Lunedì, 03 Agosto 2020
Visualizza articoli per tag: Mondo Oggi
Martedì 09 Gennaio 2007 12:37

ATTENTO OSSERVATORE

Zambia / Incontro con Mons. Medardo Joseph Mazombwe

ATTENTO OSSERVATORE

Ha 75 anni, ma non li dimostra. È stato nominato arcivescovo della capitale nel novembre 1996, dopo essere stato vescovo di Chipata dal 1971. Ha sempre un occhio puntato sulla realtà sociale ed è un attento osservatore del mondo politico nazionale. Delle recenti elezioni dice: «Nonostante i disordini verificatisi subito dopo l’annuncio dei risultati, devo riconoscere che il processo elettorale si è svolto in modo pacifico. Il merito va dato totalmente al popolo. La campagna elettorale è stata molto intensa, ma non si sono registrati atti di violenza o intimidazioni. Se sia stato uno scrutinio imparziale e giusto non sta a me dirlo: spetta agli organismi civili nazionali e agli osservatori internazionali pronunciarsi. Per ora mi limito a constatare un dato molto significativo: la partecipazione è stata alta, e ciò sta a significare la maturità democratica della popolazione».

Guarda subito in avanti: «E’ urgente che il nuovo governo faccia ripartire il processo di riforma della costituzione. Questa richiesta fu avanzata già nel 2001 e il presidente Levy Mwanawasa accettò di metterla in agenda nel 2003. Molte organizzazioni della società civile hanno chiesto con insistenza la creazione di un’assemblea costituente, ma Mwanawasa ha sempre giocato un ruolo ambiguo sulla questione. Ora s’è impegnato a rilanciare il processo. La chiesa cattolica s’è più volte espressa in favore della revisione della legge fondamentale nazionale e intende continuare a svolgere un ruolo di sensibilizzazione della gente su questo delicato esercizio».

Gli faccio notare che il partito del presidente, il Movimento per una democrazia multipartitica (Mdm), ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle zone rurali, mentre i partiti di opposizione si sono rafforzati nella capitale Lusaka e nei grandi centri urbani, in particolare in quelli della cosiddetta Copperbelt, “la cintura del rame”, la zona più ricca del paese, ai confini con

la Repubblica democratica del Congo. Risponde: «E’ la storia che si ripete. Il governo è stato sempre molto “presente” nelle aree rurali. Una presenza, per Io più, fitta di regali alle popolazioni: Fertilizzanti, sementi, cibo... Gli abitanti dei villaggi sono persone semplici e hanno sempre creduto a questi politici e alle loro promesse mai mantenute».

E poi, mons. Mazombwe scuote la testa: «È mai possibile che una nazione ricca di minerali sia la patria di un popolo per il 64% costretto a vivere sotto la soglia della povertà? L’aspettativa di vita è di soli 34 anni. La disoccupazione s’aggira intorno al 50%». Cosa si può fare? «La prima priorità del governo deve essere quella di aiutare la gente a uscire dalla miseria. Come? Creando posti di lavoro. Oltre a essere il terzo produttore di rame al mondo, abbiamo immense aree di terra fertile ancora non coltivata. Solo il 14% è messa a frutto. E’ necessario diversificare la nostra economia, investendo in particolare nell’agricoltura».

Altre priorità? «L’educazione e la sanità. Lo standard scolastico, negli ultimi anni, è calato in maniera terrificante. Un insegnante di scuola elementare si trova a dover gestire classi di 70-80 alunni, e senza materiale didattico. Molti bambini non frequentano perché mancano strutture sufficienti. Negli ospedali e nei dispensari mancano i medicinali basilari. I medici e gli infermieri più bravi, dopo aver resistito più che possono, si vedono costretti a emigrare. Abbiamo un dottore per ogni 17.000 abitanti. Come è possibile, in queste condizioni, contrastare l’epidemia di aids che ha già colpito oltre il 20% della popolazione?». E aggiunge: «Com’era da attendersi, durante la campagna elettorale il presidente ha promesso educazione e sanità gratuite per tutti. Staremo a vedere».

DEBITO

In occasione del Giubileo 2000,

la Conferenza episcopale italiana lanciò la campagna, dal titolo “Tu in azione” (in seguito trasformata in “Fondazione giustizia e solidarietà”). Si raccolsero 17 milioni di Euro, che furono destinati all’acquisizione di quote di debito estero di due nazioni africane: Guinea e Zambia. Inoltre,


la Fondazione decise di creare un fondo - di circa 5 milioni di Euro - a sostegno dei contadini, in termini di formazione agricola e microcredito. L’ammontare assegnato allo Zambia fu di 10 milioni di euro. A che punto si è oggi?

Mons. Mazombwe, che è stato tra i principali interlocutori in questo progetto, ci dice: «Qualcosa è stato fatto, ma molto lentamente. Voi europei insistete con il dirci che è necessario prima identificare le aree di priorità ed elaborare studi di fattibilità, e poi che non si può procedere senza avere documenti precisi e dettagliati da presentare in patria, perché possano essere valutati. E non è finita: seguono discussioni e incontri a non finire. Intanto il tempo passa... e le cose si muovono a rilento».

A ritardare l’attuazione del piano aveva contribuito anche il governo dello Zambia. L’accordo prevedeva che le autorità accettassero che i fondi fossero sotto la responsabilità della chiesa cattolica nazionale. E non è stato facile ottenere questo.

L’arcivescovo precisa: «Nei sei anni trascorsi, sono emerse altre priorità. Non neghiamo l’importanza e l’urgenza dell’aiuto ai contadini, come chiaramente espresso nell’accordo, ma siamo giunti a individuare due aree che noi vescovi riteniamo più urgenti: sanità ed educazione. Abbiamo deciso di chiedere la costruzione di un ospedale cattolico, che sia in grado di rispondere alle emergenze sanitarie del paese e possa fare da traino ad altre strutture. Secondo, si è fatta sempre più chiara l’urgenza di un’ università cattolica per preparare personale, non solo esperto nei diversi campi, ma anche pronto a servire veramente il popolo. Nessuno può negare la necessità di creare una nuova classe dirigente che sappia essere davvero vicina alla gente». Nel giugno scorso, il consiglio di amministrazione della Fondazione ha deciso di ripartire i cinque milioni di euro del Fondo così: due per finanziare l’Ospedale nazionale cattolico di Lusaka e l’Università cattolica dello Zambia; tre per estendere il programma del Fondo sul territorio nazionale.

Gli faccio il nome di mons. Milingo. E lui: «Sono stati fatti “passi straordinari” perché egli restasse nella chiesa, ma non sono serviti a nulla. Dopo il suo primo gesto di adesione alla chiesa di Moon e il suo pentimento, venne a farci visita. Ricevette un’accoglienza calorosa da parte di noi vescovi e di tutta la comunità cattolica. Io ho condiviso con lui alcuni momenti difficili... Oggi, però, ci sentiamo traditi e confusi. Tornasse oggi in Zambia, la gente non sarebbe più disposta ad accoglierlo. È una ferità ancora aperta e ci vorrà molto tempo perché si rimargini».

a cura di Carmine Curci

Nigrizia/Novembre 2006

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Martedì 09 Gennaio 2007 12:27

COSÌ VICINO AL CIELO

Nell’eremo di Charles de Foucauld all’ Assekrem.

COSÌ VICINO AL CIELO

Non c’è niente e nessuno. Solo il sibilare del vento, che si infila tra le guglie e le gole di quello che probabilmente è uno dei luoghi più suggestivi al mondo: il massiccio dell’Hoggar e, nel suo cuore, l’altipiano dell’Assekrem, dove Charles de Foucauld si ritirò in eremitaggio. Non c’è niente e nessuno, solo sassi, rocce e pareti ardite su cui si infrangono luci e ombre. E quel silenzio perfetto che oggi, come ai tempi di frère Charles, risuona d’assoluto.

Arrivare qui in stagione non turistica significa davvero fare esperienza di deserto. Tre ore di pista, da Tamanrasset, durante le quali è raro incrociare un altro fuoristrada. E poi, quei pochi metri a piedi per raggiungere l’eremo, col fiato spezzato dai quasi tremila metri d’altitudine. Qui i turisti e i pellegrini assaporano tramonti e albe indimenticabili. Mentre i due piccoli fratelli, che discretamente custodiscono questi luoghi, si godono una vita di solitudine, preghiera, meditazione e accoglienza. Edouard e Alain hanno i volti scolpiti dal vento come queste rocce. Hanno parole misurate come chi conosce il valore del silenzio. Hanno modi cordiali di accogliere l’ospite pur conservando un’austera sobrietà. Edouard, classe 1927, è in Algeria dal ‘54, all’Assekrem da 33 anni. Alain, che di anni ne ha 83, è arrivato qui nell’82. Continuano una tradizione di appartenenza e fedeltà a questi luoghi, al loro significato e ai suoi visitatori, che dura dal 1955, quando i piccoli fratelli Antoine e Jean Marie cominciarono a garantire una presenza che né l’asprezza dei luoghi (e soprattutto la mancanza d’acqua) né le vicende politiche hanno più interrotto. Oggi con loro c’è un altro piccolo fratello, Ventura, cinquantenne, ex monaco trappista, arrivato tre anni fa. «Sembra un luogo fuori dal mondo», dice sorridendo Alain, mentre serve tè e biscotti su una terrazza naturale, che dà su un orizzonte senza confini. «E poi non ci si abitua mai a questa bellezza!», aggiunge, intuendo il pensiero di chi arriva qui per la prima volta e vaga con lo sguardo smarrito e incantato. «Sembra fuori dal mondo - ribadisce - ma è tutto il mondo che viene qui: gente di posti, culture, fedi diverse, con obiettivi diversi; chi per un ritiro spirituale, molti in pellegrinaggio, i più per turismo, senza sapere nulla di Charles de Foucauld. Così come molti algerini. Un mondo estremamente diversificato, universale. Per noi, una grande ricchezza». Loro accolgono tutti, e sono sempre più numerosi coloro che si recano sin lassù, soprattutto da quando si è chiusa la pagina buia del terrorismo e i tour operator hanno ripreso a portare fin nel cuore del Sahara viaggiatori e pellegrini. I primi erano già assidui di questi luoghi sino alla fine degli anni Ottanta; i pellegrinaggi, invece, sono divenuti più frequenti soprattutto negli ultimi anni, specialmente con il rinnovato interesse per Charles de Foucauld suscitato dalla sua beatificazione.

«Accogliamo tutti - aggiunge Edouard - senza fare distinzioni. E lasciamo a ciascuno la possibilità di scoprire ciò che vuole scoprire». E’ una meta, certo, l’Assekrem, ma - lo sanno bene i piccoli fratelli - chi arriva qui spesso finisce col mettersi in ricerca. Per trovare molto più di ciò che si aspetta. E questo vale non solo per coloro che vi trascorrono periodi di ritiro spirituale, meditazione e solitudine. O per il pellegrino sulle orme di frère Charles, che ne ritrova la spiritualità più autentica proprio là dove lui stesso si era ritirato in mezzo al nulla. Ma anche per il turista che non sa niente della vicenda umana e spirituale del «fratello universale» o per l’algerino che vuole conoscere il suo Paese. Tutti però trovano loro, i piccoli fratelli, segno di una presenza fedele e di un servizio alla Chiesa d’Algeria e all’Algeria stessa. «Durante gli anni del terrorismo - racconta Alain -, quando i turisti non venivano più, erano soprattutto gli algerini ad arrivare fin quassù. E a meravigliarsi di trovare questi posti e di trovare noi, che a questo luogo dedichiamo molte cure. Trovano una presenza di preghiera che spesso li tocca molto profondamente e che pone loro delle questioni. Trovano un luogo di incontro e di pace, di silenzio e non di scontro, in cui ci si ritrova sulle cose essenziali».

Arrivando all’Assekrem «ho avuto modo di scoprire un grande tesoro», scrive un algerino. nel libro degli ospiti custodito nell’eremo. E per questo ringrazia affettuosamente i fratelli.

«Sono molti i musulmani che venendo qui rimangono colpiti dalla semplicità del nostro luogo di preghiera», aggiunge Edouard, precisando che «la nostra è una vocazione contemplativa. La preghiera sta al cuore della nostra vita ovunque nel mondo».

La loro esistenza, del resto, continua ad essere scandita proprio dall’orazione, dalla lettura e meditazione della Parola, dalla celebrazione dell’Eucaristia, la mattina all’alba. E dal lavoro. Per quarant’anni i piccoli fratelli hanno lavorato alla stazione del servizio-meteo algerino, l’unica altra presenza sull’altipiano, insieme a una piccola guarnigione di militari, più recente, e ai gestori del rifugio che ospita i viaggiatori. «E’ tutta la nostra famiglia», dice Edouard, che ha prestato servizio alla stazione meteorologica sino alla pensione. Ed è il loro modo di vivere nel «nascondimento», che sembra paradossale in un luogo dove non c’è nessuno come l’Assekrem, ma che significa una vita «nascosta», «radicata», nella terra e nel popolo di cui hanno scelto di far parte e con cui hanno condiviso gioie e drammi; una vita mischiata alla gente comune, facendo i lavori più umili, con Gesù a Nazareth secondo la spiritualità di de Foucauld.

E’ mattina presto. Un’alba limpida e commovente lascia il posto al sole tiepido. I due piccoli fratelli escono dalla cappella dove ancora tutto parla di frère Charles: l’altare in pietra, la bisaccia tuareg che fa da tabernacolo... Alain prepara la colazione. L’acqua, bene raro e preziosissimo, è gestita con parsimonia, il pane è fatto in casa, perché qui i rifornimenti arrivano solo ogni quindici giorni, con l’auto del servizio meteo che porta il cambio degli addetti.

«Ce l’ha insegnato Antoine, suo padre era panettiere...», racconta Edouard, che va col ricordo agli anni in cui nella zona vivevano ancora una quindicina di famiglie tuareg a un’ora e mezza di marcia. «Ora ne è rimasta una sola che ci conosce ormai da quarant’anni, a più di due ore da qui». Anche Antoine non c’è più. E’ stato il primo ad arrivare all’Assekrem, nel ‘55, ma dopo sei anni si è trasferito a Tamanrasset. Ne è il curato, il notabile, in un certo senso «uno degli uomini più vecchi della città!», dice egli stesso schernendosi. Di cognome fa Chatelard, e tutti gli ammiratori di Charles de Foucauld vi si sono imbattuti per la straordinaria mole di studi e di scritti che ha pubblicato, molti dei quali tradotti in italiano dalle edizioni Qiqajon di Bose. Di Tamanrasset è stato tra i primi abitanti e a lungo il panettiere, quando la città contava 1.500 anime, prima che esplodesse per raggiungere le proporzioni colossali di oggi: centomila abitanti circa, in mezzo al deserto e senza acqua. Una città meticcia con gente del sud e molti arabi del nord, con una manciata di tuareg, minoranza in casa loro, e molti subsaharaiani, di passaggio lungo le rotte dell’immigrazione. Conosce tutti, Antoine, e tutti lo conoscono. E’ un punto di riferimento. «Esser qui da cinquant’anni vorrà pur dire qualcosa; si conosce la storia e la gente, si è letto e si è scritto...». E però sente che è tempo che qualcuno lo sostituisca, perché «questa Chiesa, la cui presenza è molto speciale, deve continuare, deve durare, si deve rinnovare». Lo dice quasi con sofferenza, proprio mentre le piccole sorelle di Gesù stanno partendo per sempre, lasciando un vuoto incolmabile. «Piccola sorella Hayat ha fatto nascere una buona parte della popolazione di qui...», dice con aria malinconica. «Ma la nostra presenza - aggiunge immediatamente - non si giustifica per quanti siamo o per le cose che facciamo. Non sono le cose che si fanno che legittimano la nostra presenza al servizio di un popolo.

Essa si gioca piuttosto sulla testimonianza e le conoscenze personali. Il senso è quello dell’”‘essere con”. Con l’altro, con il diverso, introducendo noi stessi una differenza che in nulla ci può sminuire, ma che può solo arricchirci».

Certo non vale per tutti. Non manca, qui come altrove, l’indifferenza, se non addirittura l’ostilità, soprattutto da parte dei nuovi venuti, portatori di un islam più radicale e intransigente, spesso più mischiato con la politica. «Il dialogo islamo-cristiano come lo si intende a Roma è astratto. Qui lo viviamo nella relazione quotidiana, al di là delle parole, nell’ incontro».

Un’esperienza che segna molto anche i pellegrini che vengono in visita ai luoghi di Charles de Foucauld:

la Fregate, il suo primo eremo, uno stretto parallelepipedo, col soffitto di rami di tamarindo, un tempo disperso in mezzo al nulla e ora soffocato dalle case; o il Bordj, il fortino costruito per ospitare le poche famiglie tuareg che vivevano nei dintorni, in caso di attacco. «La nostra missione è di parlare di lui e di farlo parlare, ma anche di collocarlo in questo contesto. La gente di qui vede arrivare i pellegrini, ci vede celebrare

la Messa; i visitatori vedono i nostri fratelli musulmani pregare cinque volte al giorno e affidarsi fiduciosamente a Dio. E’ importante, per noi come per loro, conoscerci, rispettarci, aprirci gli uni agli altri».

Mondo e Missione / Novembre 2006

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Martedì 09 Gennaio 2007 12:21

La scelta (obbligata) del nascondimento

Algeria – Islam - Chiesa

La scelta (obbligata) del nascondimento

Una volta al mese si ritrovano In una saletta della Maison diocesaine, luogo di residenza, ospitalità e di molte attività della diocesi di Algeri. E’ Il cuore della comunità cristiana della capitale, questa grande casa, che regolarmente accoglie anche quello che è il suo nucleo più intimo, fragile, discreto e, nondimeno, orgoglioso: il piccolo «gregge» di cristiani algerini.

Questa domenica, sono solo un gruppetto che non arriva alla decina; la maggior parte sono donne, dl età diverse. C’è anche una coppia e alcuni uomini.

Leggono il Vangelo, insieme a mons. Teissier, lo commentano e pregano. Poi discutono. Con molta libertà e apertura. La nuova legge sui culti non musulmani inquieta tutti. Come comportarsi nei confronti del governo? E rispetto agli evangelici, che fanno apertamente proselitismo? Occorre essere solidali con gli altri cristiani, sostiene qualcuno. Si, ma occorre anche distinguersi, asseriscono i più:

la Chiesa cattolica è qui per servire, non per convertire. Quel modo di fare proselitismo, dicono, è deleterio innanzitutto per gli altri cristiani.

Eppure loro stessi sono dei convertiti. Anzi, proprio per questo, ribadiscono che non bisogna fare di tutta un’erba un fascio. Le loro sono storie molto speciali e specifiche, uniche, estremamente personali. I numeri così esigui sono lì a dimostrarlo.

Le loro vicende, dicono, non hanno nulla a che vedere con l’incremento di conversioni che si sta registrando In questi ultimi tempi specialmente in Cabilia, regione berbera e con velleità indipendentiste, dove la religione sta diventando strumento anche per rivendicazioni politiche e identitarie.

La posizione della Chiesa cattolica, sottolineano, è sempre stata di grande prudenza. Anche mons. Teissier lo ribadisce: «Noi siamo qui in una relazione di rispetto e di servizio gratuito. E’ quello che ci chiede il Vangelo che ci invia per servire, non per convertire». E rincara convinto: «Il centro della nostra missione, della nostra vita e della nostra preghiera non è la costituzione della nostra Chiesa, ma la vita dei nostri fratelli algerini».

Ecco perché anche le richieste di coloro che manifestano l’intenzione di conoscere il cristianesimo vengono vagliate con grande discernimento, così come le motivazioni che hanno spinto queste persone ad avvicinarsi a un’altra religione. Una donna ricorda che suo padre ha iniziato il cammino a13 anni ed è stato battezzato a 67. Quanto a tenacia non c’è che dire... La maggior parte di loro è diventata cristiana molti anni fa: una donna nel ‘64, l’altra nel ‘76, alcuni in anni più recenti. Spesso sono casi unici all’interno della loro famiglia, in una condizione di grande fatica e spesso di sofferenza. Tuttavia, a coloro che vengono battezzati si chiede che almeno un membro della propria famiglia ne sia a conoscenza. È l’unica condizione. «Per il resto - spiega padre Jean Belaïd Ould Aoudia, uno dei due preti algerini, presenti nel Paese, attualmente a Tizi Ouzou, capoluogo della Cabilia - si chiede discrezione, non per paura o tattica, ma per carità cristiana. La scelta di essere cristiani non deve arrecare danno alla propria famiglia o all’ambiente in cui si vive. Nessuno ha diritto di mettere in difficoltà i propri cari».

Una coppia racconta la sua esperienza dolorosa: il marito non ha mai voluto nascondere la propria identità religiosa e per questo subisce una progressiva emarginazione. Di qui la crescente difficoltà a vivere e lavorare nel contesto in cui i due erano inseriti, fino all’emigrazione all’estero. Poi, quando decidono di ritornare in patria, ricominciano da zero, tra mille difficoltà e con molta più discrezione, lontani dalla loro regione d’origine. Ma senza mai tradire la loro fede.

Un’altra donna racconta che nella sua famiglia sono al corrente della sua scelta solo la figlia e il marito. «A mio figlio, invece, non posso proprio dirlo. Non capirebbe». Le dispiace, ma non è triste. «Solo Dio sa…..»

Mondo Missione/Novembre 2006

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale

Cina / A confronto le comunità «ufficiali» e sotterranee

LA CHIESA DI FRONTE ALLE SFIDE DELLA «NUOVA CINA»

La Chiesa di Cina, ufficiale e sotterranea, è più viva che mai. E’ una Chiesa che soffre ed evangelizza, e che non attende i rapporti diplomatici fra Cina e Vaticano come una panacea. Anche se schiacciata da controlli, arresti, persecuzioni, cresce al ritmo di 150 mila battesimi di adulti ogni anno.

E’ questa l’immagine che emerge dal Colloquium Cina-Europa, svoltosi aTriuggio (Milano) dal 6 al 10 settembre scorsi. All’incontro hanno partecipato circa 200 persone dalla Cina e dal mondo cattolico e missionario. Fra i maggiori rappresentanti del mondo asiatico, erano presenti mons. John Tong, vescovo ausiliare di Hong Kong, personalità ortodosse del Patriarcato di Mosca e del mondo protestante. Fra gli italiani intervenuti, mons. Luigi Bressan, arcivescovo di Trento e presidente della Commissione episcopale per l’evangelizzazione; mons. Giovanni Giudici, vescovo di Pavia; mons. Angelo Mascheroni, vescovo ausiliare di Milano, rappresentante del cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo della diocesi ospitante il convegno.

Quest’anno il Colloquium ha celebrato la sua settima edizione. Iniziato in modo informale nel 1992, dall’interesse e la passione per

la Cina di alcuni missionari europei, il Colloquium è divenuto poco a poco un punto di riferimento importante per il rapporto fra Chiese europee e Chiesa cinese. Ma la ripresa dei rapporti fra cristiani europei e cinesi risale ad almeno 25 anni fa, dopo la morte di Mao Zedong e le prime timide aperture di Deng Xiaoping. Il tema di quest’anno è stato proprio «25 anni di incontro con

la Chiesa in Cina. Una valutazione guardando al futuro».

È toccato a padre Jeroom Heyndrickx tracciare un primo bilancio di questi 25 anni, dal 1981 al 2006. Nella sua relazione ha sottolineato che «

la Cina di oggi non è quelia di 25 anni fa»: l’ideologia comunista è ormai crollata e lo stesso Partito comunista cerca di modernizzarsi; anzi, negli stessi vertici vi sono divisioni molto forti fra conservatori e progressisti. Proprio queste tensioni spiegano il carattere «a pendolo» della politica cinese sulla libertà religiosa, che alterna aperture e chiusure, novità e durezze. Nel corso del Colloquium, altri relatori - fra cui padre Roman Malek e padre Giancarlo Politi - hanno invece sottolineato che, pur con qualche aggiustamento, la politica religiosa di Pechino non è cambiata in questi 60 anni di comunismo. Ne è causa l’eredità confuciana e imperiale, che impone il controllo sulla vita dei cinesi, e il progetto comunista di distruggere le religioni o perlomeno dominarle.

Ciò su cui tutti gli intervenuti sono d’accordo, invece, è il fatto che

la Chiesa in Cina non è più quella di 25 anni fa. Agli inizi degli anni Ottanta.

la Chiesa cinese, appena uscita dall’uragano della Rivoluzione culturale, era una Chiesa povera di clero, con sacerdoti molto anziani, senza religiosi o religiose.

Dalle testimonianza presenti al convegno - sacerdoti, religiose, laici dei quali non ci è possibile fare i nomi per sicurezza - emerge con chiarezza che oggi

la Chiesa della Cina è giovane: in molte diocesi l’età media dei sacerdoti è sui 34-35 anni; in molte aree fioriscono vocazioni religiose femminili a carattere diocesano, anche se rimane il divieto governativo a far nascere e radunare vocazioni religiose maschili. Anche gli impegni ecclesiali sono maturati. Da una semplice pastorale di sopravvivenza, oggi le comunità cristiane sono passate a un impegno massiccio nella carità verso orfani, anziani, malati di Aids. In molti casi, nella Cina che ha eliminato ogni sostegno sociale, essi offrono cure mediche gratuite ai poveri. Tutti questi impegni della Chiesa ufficiale e non ufficiale sono ben visti dal governo, perché rispondono a bisogni che lo Stato stesso ignora o non riesce a soddisfare.

I problemi di questa Chiesa - al di là di quelli esterni causati dalla persecuzione - sono dovuti proprio al divario fra la relativa giovinezza dei nuovi convertiti e la profonda vecchiaia delle sue leve più anziane, con un marcato gap generazionale. Fra i sacerdoti e le suore cinesi presenti, varie testimonianze hanno sottolineato che nel clero e fra le religiose mancano figure di mezz’età (50- 60 anni, corrispondenti agli anni della Rivoluzione culturale), che dovrebbero avere funzione di leadership, o di direttori spirituali, con i quali i più giovani potrebbero trovarsi più facilmente in sintonia. Il rischio sottolineato da molti e in particolare da mons. John Tong, è che i giovani, senza modelli da seguire, si esauriscono nell’attivismo e nelle pratiche di pietà senza maturare nella contemplazione.

Un altro problema è l’urgenza di accompagnare il passaggio da una fede tradizionale e poco ragionata - fatta di devozioni e precetti - a una fede più adulta, capace di vivere e testimoniare la gioia del rapporto con Gesù Cristo.

La carenza di direttori spirituali e di figure vicine ai giovani, come anche l’esigenza di una formazione più profonda e moderna, ha spinto da tempo le diocesi della Cina a inviare all’estero seminaristi, sacerdoti, religiose. A tutt’oggi, i preti e le suore cinesi che studiano in Europa e America sono alcune centinaia. Al Colloquium sono stati verificati i pro e i contro di questo rapporto.

Pur dentro queste difficoltà, i partecipanti sono rimasti stupiti della vitalità dei cristiani cinesi e della capacità che essi hanno a offrire una risposta di fede al problemi della società. Un professore cinese ha fatto notare che la società cinese contemporanea presenta tante sfide: «Il materialismo nella vita quotidiana, l’individualismo sfrenato, che spinge all’egoismo e a non fare attenzione alle persone, al futuro e all’ ambiente».

La Chiesa - ha continuato l’accademico - è chiamata «ad ascoltare il grido silenzioso nel cuore della gente», mostrando che «una sana collaborazione fra la fede e la ragione migliora la vita umana».

di Bernardo Cervellera

direttore di AsiaNews

Mondo e Missione/Novembre 2006

I numeri dei cattolici in Cina

Non è facile offrire dati certi circa la presenza cattolica in Cina. Le stime più attendibili, aggiornate all’ottobre 2005, sono fornite dall’HoIy Spirit Study Centre. In base ad esse il numero dei cattolici in Cina si aggira Intorno ai 12-13 milioni, 4-5 della comunità ufficiale, il resto «clandestini».

Nelle 138 diocesi si contano 64 vescovi della Chiesa ufficiale (aperta), mentre i pastori della comunità non ufficiale (clandestina) risultano essere 39. Significativa la presenza dei sacerdoti, soprattutto ordinati da pochi anni: nella Chiesa ufficiale ce ne sono 1.620, mentre 180 preti sono già anziani. Rilevante anche nella Chiesa non ufficiale il numero di presbiteri: 900 giovani e 200 anziani. Anche In questo caso, si evidenzia il «buco» generazionale tra i 35 e I 60 anni, creatosi negli anni della Rivoluzione culturale.

In ogni caso, il numero di seminari fa ben sperare per Il futuro della Chiesa cinese: 14 seminari maggiori (con 640 seminaristi), 18 minori (con circa 500 seminaristi), 10 della Chiesa non ufficiale, che registrano la presenza di circa 800 giovani. Rilevante anche la componente femminile nel tessuto ecclesiale del Paese asiatico: infatti nella Chiesa ufficiale operano 3.600 religiose, con 40 novizie e 600 giovani in formazione; circa 1.200, invece, le suore nelle fila della Chiesa non ufficiale, con 20 novizie e 600 sorelle che si stanno formando. Ma bisogna considerare che si tratta di stime ancora provvisorie, destinate a crescere.

(l.bad.)

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Martedì 09 Gennaio 2007 12:01

LA PROFEZIA ARRIVA DAI GHETTI

LA PROFEZIA ARRIVA DAI GHETTI

«Non vogliamo più fare una lettura a cifre del disagio e delle situazioni a rischio Vogliamo invece “leggere i territori” in termini di relazioni, contatti, progetti. Il che vuol dire impegnarsi non solo - come abbiamo sempre fatto e continueremo a fare - a rispondere ai bisogni che ci vengono segnalati ma anche ad anticipare i fenomeni e a intercettare il disagio prima ancora che sì manifesti nelle sue forme più acute. La sola analisi di ciò che non funziona e la sola distribuzione di servizi non bastano più. Occorre uno sguardo che sappia guardare lontano»

Don Vittorio Nozza, direttore della Caritas italiana, spiega perché da oltre un anno e mezzo, in collaborazione con

la Facoltà di Sociologia della Cattolica di Milano, ricercatori ed esperti si siano addentrati nelle periferie delle dieci maggiori città italiane per sondarne umori e derive e per cercare di immaginare per questi quartieri e per le metropoli nel loro insieme scenari futuri migliori degli attuali.

Qual è stato il punto di partenza di questo lavoro?

«Non siamo partiti dal nulla, ma dalla nostra presenza nei territori. Il nostro stile è sempre quello di valorizzare innazitutto le molte cose buone che già si sono fatte e si stanno facendo. In molte situazioni

la Caritas, il volontariato, le diverse esperienze educative, la scuola, sono un punto di riferimento importante. A partire dai servizi messi in atto nei confronti di numerose persone che sono disagiate per diversi aspetti abbiamo cercato di agganciare situazioni ancora più di frontiera in modo da avere una lettura anticipata di possibili fenomeni che in futuro potrebbero esplodere in modo dirompente».

Esplosioni di violenza come è avvenuto già in altre città d’Europa, ad esempio?

«I risultati della nostra ricerca ci dicono che siamo ancora lontani da quel tipo di fenomeni. Innanzitutto perché le città italiane si caratterizzano per una ancora forte coesione sociale. Inoltre, anche nelle zone più degradate non mancano le risorse e il lavoro, anche organizzato per rispondere alle difficoltà. A differenza, per esempio, delle periferie francesi, in Italia c’è l’impegno delle comunità parrocchiali, delle associazioni, dei gruppi, dei movimenti, delle cooperative sociali. I territori non sono lasciati completamente a se stessi, ma possono contare su iniziative che già esistono».

Cos’altro distingue le nostre città?

«Il fatto che il disagio non sia dato da un fattore dominante, ma dall’insieme di più situazioni precarie. Non è tanto e solo l’immigrazione, o la mancanza di lavoro, o il problema degli anziani soli o ancora la malattia mentale che caratterizzano il progressivo degrado dei quartieri, ma il miscuglio di tutti questi fattori. Un terzo fattore che si sta cogliendo è il fatto che queste periferie non sono cresciute come un far west, ma sono venute fuori all’interno di una progettazione. Progettazione che però non è stata attenta a trovare all’interno dei territori i servizi adeguati. Non c’è stata cura e attenzione da parte delle istituzioni e così, questa carenza di punti di riferimento e di risposte ha portato a situazioni di degrado e di violenza sempre più evidenti».

Cosa può fare

la Caritas e


la Chiesa nel suo insieme in questo contesto?

«Credo che siamo chiamati ad anticipare i fenomeni e gli scenari futuri. Per questo la seconda parte della nostra ricerca si occuperà di collocare dei “segni”. Non tanto i segni soliti, come il centro di ascolto, il luogo di accoglienza, il cammino di accompagnamento a difesa dei diritti, la costruzione di relazioni per persone che vivono la solitudine. Su tutto questo c’è una buona presenza. Anche se certamente non possiamo accontentarci di questo….»

E quindi…...

«Dovremmo riuscire a comprendere i possibili fenomeni devianti ed essere capaci di anticipare le risposte. Per questo cercheremo innanzitutto di coinvolgere le amministrazioni locali. Ci auguriamo che la nostra ricerca aiuti le istituzioni a capire che non si possono trascurare ulteriormente questi territori, già molto provati. Da una parte, dunque, vogliamo svegliare l’attenzione delle amministrazioni pubbliche e, dall’altra, vogliamo far sì che le presenze che già ci sono non si sentano abbandonate a se stesse, ma che invece siano rafforzate con supporti e reti».

Un lavoro che partirà subito?

«E’ necessario muoversi in fretta. Non possiamo permetterci di stare fermi per ritrovarci tra qualche anno ad analizzare il nuovo disagio e i nuovi problemi che intanto si saranno radicati nel territorio. Cerchiamo una modalità di impegno che non ci veda ancora occupati nei classici servizi, ma che sia di tipo culturale, dialogante, di risveglio, di responsabilità, di sollecitazione del territorio. Non vogliamo andare ancora una volta a investire in “opere buone”, ma vorremmo impegnarci in azioni che provochino “opere buone”. Questo non è un tirarci indietro, ma   un esserci, come Caritas e come Chiesa, più in chiave di sentinella, di antenna, di favorente una serie di compiti che spettano in primo luogo alle istituzioni e alle realtà locali».

La lettura di questa ricerca è soltanto sociologica o anche pastorale?

«Non abbiamo separato i campi. Gli esperti hanno contattato, sul territorio, tutte le realtà che vi operano, dalla parrocchia alle scuole. La lettura è dunque non solo sociologica, ma molto esperienzale: si combina insieme il culturale con il pastorale e con il sociale. Non vogliamo che sia una pura lettura da “sacrestia”, ma neppure che sia una cosa prettamente da studiosi. Anche perché le risposte dovranno essere integrate, a rete. La pastorale non è un qualcosa di astratto, che si applica all’interno delle parrocchie, ma si confronta quotidianamente con le persone, con problemi, con lo sviluppo di un territorio».

Concretamente che cosa significa?

«L’obiettivo è di stare nei territori non in maniera gestionale. Certamente restiamo attenti a dare delle risposte anche sui bisogni immediati, ma non possiamo fermarci a questo. Non abbiamo segnali di disastri simili a quelli che sono successi in altre città fuori dall’Italia, ma sappiamo bene che alcune situazioni, se non curate, possono portare a una frattura molto grave e a punti di difficile ritorno. All’interno dei contesti che abbiamo analizzato ci sono cose pesanti che vanno valutate attentamente. Quello che ci dà speranza, però, è che ci sono anche presenze significative. Non c’è, insomma, una totale disumanizzazione del territorio.

La Chiesa lavora molto in questi territori ed è anche riconosciuta come punto di riferimento».

Come vi muoverete dopo la presentazione di questa ricerca?

«Attualmente ci caratterizziamo, soprattutto noi della Caritas, per il fatto di stare, di abitare il territorio, di ascoltarlo. D’ora in avanti vorremmo che sempre di più fossimo riconosciuti come riferimento per diversi mondi e diverse realtà sia istituzionali, che ecclesiali, che di società civile. Con il lavoro di ricerca che abbiamo fatto e con i passi futuri vorremmo che la nostra azione sia ancora più in movimento. Non che quanto si è fatto e si fa sia statico. Il punto, però, è che nei prossimi anni vogliamo assumerci l’impegno di stare ancora più addentro alle situazioni e di cercare le “lontananze più lontane” facendo sì che nascano relazioni. Vorremmo essere sempre in movimento, come lo sono i quartieri di cui ci occupiamo e le vite delle persone che incontriamo. Così anche la nostra azione pastorale potrà essere più incisiva e più rispondente alla valorizzazione piena delle risorse personali e comunitarie. Non è un impegno facile quello che ci attende, ma è l’unica strada che possiamo battere per stare accanto alle persone, facilitare una migliore qualità della vita, aprire le città alla speranza. E per non trovarci tra qualche anno a raccogliere i cocci delle ennesime buone proposte andate in fumo».

Annachiara Valle

Jesus/Novembre 2006

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Pagina 111 di 120

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito

news

per contattarci: 

info@dimensionesperanza.it