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Lunedì 03 Marzo 2014 09:15

Laicità

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Laicità

Questo testo è liberamente tratto da un incontro tenuto da padre Franco Gioannetti sul tema della laicità. Un incontro tra pochi amici, un piccolo dono che Franco ha voluto fare ai redattori di Dimensione Speranza il 23 ottobre 2010 e che oggi, in occasione del secondo anniversario della sua morte, vorremmo condividere con i visitatori del sito da lui fondato.

 

Dio entra in storie di precarietà e ne fa strumento di salvezza

In quell’incontro padre Gioannetti mise in luce soprattutto due aspetti: l’avversione di Dio per la staticità e il Suo amore per ciò che è piccolo, precario, incompiuto. «Partire senza sapere dove andare» – esordì padre Franco – «e proprio per questo fare la cosa giusta. Se c’è una cosa che la Bibbia condanna è l’immobilismo». Basta leggere le storie di Abramo e di Maria, per averne conferma. Si tratta in entrambi i casi di storie di viaggio, di cammini esistenziali nei quali, a un certo punto, Dio si manifesta con potenza. Dio interviene nella vita di Abramo quando questi è già in viaggio: ha lasciato Ur diretto a Canaan, alla ricerca di pascoli migliori. Dio entra in questa storia, che di per sé sarebbe soltanto umana, e la trasforma profondamente, le dà uno slancio nuovo, ne fa occasione di salvezza e benedizione per molti, per tutti. Non diversamente si comporta con Maria, la madre di Gesù. Quando Maria riceve l’annunciazione il suo progetto di vita è già in fase avanzata. Il matrimonio con Giuseppe, stando agli studi biblici più recenti, è probabilmente già stato celebrato, anche se non è ancora stato consumato. Secondo le usanze dell’epoca, infatti, il matrimonio si svolgeva in due fasi: dopo la celebrazione (prima fase) la sposa continuava a vivere con i genitori anche per un anno, dopodiché (seconda fase) si trasferiva nella casa del marito e il matrimonio veniva consumato. Anche in questo caso, dunque, Dio entra in una vicenda soltanto umana, un matrimonio come ce ne sono tanti, e ne fa qualcosa di radicalmente altro, la trasforma in una storia di salvezza universale.

 

Un popolo di sacerdoti

Durante l’incontro del 2010 padre Gioannetti non mancò di fare diversi riferimenti alla Scrittura. Il primo fu a Es 19,6: «Voi sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa». Israele, sottolineò Franco, è popolo mediatore, e questa investitura non è mai stata revocata, fa parte del mistero del popolo eletto. Secondo riferimento, 1 Pt 2,9: «Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di lui che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua ammirabile luce». Anche noi cristiani siamo un popolo sacerdotale, e lo diventiamo nel battesimo: l’olio profumato è il segno del profumo di Cristo che dovremmo diffondere nel mondo. E dovrebbero diffonderlo tutti i cristiani, i laici non meno dei chierici e dei religiosi, anche se in maniera diversa. Esiste infatti, ricordava spesso padre Gioannetti, anche il sacerdozio dei laici, che consiste nell’offerta del proprio modo di vivere. Anche il laico è chiamato a sacrificare, nel senso etimologico di sacrum facere, rendere sacra, la realtà che lo circonda: la famiglia, l’ufficio, la fabbrica, l’azienda. Gesù era laico, non apparteneva alla casta sacerdotale. E tuttavia fu sommo sacerdote, non del sacerdozio ebraico tradizionale, che era ereditario, ma di un sacerdozio eterno e universale: «E, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono, essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote alla maniera di Melchisedek» (Eb 5,9 – 10).

 

Quando il sacro si oppone a Dio

Occorre tuttavia distinguere tra sacro e sacro. C’è infatti una sacralità autoreferenziale, rigida, centrata su se stessa, che ostacola l’azione di Dio. Lo si vede nell’episodio di Zaccaria raccontato da Luca (Lc 1,5 – 25). Zaccaria, futuro padre del Battista, è un sacerdote della classe di Abia e sta celebrando l’offerta dell’incenso nel tempio di Gerusalemme. Una celebrazione straordinaria, quella dell’incenso: si veniva estratti a sorte, poteva capitare una volta nella vita. Siamo quindi nel punto apicale, centrale della sacralità istituzionalizzata: Gerusalemme, il tempio, l’offerta dell’incenso... Ed è proprio qui che Dio fatica a entrare. Quando l’angelo annuncia a Zaccaria che sua moglie, Elisabetta la sterile, gli darà un figlio, non viene creduto. Le domande di Zaccaria sono quelle di un uomo dalla fede tentennante, incerta. 

E c’è poi una sacralità umile, santa, efficace, che viene da Dio e chiede solo di essere ricevuta con fiducia gioiosa. Dopo l’episodio di Zaccaria lo scenario descritto da Luca muta radicalmente (Lc 1,26 – 38): non siamo più a Gerusalemme, nel tempio, al centro della sacralità sacerdotale, ma a Nazareth, in un contesto periferico e assolutamente laico, la casa di una giovinetta del popolo. Qui Dio può liberamente entrare, non trova più nessun impedimento. Le domande che Maria rivolge all’angelo Gabriele sono simili nell’espressione verbale a quelle di Zaccaria («come è possibile?») ma profondamente diverse nello spirito: sono le domande di chi vuol sapere, partecipare con entusiasmo al pur insondabile mistero annunciato, vivere in modo pieno la fede. È questo il sacro di cui il mondo ha urgenza: non quello innalzato a Dio dagli uomini, come se Dio avesse bisogno dei nostri incensi, ma quello che viene da Dio, si incarna in uomini e donne di buona volontà, liberi da ogni tentazione di potere, e fa sacra (sacrum facere) l’intera realtà. Una realtà altrimenti destinata a rimanere profana, sofferente, incompiuta, ingiusta. 

Marco Galloni

Ultima modifica Mercoledì 05 Marzo 2014 21:51

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