Domenica, 22 Ottobre 2017
Giovedì 13 Dicembre 2012 20:49

La grande fame

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Di Anna Maria Trapassi

Stavo rileggendo un romanzo di Johan Bojer, LA GRANDE FAME, ed ho pensato che esso tocchi il tema della speranza in modo significativo.

Vorrei pertanto condividere con voi questa lettura che tratta di disperazione, ma anche di luce proprio quando le tenebre sembrano farsi più fitte. Si tratta di poche pagine, che possono invogliare, chi lo desidera, a leggere anche tutta l'opera.

Buona lettura!

Caro Klaus,

se ti scrivo per raccontarti ciò che ci è accaduto, lo faccio con la speranza di dar conforto anche a te. Giacché, caro amico, ho scoperto che si può superare il dolore, purché si impari a guardarlo con occhi propri, e non con quelli degli altri.

Molti diranno che sono precipitato di china in china e che non devo far l'ipocrita e fingere amore per la sofferenza. Anzi essa fa male. Non nobilita punto: indurisce, salvo che non ingrandisca fino al punto di abbracciare tutto. Sono stato un tempo l'ingegnere della prima cataratta....ora, faccio il fabbro in una valle montana; e questo fa male.

Io sono privato d'ogni lettura, a causa dello stato dei miei occhi, ch'è cattivo, e d'ogni contatto con gente che possa piacerci, giacché qui non ce n'è. Questo fa male, sebbene ci si adatti....

Comunque, non è simpatico. Molto spesso io ho pensato d'essere giunto proprio in fondo alla china delle avversità, ma ero appena a un ripiano; il fondo stava molto più in giù. Si lavora, anche quando la testa vuol scoppiare, si fa economia perfino di zolfanelli, eppure il pane che si mangia ha spesso il sapore di elemosina. Questo fa male. Non si spera più che un giorno tutto andrà meglio, no, non si spera nulla, non si ha più sogni, più fede, più illusioni...

Nossignore, rimane un'ultima raschiatura in fondo al tuo essere; rimane ancora ciò che ha veramente valore . Cosa può essere? domandi tu. Questo ti voglio raccontare.

Ciò che è accaduto è stato proprio in un momento in cui la nostra vita si stava rasserenando un po'. La mia testa migliorava da qualche tempo, e io lavoravo attorno a una nuova erpice (l'acciaio, l'acciaio non lascia mai in pace), e tu sai quali possibilità un simile lavoro lascia intravedere,

Merle lottava con nuovo coraggio. Si, che ti pare una donna di tal fatta che s'è accollata la sua croce volontariamente, per seguire una rovina come me? Spero che un giorno

tu possa trovare una donna simile. Vero è che i suoi capelli diventano grigi e la pelle rugosa; la sua schiena non è più diritta, le sue mani sono arrossate e screpolate; ma ai miei occhi tutto ciò acquista bellezza, anima, perché io so che ogni ruga è la traccia lasciata da qualche nuova sciagura toccata a tutt'e due. Il suo sorriso è più rigido, ora; era ed è triste, ma mi fa ricordare anche le ore in cui ci siamo stretti l'uno contro l'altra, quando cielo e terra ci mandavano soffi di freddo. Così la nostra felicità e le nostre sofferenze l'hanno formata tale quale è oggi. Alla gente essa può sembrare forse invecchiata, ma a me sembra più bella.

Ma eccomi finalmente a ciò che volevo raccontarti. Capirai bene come non fosse facile per noi separarci dai due bambini, così che quando essi insistono nelle loro lettere per tornare a casa, non riceviamo una consolazione. Ci rimaneva una piccina, la piccola Asta, che aveva compiuto i cinque anni. Vorrei che tu l'avessi vista. Se, con i tuoi nervi esasperati, ti fossi mostrato spesso un padre ingiusto verso i due maggiori, avresti tentato di fare l'impossibile per quella che rimaneva. Asta non è un bel nome?

Immagina una cosina bruciata dal sole, con capelli bruni, e le belle sopracciglia della mamma sempre indaffarata con le sue bambole, o con la legna che porta in casa, o con piccole focacce, che cuoce per il papà, quando la mamma cuoce il pane per tutta la casa; che parla agli uccelli posati sul tetto, e canta non importa che cosa, perché un motivo le è venuto in mente. Quando la mamma lava in terra, Asta prende un piccolo straccio e strofina una seggiola; se si sporca e riceve una sculacciata, grida un po' ma poi esce e canta,calmata.

Se tu sei a lavorare alla fucina, ecco risuonare dei passettini: "Babbo, vieni a mangiare" e una manina ti prende e ti conduce verso la porta. "Mi farai il bagno questa sera papà?

Ecco il tuo tovagliolo, papà". E se la colazione composta d'altro che di latte e patate, lei mangia con lo stesso atteggiamento che terrebbe ad un festino.

"Le patate e il latte ti piacciono più delle altre cose, è vero,papà?" E il suo viso fa una smorfietta provocata dal piacere di rivolgere questa domanda.

La notte dormiva in una cassa ai piedi del nostro letto, e quando io non riuscivo ad addormentarmi, molto spesso era il suo respiro leggero, pacifico, che mi calmava; era come se la sua manina avesse preso la mia per condurmi verso il sonno, il bello, il divino sonno.

E ora che vengo all'accaduto, mi riesce un po' difficile scrivere........ La mia mano incomincia a tremare; ma penso che tu, a tua volta, puoi trovare conforto nel modo come tutto ciò è finito, per Merle e per me.

Noi avevamo dei vicini, uno stagnino e la moglie, povera gente come noi. Appena giunto qui, andai a conversare un po' con lui. Povero diavolo! era piccolo e livido; si serviva degli acidi, saldava e impiombava, bene o male.

"Che volete?" disse guardandomi di sbieco, e quando fui uscito, l'udii che chiudeva la porta con la chiave. Ahimè! temeva forse una concorrenza fra lui e me? Sua moglie era come un involto di carne e di ossa, e, ciononostante,imperiosa; ma era stata condannata di recente per aver aiutato una ragazza ad abortire.

Una mattina di domenica, io guardavo alcuni meli in fiore del suo orticello; uno di essi era così vicino alla cinta che ci separa, che un ramo era incurvato fin verso di me.

Io lo tirai per sentir meglio il profumo dei fiori. "Va' mordilo!" udii a un tratto, e il grosso cane-lupo dello stagnino balzò e per poco non mi afferrò alla gola. Fui abbastanza fortunato nell'afferrarlo per il collare, prima che riuscisse a farmi del male, e lo trascinai fino al proprietario dicendo: "Se dovesse succedere un'altra volta una cosa simile, vi denunzierò al Sindaco"

E che parole da quella bocca! Potei conoscere chi fossi io. "Tieni la lingua a posto, tu, maledetto pezzente!" Fece egli con voce sibilante e con grande gesticolare di braccia. "Tu che sei venuto a togliere il pane di bocca a degli onesti lavoratori", e credo che cercasse un coltello o qualche altro oggetto per lanciarmelo sulla testa.

Dovetti ridere. Era una bella scena fra due rivali nella concorrenza mondiale.

Due giorni dopo, ero alla fucina, quando udii un grido lanciato da mia moglie. Mi precipito fuori. Che cos'era accaduto? Merle era presso la cinta, e io scorsi Asta sotto il corpo di una grossa bestia.

E allora....Merle mi ha raccontato che sono stato io a far lasciare la presa all'animale accanito sul povero corpicino inerte e a portare la nostra piccolina in casa.

Giova sì, chiamare un medico, ma non bisogna sperare in un grande aiuto, se si tratta di ricucire un collo straziato di bimbo.

Ma c'era una madre che non voleva lasciarlo andare via....che gemeva, pregava, s'aggrappava a lui, lo supplicava di tentare ancora. E quando egli fu partito, lei voleva richiamarlo, si rotolava per terra, si strappava i capelli, e non voleva credere a ciò che lei sapeva essere la verità.

E durante la notte, un padre e una madre rimasero seduti, con gli occhi stranamente fissi.

La madre non gemeva più; la bambina era distesa col suo più bel vestitino indosso; il padre stava presso la finestra e guardava fuori. Era di maggio, una notte grigia.

Allora mi venne questo pensiero: che ogni grande sofferenza ci conduce sempre più lontano sul promontorio della vita. Io ero giunto alla punta estrema: di là non vi era più nulla.

E caro amico....scoprii che le avversità, durante questi numerosi anni, avevano fatto in modo da adattarmi a questo e a quello, che c'era in me la natura di parecchie persone, e che infine esse erano compiute e potevano separarsi dal mio essere e andarsene ciascuna per la sua strada.

Vidi un uomo correre nella notte e mostrare il pugno al cielo e alla terra, un pazzo che non voleva sostenere più la sua parte nella commedia, e perciò andava difilato al fiume.

Io rimanevo seduto.

E vidi un secondo pigmeo staccarsi, un asceta umile, pallido, che curvava la testa sotto la frusta e diceva: "Sia fatta la volontà tua" e "il Signore ha dato , il Signore ha ripreso". Era una creatura da far pietà, che vagò nella notte e scomparve.

Io rimanevo seduto.

Ero solo sul promontorio della vita; il sole e le stelle erano spenti, e il vuoto gelido, spoglio di ogni significato, su di me, attorno a me, dappertutto.

Ma, vedi, allora io scoprii che tutto non era finito; c'era in me una piccola scintilla che non poteva spegnersi e che incominciò a brillare sola sola. Io mi sentivo come riportato al primo giorno della vita, e una volontà d'eterno sembrava sorgere in me ed ordinare: sii luce!

E fu quella volontà che crescendo a poco a poco in me, mi fece diventare così forte.

Cominciai col sentire una pietà indicibile per tutti gli uomini della terra, ma finii col sentirmi orgoglioso di essere uno di essi.

Compresi che il cieco destino può straziarci e spogliarci, e che, pure, ci rimane ciò che nulla nel cielo, nè sulla terra potrebbe toglierci. Il nostro corpo è destinato a morire, la nostra mente a spegnersi, eppure noi portiamo in noi la scintilla dell'eternità, che è armonia e luce nel mondo e per Dio

E compresi che ciò di cui avevo fame negli anni migliori, non era nè il sapere, nè la gloria, nè la ricchezza, e neppure desiderio di essere sacerdote, nè un grande creatore e padrone dell'acciaio; ma desiderio di costruire dei templi, non delle case di preghiere o chiese dove i peccatori si lamentino, ma un tempio per lo splendore dello spirito umano, dove noi potessimo innalzare l'anima nostra fino a cantare un inno che sarebbe un'offerta al cielo.

Io non potevo più vedere; a dir la verità, non potevo più nulla; eppure, seduto là, mi pareva di essere il vittorioso.

Che accadde poi? Come di solito, in questa valle, c'era una dura siccità durante tutta la primavera. L'eterno vento del nord trascinava in dense nuvole la terra dei campi su tutto il paese, e c'era da temere una cattiva annata, come ne capitano spesso se non piove.

Finalmente la gente iniziò la semina, ma venne il gelo; cadde una pioggia mista a neve e il grano gelò. Il mio vicino, lo stagnino, aveva anch'egli un campo d'orzo, ma bisognava seminarlo, e dove poteva prendere il grano?

Egli andò di casa in casa, ma non aveva denaro. I ragazzi gli correvano dietro, fischiando, e qualcuno dei vicini minacciava di scacciarlo dopo la disgrazia di Asta, gli s'erano messi tutti contro; nessuno voleva prestargli nulla.

La notte seguente, poiché non dormivo, quando l'orologio suonò le due, mi alzai: "Dove vai?domandò Merle. "Vado a vedere se ci è rimasto un moggio d'orzo "risposi. "Dell'orzo? Che vuoi farne del grano nel cuore della notte?" "Voglio seminarlo nel campicello dello stagnino" dissi io: ed è meglio farlo ora, perché nessuno sappia che sono stato io.

Ella si sollevò a sedere e spalancò gli occhi: "Come? Dallo...dallo stagnino?"

"Si" diss'io, "noi non proveremo nessuna gioia vedendo il suo campo nero, questa estate."

"Peer,dove vai?"

"Dove ti ho detto" risposi, e uscii. Ma capivo che ella si sarebbe vestita per seguirmi.

Era piovuto, quella notte, e quando uscii l'aria era leggera. L'alba era appena come una pallida luce grigia con un bagliore dorato sulle nubi a nord, spinte dal vento. Le betulle erano coperte di foglioline tenere, la gazza e lo stornello si davano da fare, ma non si vedeva creatura umana; le case dormivano, il paese dormiva.

Io misi il grano in un corbello, m'arrampicai di sul tramezzo del vicino e cominciai a seminare.

In casa dello stagnino, erano a letto e dormivano. Il Sindaco aveva sequestrato e fatto ammazzare il cane; l'uomo e la moglie dovevano certamente sognare nemici che volevano fare loro del male.

Caro amico, il seguito merita di essere raccontato? rifletti soltanto a questo, che uno può regalare un regno, senza alcun sacrificio, e che un altro sacrifica una manciata di grano, che non solo è tutto quanto egli possiede, ma rappresenta tante lotte tante emozioni, quante ce n'è volute perché l'animo potesse innalzarsi a tale specie di generosità.

Ti sembra dunque che sia cosa da nulla? Comunque io non l'ho fatto per l'amore del Cristo, e del comandamento: amate i vostri nemici; ma io ero in piedi sulle mie rovine e sentivo una responsabilità infinita. L'uomo deve sorgere in piedi ed essere migliore delle cieche potenze che governano la sua vita; nella stessa sventura deve vigilare, perché il divino non muoia.

Così era nuovamente la mia scintilla d'eternità che brillava e ordinava: Sii luce!

E ancor più mi apparve come quel divino ch'è in cielo e sulla terra, debba essere creato dall'uomo stesso; il suo trionfo sull'onnipotenza inerte dell'universo consiste in ciò, appunto; e per ciò ho seminato il grano nel campo del mio nemico, perché Dio fosse.

Ah! Avrei voluto farti sentire quel momento!

L'aria attorno a me pareva tutta vivente di voci: era come se avessi per compagni tutti gli infelici visti e conosciuti, e crescevano di numero, e i morti s'univano con loro: in breve fu un esercito di tutti i tempi. Sorella Lovisa era anch'essa là: cantava il suo salmo e univa tutte le voci in un coro, il coro dei vivi e dei morti, il coro dell'umanità. Vedi, noi siamo tutti qui tuoi fratelli e tue sorelle; il tuo destino è il nostro; una legge di un mondo indifferente alla nostra sorte ci precipita in una vita di cui non abbiamo padronanza, noi siamo tormentati dall'ingiustizia, dalle malattie e dai dolori, dal fuoco e dal sangue; perfino il più felice deve morire nella propria casa l'uomo è come in visita: non sa mai se domani sarà partito per sempre. Eppure sorride, e ride in faccia alla sorte crudele; nella sua schiavitù egli ha creato il bello sulla terra e, in mezzo ai tormenti, trovato in sé una forza per la quale manda raggi nel freddo spazio vuoto e lo riscalda con l'anima di Dio...

O spirito umano, come sei meraviglioso! Come divino sei nella tua propria essenza! Tu raccogli la morte, e in cambio semini il sogno della vita eterna; per vendicarti delle tue sventure riempi l'universo d'un Dio ch'è tutto amore.

Ah! Abbiamo cooperato a crearlo, tutti noi ridotti in polvere ora, noi scomparsi nel buio come fiamme che si spengono... Noi abbiamo pianto, noi abbiamo esultato dalla gioia, noi abbiamo provato piacere e orrore, ma ciascuno di noi ha dato il suo raggio all'oceano di luce; dal negro che posa la prima pietra tombale, al genio che innalza al cielo le colonne del tempio. Noi ci siamo messi tutti, dalla povera madre che pregava presso una culla, alle legioni i cui inni salivano verso lo spazio immenso.

Gloria a te...spirito umano! Tu doni al mondo un'anima, tu le fissi uno scopo, tu sei l'inno che l'innalza sino all'armonia: torna dunque a te stesso, alza la fronte e sii sostenuto davanti al male che incontri. Le avversità possono spezzarti, la morte può sopprimerti, eppure sei invincibile ed eterno.

Caro amico, ecco i miei sentimenti quali erano. E quando il grano fu seminato e rincasai, il sole dava uno sguardo sulla montagna. Merle, presso la cinta, mi guardava. Secondo l'usanza delle donne del paese, essa s'era messa sulla testa un fazzoletto che faceva tettuccio sulla fronte, così che la faccia era nell'ombra, ma lei mi rivolgeva un sorriso.... come se anch'essa, la madre straziata, fosse sorta al disopra dell'oceano delle sofferenze per contribuire lì, nell'alba del giorno, a creare Dio...

 

Ultima modifica Martedì 30 Novembre 1999 01:00
Giorgio De Stefanis

Giorgio De Stefanis

Esperto di comunicazione e di Marketing.
Operatore di pastorale familiare

Responsabile Area Proposte di Esperienze Formative
Rubriche Cammini di esperienze di comunicazione, Storie di donne e di uomini

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