Lunedì, 03 Agosto 2020
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Martedì 12 Ottobre 2004 23:59

I militi ignoti della fede

Da 10 anni l’Agenzia Fides, a servizio della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, compila quel che, nato come elenco dei missionari martiri, è diventato il martirologio della Chiesa. In effetti, stando ai dati 2003, su 29 nomi sono ben 22 i seminaristi, preti, laici e laiche locali che hanno pagato col sangue la loro fedeltà al Vangelo. Nelle piaghe delle statistiche affiorano storie ignote ma significative. Insieme con don Saulo Careno, ucciso in Colombia il 3 novembre scorso, c’era – ad esempio – anche Marita Linares, impiegata dell’ospedale, così come a fianco di don William de Jesus Ortez, parroco in Salvador, assassinato a colpi d’arma da fuoco all’interno della chiesa il 5 ottobre, v’era il sacrestano Jaime Noel Quintanilla, di soli 23 anni. Ancora: l’imboscata con la quale i ribelli del Lord ‘s Resistance Army, il primo settembre 2003, hanno ucciso don Lawrence Oyuru, è costata alla vita ad altre 25 persone. Corpi senza volti, senza nome. Ricordiamo anche loro, quando il 24 marzo pregheremo i martiri del nostro tempo.  


22 anni. Ana Isabel Sanchez Torralba era una giovane del Volontariato missionario calasanziano, alla sua prima missione all’estero. È stata uccisa in Guinea Equatoriale il primo luglio, durante un controllo di polizia. Gli “under 40” nella lista 2003 di Fides sono diversi: don Martin Macharia Njoroge, morto l’11 aprile all’ospedale di Nairobi per le ferite riportate durante l’aggressione di banditi aveva 34 anni, 36 ne aveva il colombiano don Jario Garavito, ucciso il 15 maggio da delinquenti introdottisi nella sua abitazione a scopo di rapina, 38 don Gorge Ibrahim, eliminato nella sua parrocchia in Pakistan il 5 luglio.


6 vittime. È i pesante tributo pagato da Colombia e Uganda, i Paesi che guidano la tragica classifica dei Paesi dove di è registrato il maggior numero di martiri nel 2003. nel periodo 200-2003 complessivamente in Colombia sono state ben 22 le persone – tra vescovi, preti, seminaristi, laici – tolte di mezzo a motivo della loro testimonianza cristiana e della lotta in difesa della giustizia e dei diritti umani. Una Chiesa, quella colombiana, che paga a carissimo prezzo la sua fedeltà al Vangelo.


39 . Tanti sono i Paesi in cui si è registrato almeno un caso di morte violenta a danno di cristiani nel periodo 200-2003 (14 nel solo anno passato). Un dato che conferma quanto scrive il Papa nella Terbio millennio adveniente, a proposito della dimensione del martirio che connota oggi l’intera vita della Chiesa universale. Di questi 39 Paesi, ben 18 si trovano nel martoriato continente africano. 


23. Sono i missionari italiani uccisi nell’arco di tempo che va dal 1994 a fine 2003. le circostanze della loro morte riflettono la difficile condizione delle popolazioni in mezzo alle quali sono immersi (guerre, disordini interetnici, scontri fra governativi e ribelli, criminalità…). Con la gente, indifesa e vulnerabile, missionarie e missionari condividono, in molti casi, la precarietà dell’esistenza.   


di Gerolamo Fazzini

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Martedì 12 Ottobre 2004 23:52

Nuovi vescovi in Cina, nomine tormentate

La Chiesa cattolica in Cina, e mi riferisco in particolare alle comunità aperte, ufficiali, sta vivendo una fa­se cruciale della sua storia: il cambio di leadership. I vescovi anziani scompaiono uno dopo l'altro. Il ruo­lo-guida della Chiesa viene assunto da vescovi giovanissimi, in qualche caso neanche quarantennio. Gli uo­mini incaricati dal regime di con­trollare la Chiesa si rendono ben conto che questo è un momento cri­tico e non risparmiano mezzi e mi­nacce per eleggere all' episcopato persone accondiscendenti alla poli­tica religiosa del regime comunista. I giovani preti, soprattutto coloro che hanno le qualità per assumere un ruolo di guida, sono sottoposti a pressioni tremende per piegarsi e adeguarsi alla politica religiosa. Attraverso il «governo democratico della Chiesa», che niente è se non un eufemismo del controllo del regime, i funzionari del partito (Fronte unito) e del governo (Ufficio affari religiosi) creano, ovunque possono, un’artificiosa divisione nelle comu­nità cattoliche. Da una parte il can­didato ecclesiale, il sacerdote spontaneamente riconosciuto come il più degno e preparato, sostenuto (quan­do c'è) dal vescovo anziano, che garantisce fedeltà alla tradizione cat­tolica e unità con la Santa Sede; dall’altra il candidato del governo, ge­neralmente un sacerdote che - fatta salva la sua dignità personale e sa­cramentale, che rispetto - per un motivo o per l'altro, può essere fa­cilmente manipolato dagli uomini del regime.


La manipolazione del governo consiste in una specie di isolamento del «suo» candidato dal resto della diocesi, attraverso promesse e premi di vario. tipo, incluso quelli econo­mici e politici. Di conseguenza un giovane prete dalla personalità de­bole o ambiziosa, difficilmente re­siste alle pressioni e alle lusinghe. La crisi, vocazionale e morale, di un numero crescente di giovani preti trova in questa perversa politica go­vernativa una delle sue ragioni.


Negli ultimi 12 mesi abbiamo as­sistito a varie ordinazioni di giovani vescovi: Giuseppe Tong Changping (Weinan, Shaanxi), Giuseppe Han Zhihai (Lanzhou, Gansu), John Tan Yanchuan (Nanning, Guangxi), Giuseppe Liao Hongqing (Meizhou, Guangdong); Pietro Feng Xinmao (Hengshui, Hebei). Le diverse cir­costanze e modalità di queste ordi­nazioni, che non possono essere ri­portate qui in dettaglio, hanno qual­cosa in comune: la permanente si­tuazione di conflitto tra i funzionari della politica religiosa e le comuni­tà cattoliche.


La conferma viene anche dal tentativo, non riuscito, di procedere se­condo il metodo «democratico» all’elezione di un numero ancora mag­giore di vescovi, tra cui quello di Zhouzhi (Shaanxi). In entrambi i casi, di ordinazioni avvenute o di elezioni mancate, risulta chiara la volontà delle comunità cattoliche.


Che è quella di essere veramente tali, ovvero di procedere all'elezione e consacrazione del vescovo se­condo la tradizione cattolica, che include, come elemento essenziale, il mandato o l'approvazione dell’e­letto da parte del Papa.


Come l'esperienza di questi an­ni ha mostrato chiaramente, i catto­lici di Cina non sono più disposti a tollerare di essere governati da un vescovo illegittimo (indipendente­mente dalla dignità personale della persona coinvolta). Un vescovo che venisse ordinato illegittimamente sarebbe di fatto un vescovo diserta­to, senza popolo, un «pastore» sen­za gregge. È triste osservare quanto tarde siano le autorità del regime e dell' Associazione patriottica ad am­mettere il fallimento della loro po­litica religiosa: non esiste in Cina una Chiesa patriottica, una Chiesa indi­pendente. I fedeli, i sacerdoti, le re­ligiose e i vescovi non vogliono una Chiesa nazionale. Eppure la politi­ca del governo è portata avanti con determinazione e senza risparmio di mezzi. Si deve registrare, per esempio, la presenza intimidatoria di centinaia di membri della pubblica sicurezza alle ordinazioni episco­pali; l'imposizione del­la lettura, durante la Messa di consacrazio­ne, della lettera di no­mina da parte della Conferenza episcopale cattolica cinese, un or­gano abusivo istituito dal governo, che non esiste secondo il diritto della Chiesa. Il regime, purtroppo, non sta scherzando, e sa­rebbe bene che più osservatori e commentatori prendessero nota di questo.


D'altra parte non si può non rilevare che, ove il clero, le religiose e i fedeli di una determinata diocesi siano sta­ti capaci di essere uniti, determinati e coraggiosi, sono riusciti a strappare qualche forma di compromesso, tra cui la comunicazione pubblica dell’esplicita comunione dell’eletto con la Chiesa universale e il Santo Padre. Abbiamo constatato che, tanto più il candidato era disposto a rinunciare all’episcopato piuttosto che tran­sigere sulla comunione con la Chiesa univer­sale, tanto maggiore era la sua forza nel far valere i suoi diritti di cattolico e di resistere alla pressione dei fun­zionari della politica religiosa.


Ai giovani preti di Cina, essendo anch' io prete come loro, va la mia simpatia e solidarietà. Se queste parole rag­giungessero i candidati all'episco­pato, vorrei dire loro: «Siate liberi, siate forti, resistete; rinunciate all’episcopato piuttosto che compro­mettere la vostra coscienza. La ve­rità vi farà liberi...».


Gianni Criveller

Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Sabato 25 Settembre 2004 13:06

Globalizzazione

di Fabrizio Galimberti


Ci sono nella storia dei punti di flesso, dei punti di svolta che ogni volta, con l’accelerazione del cambiamento, provano tensioni e fanno temere catastrofi. Dal punto di vista economico, è quello che successe con la Rivoluzione industriale nell’Inghilterra del tardo Settecento e del primo Ottocento, con la globalizzazione del primo Novecento (ancora più intensa, secondo alcuni parametri, di quella attuale ), con la Grande depressione…
Nel dopoguerra ci sono stati alcuni sommovimenti economici, dall’abbandono dei cambi fissi alle crisi petrolifere, ma niente di paragonabile a quei punti di svolta appena citati. Negli ultimi anni, tuttavia, si è andata profilando (era cominciata prima ma non ce ne eravamo accorti) un’altra ondata di cambiamenti epocali, legata alla globalizzazione e alla telematica: due fenomeni che non sono indipendenti, ma si completano e si nutrono a vicenda, e che vanno lentamente cambiando sia il modo di produrre che il modo di consumare nel mondo intero.
Come tutti i grandi fenomeni, ci sono aspetti positivi e negativi. Vediamoli, dal punto di vista economico, uno per uno. Useremo per convenienza il termine globalizzazione, con l’avvertenza però che questo termine racchiude tanti aspetti: fusione economica e fissione politica, ragnatela telematica e delocalizzazione della produzione, avvicinamenti e scontri fra culture. Menzioniamo quattro critiche che sono solitamenti rivolte alla globalizzazione e vediamone, dal punto di vista economico, la rilevanza.

1. Incertezza del domani e instabilità.
Certamente, la globalizzazione aumenta l’incertezza, come tutti i cambiamenti. Quando le cose cambiano, non si sa mai dove si andrà a finire. L’incertezza è obiettivamente uno svantaggio dal punto di vista economico, perché introduce grani di sabbia nei meccanismi delicati delle decisioni di investimento e di lavoro. Ma in tutte le grandi epoche di cambiamenti è aumentata l’incertezza. Il problema non è quello di constatare la maggiore incertezza, ma quello di capire se questo cambiamento è un cambiamento in meglio o in peggio.

2. Maggiori disuguaglianze.
Gli economisti sono divisi sul fatto che l’innegabile allargarsi delle disuguaglianze sia da attribuirsi alla globalizzazione. Ma il consenso che va emergendo è il seguente. All’interno dei Paesi ricchi l’allargarsi delle diseguaglianze è prevalentemente dovuto alla tecnologia e non alla globalizzazione. La rivoluzione industriale in corso (la “quinta” rivoluzione industriale, dopo il vapore e i telai di fine Settecento, l’elettricità e le ferrovie nell’Ottocento, la radio e la motorizzazione nella prima metà del Novecento, le materie plastiche e l’elettronica nella seconda metà del Novecento) sta trasformando l’economia in una “economia della conoscenza”, con le applicazioni della telematica nei processi produttivi, l’Internet e la fertilizzazione incrociata fra informatica, biologia e nuovi materiali. A questo punto si approfondisce il solco fra i “compensi alla conoscenza” e i “compensi al lavoro manuale”. Si tratta di qualcosa che è già successo nella storia e che spinge naturalmente ad elevare il livello di formazione e di istruzione di chi voglia andare avanti nel mondo. Si tratta di un processo irreversibile e non si può fare nulla per tornare indietro. Bisogna solo accettarlo e mettere in opera programmi di riaddestramento per preparare i lavoratori a mansioni segnate da maggiore conoscenza.
All’esterno dei Paesi ricchi, cioè nelle relazioni fra Paesi ricchi e Paesi poveri, invece, la globalizzazione riduce le diseguaglianze. Quando ci si lamenta che un programmatore in Italia viene scartato a favore di un programmatore in India, questo è molto triste per il programmatore in Italia ma è molto bello per il programmatore in India. E, dato che l’India è un Paese molto più povero che l’Italia, le differenze di reddito fra Italia e India si riducono. Nei Paesi emergenti i redditi stanno crescendo più rapidamente che nei Paesi ricchi per due ragioni: i lavori di manifattura passano nei Paesi nuovi, dove il costo del lavoro è minore (il disegno dei pantaloni italiani rimane in Italia, ma i pantaloni vengono tagliati e confezionati in Marocco); e i prodigi della telematica permettono di trasferire nei Paesi poveri anche quei lavori impiegatizi (ticketing per le linee aeree, trattazione dei rimborsi di spese mediche…) che si prestano a essere fatti a distanza. In più, i Paesi poveri di reddito ma con scuole che funzionano riescono anche a entrare, come accennato sopra, in quei “mercati della conoscenza” che sono la programmazione e la gestione di sistemi informatici.
Vi sono poi i casi famosi dei bambini che cuciono palloni da calcio nei Paesi del Terzo mondo: questi casi ricalcano situazioni di sofferenza che sono andate scandendo lo sviluppo economico dal Settecento in poi. Lo sfruttamento minorile nelle fabbriche inglesi del tardo Settecento è tristemente famoso. Allora, come adesso, le alternative non erano molto allegre. Un testimone dell’epoca ricorda che nelle campagne, da dove quei minori erano andati via per essere sfruttati nelle fabbriche, le cose andavano ancora peggio: ho visto, diceva, bambini morti di inedia lungo i fossati della strada. Le stesse alternative terribili esistono adesso, ora che la clamorosa miseria urbana in molti Paesi emergenti sostituiscie la miseria silenziosa delle campagne. Ma come nell’Inghilterra di allora anche nei Paesi in via di sviluppo di oggi le cose miglioreranno man mano che l’economia acquista forza in un contesto di globalizzazione. Intanto, è bene che i cittadini dei Paesi ricchi facciano sentire la loro voce, attraverso boicotti o denunce, presso le multinazionali che producono beni in quei Paesi, così da evitare situazioni estreme di sfruttamento.
Vi sono, purtroppo, dei Paesi che non beneficiano di questo processo di sviluppo, come molti Paesi in Africa. Ma non ne beneficiano a causa del fatto che la globalizzazione non li lambisce. Sono Paesi che si chiudono agli scambi internazionali, per oscurantismo culturale o per insufficienze, per non dire corruzione, della classe dirigente.

3. Lavoro (troppo) flessibile.
La flessibilità del lavoro è un bene quando viene dall’offerta. Cioè a dire, se chi si offre di lavorare ha bisogno non di un lavoro regolare ma di un lavoro parziale od occasionale, perché vuole conciliare studio e lavoro, o lavoro e famiglia, o semplicemente guadagnare un po’ di soldi per poi andare a fare il giro del mondo, è un bene che il sistema economico offra queste opportunità di lavoro. Non succedeva spesso tempo fa e succede adesso, perché la società è cambiata. La flessibilità del lavoro è anche un bene quando viene dalla domanda, cioè dai datori di lavoro: dovendo calibrare la produzione sulle quantità che i clienti richiedono, variabili lungo l’anno, è bene che i datori di lavoro possano avere a disposizione figure contrattuali diverse dal tempo pieno e dal contratto a tempo indeterminato tipici del passato. La flessibilità del lavoro non è invece un bene quando la domanda di lavoro flessibile e l’offerta di lavoro flessibile non si incontrano, così che chi vorrebbe il tempo pieno è costretto al tempo parziale o chi vorrebbe un contratto permanente è costretto a prendere contratti di tipo precario.
Questa precarietà rende certo la vita difficile a chi oggi si affaccia al mercato del lavoro. Ma è una precarietà connaturata alla fase di intensa trasformazione che stiamo attraversando. Gli unici rimedi sono quelli di considerare la vita lavorativa come una “formazione permanente”, attenti a cogliere i cambiamenti nei lavori e nelle professioni che l’economia richiede. L’importante è che l’economia cresca e che i nostri Paesi rimuovano gli ostacoli alla creazione d’impresa – mancanza di concorrenza, adempimenti burocratici soffocanti – che ancora impediscono di cogliere le opportunità offerte da questa straordinaria stagione di innovazione nei prodotti e nei processi.

4. Deregolamentazione selvaggia.
Un’altra caratteristica solitamente considerata negativa dalle temperie presenti è la degolamentazione, che finisce col sacrificare al “dio-mercato” le tutele e le sicurezze di ieri. Questo è un campo dove l’economista può dare il suo contributo, nel senso che ci sono casi in cui la deregolamentazione è positiva e casi in cui è negativa. In linea di massima, è normale che in tempi di rivoluzione tecnologica e di cambiamenti accelerati sia necessario spostare uomini e capitali dai settori in declino ai settori in espansione. Se le istituzioni dell’economia rendono questa mobilità difficile, è giusto deregolamentare. É difficile dire qualcosa di meno generale, perché bisognerebbe andare a studiare i singoli casi.
Esiste il pericolo che le resistenze incontrate dal processo di globalizzazione siano tali che il processo venga interrotto e si ritorni a una frammentazione dei mercati, a un “nuovo medioevo di mercati regionali”? No, questa possibilità è remota perché i benefici dell’apertura ai mercati, specie per i Paesi emergenti, sono ormai così evidenti che la frammentazione non è un’opzione. I problemi del mondo di oggi sono più politici che economici. Originano dal bubbone irrisolto Israele-Palestina, diventano contrapposizione di civiltà fra l’Occidente e l’Islam, esplodono nel terrorismo e nelle politiche sull’orlo del rasoio di Paesi che, come la Corea del Nord, si sono tenuti ai margini della globalizzazione.







Pubblicato in Mondo Oggi - Economico
Martedì 21 Settembre 2004 21:01

REDEMPTIONIS SACRAMENTUM

di Riccardo Barile
Da “Settimana” 18/2004



“REDEMPTIONIS SACRAMENTUM”

Cominciamo dagli abusi riconoscendo che ce ne sono: chi non ha mai trasalito per aver dovuto sopportare ad esempio le parole di certi canti (...sull'altare è Gesù che si fa) ai quali accenna con molta discrezione il n. 58?
Agli abusi segue la protesta, cui dà voce la RS. Il positivo è riprendere l'attenzione a celebrare dignitosamente l'eucaristia riconsiderandone le norme rituali, come ad altro livello fu chiesto qualche anno fa alle chiese d'oriente.
Ciò detto, iniziamo le reazioni con i vari "bene bravi / distinguo / ahimè / credo quia absurdum" ai quali diamo la stura.

Denunzie e querele. Il n. 184 che le prevede è l'ultimo rimedio dopo la formazione e la vigilanza dei pastori. In sé non dice nulla di nuovo: la novità è il dirla avviando una prassi. Ma quale? Mentre in positivo va riconosciuto il diritto in oggetto, in negativo sorgono alcuni timori: non suggerendo un primo dialogo con l'autore degli abusi, si rischia di favorire una contrapposizione preti/laici sostenuta dall'alleanza vescovi/laici; si rischia un clima da neomodernismo; si rischia che quanti segnaleranno gli abusi siano in prevalenza cattolici tradizionalisti o persone squilibrate: nessuno denunzierà mai che il salmo responsoriale, "di norma" da cantarsi, è "di fatto" quasi sempre letto…

Dai giornali a l'Osservatore Romano. Stando all'EdE 52, la RS è un atto preannunciato e dovuto. Durante le fasi preparatorie filtrarono indiscrezioni provocando anticipate reazioni, grazie alle quali il documento fu ampiamente ritoccato. Pubblicato il documento, la grande stampa ha prevalentemente parlato di messe/show
Il consiglio è di abbandonare questi media e rivolgersi a L'Osservatore Romano del 24 aprile 2004 pp 4-5, dove si trova la presentazione ufficiale (reperibile anche sul sito vatican.va) di Grinze, Amato e Sorrentino, il nuovo segretario della Congregazione del Culto.

L’onesto e il positivo è il riconoscimento dei valori sottostanti alla normativa: «Le parole e i riti della liturgia sono espressione fedele maturata nei secoli dei sentimenti di Cristo e ci insegnano a sentire come lui»(3). La positività metodologica sta nell'ammettere una graduatoria delle norme (7, 13, 171ss) e nell'indicare come rimedio la formazione (170), unita al monito cha la liturgia cresce non con le continue modifiche ma nell’approfondimento della parola di Dio e del mistero celebrato» (39).
Ma bisognerebbe domandarsi se gli abusi sono solo frutto di cattiva volontà e carenza formativa o se non sono anche il sintomo di una situazione che sta maturando e che esigerebbe più autonomia delle chiese locali, perché a livello centrale è sempre meno governabile. Non so se così sia, ma ritengo onesto domandarselo.

Le regole del gioco. In ogni gruppo ci vuole qualcuno che ogni tanto richiami e ristabilisca le regole del gioco - qui si fa così -, espresse allo stato attuale, senza troppe distinzioni tra ciò che passa e ciò che resta, ciò che è riformabile e ciò che non lo è. Il richiamo, anche se doloroso e non del tutto precisi), è sempre qualcosa che fa crescere. La RS è esattamente questo.
Nella chiesa - soprattutto in quella cattolica - avviene periodicamente un simile atto e non solo per la liturgia. Ciò pone a nudo la verità della realtà. Per ogni (liturgista) cattolico si tratta di continuare ad esserlo perché riconosce certi meccanismi e vede incommensurabili ricchezze oltre al disagio del momento. Per le attività ecumeniche si tratta di essere sinceri e dire a ortodossi e protestanti che se si camminerà insieme verso Cristo ma con la chiesa cattolica e un giorno si farà anche un unità visibile, qualche mese o qualche anno dopo da Roma verrà un documento sgradito. E questo accadrebbe non solo con l’attuale papa e con gli attuali curiali, ma anche con un papa e curiali francesi, tedeschi, inglesi, africani, asiatici, americani e forse anche greci e russi.
Pubblicato in Mondo Oggi - Ecclesiale
Venerdì 13 Agosto 2004 14:04

COME CAMBIA LA GEOGRAFIA DEL MONDO

Gli atlanti geografici, con le loro tradizionali carte politiche e fisiche - queste ultime ormai sempre più sostituite da fotografie satellitari- rappresentano ancora il volto reale del pianeta Terra?

I dati fisici - le montagne, i mari, i fiumi - sono sostanzialmente immutati, anzi meglio definiti, ma quei colori che formano un variopinto mosaico, identificando gli Stati nei loro confini come portatori di valori nazionali ed unitari, quanto sono ancora i veri protagonisti della scena mondiale?

Se la prima Società delle Nazioni , nata nel 1919 a Parigi, contava su 42 stati, l'Organizzazione delle Nazioni Unite ne raccoglie oggi ben 191. In poco meno di un secolo, cioè, sotto la spinta della decolonizzazione e degli avvenimenti, le tessere del mosaico si sono quasi quintuplicate. Questa moltiplicazione ha paradossalmente facilitato l'emergere di processi di senso opposto quali la internazionalizzazione e la globalizzazione, fenomeni che postulano una rivisitazione del modo di intendere la geografia politica ed economica del pianeta

Oggi, occorre tener conto e dare spazio a realtà transnazionali - organizzazioni internazionali , organismi interstatuali, raggruppamenti regionali, grandi regioni transfrontaliere, imprese multinazionali- che acquistano sempre più peso rispetto agli equilibri tradizionali ancorati agli stati e ancor più ne rivendicano nella Comunità mondiale, in nome della loro capacità di produrre benessere per l'uomo, assicurando maggior competitività e mercati più ampi alle economie dei singoli stati.

Le trasformazioni nel nostro modo di essere e di porci in rapporto con gli altri, dovute alle interrelazioni sempre più strette tra paesi e popoli, alla circolazione sempre più veloce e penetrante dell'informazione, pongono nuovi interrogativi sulle prospettive della società umana. Ci inducono ineluttabilmente a riflettere sul futuro delle forme storiche di aggregazione ed organizzazione della società umana , tendenti a basarsi non più esclusivamente sul radicamento su di un territorio fisicamente definito, ma sull'identificazione in comuni interessi.

Si affaccia sempre più insistentemente alla ribalta il cosiddetto “glocal”, ossia il “globale localizzato”, che vede nella persona non più solo “il cittadino di uno stato”, ma un individuo caratterizzato da una pluralità di appartenenze economiche e culturali, derivanti non solo dal nuovo rapporto tra il locale e globale, ma dalla riorganizzazione che il processo di globalizzazione richiede alla comunità internazionale, nella direzione di una de-localizzazione tale da introdurre necessariamente nuove forme di aggregazione e una modifica degli schemi organizzativi territoriali degli stati e della esclusività ed unicità de rapporto di cittadinanza . Ad esempio, si parla sempre più di una cittadinanza europea comune ai popoli dei 15 - e domani 25- Stati membri dell'Unione Europea, che affianca quella nazionale per sottolineare l'unicità di uno spazio comune - economico, giuridico, monetario- in cui coesiste con le singole identità nazionali viste come fattore di arricchimento, ma si parla anche di “regioni europee” che travalicano i confini statuali.

Se si guardano con attenzione l'evoluzione internazionale e l'impatto globale dei problemi politici, economici e sociali che caratterizzano i nostri giorni, le profonde trasformazioni delle strutture delle società occidentali ormai post-industriali e del nostro modo di vivere e di sentire, ci si rende conto delle dimensioni ed implicazioni del processo avviato.

Occorre perciò capire dove vogliamo andare ed individuare i modi con cui governare la tendenza, scongiurando meccanicismi e tecnicismi che finirebbero per impoverire l'umanità intera dei suoi valori fondamentali e a cancellare ogni forma di solidarietà.

Questo quadro complesso ed in continua evoluzione richiede saggezza, che -come insegna la Bibbia- non è solo conoscenza ma soprattutto discernimento. In una società sempre più fondata sull'efficienza e sull'immagine, in un mondo che sollecita tempi di reazione sempre più rapidi, in cui tutto è a portata di internet, occorre rinunciare alla scorciatoia del villaggio globale e trovare il tempo per riflettere e farsi una propria idea su quanto ci frastorna.

Ci occorrono sia conoscenza che capacità critica, intesa come una metodologia della conoscenza fondata sulla analisi di una situazione in base ai diversi elementi che contribuiscono a determinarla, siano essi politici od economici, storici o culturali, etnici o religiosi, naturali o sociali tutto ciò per comprendere meglio quanto accade intorno a noi senza delegare altri a farlo per noi.

Sono tutte realtà che nel mondo di oggi non possono più rappresentare il riservato dominio di specialisti, ma un patrimonio di conoscenze basilare per agire sul grande palcoscenico del pianeta, dove tutto e tutti finiscono per essere fatalmente interdipendenti, dove benessere, progresso e pace inevitabilmente possono misurarsi e concretizzarsi soltanto su scala planetaria.

Giuseppe Panocchia
ambasciatore, europeista,esperto del mondo arabo
Pubblicato in Mondo Oggi - Geopolitico
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