Giovedì, 21 Novembre 2019
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Lourdunathan Yesumarian

di Djénane Kareh Tager

Il nostro incontro è fissato a Parigi, nella hall del CCFD (Comitato cattolico contro la fame e per lo sviluppo) che ha fatto arrivare padre Lourdunathan Yesumarian dalla sua India nativa per partecipare all’incontro nazionale del Comitato. Non c’è molta gente, questo pomeriggio, nella hall. Il prete mi viene incontro, scortato dall’addetto stampa, che lo presenta: "Padre Lourdunathan". Qualche secondo di silenzio. Lui incalza: "Sono un dalit". Mormoro un vago "sì". E lui insiste: "Un intoccabile". Gli tendo la mano. Lui la stringe, sorride. In questo preciso momento, ho come l'impressione che un muro di ghiaccio sia andato in frantumi…
"Intoccabile", questo gesuita, ma avvocato specializzato in diritto internazionale e portabandiera del movimento dalit, lo è nel senso proprio del termine. Così come lo sono duecentocinquanta milioni di suoi compatrioti indiani nati nella casta dei senza casta, degli impuri, degli "intoccabili", appunto. Esseri che le altre caste esitano a definire umani. E ai quali l’India non applica le carte e le altre convenzioni nazionali che affermano l’uguaglianza degli esseri umani, in particolare la Carta dei diritti dell’uomo, anche se sono state ratificate dal loro Paese.
Cerco di capire perché. "È semplice, spiega il gesuita. Secondo la mitologia indù, la casta dei bramini è nata dalla testa del Dio creatore, quella dei guerrieri dalla sua spalla, altre caste dal suo ventre o dai suoi piedi. Noi, i dalit, non siamo nati da Dio. Non siamo niente". Ovviamente mi sento obbligata a ricordare al padre Lourdunathan che egli è cattolico. Che dovrebbe quindi, secondo la logica, non sentirsi toccato da questo mito. La sua risposta è agghiacciante: "La religione è un vestito che si può cambiare. La casta è una pelle. Si nasce con la propria pelle, si muore con lei". E poi, soprattutto, si vive con lei nel quotidiano, come lo dimostra la sua storia personale…
"Sono l'ultimo di una famiglia di otto figli. Una famiglia di dalit, cattolica da tempo. Sono nato nel 1955, in un piccolo villaggio del Tamil Nadu, Stato del sud dell'India. Mio padre è morto quando avevo tre anni, mia madre ha lavorato duro per crescerci. Ho sempre saputo di essere un intoccabile, anche se la parola non era mai pronunciata apertamente. Ero alto come un soldo di cacio ma già sapevo che davanti alla drogheria dovevo stare nella coda riservata ai dalit. Attingere acqua alla fontana dei dalit. Sedermi a scuola o in chiesa sui banchi riservati ai dalit. Giocare solo con i dalit. Un giorno ho osato chiedere perché. La risposta di mia madre non si è fatta attendere: "Vuoi farti ammazzare?".
"Ho continuato gli studi, mia madre e i miei fratelli maggiori desideravano che diventassi prete. Sono sempre stato il primo della mia classe: era il minimo che potessi fare di fronte ai sacrifici che facevano per me. A diciannove anni mi sono presentato per entrare nel seminario della mia diocesi. Avevo bei voti, una forte motivazione. Ma sono stato rifiutato: ero un dalit, rischiavo di infangare o almeno di perturbare gli altri giovani che, come me, volevano consacrare la loro vita al servizio di Dio. Il Dio cristiano, del quale tutti siamo figli, e che ci ama tutti nello stesso modo. Avrei potuto voltare le spalle a quella religione che non mi voleva a causa della mia casta. Riconosco di essere un tignoso: dovevo assolutamente raccogliere la sfida. E lottare, dall'interno, contro quel sistema".
"Ho fatto domanda in altre diocesi, in altre congregazioni. I gesuiti hanno accettato di accogliermi. Mia madre mi ha accompagnato fino all'autobus per la città: due giorni di cammino sotto un sole cocente. Camminava con la testa scoperta, come una dalit. Evitavamo con cura di incrociare l'ombra di un bramino. Sa, l'ombra che facciamo quando c'è il sole. Schiacciandola con i nostri piedi, avremmo infangato un individuo di una casta superiore… Quando sono salito sull'autobus, mia madre mi ha detto: "Non voglio niente da te. Consacra tutte le tue forze ad aiutare i nostri". È l'unica volta in cui l'ho sentita fare allusione al sistema delle caste. Eppure ha dovuto soffrire la discriminazione, piangere vedendo i suoi figli considerati come impuri…".

Imporre le mani, quindi toccare

Lourdunathan è stato ordinato. Da un vescovo che ha accettato di procedere alla cerimonia di imposizione delle mani - che implica di toccare l'intoccabile, cosa alla quale non tutti i gerarchi cattolici indiani acconsentono automaticamente. Anche se testardo, è stato obbligato a piegarsi ad alcune regole. Per esempio, concelebrare la messa quando è fuori dalla sua parrocchia, in modo che i fedeli delle caste superiori possano ricevere la comunione da un prete della loro casta. Inumare i morti dalit nei cimiteri che sono loro riservati - altri cimiteri accolgono i non dalit. Ammettere - tollerare, precisa - che un prete che accoglie un omologo dalit nella sua parrocchia, per celebrare una messa, proceda in seguito ad una purificazione del calice insudiciato dalle mani impure.
Tutto questo è niente, dice, rispetto alle atrocità commesse nei confronti dei fuori casta, che siano indù, buddisti, sikh o cristiani. Padre Lourdunathan indica le cifre, implacabili: ogni giorno, in India, cinque dalit sono uccisi e cinquanta case dalit bruciate. Ogni ora, cinque donne dalit sono violentate - le relazioni sessuali non obbediscono alle leggi delle caste. Sono in seguito spesso uccise dai loro familiari, per lavare l'onore. "E tutto questo perché i dalit vogliono liberarsi dalla loro condizione. Essere considerati come umani. Più reclamiamo i nostri diritti, più la repressione è violenta. I nostri aggressori sono generalmente rilasciati senza processo".
Fuori dall'India, la discriminazione continua. Lourdunathan si ricorda del suo primo viaggio all'estero. Era in Francia, due anni fa. Una famiglia indiana cattolica lo aveva invitato a cena. Poi gli ha proposto di continuare la serata dai vicini, anche loro indiani, "per pregare tutti insieme". Per la strada, i suoi ospiti - che ignoravano di avere a che fare con un dalit - hanno cercato di rassicurarlo: "Non tema, i nostri vicini sono di alta casta". Senza dire una parola, il prete ha fatto dietro front e se ne è andato.

In prigione quattro volte
Le sue attitudini oratorie le esercita in India. Fra gli otto vescovi cattolici dalit - su un totale di 170 vescovi indiani -, quattro sono stati consacrati a causa della lotta portata avanti tamburo battente da questo gesuita che chiedeva alto e forte la loro ordinazione, al punto di mettere in imbarazzo tutta la gerarchia. Una lotta che l'ha portato quattro volte in prigione. La sua voce ha risuonato talmente forte che i gesuiti hanno finito coll'adottare "l'opzione preferenziale per i dalit" - del resto sono i gesuiti che, a partire dal 1970, hanno favorito il movimento di liberazione dalit. Si è abituato a difendere le cause perse, a vedere i processi trascinarsi per anni. Per esempio quello che riguarda una chiesa cattolica, chiusa da quando i parrocchiani dalit hanno chiesto di potersi sedere su qualsiasi panca - e non solo su quelle riservate. Cinque anni fa. Il vescovo del luogo, appartenente alla casta dei bramini, non ha alzato un dito.
Dalle autorità, i dalit non hanno niente da aspettarsi. Soprattutto se sono cristiani: in questo caso non beneficiano più della legge delle quote che riserva una certa percentuale di funzioni (o di posti a scuola o all'università) ai dalit. "La legge indiana non ha mai abolito il sistema delle caste, ricorda padre Lourdunathan. Ha semplicemente abolito l'intoccabilità - che tuttavia continua a perpetuarsi nella pratica". Perché non se ne parla mai nei cenacoli internazionali? "La parola indiana è stata a lungo confiscata dalle alte caste, che avevano accesso al sapere e alle funzioni superiori. I governi indiani successivi hanno, dal canto loro, considerato che la questione dei dalit era un affare interno. Visto che il mercato indiano è gigantesco, tutti gli altri paesi chiudono gli occhi. Per fare un paragone, il mercato sudafricano ai tempi dell'apartheid era molto più limitato, e il boicottaggio del Sudafrica non aveva sconvolto l'economia mondiale. Tuttavia il nostro sistema è più temibile di un apartheid. Perché la sua essenza stessa è religiosa: nasce dall'induismo e dall'induismo è giustificato".
Padre Lourdunathan continuerà la sua lotta. A rischio di ritrovarsi in prigione. "Non ho niente da perdere, tutto da guadagnare. Perché diavolo dovrei tacere?".



(da Adista, n, 14, 15 febbraio 2003. Questo articolo è comparso sul mensile francese Actualités des religions, gennaio 2003)
Pubblicato in Dossier Pace

Ahimsa: il sentiero della nonviolenza
di Thich Nhat Hanh



La parola sanscrita ahimsa, tradotta normalmente con 'nonviolenza' vuol dire letteralmente non danneggiare o anche innocuita'. Per praticare ahimsa, occorre innanzi tutto averne fatto esperienza interiore. In ognuno di noi sono presenti in una certa misura sia la violenza sia la nonviolenza. In base alla nostra condizione d'esistenza, la risposta alle situazioni sara' piu' o meno nonviolenta. Per esempio, potremmo anche essere orgogliosi di essere vegetariani, ma dovremmo in ogni caso renderci conto che l'acqua nella quale bolliamo le verdure contiene molti piccolissimi microrganismi.

Non possiamo essere completamente nonviolenti, ma col nostro essere vegetariani andiamo in direzione della nonviolenza. Se vogliamo andare a nord, possiamo usare la stella polare come punto di riferimento, ma non riusciremo mai a raggiungerla. Il nostro sforzo consiste unicamente nel muoverci in quella direzione. Chiunque puo' praticare la nonviolenza, anche i soldati. Alcuni generali dell'esercito, per esempio, conducono le operazioni militari in modo da evitare di uccidere persone innocenti: si tratta di un tipo di nonviolenza. Se dividiamo la realta' in due settori, quello violento e quello nonviolento, e ci schieriamo da un lato attaccando l'altro, il mondo non conoscera' mai la pace. Saremo sempre disposti ad accusare e condannare chi riteniamo responsabile delle guerre e delle ingiustizie sociali, senza riconoscere il livello di violenza presente in noi stessi. Se vogliamo che il nostro intervento sia efficace siamo tenuti a lavorare su noi stessi e a collaborare con chi condanniamo. Non porta mai a niente alzare una staccionata e allontanare chi consideriamo un nemico, persino se si tratta di qualcuno che agisce con violenza. Dobbiamo avvicinarlo con il cuore pieno di amore e fare del nostro meglio per suscitare in lui la pratica della nonviolenza. Non avremo mai successo se operiamo per la pace spinti dalla rabbia.

La pace non e' un fine. Non si puo' ottenerla con l'uso di mezzi non pacifici. Nel protestare contro una guerra, possiamo darci l'aria di essere una persona pacifica, un vero rappresentante della pace, ma questa nostra presunzione non sempre corrisponde alla realta'. Osservando in profondita', ci accorgiamo che le radici della guerra sono presenti nel nostro stile di vita privo di consapevolezza. Non abbiamo seminato a sufficienza la pace e la comprensione in noi stessi e negli altri, e quindi siamo corresponsabili: "Giacche' io sono stato in questo modo, ora loro si comportano in quel modo". Nella via dell'interessere troviamo un approccio piu' olistico: "Questo e' cosi' perche' quello e' cosi'". È questa la via della comprensione e dell'amore. Sulla base di questa comprensione, possiamo vedere con chiarezza e permettere al nostro governo di vedere con chiarezza. Poi possiamo partecipare a una dimostrazione e proclamare: "La guerra e' ingiusta, distruttiva e non e' degna di una grande nazione quale la nostra". Cio' e' assai piu' utile di un atteggiamento caratterizzato da una condanna rabbiosa del prossimo. La rabbia fa sempre peggiorare le cose. Sappiamo come scrivere lettere di vibrata protesta, ma dobbiamo anche imparare a scrivere al nostro presidente e ai nostri rappresentanti lettere con un grado di comprensione e un tipo di linguaggio che possano essere apprezzati. Se non ne siamo capaci, le nostre lettere potrebbero essere tutte cestinate, e non dare alcun contributo alla causa della pace.

Amare vuol dire comprendere. Non possiamo esprimere il nostro amore a qualcuno se non riusciamo a comprenderlo. Se non capiamo il nostro presidente o i membri del parlamento non saremo capaci di indirizzargli una lettera d'amore. Chiunque e' felice di poter leggere una buona lettera nella quale condividiamo le nostre intuizioni e la nostra comprensione. Ricevendo una lettera di quel genere, il destinatario si sente capito e presta attenzione alle nostre raccomandazioni. Potreste credere che si possa cambiare il mondo eleggendo un nuovo presidente, ma il governo non e' che un riflesso della societa', a sua volta e' riflesso della nostra coscienza. Per produrre un cambiamento sostanziale, siamo noi, i membri della societa', che dobbiamo trasformarci. Se aspiriamo a una vera pace, dobbiamo dimostrare amore e comprensione cosicche' i responsabili delle decisioni politiche possano imparare da noi. Tutti noi, compresi i pacifisti, custodiamo del dolore nel cuore. Ci sentiamo arrabbiati e frustrati e non troviamo mai nessuno che sia in grado di capire la nostra sofferenza. Nell'iconografia buddhista, c'e' un bodhisattva chiamato Avalokitesvara che possiede mille braccia e mille mani, e ha un occhio nel palmo di ogni mano. Le mille mani rappresentano l'azione, e l'occhio in ogni mano rappresenta la comprensione. Comprendendo una situazione o una persona, qualsiasi azione sara' d'aiuto e non causera' ulteriore sofferenza. Con un occhio nel palmo della mano, saprete sempre come praticare la vera nonviolenza. Immaginate cosa accadrebbe se anche ognuna delle nostre parole avesse un occhio. Per un artista e' facile dipingere un occhio nella mano, ma come mettere un occhio anche nelle nostre parole? Prima di dire qualcosa, dobbiamo renderci conto di cio' che stiamo per dire e della persona alla quale sono dirette quelle parole. Con l'occhio della comprensione eviteremo di pronunciare parole che finirebbero per far soffrire l'altro. Accusare e discutere sono forme di violenza. Se mentre parliamo soffriamo molto, le nostre parole saranno cariche d'amarezza, e non potranno aiutare nessuno. Dobbiamo imparare a calmarci e a diventare un fiore prima di parlare. È questa l'arte della parola amorevole.

Anche l'ascolto costituisce una pratica profonda. Il bodhisattva Avalokitesvara ha un grande talento per l'ascolto. Il suo nome in cinese significa 'ascoltare i lamenti del mondo'. Per comprendere la sofferenza degli altri dobbiamo saper ascoltare. Per far cio' dobbiamo svuotarci e lasciar spazio in modo da poter ascoltare con piena attenzione. Se inspiriamo ed espiriamo per rinfrescarci e svuotarci, saremo in grado di sedere con calma e ascoltare la persona che sta soffrendo. Chi sta soffrendo ha bisogno di qualcuno che ascolti con concentrazione senza giudicare o reagire. Se non trova nessuno disposto a farlo nella propria famiglia, potrebbe recarsi da uno psicoterapeuta. Con il solo ascolto profondo alleviamo gia' un bel po' di sofferenza. Questa e' una pratica di pace molto importante. L'ascolto e' fondamentale sia nelle nostre famiglie sia nella nostra comunita'. Dobbiamo ascoltare chiunque, specialmente le persone che consideriamo nemici. Se dimostriamo la nostra capacita' di ascolto e comprensione, chi ci sta di fronte sara' a sua volta disposto ad ascoltarci, e avremo una possibilita' di esprimergli il nostro dolore. È l'inizio della guarigione. Il pensiero e' alla base di ogni cosa. Dovremmo disporre un occhio di consapevolezza in ognuno dei nostri pensieri. Senza una corretta comprensione di una situazione o di una persona, i pensieri possono risultare fuorvianti e creare confusione, disperazione, rabbia oppure odio. Il compito piu' importante consiste nello sviluppo di una corretta comprensione. Se guardiamo in profondita' nella natura dell'interessere, se vediamo che tutte le cose 'inter-sono', non abbiamo piu' motivo per rimproverare, discutere e uccidere, e diventiamo amici di tutti gli esseri.

Abbiamo cosi' analizzato i tre campi dell'azione: il corpo, la parola e la mente. Oltre a cio', c'e' la non-azione, che spesso e' piu' importante dell'azione. Pur non facendo nulla, possiamo talvolta rendere le cose piu' agevoli semplicemente in virtu' della nostra presenza pacifica. Se una piccola imbarcazione si trova nel bel mezzo di una tempesta, e qualcuno resta calmo e stabile, gli altri non si faranno prendere dal panico, e sara' piu' facile che l'imbarcazione non faccia naufragio. Ci sono molte circostanze nelle quali la non-azione puo' essere molto efficace. Un albero non fa nient'altro che respirare, ondeggia i rami e le foglie e cerca di mantenersi fresco. Pero', se non ci fossero gli alberi non ci saremmo neppure noi uomini. Il non-agire degli alberi e' fondamentale per il nostro benessere. Se possiamo imparare a vivere prendendo esempio dagli alberi, mantenendoci cioe' vitali e solidi, calmi e pacifici, anche se non facciamo molte altre cose, gli altri trarranno beneficio dalla nostra non-azione, dalla nostra mera presenza.

Possiamo praticare la non-azione anche nell'ambito dell'uso della parola. Le parole possono creare comprensione e accettazione reciproca, ma possono anche causare sofferenza agli altri. A volte e' meglio non dire nulla. Questo libro tratta l'azione sociale nonviolenta, ma e' opportuno discutere anche la non-azione nonviolenta. Per chi desidera realmente aiutare il mondo, la pratica della non-azione e' essenziale. Naturalmente, la stessa non-azione talvolta puo' risultare dannosa. Se qualcuno ha bisogno del nostro aiuto e ci tiriamo indietro, potremmo farlo morire. Se per esempio un monaco vedesse una donna che sta annegando e non volesse aiutarla a causa dei voti che gli impediscono di toccarla, violerebbe il piu' importante principio della vita. La nostra non-azione di fronte all'ingiustizia sociale puo' causare ulteriori danni. Quando c'e' bisogno che facciamo o diciamo qualcosa e rifiutiamo di intervenire, possiamo renderci responsabili di un'uccisione proprio grazie alla nostra non-azione o al nostro silenzio. Per praticare ahimsa dobbiamo innanzi tutto imparare i metodi per trattare pacificamente noi stessi. Se in noi stessi c'e' vera armonia, sapremo anche come intervenire con i familiari, gli amici, i colleghi. Le tecniche sono sempre secondarie. La cosa piu' importante e' trasformarsi in ahimsa, cosicche' quando ci troviamo in determinate circostanze, evitiamo di causare altra sofferenza.

Per praticare ahimsa dobbiamo saper inviare delicatezza, gentilezza amorevole, compassione, gioia ed equanimita' ai nostri corpi, alle nostre sensazioni e agli altri. La vera pace deve fondarsi sull'intuizione e sulla comprensione, e per procedere in questa direzione e' necessario praticare una profonda riflessione, osservando in profondita' ogni atto e ogni pensiero della nostra vita quotidiana. Con la consapevolezza, e cioe' con la pratica della pace, possiamo iniziare a trasformare le guerre presenti in noi stessi. Per far cio' esistono tecniche ben precise. Una di queste e' la respirazione consapevole. Ogni qual volta ci sentiamo arrabbiati, possiamo interrompere le nostre attivita', astenerci dal dire qualsiasi cosa e inspirare ed espirare diverse volte, consapevoli di ogni inspirazione e di ogni espirazione. Se ci sentiamo ancora tesi, possiamo fare una meditazione camminata, mantenendo contemporaneamente l'attenzione sui nostri lenti passi e sul respiro.

Coltivando la pace interiore creiamo la pace nella societa'. Dipende da noi. Praticare la pace interiore vuol dire ridurre le guerre in corso tra le nostre sensazioni o tra le nostre percezioni, in modo da poter creare un'atmosfera di pace anche con gli altri, compresi i membri della nostra famiglia. Mi viene spesso chiesto: "Cosa fai se stai praticando l'amore e la pazienza e qualcuno irrompe in casa tua e cerca di rapire tua figlia o uccidere tuo marito? Come bisognerebbe comportarsi? È meglio sparare a quella persona o agire in modo nonviolento?". La risposta dipende dalle condizioni del proprio essere. Se si e' preparati, e' possibile reagire in modo calmo e intelligente, nel modo piu' nonviolento possibile. Per essere pronti ad agire in quel modo, con intelligenza e nonviolenza, occorre pero' essersi esercitati in precedenza. Potrebbero volerci dieci anni, forse anche di piu'. Se aspettate la situazione d'emergenza, potrebbe essere troppo tardi per porsi questa domanda. Una risposta schematica sarebbe del tutto superficiale. Nel momento decisivo, anche se sapete che la nonviolenza e' migliore della violenza, se tutto cio' non e' che una comprensione intellettuale, se non lo sentite con tutto il vostro essere, non riuscirete a reagire in modo nonviolento.

La paura e la rabbia presenti in voi vi impediranno di agire nel modo piu' nonviolento possibile. Per prevenire la guerra, per fermare in tempo la prossima crisi, dobbiamo cominciare subito. Quando e' scoppiata una guerra o ci troviamo nel bel mezzo di una situazione critica, e' gia' troppo tardi. Se noi e i nostri figli pratichiamo ahimsa nella nostra vita quotidiana, se impariamo a seminare la pace e la riconciliazione nel nostri cuori e nelle nostre menti, potremo davvero iniziare a creare la pace e cosi' facendo saremo in grado di prevenire la prossima guerra. Se poi, nonostante i nostri sforzi, arrivera' un'altra guerra, sapremo di aver fatto del nostro meglio. Sono sufficienti dieci anni per prepararci e preparare la nazione a evitare un'altra guerra? Quanto tempo ci vuole per respirare in consapevolezza, per sorridere e per essere pienamente presenti in ogni istante? Il nostre vero nemico e' la dimenticanza. Nutrendo la consapevolezza ogni giorno e innaffiando i semi della pace in noi stessi e nelle persone che ci circondano, avremo buone possibilita' di impedire la prossima guerra e di disinnescare la prossima crisi.

(da L'amore e l'azione, Ubaldini, Roma)
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L'ideale della pace
nelle religioni del mondo

INDUISMO

Chiunque oggi mi è amico sia in pace; chiunque mi è nemico sia lui pure in pace.
(Invocazione Veda).

I nostri cuori e i nostri sentimenti siano unanimi; le nostre intenzioni siano comuni; la nostra unità per la pace sia perfetta.
(Upanishad)


BUDDISMO



Colui che assedia e distrugge i villaggi e si comporta da predatore, sia considerato un paria. (...) Il Saggio che ricerca il bene e ha raggiunto la pace, come una madre verso il figlio, così ama ogni creatura vivente.

(Suttanipata)

BAHA’I

I pregiudizi religiosi, razziali, nazionali e politici, portano l’umanità alla rovina. Finchè essi perdurano, il timore della guerra continuerà. (...) Dio di bontà, unisci tutti gli esseri; stabilisci la pace suprema.
(Bahaullàh)


CONFUCIANESIMO

Quando lo stato è [ben] governato, tutto ciò che è sotto il cielo è in pace.
(Confucio)

Oh, poter fabbricare arnesi per i campi, non orribili spade! (...) torneranno gli uomini per mietere, le donne per filare e le dolci canzoni della pace.
(Tu Fu)


ISLAM


Se il nemico propende per la pace, propendi anche tu verso la pace e abbi fiducia in Dio.

(Corano, Sura 8,61)

Il saluto islamico è “as-salamu aleikum”, cioè “pace”. Il termine “musulmano” significa “pacifico”, perchè sottomesso a Dio.
(Anonimo).

TAOISMO



Se fossi re di un piccolo stato, veglierei perchè il popolo, anche se possedesse armi e corazze, non le usasse.

(Lao tse, Tao te-ching)

EBRAISMO




Giustizia e pace si baceranno.

(Salmo 85,11)

Lodate il mio Signore... poichè è il Dio che stronca le guerre.
(Giuditta 16,1-2)

SIKHISMO


Il tuo nome e la tua gloria siano in eterno nei cieli e, secondo la tua volontà, concedi pace e prosperità a tutti e a ciascuno nel mondo.

(Preghiera quotidiana)

Dio rappacifichi le menti delle persone, portando la pace.
(Sant Ajaib Singh)

GIAINISMO


Colui che tu hai intenzione di colpire, in realtà non è altro che te stesso. Sappi che la violenza è la radice di tutte le miserie del mondo: non dovrebbe cadervi chi crede nella pace.

(Preghiera giainista ad Assisi, 1986)

CRISTIANESIMO

Beati gli operatori di pace,
perchè saranno chiamati figli di Dio.

(Gesù in Matteo 5,9)

I cristiani non solo vogliono la pace;
essi sono chiamati a costruire la pace.

(Conf. Cristiana ad Upsala, ’83)


SHINTOISMO



I nostri antenati perseguivano l’alto ideale di unire il mondo come una famiglia, un mondo in cui le navi navigassero e ancorassero nei porti, ed ogni paese consolidasse e conservasse la pace.
(Preghiera shinto, ad Assisi, 1986)

INDIANI DEL NORD AMERICA

Pace non è solo il contrario della guerra... Pace è la legge della vita: agire con giustizia.
(Indiani irochesi)

O Grande Spirito, io alzo la mia pipa [segno di pace] verso di te, verso i tuoi messaggeri, verso la Madre Terra. (Preghiera indiana ad Assisi, 1986)


(da Cem/Mondialità aprile 2005)

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Religioni e pace. Nello spirito di Assisi

BUDDISMO

Generosità: primo gradino per la pace
di Lama Paljin Tulku Rinpoce

DOMANDA

La malvagità è innata nell’uomo?

Il bene è equilibrio e positività. Il male è confusione, che arriva quando ci si allontana dal bene.

Il buddismo è stato fondato dal Buddha Sakiamuni. Nato in India nel 500 a.C., quindi di religione indù, ebbe l’intuizione della sofferenza, da cui cominciò il suo insegnamento. Uomo qualsiasi, con esperienze comuni a tutti gli individui normali, è quindi una figura storica, nonostante la sua realtà umana sia «condita» di leggenda.

Sakiamuni diffuse le conoscenze dai bramini (indù) al popolo, proponendo una liberazione non solo spirituale ma anche concreta e la rivalutazione della figura femminile (ad esempio, prima non c’erano monache). Comunque resta anche lui un po’ maschilista: nella tradizione tibetana i monaci hanno 253 ordini (voti), le monache 436!

Pur nascendo come una filosofia, a mio avviso, il buddismo può essere considerato una religione. Di essa ha, ad esempio, gli ordini monastici. Il fatto che Buddha non abbia parlato di Dio non è perché non ne ritenesse vera l’esistenza, ma perché la figura di Dio è indicibile e la mente umana non può comprenderlo. Penso questo, nonostante sul suo insegnamento ci sia incertezza: sono infatti trascorsi tantissimi anni e altrettante interpretazioni prima che si cominciasse a trascriverlo.

Storicamente in India il buddismo diventa anche religione di stato, ma ne viene espulso dai bramini dopo 700 anni. Successivamente fece presa nel nord della Cina, Giappone, Corea… e oggi in Occidente.

Cercando di adattarsi all’ambiente sociale in cui viene a trovarsi e innestandosi in tutte le culture dei paesi dove arriva, il buddismo ne ingloba le tradizioni locali. Questo genera tante scuole diverse, che seguono differenti tradizioni, legate a quella originaria e tutte fondate sul concetto base e comune della sofferenza.

In Tibet, ad esempio, avviene il sincretismo con la preesistente tradizione sciamanica, che porta a sviluppare il metodo della visualizzazione. In Giappone, invece, si sviluppa un altro modo di concentrarsi: lo zen. Infatti le differenze nell’ambito del buddismo sono legate alla meditazione, assimilabile in un certo senso alla preghiera, perché esistono tanti modi diversi per praticarla e pacificare la mente e gli animi.

Il buddismo, non proponendo una fede o dogmi ma un obiettivo, è una tradizione trasversale applicabile a tutte le religioni e fondata su quattro nobili realtà, fra cui pacifismo, equilibrio, armonia... L’illuminazione (realizzazione) della persona nasce dalle sue esperienze e qualità, la «buddità» viene dall’interno, impegnandosi e agendo secondo i principi di pace, armonia e positività.

Nessuna preghiera e influenza esterna ci può cambiare se non vogliamo cambiare noi. Le scritture (per quanto possano essere attendibili, visto quanto detto in precedenza) e il maestro possono solo indicarci la via.

Desiderio, avversione (discriminazione) e confusione mentale (per desiderio ci creiamo illusioni) sono i tre elementi fondamentali che ci impediscono di redimerci. L’io e il mio condizionano la nostra esistenza. In sostanza il buddismo è una religione facile da descrivere e difficile da attuare.

All’attuale realtà di guerre il buddismo si rapporta considerando alcune parole chiave, fra cui altruismo, compassione, generosità... L’amore è augurare a tutti di essere felici; la compassione è far di tutto per vincere la sofferenza altrui.

Il primo gradino per costruire la pace è la generosità: il saper dare. Molti amici della tradizione buddista sono impegnati per la pace, ma se non la viviamo nel nostro quotidiano, anche praticando il dubbio, dal quale nascono la ricerca e la capacità di migliorarsi, questo genere di impegno è un impegno inutile.

(da Missioni Consolata, gennaio 2007)

Paljin Tulku Rinpoce (Arnaldo Graglia) è da oltre 30 un monaco buddista di tradizione tibetana. Fondatore e guida del centro studi tibetani Mandala di Milano, siede fra i maestri reggenti il monastero di Lamayuru a Ladakh (India) ed ha assunto la guida del monastero di Atitse destinato a diventare un centro internazionale di meditazione.


In ogni persona brilla una fiamma

di Rosa Myoen Raja

DOMANDA:

Constato che nell’essere umano esiste la dimensione del male, ma la domanda mi supera. Nella mia attività con i carcerati sento che non mi è estraneo quel che hanno commesso. Nelle stesse condizioni forse avrei fatto di peggio, la vita mi ha dato una realtà estremamente favorevole. Quando apprendo di eventi drammatici o tragici non riesco a prendere parte per qualcuno.

In realtà, purtroppo, c’è indifferenza in tutti noi per le tragedie dell’umanità che accadono anche in questo stesso istante.

Qualsiasi riflessione sulla pace deve partire dal presupposto che nel cuore di ogni persona brilla sempre una fiamma, una scintilla d’intelligenza. Bisogna poi recuperare la consapevolezza, la forza del «sentire» e del sentirsi parte di un tutto: se io respiro, l’intero universo respira; se raccolgo da terra un mozzicone, è l’intero universo che compie questo gesto; e sbaglia chi, vedendomi, pensasse che sto pulendo il marciapiede: è il mondo che sto pulendo!

È il principio di separazione dal tutto che genera i conflitti. Il buddista rispetta tutti e tutto, perché sa che compongono il «Tutto Universale», al quale appartiene anche lui. Togliendo qualcosa all’universo, lo togliamo anche a noi stessi, e viceversa.

È fondamentale l’azione della persona, il far bene quel che si fa: perché serve al mondo. È la nostra vita che deve essere messa in gioco e costruita sui grandi pilastri dell’Armonia, del Rispetto, della Purezza, e della Pulizia interiore. Non è attraverso il male degli altri che si raggiungono la felicità e la realizzazione di sé. Perciò dobbiamo cambiare partendo da noi stessi e dal nostro ambiente.

Anche la pace non va cercata negli altri, ma dentro di sé. Imparando ad affrontare i problemi quando si presentano, senza vacillare al solo pensiero che «forse arriverà il vento!». Come nulla intacca il diamante, nulla potrà compromettere una coscienza adamantina e pura.

Venendo alla domanda se, ai fini della pace, la religione sia troppa o troppo poca, penso che, se ha radici profonde nella storia dell’uomo, la religione non è mai troppa: i vertici delle organizzazioni e delle religioni predicano sempre bene!

Il mondo però non è migliorato, nel senso che non ha accolto i loro insegnamenti e non vi regna la pace. Sembrerebbe quindi che i grandi maestri abbiano fallito. Ma il maestro può solo aprire la porta; è il discepolo, con il suo piede, che può entrare. Chi non è se stesso fino in fondo deve sapere che nessuno può esserlo al suo posto.

Dunque la religione non sarà mai troppa in quanto a principi etici. Semmai sono troppo pochi a praticarla. Oggi dobbiamo quindi domandarci fino a che punto siamo praticanti: la nostra generazione non sa più bene in cosa sta credendo, ha bisogno di ritrovare i riferimenti giusti.

Dobbiamo anche considerare che mai ci sarà una religione unica sulla terra. Ci sarà, forse, un’integrazione interreligiosa, in vista della quale è necessaria una maggiore comprensione della religione altrui, anche da parte di chi non crede. È quindi importante lo sviluppo di tutte le religioni e la ricerca di opportune occasioni per praticarle assieme.

Per questo credo nella necessità e nel valore del lavoro culturale nella nostra società. I bambini già ci hanno superato, sono già uniti, ma gli adulti devono creare un ambiente favorevole, perché questo atteggiamento spontaneo possa radicarsi nelle loro coscienze.

Più delle ore di religione passate a scuola, conta la testimonianza vissuta dai genitori in famiglia; dove la religione potrebbe aiutare a crescere meglio i figli e a costruire una società migliore. Anche se essere buoni praticanti non è garanzia di successo.

Vorrei infine segnalare che, dal 2000, i leader delle religioni presenti a Milano si stanno incontrando con continuità. Un lavoro che ha portato alla firma, il 21 marzo 2006, dello statuto costitutivo del Forum delle religioni a Milano. Anche se è stato uno sforzo impegnativo, raggiungere questo obiettivo è stato più facile di quanto non sembrasse al principio.

(da Missioni Consolata, gennaio 2007)

Rosa Myoen Raja ha iniziato nel 1988 la pratica zen presso il centro «Il Cerchio» di Milano, di cui è diventata presidente, avendo ricevuto dal maestro Tetsugen l’ordinazione monastica. È membro fondatore della sezione milanese di «Religioni per la Pace», Forum delle religioni a Milano.

Pubblicato in Dossier Pace
Lunedì 10 Settembre 2007 22:58

Violenza necessaria? (Jean-Marie Muller)

Violenza necessaria?

di Jean-Marie Muller

Spesso è la violenza delle situazioni di ingiustizia che provoca la violenza delle armi. È importante comprendere la violenza che nasce dalla rivolta degli oppressi quando vogliono liberarsi dal giogo che pesa su di loro. Se la nonviolenza condanna e combatte anzitutto la violenza dell’oppressione, essa obbliga ad una solidarietà attiva con quelli che ne sono le vittime. Quando questi, il più delle volte come ultima risorsa, ricorrono alla violenza, non è il caso, in nome di un ideale astratto di nonviolenza, di voltare loro sdegnosamente la schiena. Non è il caso di respingere in un mucchio solo tanto quelli che sono responsabili dell’ingiustizia quanto quelli che ne sono le vittime. È importante non dimenticare che i veri fautori di violenza sono quelli che traggono profitto dal disordine stabilito e non difendono nient’altro che i loro privilegi. Ma liberare gli oppressi è anche tentare di permettere loro di liberarsi dalla propria violenza. Anche questo è un obiettivo della solidarietà verso di loro.

Spesso la violenza degli oppressi e degli esclusi è più un mezzo di espressione che un mezzo di azione. Non è tanto la ricerca di una efficacia quanto la rivendicazione di una identità. È il mezzo che hanno, per farsi riconoscere, coloro la cui esistenza stessa resta non soltanto sconosciuta, ma misconosciuta. La violenza è allora il mezzo di rivoltarsi contro questo misconoscimento. È l’ultimo mezzo di espressione di quelli che la società ha privato di tutti gli altri mezzi di espressione. Poiché essi non hanno avuto la possibilità di comunicare con la parola, tentano di esprimersi con la violenza. Questa si sostituisce alla parola che è loro rifiutata. La violenza vuol essere un linguaggio ed essa esprime anzitutto una sofferenza; essa è allora un “segnale d’allarme” che deve essere decifrato come tale dagli altri membri della società. La violenza è per gli esclusi un tentativo disperato di riappropriarsi del potere sulla propria vita, di cui sono stati spossessati. La violenza diventa allora un mezzo di esistenza: «sono violento, dunque sono». E la violenza permette di farsi riconoscere tanto più per il fatto che essa è proibita dalla società. Essa simboleggia allora la trasgressione di un ordine sociale che non merita di essere rispettato. Ciò che gli attori della violenza ricercano è precisamente questa trasgressione. A colui che la legge esclude da ogni riconoscimento, la violazione della legge appare allora come il mezzo migliore per farsi riconoscere. Questo può essere vero per l’individuo come per il gruppo. Anche il gruppo può volere provare a sé stesso di esistere come gruppo facendosi valere presso gli altri con l’impiego della violenza. Esso così obbligherà gli altri a riconoscere che esiste, non fosse che col combatterlo sul terreno della violenza, là dove egli stesso ha scelto di esprimersi. Inoltre la violenza della trasgressione, distruggendo i simboli di una società ingiusta, gettando a terra gli emblemi di un ordine iniquo, provoca un maligno piacere, un godimento reale. In questo modo, la violenza esercita un fascino su quelli che sentono la frustrazione e l’umiliazione di essere degli esclusi.

Ma comprendere la violenza non è giustificarla. Infatti, se la violenza è giusta quando serve una causa giusta, non diventerà allora il diritto e il dovere di ogni uomo, di ogni gruppo, di ogni popolo e nazione? E si è mai incontrato nel corso dei secoli, si è mai visto al mondo un uomo, un gruppo, un popolo, una nazione che non pretenda ad alta voce che la sua causa è giusta? E se noi aderiamo oggi al discorso che approva la violenza per difendere la buona causa, come potremo opporci domani a quello che approverà la violenza per la cattiva causa? Basterà discutere della causa e non della violenza? Probabilmente no, non basterà. Se la violenza è legittimata come un diritto dell’uomo, ciascuno potrà prendere a pretesto questo diritto per ricorrervi ogni volta che lo stimerà imposto dalla difesa dei suoi interessi. In realtà l’ideologia della violenza permette a ciascuno di giustificare la propria violenza. La storia si trova allora risucchiata in una spirale di violenze senza fine. Si crea una reazione a catena di violenze degli uni e degli altri, tutte legittimate, le une come le altre, una catena che nessuno potrà più interrompere. La violenza diventa fatalità. La nonviolenza intende spezzare questa fatalità.

Secondo le ideologie che dominano le nostre società, è necessario opporsi alla prima violenza, dell’oppressione o dell’aggressione, con una contro-violenza che possa contenerla e alla fine vincerla. Quelle stesse ideologie legittimano e giustificano questa seconda violenza affermando che essa ha per fine di stabilire la giustizia o di difendere la libertà. L’argomento – che si pretende sia al di sopra di ogni sospetto – incessantemente avanzato per giustificare la violenza, è che essa è necessaria per lottare contro la violenza. Questo argomento implica un corollario: rinunciare alla violenza sarebbe lasciare libero corso alla violenza. Ma, quali che siano le ragioni avanzate, questo argomento resta colpito, in teoria come in pratica, da una contraddizione irriducibile: lottare contro la violenza con la violenza non permette di eliminare la violenza. Le ideologie della violenza vogliono occultare questa contraddizione. La filosofia della nonviolenza e la strategia che essa ispira ... portano al contrario tutta la loro attenzione sulla violenza per tentare di superarla. Poiché qui si pone una questione essenziale e decisiva: il fatto di impiegare la violenza con l’intenzione di servire una causa giusta cambia o no la natura della violenza? In altri termini, è possibile qualificare diversamente la violenza secondo il fine al servizio del quale si pretende utilizzarla? Le ideologie della violenza vogliono dare una risposta positiva a questa duplice questione, e insinuano che l’uso della violenza per una causa giusta non è altro che l’uso della forza. La filosofia della nonviolenza fa una critica radicale a questa risposta e la respinge assolutamente. La violenza, in definitiva, resta la violenza, ossia essa resta ingiusta e, dunque, ingiustificabile perché resta disumana quale che sia lo scopo che si pretende di servire utilizzandola.

Jean-Marie Muller, da: Le principe de non-violence. Parcours philosophique, Desclée de Brouwer, Paris 1995, pp. 38-41, traduzione di Enrico Peyretti, in:  Il Foglio, 289.

Pubblicato in Dossier Pace
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