosa appare così ovvia che, forse, non si è approfondito il significato soprattutto teologico di questo possesso, mentre quello antropologico potrebbe apparire più decifrabile. Come mai impegnare Dio nel garantire un possesso che risulta così precario nella storia di tutti i popoli e che Israele soffre con una dispersione bimillenaria? È senz’altro uno degli enigmi storico - teologici che ci affascina ed inquieta contemporaneamente. Tanto più che con il progredire dei tempi le cose cominciano a scricchiolare, perché la prospettiva che basti la terra per raggiungere la pienezza della vita, visti i limiti che accompagnano l’esistenza e la rendono così precaria, risulta del tutto problematica.

 

Un futuro oltre la storia

E così la prospettiva di un futuro che non sia solo una protrazione del tempo, si fa capolino, anche se in modo ancora confuso. Già nell’ultima parte del libro del profeta Isaia si ipotizzano ‘cieli nuovi e terra nuova’, (Is 66) cioè un cambiamento radicale dell’universo in cui siamo inseriti. Tuttavia non si deve perdere di vista che la speranza d’Israele è sempre concreta e legata alla realtà. Non ci sono fughe verso uno spiritualismo astratto, ma l’adesione ad una concretezza dove l’opera della creazione non viene cancellata, ma definitivamente potenziata e perfezionata.

La presenza e l’attività di Cristo riprende da capo tutta la speranza d’Israele e la identifica con la sua persona. Dato per noto l’impianto del Vangelo, vediamo come questo è stato interpretato nei tempi moderni. Dalla seconda metà del ‘700 inizia la lettura critica dei vangeli, ma con una pregiudiziale metodologica che ne determina a priori l’interpretazione: è vero ciò che corrisponde alla verifica razionale e alla realtà storica concreta; il resto è tutta fantasia. Così dai vangeli viene espunta ogni aspettativa che riguardi la speranza tanto per l’oggi come per il domani; non c’è più attesa, fino a quando all’inizio del ‘900 per opera di Weiss e Schweitzer viene ripresa la linea originale del vangelo, data dalla escatologia, nel caso, dall’annuncio della venuta del regno di Dio.

 

Il vangelo del Regno

La cosa era partita bene, ma la sua conclusione non giunse a buon esito. Era vero che il vangelo annunciava la venuta del regno di Dio, ma questa era un’illusione che colpiva lo stesso Gesù. Dunque, attesa di qualcosa che non sarebbe mai venuto e quindi annuncio di una illusione. Siamo ancora in una lettura di taglio razionalistico, che ben presto sarà superata dal deciso intervento di K. Barth che fonda tutta la verità del vangelo sulla escatologia, sulla speranza del mondo futuro, suscitato da Dio. Questa attesa è vera, certa e sicura perchè garantita da Dio. La svolta bartiana è importante, anche se unilaterale in quanto tutto viene proiettato nel futuro, mentre il presente resta sprovvisto e disancorato.

Con successive correzioni si è arrivati finalmente ad una posizione più armoniosa, nella giusta correlazione fra presente e futuro. Questa è data dalla attenzione che la teologia ha posto sulla resurrezione di Cristo. Essa non è fuga dal presente e sparizione nell’infinito senza ritorno. È invece inizio del mondo futuro e compimento dello stesso nella persona di Gesù, soprattutto per il fatto che il Cristo risorto resta definitivamente nel nostro mondo nella realtà misterica dei sacramenti. In questo senso la verità della resurrezione è anche la verità della nostra speranza, la quale si fonda sempre ed inseparabilmente su presente e futuro.

C’è stata infatti una interpretazione della resurrezione e della speranza cristiana tutta trasferita alla vita eterna, intesa come vita che viene dopo la morte fisica, ma non è questo il senso pieno della resurrezione. La sua forza e il suo influsso si estendono a tutti i tempi, dando ad essi consistenza ed energia. È la stessa azione salvifica di Cristo che ingloba tutti i tempi e da essa viene caratterizzata anche la prassi cristiana. La fede nel Cristo risorto e l’affermazione che la sua azione si estende a tutti i tempi ed oltre i tempi è l’originalità della stessa fede.

 

Attesa ed impegno

Noi dunque siamo in attesa della vita definitiva e questa si è già compiuta almeno in Cristo e mediante lui in tutta l’umanità. Allora questa attesa del compimento definitivo diventa l’impegno per rendere operativo il nostro presente e degna della persona umana, la nostra esistenza. Perchè tutto questo non sembri una costruzione astratta e teorica abbiamo la struttura sacramentale a renderla concreta, come si ricordava. Nei sacramenti viviamo la pienezza della redenzione che abbraccia tutti i tempi e ci collega ad essi, cosicché siamo realmente in comunione con tutta la Chiesa, quella della terra e quella dei cieli.

Ma se partecipiamo già ai beni eterni, che senso ha attenderli ancora? Per il semplice fatto che non abbiamo ancora raggiunto la meta definitiva, siamo ancora in cammino, guidati dalla stella della fede e sospinti dalla forza della speranza che deve compiersi. La vita di fede è movimento e sviluppo fino alla vetta finale. In questo cammino la degustazione che facciamo nei sacramenti non annulla il desiderio, la tensione ma li irrobustisce e rende più agevole il cammino. La speranza non solo dà colore, ma unisce i momenti del tempo con quelli dell’eternità, rendendo umana la vita con la forza della grazia, perché la sua forza fa sì che il massimo della divinizzazione sia il massimo dell’umanizzazione. È la speranza cristiana amica dell’umanità.

Don Marino Qualizza, teologo

Ultima modifica Mercoledì 21 Marzo 2012 20:47
Salvo Celeste

Salvo Celeste

Dottore in Giurisprudenza

Rubrica L'Angolo del Diritto ecclesiastico;
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