Domenica, 22 Ottobre 2017
Domenica 29 Maggio 2011 17:30

Annunciare la speranza nella sofferenza (don Gianluca Scrimieri)

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Oggi, dove avanzano il nichilismo e il relativismo, in un tempo appiattito sul presente, poco aperto al futuro, in una civiltà dominata dallo stress fino ad apparire depressa, il tema della speranza risulta attuale come un segno dei tempi per la Chiesa.

Uno spazio per la seconda virtù teologale

Annunciare la speranza nella sofferenza

 

di don Gianluca Scrimieri

Oggi, dove avanzano il nichilismo e il relativismo, in un tempo appiattito sul presente, poco aperto al futuro, in una civiltà dominata dallo stress fino ad apparire depressa, il tema della speranza risulta attuale come un segno dei tempi per la Chiesa. La predicazione e la pastorale dovrebbero andare nella direzione dell'accoglienza e della misericordia con l'annuncio del vangelo della speranza.

Il venir meno della speranza potrebbe dipendere dal fatto che il mondo non ha più tempo di sperare. In quanto credenti in Cristo siamo "pellegrini" e "stranieri" in questo mondo (1Pt 1,17). Gesù rivela all'uomo che il suo futuro si chiama risurrezione, perciò la nostra speranza ha la sua radice nella pasqua di Cristo.

La speranza non è illusione

La speranza cristiana non si può confondere con le illusioni, con la mancanza di realismo, con la fuga dalla durezza del presente. Se la fiducia è riposta in Dio, anche la speranza risulta solida. Da questo atteggiamento scatta un dinamismo interiore che diventa scelta operativa e disponibilità alla fatica. L'immagine della virtù bambina serve a ricordare che la speranza è fragile, ma dà il senso sia all'agire sia al credere (Peguy).

Molti vivono con il non-senso, c'è un vuoto dentro che viene compensato continuamente con lo stress facendo seguire ad un attività un'altra attività in modo da non lasciare mai spazi vuoti. Oggi lo stress è un grande idolo, potrebbe essere considerato quasi la «nuova spiritualità del nostro secolo» (Pietro Magliozzi). Per cui il mondo contemporaneo pone molteplici insidie alla speranza cristiana: il secolarismo, l'immanentismo, il materialismo, il falso spiritualismo, l'indifferentismo religioso.

Una vita trascorsa nel consumismo, nella dissipazione degli obiettivi e degli interessi, indica che è assente un orizzonte escatologico, e che il ripiegamento su se stessi, su un presente disperato da cui si cerca di sfuggire con sfrenato edonismo, è quanto rimproverava già Paolo a quei Corinzi che non credevano nella risurrezione. Così l'opposto della speranza diviene disperazione: Dio non provvederà a salvare l'uomo, e quello dell'uomo è un volgersi offensivo verso Dio. Per cui il moltiplicarsi dei mali umani genera suicidi, bisogno di droga, moltiplica la violenza e il crescente bisogno di aiuto psichiatrico.

La poca speranza è spesso generata da egocentrismo, egoismo, orgoglio e presunzione. In questo contesto la sofferenza appare come uno degli elementi che minacciano la speranza. Eppure sono proprio le prove a corroborare la speranza cristiana, in cui ogni sofferenza può diventare il luogo in cui la speranza viene riscoperta, purificata e appresa. Chi soffre, nel corpo o nello spirito, va aiutato a testimoniare la speranza che è anzitutto fiducia in Dio e poi in se stessi, contro il quale neanche la morte può avere l'ultima parola. Ne scaturisce un segnale forte: la sofferenza possiede anzi grande dignità, come prova e partecipazione alla sofferenza di Cristo stesso (cf. 1Pt 4,12-16).

È probabilmente la speranza la virtù che, attraverso la storia e ancor oggi, contraddistingue i cristiani dai loro contemporanei.Se osserviamo il rapporto che intercorre tra medico e malato, esso risente purtroppo di un influsso tecnicistico. Quando l'attenzione si concentra esclusivamente sugli strumenti medici, il rapporto umano diventa marginale.

Oltre la tecnica

La migliore relazione che sa dare al malato speranza, non tanto con parole falsamente consolatorie, ma facendogli riscoprire la possibilità di un suo controllo della situazione, non si domanda: che cosa ha questo malato? ma: dove sta il male? Competente a rispondere non è il soggetto, è l'indagine scientifica: il corpo oggetto dell'indagine e la tecnica esplicitano dati positivi, che creano aspettative, alimentano sogni, ispirano fiducia. Ma quando l'indagine si qualifica come onnipotente, essa diventa una «nuova religione, con un suo programma di redenzione che libera l'uomo» (Bizzotto).

La tecnica lega l'uomo a sé con la disponibilità dei farmaci, li usa per guarire rapidamente. La presenza del farmaco dovrebbe essere concepita come un aiuto, e guai se non ci fosse. Tuttavia al farmaco non deve essere attribuita forza taumaturgica: interessante è il malato e non la malattia o quanto lo strumento tecnico rileva. La macchina non deve sostituirsi alla persona. C'è chi, giustamente, parla di «un indebolimento della psiche nell'uomo contemporaneo»: incapace di soffrire e di morire, di vivere e di convivere. Così si perde la concezione del dolore come maestro, dal quale apprendere la giusta misura delle cose e della vita e soprattutto conoscere noi stessi. Soffrendo si impara a capire il dolore altrui e perciò anche ad amare autenticamente.

Ben vengano gli studi che mostrano quanto di misterioso sia racchiuso nell'animo e nella psiche umana evidenziando come l'animo e la psiche abbiano da guadagnare anche fisiologicamente dalla religiosità. Diviene allora importante esercitare il carisma della consolazione con il malato, il disperato, con i genitori di figli in cielo, per ri-progettare e ri-prendere il volo della speranza. Come pellegrini dentro la storia, siamo chiamati a condividere «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini e delle donne d'oggi, dei poveri soprattutto e di coloro che soffrono» (Gaudium et spes, 1).

Quando diventa sofferenza condivisa, il sofferente non è più solo, è consolato. La consolazione che Dio ci dona, attraverso il suo Spirito d'amore, e che siamo chiamati a scambiarci reciprocamente, ci rende più forti, ci dà il coraggio di resistere nella sofferenza e sostiene la nostra speranza. La più grande risorsa dell'uomo è l'uomo stesso come risorsa; il suo essere è anche il suo poter-essere che include il suo essere-compassionevole.

L'insegnamento dell'enciclica Spe salvi ispira e sprona credenti e comunità ad approfondire e ad assumere come stile di vita una spiritualità della speranza, una qualità di vita che sia "teologale" cioè espressione di fede, carità, speranza.

(da Settimana, n. 14, anno 2011)

Ultima modifica Giovedì 06 Marzo 2014 00:54
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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