Lunedì, 24 Febbraio 2020
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Le immagini violente di Dio:
la politica e il sacro

di Gabriele Mand’el khân *

«Nulla salus in bello. pacem teposcimus omnes»

(Nessun bene nella guerra; pace, noi tutti ti invochiamo).

(VIRGILIO Eneide, XI, 362).

Tema di questo intervento è: «Le immagini violente di Dio: la politica e il sacro». Inizio chiedendovi se vi siete mai accorti di questa semplice, abissale differenza: il sacro dà, il sacro dona, mentre la politica, qualsiasi politica, chiede, a principiare dal voto che ogni politico chiede che gli si dia. Poi domandiamoci: l’immagine di Dio nell’Islam è violenta? Leggendo correttamente il Corano, la risposta è: no! E' sempre e solo una immagine di pace. Tocchiamone allora, rapidamente, i punti salienti.

Il saluto usuale di un musulmano è: âlSalâm âleikum, «la pace sia con voi.» I cattolici hanno la bellissima frase: «Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonae voluntatis (Pace agli uomini di buona volontà), che è anche un concetto che si legge nel Corano, in cui la parola «pace» è citata trentacinque volte.

Ogni giorno il musulmano osservante compiendo le sue cinque preghiere quotidiane pronuncia la parola pace: venticinque volte nelle cinque preghiere canoniche (obbligatorie) e ventisei nelle eventuali preghiere supererogatorie. Poi dice il Corano (36a58): La parola di Dio è «Pace». E ancora (33a44): Il giorno dell’incontro il saluto [degli angeli ai fedeli] sarà: «Pace».

Il Corano dice ancora: (10a25) Dio chiama al soggiorno della Pace, e dirige chi Egli vuole sulla via diritta. (15a46) Entrate [in Paradiso] in pace e con sicurezza. E ancora (20a47): «Pace su chiunque segue una giusta Via».

Di Gesù il Corano dice (19a15): La pace su di lui il giorno in cui nacque, il giorno in cui morirà, e il giorno in cui verrà resuscitato vivo. E ancora nel Corano Gesù stesso ripete (19a33): La pace su di me il giorno in cui io nacqui, il giorno in cui morirò e il giorno in cui sarò risuscitato vivo.

Il termine «guerra» appare nel Corano nove volte, come pure il termine «lotta». «Combattimento», in modo esplicito ed implicito, in tutti i suoi significanti e tutte le sue accezioni, trenta volte. Guerra in arabo si dice harb. Anche qitâl, muqâtâl radicale che si legge nel versetto 2°190: Combattete [qâtilûâ] sulla Via di Dio quelli che vi combattono, ma non eccedete. Certo, Dio non ama quelli che eccedono. Guerra santa si dice âlharb âlquds (o anche âlharam âlqitâl), espressione che non appare mai nel Corano, per il quale in effetti nessuna guerra è santa.

Il termine jihâd viene tradotto a volte, in Occidente, con «Guerra santa», ma questa è una traduzione del tutto errata e capziosa. Jihâd significa «sforzo», ed è lo sforzo che ognuno deve compiere all’interno del sé per vincere le proprie passionalità terrene. Nel Corano appare cinque volte. Il termine «Guerra Santa» fu coniato invece in Europa, nel 1096, quando Pietro l’Eremita organizzò la Prima Crociata.

Si tenga presente, comunque, che il Corano, come la Bibbia, è anche un libro storico; quindi dà relazioni anche di battaglie del tempo del Profeta; per cui accenni specifici al combattimento armato sono spesso da riferirsi al tempo e alle circostanze, e non fanno parte dei precetti religiosi.

Per il Corano, comunque, la guerra è solo di difesa, ed è autorizzata in casi specifici. 22a39-40: E data autorizzazione a coloro che sono attaccati, dal momento che in verità sono lesi (e Dio è certo atto a soccorrerli); e a coloro che sono espulsi dalle loro dimore senza diritto (solo perché dicevano: «Dio è il nostro signore»). Se Dio non difendesse le genti deboli quando contro di esse muovono guerra le genti malvagie e violente, le abbazie verrebbero demolite, e così le chiese, le sinagoghe, le moschee, in cui il Nome di Dio è molto invocato. Dio sostiene coloro che Lo adorano. Dio certo è forte, è potente.

Riguardo a ciò, ecco un chiaro hadîth del Profeta: «Quando due musulmani si gettano l’uno contro l’altro con la spada in mano, entrambi, assassino e vittima, andranno all’inferno (Bukhârî, II,22)». E ancora in modo più specifico il Corano ingiunge, in 4a93: Chiunque uccide un credente, la sua ricompensa è l’Inferno, e vi rimarrà in eterno. E su di lui la collera di Dio e la Sua maledizione, e gli prepara un castigo enorme.

Inoltre, come proibizione generale per l’omicidio, in 17a33: Tranne che secondo Diritto (di legittima difesa), non uccidete anima alcuna: Dio l’ha proibito. E in 5a22: Abbiamo prescritto (ai figli di Israele) che chiunque uccide un essere umano non colpevole d’assassinio o di corruzione sulla terra è come se avesse ucciso tutta l’umanità; e chiunque gli concede salva la vita, è come se facesse dono della vita a tutta l’umanità.

Va considerato inoltre che per il Corano la religiosità non consiste soltanto nel seguire un ritualismo e basta. li Corano enuncia chiaramente: (2a177) La religiosità non consiste nel volgere il vostro volto verso oriente o verso occidente. La religiosità consiste (…) nel dare per amor Suo dei propri beni ai parenti, agli orfani, agli indigenti, ai viaggiatori, ai mendicanti, e per la liberazione degli schiavi; nell‘osservare la preghiera, nel versare la zakât. Sono veri credenti quelli che rimangono fedeli agli impegni assunti, che sono perseveranti nelle avversità, nel dolore e nel momento del pericolo. Ecco le genti sincere.

E ancora (2Sa63-76): Ecco come sono i servi del Misericordioso: camminano sulla terra con umiltà; quando gli ignari si rivolgono loro, dicono loro: «Pace» [...]. Quando dispensano, non sono ne’ prodighi né avari, poiché il giusto sta nel mezzo; e non invocano altra divinità accanto a Dio; e non uccidono anima alcuna se non secondo il diritto (di legittima difesa), perché Dio l’ha proibito; e non compiono atti osceni; chiunque lo fa incorre nel peccato, avrà un castigo doppio il giorno della risurrezione, e rimarrà oppresso dall’ignominia, a meno che non si penta, creda e compia opera buona; perché a quelli Dio muterà il male in bene - perché Dio è perdonatore, compassionevole. E non testimoniano falsamente, e passano nobilmente attraverso la vanità; e quando i versetti di Dio sono recitati non rimangono sordi e ciechi. E dicono: Signore, da’ a noi, alle nostre mogli, ai nostri discendenti, la serenità; e fa di noi un esempio ai fedeli». Del pari il Corano vieta vigorosamente e più volte il suicidio consapevole, e nessuna ragione, nessunissima ragione lo giustifica.

Poi chiaramente il Corano indica quale deve essere l’atteggiamento del musulmano nei confronti delle altre religioni rivelate: (2a 62) Sì, i musulmani, gli ebrei, i Cristiani, i Sabei, chiunque ha creduto in Dio e nel Giorno ultimo e compiuto opera buona, per costoro la loro ricompensa presso il Signore. Su di loro nessun timore, e non verranno afflitti.

(2a136): Dì: noi crediamo in Dio, in quel che ci ha rivelato, e in quello che ha rivelato ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe, alle Tribù, in quel che è stato dato a Mosè e a Gesù, e in quel che è stato dato ai profeti dal loro Signore: noi non facciamo differenza alcuna con nessuno di loro. E a Lui noi siamo sottomessi. (5a68-69) Dì: Genti del Libro, sarete sul nulla fintanto che non seguirete la Torà, il Vangelo e ciò che vi è stato rivelato dal vostro Signore(…). Sì, i musulmani, gli Ebrei, i Sabei, i Cristiani - chiunque crede in Dio e nel Giorno ultimo e compie opera buona - nessun timore per loro e non verranno afflitti.

(4a163-165): Sì, noi ti abbiamo fatto rivelazione, come Noi abbiamo fatto rivelazione a Noè e ai profeti dopo di lui. E noi abbiamo fatto rivelazione ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe, e alle Tribù, a Gesù, a Giobbe, a Giona, ad Aronne, a Salomone, e abbiamo dato il Salterio a Davide. Per comunicare con Mosè Dio ha parlato. E vi sono dei messaggeri di cui ti abbiamo narrato in precedenza, e messaggeri di cui non ti abbiamo narrato, messaggeri annunciatori e messaggeri avvertitori, affinché dopo i messaggeri non ci fossero più per le genti argomenti contro Dio. E Dio è Potente e Saggio.

Ma continuiamo a leggere che cosa dice il Corano a proposito della tolleranza interreligiosa: (9a6) Se un idolatra ti chiede asilo, concedigli asilo. Ascolterà la Parola di Dio. Poi fallo giungere in un luogo per lui sicuro. Ciò perché in verità è gente ignara. (18a29) La verità emana dal Signore. Creda chi vuole, non creda chi non vuole. E inoltre il Corano raccomanda il rispetto per i culti di tutte le religioni: Dio dice (22a67): Ad ogni religione abbiamo dato i suoi riti che vanno osservati. Perciò non discutano con te: invitali al Signore, e allora sarai su una giusta Via.

Quindi, la guerra è un atto umano prevaricatorio per chiari appetiti terreni, ma nessuna guerra è santa. Non è possibile muovere guerra per imporre la religione. Lo dice il Corano (2a256): Nessuna costrizione in fatto di religione: la giusta direzione si distingua da sé dall’errore, e chiunque rinnega il Ribelle e crede in Dio ha afferrato l’ansa più solida, che non si spezza. Dio sente e sa. Ancora nel Corano (23a62) Dio dice: Io non costringo nessuno, se non secondo le sue capacità. E nessuno verrà leso, poiché il detentore del Libro che dice la verità sono Io. D’altronde il Corano vieta di considerare ebrei e cristiani come nemici dell’Islam a causa della loro religione, poiché dice (29a46): Con le genti del Libro parlate in modo cortese (salvo che con coloro che sono ingiusti). E dite loro: «Crediamo in ciò che è stato rivelato a voi e in ciò che è stato rivelato a noi; il nostro Dio è lo stesso vostro Dio. A Lui noi siamo sottomessi».

E infine, lo stesso Profeta disse: «Tre sono i nemici dell’Islam: gli estremisti, gli estremisti, gli estremisti». Nulla vieta di intendere come estremisti sia gli integralisti sia i terroristi.

Oggi tutti invocano la pace ma, secondo i concetti di SEYYD HOSSEIN NASR, grande filosofo iraniano contemporaneo:

«La Pace non è mai raggiunta proprio perché dal punto di vista metafisico è assurdo aspettarsi che una cultura consumistica ed egoistica, dimentica di Dio e dei valori dello spirito, possa darsi la pace. La pace fra gli esseri umani è il risultato della pace con se stessi, con Dio, con la natura, secondo una componente etica che abbia superato false morali, preconcetti, interessi unilaterali e presuntuose ignoranze. Essa è il risultato dell’equilibrio e dell’armonia che si possono realizzare soltanto aderendo agli ideali precipui delle correnti mistiche. In questo contesto è quindi di vitale importanza la pace fra le religioni.

In tema di pace va poi detto qualcosa a proposito della “pace interiore”, che oggi gli esseri umani cercano tanto disperatamente da aver favorito l’insediamento in Occidente di pseudo-yoghi e di falsi guaritori spirituali. In realtà si avverte per istinto l’importanza dell’ascesi mistica ed etica, ma ben pochi accettano di sottoporsi alla disciplina di una tradizione autentica, la sola che possa produrre effetti positivi».

Il senso della pace, insomma, non è ancora il senso cosciente di condizione umana, quale la fede in Dio e l’adesione sincera alla religione (qualsiasi essa sia) suscitano autenticamente in ogni essere umano.

Così i Sufi dicono che l’ebraismo è la religione della SPERANZA, il cristianesimo la religione dell’AMORE, l’Islam la religione della FEDE. Ed ecco, questo è il terzo polo, equilibrio delle vicende umane in tutta la loro estensione: la Fede, la Speranza e l’Amore, origini della mistica, della spiritualità, dei valori sublimati che ci conducono alla comprensione di Dio, nostro Signore unico ed assoluto, il Creatore di tutto. La comprensione dei «valori dell’altro», il giusto equilibrio fra rispetto e reciproca conoscenza, sono i valori eminenti che possono restituire al mondo, dopo due millenni di incomprensioni e di lotte fratricide, quando la pace cui ambiscono tutti gli «uomini di buona volontà».

Un’altra considerazione, di carattere generale, è questa. Sorgono dappertutto movimenti per la pace, ma il concetto è ancor oggi uno stereotipo privo di senso reale. È più facile suscitare l’interesse di un popolo per la guerra pur usando lo specchietto per allodole della parola pace. Basta giustificare la guerra con i soliti luoghi comuni: «autodifesa; lezione di civiltà a gente barbara; portare la giusta via agli sbandati; un sacrificio nel nome della patria; diritti imprescindibili d’autoderminazione e di sovranità territoriale; difesa dalla barbarie altrui». In linea di massima si tratta solo di proiezioni (in senso psicologico). Pare che sia in vigore ancor oggi, nonostante secoli e secoli di esperienze negative, l’antico motto latino di Vegezio: «Qui desiderat pacem, praeparet bellum» (Epitome rei militaris). In psicologia questo si chiama «proiezione».

I romani avevano una frase ben nota e precisa: Homo hominis lupus. Solo se l’ebreo segue la Bibbia, se il cristiano segue i Vangeli, se il musulmano segue il Corano, l’uomo potrà vincere la sua bestialità terrena e conquistare la pace universale. Purtroppo la maggior parte degli esseri umani si professa religiosa, ma non segue in nulla i dettami della sua religione, o, ancor peggio, opera negativamente in nome della religione. Ogni religione, in effetti, predica la pace; mentre gli egoismi personali cancellano ogni propensione alla bontà, alla fratellanza, alla pace. E questo, questo sì è un considerevole soggetto di meditazione per tutti gli uomini di buona volontà.

Viviamo in un momento difficilissimo, per altro non molto dissimile da tanti altri che lo hanno preceduto. La propaganda politica fomentatrice di divisioni e di odio semina in perfetta malafede lo sconcerto, addirittura l’angoscia, per propri scopi che mirano ad un potere economico egoisticamente dittatoriale. La conseguenza è una sorta di stato di guerra continuo, e le vittime innocenti sono migliaia. Poiché gli imbecilli sono la maggioranza in questo basso mondo, la gente più proterva e più caina plaude a questo stato di cose, segue ed osanna i nuovi Hitler, beandosi del male e delle prevaricazioni che, in ultima analisi, alla fine essi stessi subiscono. Solo la pace, e solo i seminatori di pace, potranno portare a questo mondo martoriato la serenità che dopotutto è ancora in grado di desiderare.

Tutto ciò, naturalmente, quando le religioni vengono intese come espressione della propria fede, e non usate e abusate per le proprie mire politiche. Quando vengono espresse genuinamente e non sono corrotte da ignoranza, presunzione, malafede, malvagità, egoismo; quando la parola di Dio, che si riflette luminosa in ogni testo sacro che in Suo nome, predica la pace, viene seguita con purezza d’animo e con la bontà che si accompagna ad ogni fede autentica.

Tutto ciò è comunque quanto dice autenticamente il Corano. Certo, leggerlo e non capirlo è ignoranza; leggerlo, capirlo, e non metterlo in pratica è ignavia; leggerlo, capirlo, e mettere in pratica il suo contrario è scelleratezza; ma leggerlo, capirlo, mettere in pratica il suo contrario e indurre gli altri a seguire il proprio esempio è l’empietà più peccaminosa che ci sia. Notate bene: sostituendo il termine Corano con Bibbia, Vangeli, Canone buddhista, Grahant Mahal Sahib, e gli altri testi sacri, i fattori non cambiano!

E per finire. Noi sufi prediligiamo un detto del profeta Muhammad: Înna Âllâh jamîll yuhibbu âlJamâl (Certo: Dio è bello e ama la bellezza). In questo detto vi è tutto ciò che occorre all’essere umano: Dio, amore, bellezza. Se fossimo consapevoli che ogni nostra azione la compiamo al cospetto di Dio e che dopo la morte a Dio dovremo renderne conto; se compissimo ogni nostra azione amando noi stessi e amando gli altri, e se compissimo azioni belle, con il ritmo e la simmetria che Dio ha posto nel creato, allora tutto il mondo sarebbe un mondo di equilibrio e di pace, perché ognuno di noi sarebbe uno strumento di equilibrio, di pace e di amore per quel Dio unico che è il creatore di tutti noi e di tutti i nostri modi per adorarlo.


* Vicario generale per l’Italia della Confraternita sufi Jerrahi-Halveti.
Testo dell’intervento tenuto al Seminario dell’Associazione Itinerari e incontri all’Eremo di Monte Giove nel luglio 2003.

(da Vita Monastica, Gennaio-marzo 2006 n. 233)
Pubblicato in Dossier Pace
Giovedì 14 Giugno 2007 00:30

La preghiera dell'Africa (Patrice Jean Ake)

Dobbiamo scendere negli inferi della sofferenza con i nostri fratelli e sorelle

La preghiera dell'Africa

di Patrice Jean Ake



A partire dal settembre 2002, la Costa d’ Avorio, terra di speranza - stando a quanto dice anche il nostro inno nazionale - è entrata in una guerra che non è ancora terminata. In questo sfacelo, molti ivoriani continuano a credere che le elezioni si terranno, che l’economia rifiorirà e che la Costa d’Avorio risusciterà, come ha preconizzato il nostro arcivescovo emerito, mons. Bernard Agré. Anche noi facciamo parte di questo gruppo di persone, anche se riteniamo che queste speranze, gioie, tristezze e angosce debbano essere superate da una speranza più grande, suscitata dal messaggio di salvezza di Gesù Cristo. Il cuore della nostra speranza è la Chiesa, popolo di Dio in marcia che, vivendo di questa speranza, lancia questa sfida al nostro Paese, al nostro continente africano e al mondo intero. E’ dunque la Chiesa che fonda questa speranza che prende in contropiede tutte le visioni afro-pessimiste.

Per questo, partendo dalla crisi ivoriana e cercando di comprenderne le ragioni, cercheremo di vedere che cosa significa speranza - e cosa significa essere testimoni di speranza - in un contesto di crisi, come quello ivoriano e non solo, e per cercare di dire anche cosa i cristiani d’Africa possono affermare in termini di speranza al mondo occidentale.

Al di là di tutto quello che può essere stato detto o scritto sulla crisi ivoriana e sulle cause economiche o politiche, pensiamo che la vera ragione non è stata ancora evocata. La crisi che conosce il nostro Paese ha origine nel fossato che non ha mai cessato di approfondirsi tra ricchi e poveri, a tal punto che la capitale Abidjan, situata a sud, non ha mai smesso di svilupparsi in maniera abnorme, mentre il resto del Paese è rimasto indietro.

Ma più ancora, i privilegiati, che hanno saccheggiato il Paese per lustri, si sono costruiti propri quartieri, ospedali, università, luoghi di divertimento; intanto gli ospedali, le scuole e le università pubblici accolgono i figli dei poveri. E mentre ai rampolli dei ricchi, dopo aver studiato all’estero o in prestigiose scuole locali, viene garantito un posto di lavoro, gli altri perdono il loro tempo a riempire domande di impiego senza alcun risultato.

Quelli che hanno preso le armi in questi anni si dicono «giustizieri» di tutta questa massa di «senza voce» e delle regioni trascurate dallo sviluppo, cercando di prendere con la forza quello che la politica ha rifiutato loro. Ancor più, questi giovani, messi ai margini dal sistema, sono diventati oggi i padroni del gioco politico, senza capirlo fino in fondo, come pure gran parte della popolazione.

Sono disperati e dunque non hanno paura delle armi, ma a ogni tumulto sociopolitico ne approfittano per riversarsi nei supermercati o nei distributori di benzina per saccheggiarli. Oppure distruggono strutture pubbliche come scuole, ospedali, biblioteche o edifici amministrativi, pensando che appartengono ai potenti, e così si illudono di ridurre il fossato che li separa dai ricchi.

Queste situazioni non sono appannaggio dei popoli africani. Gli Stati Uniti d’America, così come le banlieu della grandi città europee, hanno conosciuto recentemente delle sommosse. La ragione è sempre la stessa anche a livello planetario, ovvero il fatto che esistono gravi sperequazioni tra un’élite di ricchi e potenti e una grande massa di poveri. Di qui una guerra che si nutre di terrorismo internazionale e fanatismo, mentre l’Onu appare blindato dai diktat dei cinque membri del Consiglio di sicurezza, che si sono spartiti il mondo.

Eppure, anche se tutto sembra perduto, una speranza c’è. In Costa d’Avorio, sin dall’inizio di questa crisi, le nostre Chiese non hanno smesso di riempirsi e nelle nostre famiglie la preghiera è sempre presente. Numerosi gruppi di preghiera sono nati, anche se in un contesto apparentemente apocalittico. Questo perché gli ivoriani si rendono conto che tutte le nostre speranze non possono essere soddisfatte se non da una speranza più grande, che è radicata nel messaggio di salvezza di Gesù. Avere speranza, dunque, è andare oltre le legittime attese della popolazione - beni materiali, amore umano, situazione sociopolitica stabile, rilancio economico - per perseguire il bene di tutti.

Sperare solo per se stessi sarebbe segno di un egoismo e di un orgoglio insopportabili. Come testimoni di speranza, laici e persone consacrate, al seguito di Mechtilde de Hackeborn e di Magdebourg, di Teresa di Lisieux e Teresa d’Avila o di Giuliana di Norwich, hanno desiderato donare la loro vita affinché i loro concittadini potessero essere salvati. Queste persone pregano per i peccati dei loro fratelli e sorelle, li guardano con amore senza condannarli. Essere testimoni di speranza è avere un amore ardente della croce, il desiderio di soffrire con Gesù per salvare l’umanità. In questo contesto di crisi, essere testimoni di speranza significa scendere agli inferi con i nostri fratelli e sorelle, per incontrare tutti coloro che hanno le mani sporche di sangue, responsabili di uccisioni e barbarie di ogni genere, e di orrende violenze sulle donne stuprate, sventrate, infettate di malattie terribili. Dobbiamo portare le sofferenze di questi traumi e implorare Cristo di non abbandonarci nella morte. Non possiamo che pregarlo perché dopo questa terribile traversata ci attenda sull’altra riva. In questo contesto, la voce che noi come Chiesa ivoriana possiamo inviare alla Chiesa universale non può che essere un messaggio di speranza. L’inno del nostro Paese saluta la Costa d’Avorio come una terra di speranza. Questo saluto è stato tradotto nel linguaggio del popolo nella formula: «Lo scoraggiamento non appartiene agli ivoriani». E poi, oltre alla speranza, c’è l’ospitalità: «Paese dell’ospitalità», dice il nostro inno. Di fronte all’egoismo generalizzato nel nostro mondo, ci auguriamo che tutti i Paesi, anche l’Italia, possano essere terra d’accoglienza per tutti coloro che vogliono venirci in cerca di un po’ di felicità, e che gli italiani comprendano che la Terra e tutte le sue ricchezze appartengono a Dio e che noi dobbiamo condividerne i beni, affinché il fossato tra ricchi e poveri si assottigli. Se ci rendiamo conto di questo, non erigeremo muri di filo spinato tra le nazioni, non vivremo più con la paura di prendere l’aereo, ma ogni uomo si sentirà a casa sua su questa Terra, dove vivremo tutti come fratelli e sorelle.

* Docente di Filosofia, Università cattolica di Abidjan

(da Mondo e Missione, Ottobre 2006)

Pubblicato in Dossier Pace
La pace, dono di Dio
e profezia dei cristiani

di Enzo Bianchi

Il mio contributo, certo del primato dell'Evangelo, va alle fonti, alla parola di Dio, per rileggere e ricomprendere lo shalom, la pace evangelica. Per arrivare ad una visione cristiana della pace si possono percorrere due vie: la prima è quella di fare un discorso primario, diretto, senza mediazioni, un discorso che nasce solo dall'ascolto della Parola; l'altra via è quella di aprire un discorso che tenga conto dei dati biblici ma che, volendosi capace di ricezione anche da uomini non cristiani, si apra alla sapienza umanistica, cerchi un dialogo, un confronto con essi. Questa seconda via è quanto mai necessaria e urgente ed io non penso affatto a minimizzarla, tuttavia in questa occasione preferirei fermarmi alla prima possibilità, sia perché credo sia primaria ed essenziale per percorrere poi la seconda, sia perché è innanzi tutto a livello biblico che si registra una scarsità di contributi sulla pace anche nel periodo (gli anni sessanta) che vide una fecondità di interventi su questo tema; inoltre non vorrei che restassero delle diffidenze nei confronti dell'annuncio di pace biblico, soprattutto per quel che riguarda l'Antico Testamento, purtroppo così sovente ritenuto, nella storia della chiesa, fonte di teologia della guerra, almeno di quella detta «Guerra Santa».

Occorre subito fare una precisazione sul linguaggio biblico perché purtroppo il nostro termine «pace» nel linguaggio corrente risulta molto depauperato rispetto ai termini shalom dell'Antico e eirene del Nuovo Testamento. Queste precisazioni sono ovvie, ma vale la pena di ricordarle sempre perché noi siamo troppo abituati a pensare la pace come semplice assenza di guerra, come tranquillità, calma. In realtà, lo shalom biblico è molto di più, è un concetto che positivamente esprime un valore assoluto in una gamma amplissima di significati e in una dinamica che rende sovente difficile la distinzione tra la pace di Dio e la pace con Dio e quella molto più materiale tra gli uomini. Già i LXX han dovuto forzare la lingua greca nel tradurre shalom con eirene dando a quest'ultimo termine un significato più esteso, un contenuto mai posseduto dal greco. Come cogliere la portata del termine shalom non solo quale opposto di guerra (come in Qo. 3,8 shalom/milhama) ma nella fedeltà al linguaggio biblico? Vale la pena di riportare alcuni esempi presi direttamente dal testo biblico. Quando Assalonne, ribellatosi al padre Davide, cade in battaglia, dei messaggeri ne portano lanotizia. Davide, che attendeva la fine delle ostilità, domandò a quelli: «c'è pace (shalom) per il mio figlio Assalonne?». Saputo che era caduto morto, Davide piange. (cfr. 2 Sam. 18, 19-19,5). La pace allor qui non è fine delle ostilità ma è vita piena e salvezza. La pace tra Davide e Assalonne poteva giungere non con la semplice fine della ribellione, con la vittoria del re sul rivoltoso, ma con la prosperità, con la vita piena di entrambi. Ma shalom è anche salute fisica, felicità, prosperità materiale. Non solo gli ebrei si salutano con la formula shalom (cfr. Gn. 29,6; 2 Sam. 18,28) ma quando formulano una preghiera chiedono la pace, augurano la pace per una persona, per il popolo, per gli abitanti della città santa di Gerusalemme (cfr. Sal. 122,6-9; 128,2-6; 147,15-14 ecc.). In questi casi la pace è strettamente collegata con la benedizione; anzi è il segno della sua dilatazione sul popolo e sul credente insieme; non è mai un bene individuale, tanto meno un bene soltanto collegato con un'entità collettiva. È un bene promesso ai poveri, atteso dai poveri, capito dai poveri.

A volte c'è una localizzazione dello shalom biblico in un soggetto, in una persona, ma la sua destinazione è il popolo di Dio e quando lo shalom è sulla città, sulla terra, nonlo è in modo astratto, dovendo raggiungere ciascunodei credenti. Né va dimenticato che lo shalom come calma, quiete, situazione in cui si vive senza angoscia e in cui regna la felicità non èuna esperienza soltanto psicologica ma è concreta, quotidiana, integra, che tocca l'uomo biblico tutto intero. Non c'è una pace interiore, una pace spirituale senza che ad essa corrisponda un'esperienza umana nell'esterno, nel concreto, nel materiale! Perfino la situazione a volte invidiabile del malvagio che prospera, che sta bene, che soddisfa i suoi bisogni è detta shalom (cfr. Sal. 73,7 shalom reshaim).

Questa pace biblica, però, non è un'utopia, non sta in un passato perduto, ma è una possibilità che Dio offre all'uomo, è una pace nella storia! Essa fa parte, dunque, dell'annuncio profetico e non è accessoria rispetto all'annuncio del Dio unico e fedele, il Dio dell'Alleanza fatta in ogni carne. Quest'alleanza sarà sempre alleanza di Pace (berit shalom) mentre la sua rottura significherà morte, distruzione, desolazione. Non han forse ragione gli esegeti nel tradurre shalom quando esso appare col suo più pieno significato con il termine salvezza? Frutto e risultato dell'Alleanza con Dio è la salvezza, è la pace, rapporto di riconciliazione e di scambio tra i credenti del patto, in cui Dio dà ciò che possiede: la vita, la gioia, la pace, la salvezza!

Il criterio ermeneutico per cui pace e salvezza sono sinonimi ci è fornito dal grande annuncio dell'evangelo in Is. 57,7: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di lieti annunzi, che annuncia la pace, messaggero di bene, ché annuncia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio!» e ancora in Is. 54,10: «La mia grazia non ti abbandonerà e il patto della mia salvezza (berit shalom) non vacillerà!». L'annuncio della pace è dunque annuncio della buona notizia, dell'evanghelion, riservato ai poveri. Quando Dio regna, quando il suo regno viene tra gli uomini, allora si manifesta la pace! Luca 4,18: «ai poveri un lieto messaggio (evanghelion)» è l'annuncia della pace. Per questo chi annuncia il regno, annuncia la pace, chi mostra di essere sotto la signoria di Dio si mostra servo e artefice della pace, chi accoglie il Regno di salvezza accoglie la pace.

A questo punto se noi dovessimo fare la storia della pace nella rivelazione dovremmo percorrere tutta la storia di salvezza. Mi limito, dunque, a fissare alcuni rapporti che servano di riferimento essenziale ad un discorso biblico.

Pace e violenza

Di fronte allo shalom, alla pace veterotestarnentaria non sta la guerra (milhama) ma la violenza (hamas). La guerra è una delle forme che minacciano la pace, è il pericolo più grande e manifesto, ma ve ne sono altrianaloghi e tutti possono convergere nell'espressione hamas indicante la violenza essenziale, radicata nel cuore dell'uomo ma capace di ferire tutto l'ordine di relazioni tra gli uomini, tra l'uomo e le cose, tra l'umanità e Dio. Non dimentichiamo che il messaggio biblico ci proviene proprio da un ambiente di violenza, il Medio Oriente, dove la storia è fatta di guerre, di rivoluzioni, di invasioni e dove sovente la violenza è legalizzata, eretta a sistema. L'esperienza di Israele si colloca in questo spazio, anzi la nascita stessa di Israele e della sua coscienza di popolo avvengono nella violenza patita nella schiavitù egiziana. Una delle prime domande che si pone il credente israelita è proprio questa: dadove viene la violenza? Chi l'ha introdotta nel mondo? Perché il rapporto personale tra uomo e uomo è minacciato dall'odio e dalla violenza? La risposta è formulata a più riprese e in forte crescendo nei primi capitoli della Genesi.

C’è una violenza primaria insediata nel cuore dell'uomo che si manifesta addirittura nell'immagine e nella somiglianza di Dio ormai perduta, nell'Adam maschio e femmina. Il rapporto stesso uomo e donna è minacciato dal dominio, da un atteggiamento di violenza, e questo per una presa di posizione di entrambi nei confronti di Dio. Le scelte dell'uomo non sono mai concluse e irrelazionate nella sfera umana ma sono inerenti al rapporto con il Creatore (cfr. Gn. 23,24). La storia di Caino e di Abele è una risposta successiva. La relazione tra uomo euomo, la relazione profonda tra fratelli, si spezza per una rivalità, una lotta. Caino agricoltore e Abele pastore impersonano due condizioni sociali tra cui scoppia la violenza. Caino fa il sacrificio a Dio separato da quello di suo fratello, si separa nel riconoscimento dell'Unico Creatore e nella sua libertà uccide il fratello. Il monoteismo non poteva essere che una fraternità; spezzata questa fraternità, appare l'omicidio (Gn. 4, 3-16) La violenza si espande vertiginosamente e si costruisce sulla crudeltà e sulla vendetta. Lameck può cantare: «Ho ucciso un uomo che mi aveva graffiato, un ragazzo per un mio livido. Se Caino sarà vendicato sette volte, io Lameck, settantasette» (Gn. 5,23-24). Dal rifiuto di Dio cresce la violenza e si estende a tal punto che «la terra era corrotta e piena di violenza» (Gn. 6,11). Dio, frustrato nella suaqualità di creatore, constata che la terra «per causa degli uomini erapiena di violenza» (Gn. 6,13), che conil suo male poteva solo meritare il diluvio.

Dio però non accetta che questa violenza separi per sempre l'uomo da Lui e ricompare la pace con la nuova umanità sfuggita al diluvio. Dio si vincola all'uomo, a ogni carne, e gli garantisce la salvezza attraverso l'alleanza. In questa alleanza cosmica Dio non chiede altro che il rispetto della vita dell'uomo: «Domanderò conto della vita dell'uomo all'uomo, a ognuno di suo fratello!» (Cfr. Gn. 9,5). Così Dio non abbandona l'umanità omicida a se stessa ma ascolta il grido di quelli che patiscono violenza, si china su di loro e promette pace, salvezza.

Anche nell'alleanza mosaica al Sinai, alleanza con cui Dio si sceglie un popolo tra tutte le genti, una delle clausole del patto è: «Tu non ucciderai» (Es. 20,13), formula categorica senza repliche né eccezioni. L'israelita non dovrà esercitare la violenza, dovrà invece, attraverso l'osservanza dei Comandamenti, creare una situazione di vita sociale e familiare in cui la violenza non abbia spazio per introdursi. Non esiste nell'Antico Testamento nessuna giustificazione per la violenza e quando si prescrive quel famoso codice del taglione (Es. 21,23-24) in realtà si cerca di arginare la violenza, di metterle un limite, affinché non si estenda come nel caso di Lameck e di tutta l’esperienza medio-orientale antica. Anche le guerre di conquista della terra da parte di Israele sono narrate non come resoconto di guerre storiche ma come un preludio del giudizio delle Nazioni alla fine del mondo.

grande messaggio deuteronomistico Dio mette davanti lo shalom e la violenza, la benedizione e la maledizione, la vita e la morte. Ora qui è evidente (basta leggere il capitolo 28 del Deuteronomio) che la pace, lo shalom, faparte della costituzione di Israele. Ciò che Dio enuncia sotto forma di benedizione è esattamente la definizione piena della parola pace, shalom. Questo significa che la violenza può solo sorgere per libera scelta dell'uomo che percorre le vie dell'infedeltà a Dio e alla sua legge. La guerra sarà nient'altro che una delle punizioni per l'infedeltà: «Se seguirete le mie leggi, se osserverete i miei comandi e li metterete in pratica... io metterà pace nel Paese: nessuno vi incuterà terrore e la spada non passerà per il vostro Paese (Lv. 26,3.6) ma se non mi ascolterete e non metterete in pratica tutti questi comandi... manderò contro di voi la spada vindice della mia alleanza» (ib. v. 14; 25). Le vie della pace sono dunque praticabili, la violenza, le guerre non sono un fato ineluttabile che pesa sugli uomini: Israele sa e annuncerà che la pace è una possibilità per l'uomo che rimane in alleanza con Dio.

La pace dono di Dio

insieme viene data anche la pace con Dio, la riconciliazione con il Signore. È qui che si misura la portata teologica e religiosa della pace! Ed è proprie questa qualità della pace che è testimoniata in una singolare espressione del Salmo 85,9; 11: «Il Signore annuncia la pace per il suo popolo, i suoi fedeli. Si incontrano amore e verità, si baciano pace e giustizia». Può essere per noi scandaloso ma nella Bibbia la parola pace, pur essendo anche impegno umano è essenzialmente dono di Dio, è qualcosa che l'uomo da se stesso non può darsi, per il quale l'uomo può predisporre situazioni, per il quale deve invocare il Signore ma in definitiva quando le aspirazioni degli uomini alla pace. Sono corrisposte, ciò appare sempre come dono di Dio.

Lo shalom non nasce da un regolamento internazionale dei conflitti né dalla coesistenza pacifica perché la pace è nella storia ma non è della storia è nel mondo ma non è del mondo. Noi siamo portati a pensare che essa possa nascere da un'evoluzione di fattori storici, di cause interne al mondo ma non è così. Potrebbe anche darsi che un'evoluzione, un nuovo ordine politico internazionale, un ulteriore sviluppo dei rapporti tra le nazioni possa offrire dei mezzi diversi dalla guerra per la risoluzione dei conflitti ma noi per questo cesserebbe la violenza e forse assisteremmo, e già vi assistiamo, al sorgere di vinti e vincitori senza che si siano prima schierati degli eserciti e si siano messe in moto le macchine micidiali della guerra atomica. La guerra non è che un aspetto del confronto crudele e violento tra i poteri. Questa illusione di pace infraumana l'aveva già avuta come tentazione Israele quando pensò che avere un re significasse garantirsi la pace. In nome dell'ideologia monarchica dominante Israele avrà un re, ma il profeta non attenderà mai la pace da lui! Il profeta ammonisce che «il re non dovrà avere un gran numero di cavalli, né dovrà accrescere la sua cavalleria, la sua armata» (cfr. Dt. 17,16; 1 Sam. 8,11-18) ma a questo programma il re non si atterrà e non sarà mai degno di essere un ministro di Dio.

Neanche Davide sarà degno di edificare un tempio al Signore avendo guerreggiato durante la vita e avendo sparso il sangue davanti a Dio sulla terra. Solo il re pacifico, solo Melkisedeck Re di Salem, solo il Sommo Sacerdote Gesù saranno degni di edificare al Signore una vera dimora tra gli uomini (cfr. 1 Re 5,17; 1 Cr. 22,7; 10; Eb. 7,1-28). Neanche Davide, avendo usato violenza, può rappresentare interamente la missione religiosa di Israele. La pace che annunciano i profeti quale menuha, riposo gioioso e pacifico, dono storico e salvifico ad Israele e in particolare ai poveri, agli umili, ai curvati (anawim) di quel popolo verrà solo da Dio; a tal punto che i profeti attendono questo dono da un bambino appena nato, il cui nome è principe della pace (per shalom) e nel cui regno la pace non avrà fine. Sarà lo zelo del Signore Shevaot a fare questo (Is. 9,5-6) con un intervento diretto, divino! In quei giorni la parola del Signore, il devar Adonai, parola-evento, farà sì che gli uomini «forgeranno le loro spade in aratri, le loro lance in falci, un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si eserciteranno più nell'arte della guerra» (Is. 2,4).

Cosa devono fare allora gli uomini? Non restare passivi ma salire verso Gerusalemme, visione di pace, camminare nella luce del Signore, ascoltare e mettere in pratica la sua parola. La pace, lo shalom, dipende da questo, non da uno sforzo umano che vorrebbe procurare la pace a partire dalla volontà, dalle operazioni umane. Appare chiaro a questo punto che la pace è una persona, il Messia, l'Emmanuele, il Dio-con-noi! ed è una pace non solo per Israele, ma una pace internazionale, tra tutti i popoli, tutti i figli di Adamo, una pace cosmica che riconcilia il Cielo e la Terra, la Creatura e il Creatore. È una pace in cui i nemici storici di Israele, i grandi imperi di Egitto e di Assiria, saranno solo popoli accanto a Israele, una benedizione in mezzo alla terra e saranno benedetti dal Signore quali popoli che gli appartengono (Is. 19,23-25). Il Messia è dunque la pace e la pace è l'opera del Messia il quale «toglierà i carri da guerra da Efraim, i cavalli da Gerusalemme e farà sparire l'arco da guerra. Egli annuncerà la pace alle nazioni e il suo regno si estenderà dall'uno all'altro mare...» (Zac.2,10). Egli apparirà «giusto e vittorioso, cavalca sopra un asino e sopra un asinello» (Zac. 9, 9-10). La pace allora non può essere altro che dono non utopico ma profetico, non atemporale ma storico, non celeste ma nel mondo. I poveri: i soli soggetti ad annunciare la pace.

Gli uomini che vogliono farsi annunciatori di questa pace non potranno fare altro che adottare, in tutta la storia di Israele e poi nella storia cristiana, i metodi e le qualificazioni della pace messianica: essi dovranno essere operatori di pace nella mitezza e non nella violenza, nella debolezza non nella forza, nella povertà non nel possesso, nel servizio non nel potere. Se un credente annunciasse una pace diversa da questa non sarebbe altro che un banditore di pseudo-profezie. È chiaro percepire come sia più facile, più realistico per un cristiano che si crede capace di dialogo umanistico con gli uomini indicare altre vie di pace, ma questo sarebbe un annuncio falso. Anche per il popolo di Dio ci fu la tentazione di ascoltare questi profeti chiamati tecnicamente «profeti di pace» (hannavi asher jinnave leshalom: Ger. 28,9). Essi annunciano la pace a basso prezzo, la collocano nelle alleanze e nei trattati internazionali, la ricercano presso i potenti regni vicini di Israele, la proclamano in una situazione di ingiustizia che non può lasciare spazio all'autentico shalom. Costoro che «hanno visioni personali di pace» (Ez. 13,16), che gridano pace, pace quando pace non c'è (Ger. 6,14) peccano non tanto nel promettere la pace (anche i profeti autentici la promettono!) quanto nel cercarla e dichiararla trascurando il peccato, non discernendo il giudizio di Dio, non attendendola da lui come dono (cfr. Is. 6,13 5.; Ger. 14,13 e 26,16, 28; 1Re 22,5 Mi. 3,5 s.).

Purtroppo quanti ministri di falsa pace, obbedienti allo pseudos della profezia, sono ancor oggi numerosi tra i cristiani e sovente sono tali in buona coscienza e con retta intenzione. Ma costoro che ingannano il popolo dicendo: pace! pace! e pace non c'è! «hanno avuto visioni false, hanno detto parole del Signore mentre il Signore non li ha inviati» (Ez. 13,6).

Pace e giustizia

Se è vero che la pace è un dono di Dio e non un problema tecnico, funzionale, intramondano, è pur vero che esistono delle condizioni per la pace. Ma guai a noi se cercassimo ancora una volta di mettere noi queste condizioni, di essere noi a determinarle con le nostre forze! Di nuovo restiamo scandalizzati perché vorremmo essere protagonisti e artefici della pace, armati della sola volontà di pace. Ma la parola di Dio ci svela che queste nostre paci sono tutte fittizie essendo la pace strettamente legata alla nostra condizione di giustizia. Ma quale uomo è giusto se Dio non lo previene con il dono della sua sedaga? Per la Bibbia l'ingiustizia è misconoscimento di Dio, è generata dall'idolatria, mentre la giustizia è legata alla conoscenza di Dio (daat Ihwh). Quando i profeti con le loro invettive e minacce attaccano i ricchi, i nobili, i prepotenti, gli oppressori, i gaudenti, non si fermano mai nello spazio dell'etica e della morale ma denunciano la radice dell'ingiustizia che sta nell'errato atteggiamento verso Dio. La conoscenza di Dio non determina soltanto l'atteggiamento intellettuale dell'uomo ma tutto il suo operare, il suo stare nella società umana.

È significativa a questo proposito la minaccia di Geremia verso il re Joakim che costruiva case sontuose facendo lavorare il prossimo senza pagare il salario per il lavoro compiuto. Geremia lo condanna facendo il confronto con il padre, il quale «mangiava e beveva certo, ma praticava il diritto e la giustizia e c'era pace. Questo non significa conoscermi?» (Ger. 22,15-16). La pratica della giustizia, la liberazione dell'oppresso mostrano la conoscenza di Dio e portano la pace. Ma se tale conoscenza di Dio non c'è, se c'è idolatria, allora la pace non è possibile perché la giustizia è infranta. L'uomo deve essere integrato nella conoscenza di Dio se vuole essere un operatore di giustizia e avere il dono della pace, non in virtù di una disposizione arbitraria ed estrinseca, ma in virtù del legame che vi è tra i differenti aspetti della stessa realtà storica. La pace esige di fatto un uomo nuovo, un uomo rifatto da Dio.

Israele capì questo dopo la distruzione di Gerusalemme, l'olocausto, la distruzione dei tempio, la deportazione a Babilonia. Geremia, Ezechiele e il terzo Isaia saranno i profeti che aiuteranno il popolo a capire questo legame inscindibile tra pace e giustizia. La morte, la devastazione sono diventate ineluttabili a causa dell'ingiustizia di Israele ma Dio promette un cuore nuovo, un'alleanza nuova, una nuova legge inscritta nel cuore in una economia che non prevede più l'assoluta fedeltà di Israele ma soltanto l'assoluta fedeltà di Dio (Ger. 31,31-33). L'uomo nuovo con un cuore di carne (Ez. 36,25 s.), munito di un nuovo spirito, abbandonando l'idolatria e l'ingiustizia, troverà lo shalom che verrà esteso a tutti i popoli pagani che riconosceranno il Signore, anche all'Egitto (Is. 19,21). Le nazioni fatte discepole del Signore avranno abbondanza di pace perché nell'osservanza della volontà del Signore meriteranno la pace. La pace sarà opera della giustizia, frutto della giustizia sarà la tranquillità e la fiducia per sempre (Is. 32,17) e sulla terra «giustizia e pace si baceranno perché verità germoglierà dalla terra e giustizia si affaccerà dal Cielo» (Sal. 85,11-12).

Solo nella conoscenza di Dio «la tua pace diventa come un fiume e la tua giustizia come onde del mare, dice il Signore» (Is. 48,18) e Gerusalemme sarà fondata sulla giustizia (Is. 54,14) avendo per sovrano la pace, per governatore sedaga (Is. 60,17). Il credente non dovrà mai darsi pace finché non sorga la giustizia come stella sul popolo di Dio (Is. 62,1): una giustizia vista da tutti i popoli come dono dell'Amante all'Amata, elargizione della sua santità, della sua fedeltà, della sua misericordia che salva in radice l'uomo e il popolo. Noi siamo tentati di dire che la Pace è possibile solo quando esiste la giustizia intersoggettiva tra le componenti sociali, nazioni o persone: questo è vero in una certa misura ma non dobbiamo pensare che la pace sia dono alla nostra giustizia perché è già dono questa stessa possibilità di giustizia, la giustizia di Dio!

Pace e vangelo

Il Nuovo Testamento non aggiunge un'ulteriore rivoluzione a questa pace veterotestamentaria che abbiamo delineato in alcuni punti focali. Il Nuovo Testamento proclama semplicemente che questa pace è in atto dal momento in cui Dio ha visitato il suo popolo «guidando i nostri passi sulla via della pace» (Lc. 1.79). L'intervento di Dio teso a evangelizzare la pace è diventato definitivo attraverso Gesù di Nazareth perché intervento messianico. Quando il bambino principe della pace ci è stato dato a Betlemme, gli Angeli non possono far altro che annunciare la pace agli uomini oggetto della benevolenza divina (Lc. 2,14) e quando Gesù appare ad annunciare il Regno di Dio, annuncia la realizzazione possibile della pace nella sua signoria. Dunque il Vangelo non è altro che annuncio della pace compiuta in Cristo, pace resa possibile dalla presenza in mezzo agli uomini del Figlio di Dio. Con la sua morte in croce, subendo la violenza che il mondo intero scaricava su di lui, Gesù effondeva il suo spirito che è spirito di pace «distruggendo in sé l'inimicizia, abbattendo il muro di separazione che teneva separati giudei e pagani, creando un uomo nuovo» (Ef. 2,13-18).

La pace ormai è Cristo, è Gesù di Nazareth, è quella parola che Dio ha mandato ai figli di Israele per evangelizzare la pace! (At. 10,36). La pace dono di Dio; la pace legata alla giustizia, la pace messianica non è solo annunciata ma è donata, lasciata ai discepoli di Cristo risorto che si presenta con il saluto della pace: «Pace a voi» (Lc. 24,36; Gv. 20,19 s.). Ma Gesù non è solo portatore di pace, anzi proprio perché porta la pace autentica, prima è anche portatore di divisione, di spada: è segno di contraddizione (Lc. 2,31-34; 12,51; Mt. 11,12). Egli non può essere uno di quei profeti di pace e per questo richiede ai discepoli una violenza contro le loro membra (Mc. 8; 9,42-48), contro la loro vita (Mc. 8,34-36) contro i loro possessi (Mc. 10,29-30). Come lui è entrato nella pace di Dio dopo un aver sofferto la morte, il discepolo che non è più del maestro deve entrare nella volontà del Padre attraverso il carico della propria croce, luogo di violenza, patibolo reale; questo ci scandalizza ancora di più che l'annuncio della pace veterotestamentaria e dobbiamo confessare che come cristiani abbiamo sovente un concetto errato della pace evangelica.

Ha pace chi entra in comunione con Dio, chi accetta di essere amato da Dio, chi confessa realmente Gesù come Signore e lo attende come il Veniente, Colui che mette fine alla scena di questo mondo per aprire Cieli nuovi e Terra nuova. Solo chi sa di essere stato amato da Dio quando gli era ancora nemico e riconosce quest'amore nella Croce di Cristo (Rm. 5,10) sa distinguere la pace del mondo dalla pace dono di Dio del Messia (cfr. Gv. 14,27). Se il discepolo ha accolto questa pace può e deve proclamarla come primo annuncio, deve farsi messaggero del Vangelo: «Pace a questa casa» (Lc. 10,5-7) e può soprattutto mostrarla, farsi esegeta dello shalom nella vita concreta, nella compagnia degli uomini. Possedendo il Regno di Dio pur nella povertà, nell'afflizione, nella fame e nella sete di giustizia, resterà mite, misericordioso e sarà operatore di pace, un figlio di Dio! (Mt. 5,3-10). È vero che Gesù non porta nessun cambiamento delle forze storiche, ma dà ai poveri, agli umiliati, una potenza che sta tra le componenti della storia: è una potenza disarmata, una violenza dei pacifici che è però efficace. Questi poveri che sono la chiesa autentica dovranno amare i nemici, fare del bene ai delinquenti e perdonare settanta volte sette, quante le volte della vendetta di Lameck che è presente in ogni generazione umana. Costoro, sull'esempio di Gesù, non ricorreranno alla forza, non useranno la spada, non impareranno l'arte della guerra, non si difenderanno. Sono infatti seguaci di un Signore che è Agnello sgozzato ma ritto in piedi, vincitore del male.

È questo il luogo in cui si verifica la fedeltà della chiesa al Signore, il luogo in cui noi possiamo misurare la nostra qualità di discepoli! L'unico modo per vincere la violenza non sarà mai quello di difenderci o di prepararci a fare una violenza difensiva. Il cristiano dovrebbe avere un tale orrore delle armi da non dare mai il suo contributo per la corsa folle agli armamenti, per l'installazione di missili che vorrebbero difendere la pace. È una vergogna questa nostra timidezza in questi giorni e si può solo comprendere se sappiamo vedere tutta l'ambiguità della nostra martyria di pace nel quotidiano, nella vita di ogni giorno, fraterna, sociale, politica. Il cristiano sa che questo fa parte della scena del mondo che passa e per questo deve uscire in fretta dal sistema della violenza inserendosi nell'economia della pace messianica. Di fronte alla guerra, alla violenza, il cristiano deve fare un discernimento e, sapendo che il mistero di iniquità è in atto nella storia umana (2Ts. 2,7), non aggiungere la voce a quanti dicono: «pace e sicurezza» come se il mondo di per se stesso potesse giungere alla pace (cfr. 1Ts. 5,3).

Di fronte alla violenza subita il cristiano non può far altro che diventare ministro del perdono di Dio: questa è la sua iniziativa di pace che immette nella storia energie divine, forze messianiche capaci di vincere il male con il bene (Rm. 12,14). Forse in questo caso il cristiano rischia di vedere elevarsi contro di se tutto l'odio del mondo, può anche essere ucciso, perseguitato, ma sarà colui che non ha adorato né la bestia né la sua immagine (Ap. 20,4). Il Regno di Dio consiste nella pace portata da Cristo al mondo, ma pegno e anticipazione profetica di questa pace dobbiamo essere noi cristiani, la chiesa, noi portatori della pace di Cristo nella compagnia degli uomini.

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Mercoledì 02 Maggio 2007 23:31

Senza pace non c'è futuro (Gerolamo Fazzini)

Senza pace non c'è futuro

di Gerolamo Fazzini

Il rispetto della persona, immagine di Dio, è alla base della vera pace. Altrimenti, i diritti umani vengono svuotati del loro senso autentico.

«Rispettando la persona si promuove la pace, e costruendo la pace si pongono le premesse per un autentico umanesimo integrale. È così che si prepara un futuro sereno per le nuove generazioni». È uno dei passaggi-chiave del messaggio di Benedetto XVI per la Giornata mondiale della pace 2007. Un messaggio ampio e articolato, ma con una forte unitarietà interna e un nucleo centrale chiarissimo: «La persona umana cuore della pace», come suona il titolo.

Mai chiaramente come stavolta, il Papa - che si rivolge «ai governanti e ai responsabili delle nazioni» ma anche «a tutti gli uomini e le donne di buona volontà» - ha rimesso al centro lo strettissimo legame («trascendente grammatica» lo chiama) tra il rispetto della dignità della persona e la pace. Non c’è futuro senza pace, dice il Papa; ma non c’è pace senza il riconoscimento della persona. Ergo: occorre ripartire dalla verità dell’uomo, immagine di Dio, perché la pace non sia vuoto slogan o mero anelito spiritualista.

All’apparenza, quello di Papa Ratzinger sembra un richiamo formale: chi oggi non si direbbe d’accordo con la tutela dei diritti umani? «Se però - puntualizza Benedetto XVI - questi diritti si fondano su una concezione debole della persona, come non ne risulteranno anch’essi indeboliti?». La dignità dell’uomo - sottolinea il Papa - sta nel fatto che «nella sua natura si rispecchia l’immagine del Creatore». Di qui, come per cerchi concentrici, nascono e si sviluppano i diritti fondamentali, in primis alla vita.

È sulla originaria dignità dell’uomo come figlio di Dio che si fondano, altresì, il diritto alla libertà religiosa - al quale Benedetto XVI dedica un passaggio cruciale - così come l’urgenza di un’uguaglianza piena, superando discriminazioni sessuali o ingiustizie nell’accesso ai beni; è sulla «persona cuore della pace» che si radica l’impegno per una «ecologia umana e sociale» e la costruzione paziente di un’architettura internazionale a servizio della pace.

Le conseguenze non sono né poche né di poco conto. Innanzitutto, lottare in difesa della vita non è meno importante che protestare contro le troppe guerre che insanguinano il mondo o adoperarsi per abbattere le ingiustizie. Per converso: non ha senso battersi per l’embrione se questo significa chiudere gli occhi su tante altre insidie alla vita e alla pace che si verificano oggi nel mondo.

Ancora. Pensare di risolvere i problemi della pace semplicemente ristrutturando l’Onu e, in generale, rimodellando i rapporti politici tra Stati sarebbe miope, sembra dire il Papa. In causa, infatti, siamo chiamati tutti, grandi e piccoli, politici e cittadini, aziende e consumatori. La pace - ossia «la capacità di vivere gli uni accanto agli altri tessendo rapporti di giustizia e di solidarietà» - è qualcosa che ciascuno deve costruire nel suo spazio di vita, ogni giorno. Perché «la pace è insieme un dono e un compito». E dunque tutti, in misura diversa, siamo chiamati a farci carico di quanto avviene oltre il cortile di casa, siano il conflitto del Darfur o le tensioni del Libano. Tutti, in qualche modo, siamo corresponsabili delle varie emergenze citate dal Pontefice, dalla fame al pericolo nucleare, dalla violenza brutale delle armi a quella più sofisticata della bioetica piegata a fini disumani.

Infine. Se «il riconoscimento e il rispetto della legge naturale costituiscono la grande base per il dialogo tra i credenti delle diverse religioni e tra i credenti e gli stessi non credenti», quella che si profila è la possibilità di una nuova alleanza fra tutti coloro che riconoscono l’insopprimibile dignità dell’uomo, a fronte di chi vede nella persona «una dignità cangiante» e «diritti sempre negoziabili». Una sfida antica, ma che oggi - in un contesto com’è il nostro, segnato da fortissime derive tecnologiche ed economicistiche -assume un significato e una portata inauditi

(da Mondo e Missione, Gennaio 2007)

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Pace e Dialogo Interreligioso

Un appello per la pace, «nome di Dio»

di Gabriele Mandel khân



Riteniamo utile premettere al prezioso testo di Gabriele Mandel khân un appello formulato da credenti di ogni religione al termine dell’annuale incontro Uomini e religioni, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, nello spirito della preghiera di Assisi (1986). Centrale il passo che indica «la pace (come) il nome di Dio. Dio non vuole l’eliminazione dell’altro. Dio ha compassione per chi soffre sotto i colpi della violenza, del terrorismo, della guerra. Chi usa il nome di Dio per affermare un interesse di parte o legittimare la violenza, avvilisce la religione».

Uomini e donne di religione differente ci siamo ritrovati nell’antica città di Lione per pregare, per dialogare, per far crescere un umanesimo di pace. Rendiamo omaggio alla memoria di Giovanni Paolo II, che è stato un maestro di dialogo e un testimone tenace della santità della pace. Siamo convinti che, senza pace, questo mondo diviene disumano. Abbiamo ascoltato il grido di tanti che soffrono per la guerra o per il terrorismo. Ci siamo chinati, pensosi, sulle nostra tradizioni religiose e vi abbiamo letto un messaggio di pace. Abbiamo pregato per la pace nel mondo.

E in nome della pace che ci rivolgiamo ai nostri correligionari, agli uomini e donne di buona volontà, a chi ancora crede che la violenza migliori il mondo. E diciamo: è tempo che finisca l’uso della violenza! La vita umana è sacra. La violenza umilia gli uomini e la causa di chi la utilizza. Il mondo è stanco di vivere nella paura. Le religioni non vogliono la violenza, la guerra, il terrorismo. Lo diciamo con forza a tutti gli uomini!

Deploriamo la distruzione dei luoghi religiosi dell’una o dell’altra comunità: le moschee, le chiese, le sinagoghe, i templi. I simboli della fede altrui non siano calpestati, perché ricordano a tutti il nome santo di Dio che non appartiene agli uomini. Come domandiamo il rispetto per la vita umana, chiediamo pure quello per i luoghi santi della vita spirituale.

La pace è il nome di Dio. Dio non vuole l’eliminazione dell’altro. Dio ha compassione per chi soffre sotto i colpi della violenza, del terrorismo, della guerra. Chi usa il nome di Dio per affermare un interesse di parte o legittimare la violenza, avvilisce la religione. Nessuna guerra è mai santa. L’umanità non si migliora con la violenza e con il terrore.

Le religioni insegnano che la pace del cuore è decisiva. Dio la dona a chi crede in Lui. La nostra ferma speranza è che la pace, dono di Dio, si estenda a tutti gli uomini e le donne, abbracci tutti i popoli della terra, fermi le mani dei violenti e sconvolga i disegni di terrore. Per questo abbiamo pregato a Lione.

Abbiamo anche constatato che i dolori del mondo sono tanti: l’umanità è ancora ben lontana dal realizzare quegli obiettivi del millennio, che si era data per abbattere la povertà, per il diritto alle cure, all’istruzione, all’acqua, alla sicurezza di vita, alla libertà dalla fame. Questo è molto grave! Il nostro mondo resta segnato da disperanti povertà. E’ una constatazione dolorosa che manifestiamo, con grave preoccupazione, ai responsabili politici. Ci facciamo carico della disperazione e del bisogno di milioni di poveri della terra. Chiediamo una più forte concentrazione di energie e di risorse per rendere meno povero e più umano il mondo del XXI secolo.

La pace e la giustizia rendono più possibile un mondo migliore. La via della pace è il dialogo. Il dialogo non abbassa la difesa verso l’altro, ma protegge; trasforma l’estraneo in amico; rende possibile quel lavoro in comune per lottare contro la povertà e ogni male.

A Lione abbiamo vissuto un dialogo franco, illuminato dallo spirito religioso della preghiera. Abbiamo dialogato tra esponenti delle varie comunità religiose e con gli umanisti del nostro tempo. Sono emerse le profonde diversità tra religioni e culture. Il mondo, pur globalizzato, non è divenuto tutto uguale. Ma si è fatto chiaro che c’è un destino unico. E’ tempo di lavorare assieme con coraggio per un umanesimo capace di costruire la pace tra i popoli e gli individui. L’obiettivo non è l’affermazione dell’uno o dell’altro, ma realizzare una civiltà in cui si vive insieme. L’arte del dialogo è la strada paziente per costruire questa civiltà del vivere insieme.

Conceda Dio al mondo e a ogni uomo e a ogni donna il dono meraviglioso della pace!

Lione, 13 settembre 2005

(da Vita Monastica, 233, Gennaio-marzo 2006)

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