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Lunedì 17 Aprile 2006 17:57

Talmud

Talmud




Introduzione

Accanto alla Bibbia, il Talmud (che significa "insegnamento") è il grande libro sacro dell'Ebraismo: diversamente dalla Bibbia ebraica, il Talmud è infatti riconosciuto solo dall'Ebraismo, che lo considera come la "Torah orale", rivelata sul Sinai a Mosè e trasmessa a voce, di generazione in generazione, fino alla conquista romana. Il Talmud fu fissato per iscritto solo quando, con la distruzione del Secondo Tempio, gli ebrei temettero che le basi religiose di Israele sparissero.


Torah scritta e Torah orale


Il Talmud consiste in una raccolta di discussioni avvenute tra i sapienti (hakhamim) e i maestri (rabbi) circa i significati e le applicazioni dei passi della Torah, e si articola in due livelli;
la Mishnah (o "ripetizione") raccoglie le discussioni dei maestri più antichi (giungendo fino al II secolo d.C.);
la Ghemarah (o "completamento"), stilata tra il II e il V secolo, fornisce un commento analitico della Mishnah.
La Torah comprende due parti:
- i primi cinque libri della Bibbia ebraica (che costituiscono la Torah scritta);
 - la Torah orale (che ha dato origine al Talmud).
Secondo la tradizione ebraica la Torah scritta non può essere applicata senza la Torah orale.

La trasmissione della Torah orale
Nel 587 a.C., dopo la distruzione del tempio di Salomone il popolo ebraico viene deportato in Babilonia. Si era allora necessario precisare in che modo mantenere una vita ebraica in terra d'esilio e in mancanza del santuario di Gerusalemme. Questa è stata l'opera degli scribi (Sopherim), fondatori della sinagoga, interpreti della Torah scritta e maestri della Torah orale.

Dopo il ritorno da Babilonia, i tre ultimi profeti (Ageo, Zaccaria e Malachia), lo scriba Esdra, poi "gli uomini della Grande Sinagoga" assicurarono la trasmissione della tradizione orale, che passa successivamente attraverso i farisei e le loro grandi scuole (Jeshivoth).
I maestri del Talmud sono i farisei.

La formazione del Talmud

Presto, di fronte a situazioni nuove e a divergenze di scuola, fu necessario ricavare dalla Torah, scritta e orale, le decisioni pratiche. Questa fu opera dei rabbini e specialmente dei 71 membri del Sinedrio.Più tardi le persecuzioni e la necessità di tener conto della distruzione del secondo Tempio (70 d.C.) e della diaspora ebraica, indussero rabbi Aqivah e poi rabbi Meir a raccogliere e a classificare gli appunti dei loro allievi. All'inizio del III secolo, rabbi Jehudah, soprannominato il Santo, li ordinò in 63 trattati, raggruppati in sei ordini, il cui insieme costituisce la Mishnah (Insegnamento da ripetere), compendio della Torah orale e destinato a essere imparato a memoria. La Mishnah è scritta in ebraico, benché l'aramaico già a quell'epoca fosse la lingua corrente anche in Palestina.Col passare degli anni divenne evidente che il testo della Mishnah era troppo conciso.

Il Talmud ci è giunto in due versioni diverse: il Talmud di Gerusalemme (Talmud Jerushalmì)(redatto tra il IV e il VI secolo nella Terra d'Israele) e il Talmud di Babilonia (Talmud Bavlì)(redatto tra il V e il VII secolo in Babilonia). Il Talmud Babilonese, la cui Ghemarà è scritta in aramaico e che fu compilato inizialmente da rav Ashì e terminato da Rabina, ambedue capi della famosa jeshivah di Sura, è molto più lungo di quello di Gerusalemme.

I Maestri del Talmud e il loro insegnamento

Maestri della Mishnah sono chiamati Tannaim (Insegnanti). Quelli della Ghemarà accettarono soltanto il titolo di Amoraim (Interpreti). Quanto a coloro che redassero il testo definitivo, essi si considerarono modestamente come Saboraim (Opinanti). Molti di questi illustri rabbini esercitavano il mestiere di artigiano.

Il messaggio del Talmud si presenta in due forme:
* quella della Halakhah (Via da seguire) che riguarda le prescrizioni legali,
* quella della Aggadah (Racconto), consistente in racconti immaginosi e in parabole. L'insieme costituisce una vera enciclopedia delle conoscenze dell'epoca (matematica, medicina, astronomia ecc.).

Il Talmud ha autorità per tutte le generazioni. Oggi si assiste ad un vero e proprio risveglio degli studi talmudici.

Il Talmud ricchezza sconosciuta

Nel Medioevo le comunità ebraiche sono esposte a vessazioni, persecuzioni e sfruttamento economico.

Mal conosciuto negli ambienti cristiani, il Talmud è diventato ben presto il bersaglio preferito. A Parigi, nel 1240, fu istruita una parodia di processo, cui seguì il rogo solenne di 24 carri di copie del Talmud, sequestrate agli ebrei. Da quel momento, e per secoli, il Talmud venne vietato in molti luoghi.

Nell'opinione pubblica, questa condanna ebbe come effetto la diffidenza: si era convinti che il Talmud contiene "cose malvagie, contro ogni ragione e diritto", cose che gli ebrei utilizzano per trarne "malefici". Gli autori antisemiti sfrutteranno questo tema fino ai nostri giorni. Anche i filosofi del XVIIl secolo, che pure reclamavano l'emancipazione degli ebrei, consideravano il Talmud una raccolta di "leggi ridicole". Ignoranza e diffidenza che non sono ancora scomparse.

Pubblicato in Mondo Ebraico

ZOHAR
(IL LIBRO DELLO SPLENDORE)

(Passi scelti)

IL MALE

(III - 70a)

Considera dunque. Il Santo, che benedetto egli sia, produsse dieci corone, diademi sacri, in alto, con le quali egli si incorona e si riveste. Egli è in esse ed esse sono in lui; come la fiamma è legata al tizzone, là non esiste separazione. In corrispondenza di queste, esistono però altre dieci corone, che non sono sacre, e si trovano in basso. Esse sono legate alla “sporcizia dell'unghia” di una santa corona, che è chiamata sapienza; perciò anch'esse sono chiamate sapienza. Si insegna inoltre che questi dieci tipi di sapienza discesero nel mondo e furono tutti assimilati dall'Egitto, all'infuori di uno che si diffuse in tutto il mondo. Queste sapienze sono specie di ed è perciò che gli egiziani furono esperti di stregonerie più del resto degli abitanti del mondo.

(I - 194a)

Rabbi Izchaq disse: Le “sette vacche grasse” (Gen. XLI, 26) sono i sette gradi, superiori agli altri; mentre le “sette vacche magre” (Gen. XLI, 27) sono altri gradi, in basso. I primi appartengono alla santità; i secondi all'impurità. Le “sette spighe” (Gen. XLI, 7). Rabbi Yehudà disse: le prime sette spighe sono buone perché si trovano a destra, a proposito della quale parte è scritto: “E Dio vide che era buono” (Gen. I, 4); le spighe magre si trovano invece al di sotto delle prime. Le sette spighe buone si trovano dalla parte della purezza, mentre le sette magre dalla parte della impurità. E tutti questi gradi si trovano gli uni sopra gli altri, e tutti furono visti dal Faraone in sogno.

Chiese Rabbi Yosè: E forse che Dio mostrò a quel malvagio tutte queste cose?

Gli rispose Rabbi Yehudà: Il Faraone vide delle immagini di quelli. Perché i gradi si trovano gli uni sugli altri ed egli vide quelli in basso. E sappiamo bene che l'uomo, in base alla propria indole, riesce a vedere nel sogno e la sua anima risale nella conoscenza. Ognuno può vedere secondo il grado cui gli è dato di giungere; perciò il Faraone poté vedere come gli era consentito e non di più.

(III - 80b)

Rabbi Izchaq prese a dire: “Ohi, paese dalle ali spiegate...” (Is. XVIII, 1). È possibile che il fatto che esso sia “un paese dalle ali spiegate” costituisca motivo di irritazione, sicché è scritto: “Ohi, paese...”? Ma così intese Rabbi Izchaq: Quando il Santo, che benedetto egli sia, creò il mondo, cercò di rendere manifesto il significato profondo da dentro il segreto e la luce da dentro le tenebre, perché tali elementi erano compresi gli uni negli altri. Perciò dall'interno delle tenebre scaturì la luce e dall'interno del segreto scaturì il significato profondo e manifesto. L'uno scaturì dall'altro; così dal bene scaturì il male e dalla pietà il giudizio severo. Ma precedentemente tutti questi elementi erano compresi gli uni negli altri: l'istinto buono e l'istinto cattivo, la parte destra e quella sinistra, il popolo di Israele e gli altri popoli, il bianco ed il nero. Ed ognuno di questi elementi dipendeva dall'altro.

(II - 103a)

Considera dunque. E scritto: “Dall'Eden esce un fiume per bagnare il giardino” (Gen. Il, 10). Questo fiume non cessa mai di fecondare, di produrre e di dare frutti. Ma c'è un'altra divinità, che non ha mai potere autonomo né desiderio. Essa non produce e non dà frutti perché se così facesse, cancellerebbe tutto il mondo. Perciò chi consente a tale elemento di produrre nel mondo, è chiamato malvagio e non potrà mai vedere l'aspetto della presenza divina (Shekhinà), come è scritto: “Tu non sei un Dio, che ama la malvagità, il male non dimora presso di Te” (Sal. V, 5).

(II - 112a)

Considera dunque. Chi trova un compagno simile a se stesso, che si comporta nel mondo come lui, gli si affeziona, lo ama e gli fa del bene. Non così agisce il male, quando trova qualcuno che ha abbandonato il campo della santità, su cui presiede il Santo, che benedetto egli sia, e si è messo ad agire come lui, affezionandosi così al male. Infatti cerca subito di distruggerlo e di cancellarlo dal mondo. Quando la donna, sospetta di adulterio, si è effettivamente comportata secondo i dettami del male, affezionandosi ad esso, guarda in che modo il male la contraccambia: “Il ventre le si gonfiò e la coscia le cadde” (Num. V, 27). Non così avviene con il Santo, che benedetto egli sia. Chi infatti abbandona il male e si affeziona al Santo, che benedetto egli sia, subito ne viene riamato e ne riceve ogni bene che è nel mondo.

(I - 190a-190b)

Disse Rabbi Izchaq: Quando la forza del male viene a sedurre l'uomo, questi si attacchi alla Torà e si allontani da esso. Considera dunque. Abbiamo appreso che quando lo spirito del male sta dinanzi al Santo, che benedetto egli sia, per sedurre il mondo con le azioni malvagie, il Santo, che benedetto egli sia, è mosso a pietà per il mondo e dà agli uomini un consiglio per sfuggire al male, sicché esso non possa dominare su di loro né influenzare le loro azioni. Ed in che consiste tale consiglio? Nell'occuparsi della Torà, sfuggendo così al male. Da dove lo sappiamo? Dal verso che dice: “Poiché un lume è il precetto ed una luce l'ammaestramento, e gli ammonimenti morali sono la via della vita” (Prov. VI, 23). E cosa dice il verso successivo?: “Essi ti preservano dalla donna malvagia, dalle lusinghe della straniera” (Prov. VI, 24). Questa è il dominio dell'impurità, il male, che si trova sempre dinanzi al Santo, che benedetto egli sia, per accusare gli uomini dei loro peccati. Il male sta sempre in basso per traviare gli uomini e sta sempre in alto per ricordare i peccati degli uomini, per accusarli delle loro azioni, sicché siano concessi in suo potere, come fece per Giobbe. Nei periodi in cui il Santo, che benedetto egli sia, esercita il giudizio sugli uomini, il male sorge ad accusarli ed a ricordare i loro peccati. Ma il Santo, che benedetto egli sia, si muove a pietà verso il popolo di Israele e dà agli uomini un consiglio per sfuggire al male. Ed in che esso consiste? Nel suono del corno di Capo d'Anno e nel capro espiatorio nel Giorno dell'Espiazione, sul quale si pongono i peccati, sicché esso si allontani dagli uomini e se ne vada per conto suo

Considera dunque. Cos'è scritto? “I suoi piedi scendono verso la morte, i suoi passi conducono al baratro” (Prov. V, 5). E del mistero della fede, cos'è scritto? “Le sue vie sono vie soavi e tutti i suoi sentieri conducono alla pace” (Prov. III, 17). Tali sono le vie ed i sentieri della Torà e tutti sono una sola cosa. Così la pace e così la morte e tutti i sentieri della Torà sono contrari a quelli (del male). Beata la sorte dei figli di Israele, che aderiscono al Santo, che benedetto egli sia, come si conviene; e questi, a sua volta, dà loro un consiglio per sfuggire a tutti gli spiriti malvagi che sono nel mondo. I figli di Israele sono infatti, quali popolo santo, il suo retaggio e la sua parte: siano beati in questo mondo e nel mondo futuro! Considera dunque. Quando lo spirito del male discende e vaga per il mondo, esso osserva la condotta degli uomini, che pervertono le loro strade. Allora risale in alto e li accusa; e se non ci fosse il Santo, che benedetto egli sia, che ha pietà per l'opera delle sue mani, di uomini non ne rimarrebbero nel mondo.

Cosa è scritto? “Quantunque essa parlasse ogni giorno della cosa con Giuseppe, questi non le dava ascolto di giacere con lei e perfino di starle vicino”(Gen. XXXIX, 10). “Quantunque essa parlasse ogni giorno”, il male ogni giorno risale in alto ed accusa, pronunciando dinanzi al Santo, che benedetto egli sia, tante calunnie e tante maldicenze per distruggere la gente del mondo. Cosa è scritto? “Questi non le dava ascolto di giacere con lei e perfino di starle vicino”. Il Santo, che benedetto egli sia, non gli dà ascolto, perché ha pietà del mondo. Che significa la espressione “di giacere con lei”? Significa che il male vuole ricevere il potere di dominare il mondo, perché non può dominare sinché non ne abbia ottenuto il permesso.

Pubblicato in Mondo Ebraico

L'importanza dell'insegnamento di base
della Scrittura nella società contemporanea
e per l'educazione delle giovani generazioni

Comunicato congiunto ebraico-cattolico
da parte della Commissione della Santa Sede per i rapporti religiosi con l'ebraismo
e del Gran Rabbinato d'Israele

I. Dopo due incontri, a Gerusalemme in giugno 2002 (Tammuz 5762) e a Grottaferrata – Roma in febbraio 2003 (Shvat 5763), le delegazioni d'alto livello delle due parti hanno convenuto a Gerusalemme di discutere sul tema di "l'importanza dell' insegnamento di base della Scrittura nella società contemporanea e per l' educazione delle giovani generazioni".

2. I dibattiti si sono svolti in un clima d'amicizia e di mutuo rispetto. Constatiamo con soddisfazione che le due delegazioni hanno già stabilito delle solide basi che permettono d'intravedere in avvenire il seguito di una efficace collaborazione.

3. I partecipanti hanno molto apprezzato le dichiarazioni della Santa Sede per condannare la violenza contro degli innocenti e per denunciare le manifestazioni d' antisemitismo che regolarmente rinascono, come si è notato nelle dichiarazioni dei cardinali della delegazione vaticana partecipanti alla Commissione congiunta: cardinali Walter Kasper, Jorge Mejia e Georges Cottier. In questo spirito, il cardinale J. Mejia a scritto ai Grandi Rabbini d'Israele: "attaccare le persone nei loro luoghi di preghiera è non soltanto crudele, ma anche vile e incompatibile con i criteri umani. Per di più, al momento in cui la Commissione congiunta si è riunita, il Papa Giovanni Paolo II ha lanciato un forte appello a "tutti gli uomini e le donne di buona volontà perché aggiungano la loro voce alla mia quando ripeto che il sacro nome di Dio non deve mai essere utilizzato per incitare alla violenza o al terrorismo, per promuovere l'odio o l'esclusione".

4. Le relazioni sono state incentrate sull'insegnamento di base delle Sacre Scritture che condividiamo, le quali dichiarano la fede nel Creatore e Guida dell'universo che ha creato gli esseri umani a sua immagine e ha dato loro il libero arbitrio. Così l'umanità è un' unica famiglia di cui ciascun membro è responsabile di fronte agli altri. La presa di coscienza di questa realtà comporta doveri d'ordine morale e religioso che dovrebbero servire da autentico codice della dignità e dei diritti umani nel mondo attuale e dovrebbero dare una visione autentica di una società giusta, della pace universale e del benessere.

5. Viviamo in un villaggio globale che conosce avanzamenti tecnologici scientifici mai conosciuti prima. La nostra sfida è di fare uso di questo progresso per il bene e per rendere grazie, non per il male e per maledire – Dio ce ne guardi. In questo senso il sistema planetario di comunicazione di massa è uno strumento di ulteriore miglioramento. Tocca a noi utilizzare al positivo questa occasione. Tocca a noi utilizzare al positivo questa occasione di costruzione planetaria rimanendo fedeli alle aspirazioni morali e religiose che condividiamo, di cui abbiamo parlato più sopra.

6. Abbiamo sottolineato che per rispondere alla sfida che rappresenta la diffusione della fede nella società contemporanea, dobbiamo essere esempi viventi di giustizia, di carità, di tolleranza e d'umiltà, rispettando le parole del profeta Michea: " Uomo, ti è stato fatto sapere ciò che è bene, ciò che il Signore reclama da te: niente altro che compiere la giustizia, che amare la bontà e camminare umilmente col tuo Dio " (Mi 6,8 ).

7. Nella complessità dell'epoca in cui viviamo, l'educazione religiosa può e deve apportare la speranza e guidarci per condurre una vita positiva e armoniosa in solidarietà con gli altri esseri umani. E' soprattutto la fede in Dio che ci dà sicurezza e gioia, in obbedienza al verso del salmo 16: " Guardo senza posa il Signore davanti a me…, esulta il mio cuore" (Ps 15 (16), 8-9).

8. In particolare i responsabili religiosi e gli educatori hanno il dovere di istruire le loro comunità affinché esse si impegnino sul cammino della pace per il benessere della società nel suo insieme. Lanciamo questo appello in particolare alla famiglia di Abramo e domandiamo a tutti i credenti di mettere da parte le armi di guerra e di distruzione - "Persegui la pace e ricercala" (Ps 33 (34), 15 ).

9. In quanto responsabili religiosi partecipiamo al dolore di tutti quelli che soffrono oggi in Terra Santa, sia che si tratti di individui, di famiglie o di comunità. Esprimiamo la nostra fervida speranza e preghiamo perché cessino le prove e le tribolazioni di una Terra che noi tutti consideriamo Santa.

10. Chiediamo infine alle nostre comunità, alle nostre scuole e alle nostre famiglie, di vivere nella comprensione e nel rispetto reciproco e di immergere se stessi nello studio e nell'insegnamento delle Sacre Scritture che condividiamo, al fine di nobilitare l'umanità e nell'interesse della giustizia e della pace universale. Allora si compiranno le parole del profeta: "spezzeranno le loro spade per farne vomeri e le loro lance per farne roncole. Non si alzerà più la spada nazione contro nazione, non si imparerà più a fare la guerra" (Is.2,4 ).

Gerusalemme, 3 dicembre 2003 (Kislev 8, 5764)

(Traduzione a cura del SIDIC-Roma)

Pubblicato in Mondo Ebraico

ZOHAR
(IL LIBRO DELLO SPLENDORE)

(Passi scelti)

LA CREAZIONE


(II - 20a - Midrash ha-Neelam)

Disse Rabbi Shim'on: Guai alle creature che non badano e non sanno. Quando al Santo, che benedetto egli sia, venne il pensiero di creare il mondo, in quell'unico pensiero furono presenti tutti i mondi ed in esso vennero creati, secondo quanto è scritto:

“Li hai fatti tutti con sapienza” (Sal. CIV, 24). Con quel pensiero che è la sapienza, sono stati creati tanto questo mondo che il mondo superiore.Egli distese la sua destra e creò il mondo superiore, distese la sinistra e creò questo mondo, secondo quanto è scritto: “La mia mano ha fondato la terra e la mia destra ha disteso il cielo, io li chiamo ed essi si alzano assieme” (Is. XLVIII, 13). Tutti furono creati in un solo momento ed in un solo attimo. Dio fece questo mondo in corrispondenza con il mondo superiore: ciò che esiste in alto è il modello di ciò che esiste in basso, e tutto ciò che esiste in basso è il modello di ciò che esiste nel mare. E tutto è uno.

(I - 77a)

Rabbi Yosè prese a dire: “Come sono care le tue sedi, o Signore delle schiere” (SaI. LXXXIV, 2). Quanto dovrebbero meditare gli uomini sulle azioni del Santo, che benedetto egli sia! Infatti gli uomini non pongono mente e non sanno su che cosa si fonda il mondo, e su cosa essi stessi poggiano. Quando il Santo, che benedetto egli sia, creò il mondo, fece i cieli di fuoco e di acqua, mescolati insieme, ed essi non si solidificarono. Successivamente si solidificarono e stettero nello spirito eccelso. Di là Dio piantò il mondo in modo che poggiasse sulle colonne e queste colonne, a loro volta, non si reggono se non per merito di questo spirito. Quando esso si allontana, le colonne vacillano ed ondeggiano e tutto il mondo trema, come è scritto: “Egli scuote la terra dal suo luogo e le sue colonne vacillano” (Giob. IX, 6). E ogni cosa, a sua volta, poggia sulla Torà, perché quando i figli di Israele si occupano della Torà il mondo si mantiene ed essi si mantengono; e le colonne se ne stanno alloro posto perfettamente salde.



(I - 47a)

“Dio vide che tutto quello che aveva fatto era molto buono” (Gen. I, 31). E che Dio non l'aveva già previsto? Sì, il Santo, che benedetto egli sia, aveva previsto tutto. Il fatto che abbia usato l'espressione “che tutto” è per comprendere in essa tutte le generazioni che sarebbero apparse successivamente e tutto ciò che si sarebbe rinnovato nel mondo di generazione in generazione, ancor prima che se ne vedesse la realizzazione.

L'espressione “quel che aveva fatto” si riferisce all'opera della creazione, nel corso della quale fu creato il fondamento e la base di tutto ciò che sarebbe avvenuto o si sarebbe rinnovato nel mondo nei periodi successivi. Il Santo, che benedetto egli sia, vide ciò che non era e lo pose nell'opera della creazione.



(III - 9b - 10a)

Rabbi Yehudà prese a dire: “Dio disse: sia un firmamento in mezzo alle acque, che separi le une dalle altre” (Gen. I, 6). Nello stesso momento in cui il Santo, che benedetto egli sia, creò il mondo, egli creò anche sette firmamenti in alto, sette terre in basso, sette mari, sette fiumi, sette giorni, sette settimane, sette anni, sette cicli di settemila anni della durata del mondo. Il Santo, che benedetto egli sia, si trova nel settimo di tutto.

Sette firmamenti sono in alto, ed in ognuno di essi ci sono stelle, costellazioni e pianeti. In ogni firmamento ci sono inoltre degli angeli, gli uni presso gli altri, che accettano su di loro il giogo del regno del loro Signore. Infine, in ogni firmamento ci sono angeli e “divini servitori”, diversi gli uni dagli altri: alcuni hanno sei ali, altri ne hanno quattro; alcuni hanno quattro facce, altri due, altri ancora una; alcuni sono di fuoco fiammeggiante, altri di acqua, altri di spirito, secondo quanto è scritto: “Tu ti servi dei venti come dei tuoi angeli e del fuoco ardente come di tuoi servitori” (Sal. CIV, 4). Tutti i firmamenti, gli uni presso gli altri, sono come le membrane della cipolla, alcuni in basso, alcuni in alto. Ognuno di essi trema per timore del suo Signore, in base alla cui volontà si muove o sta immobile. Al di sopra di tutti i firmamenti c'è il Santo, che benedetto egli sia, che sostiene tutto con la sua forza ed il suo vigore.

In corrispondenza dei firmamenti, ci sono sette terre in basso e tutte sono abitate. Alcune sono in alto ed altre sono in basso: la terra di Israele è più in alto di tutte e Gerusalemme è più in alto di ogni altro centro abitato. I nostri compagni che abitano il sud lessero nel libro degli antenati e nel libro di Adamo, che le terre sono divise in questo modo. Esse si trovano in basso, secondo il modello dei firmamenti che si trovano in alto, le une presso le altre. Tra una terra e l'altra un firmamento fa da separazione, cosicché ognuna di esse può essere contraddistinta con un nome particolare. In ogni terra c’è un giardino dell'Eden ed una Geenna, e vi vivono delle creature differenti le une dalle altre, secondo il modello degli angeli che vivono in alto. Alcune di esse hanno due facce, altre quattro, altre ancora solo una, e l'aspetto delle une è diverso da quello delle altre.

(III - 168b - 169a)

Disse Rabbi Shim'on bar Yochai a colui che lo accompagnava: “Conosci tu una cosa nuova, intorno alla quale mi trovo confuso?” Gli rispose: “Dì pure”. Egli allora disse: “Vorrei conoscere il segreto dell'eco. L'uomo fa udire la propria voce nel campo o in altro luogo ed un'altra voce, sconosciuta, gli torna indietro”. Allora quegli così parlò: “O uomo pio e santo, su tale argomento diverse opinioni sono sorte e varie precisazioni sono state fatte dinanzi al capo dell'assemblea del mondo superiore. Quando il capo dell'assemblea ridiscese, disse: Così è stato risolto l'argomento nell'assemblea celeste e si tratta di un profondo mistero.

Considera dunque. Esistono tre voci, che non scompaiono mai, a parte le voci della Torà e della preghiera, che quando salgono in alto aprono i cieli. Si tratta di altre voci, che non salgono e non scompaiono mai. Esse sono tre. La voce della partoriente nel momento delle doglie, che vaga per l'aria da un'estremità dal mondo all'altra. La voce dell'uomo, nel momento in cui la sua anima esce dal corpo, che vaga per l'aria da un'estremità del mondo all'altra. La voce del serpente quando cambia la pelle, che vaga per l'aria da un'estremità del mondo all'altra. O uomo pio e santo, quanto questo tema è vasto ed importante! Che avviene di tali voci ed in quale luogo esse entrano ed aleggiano? Queste sono voci di dolore: esse vagano da un'estremità del mondo all'altra e penetrano negli anfratti e nelle fessure del terreno, nascondendosi là. Quando un uomo emette la propria voce, a quel suono quelle voci si destano. Solo la voce del serpente non si desta alla voce dell'uomo. E come si desta? Al suono di un colpo. Quando un uomo batte un colpo, a quel suono si ridesta la voce del serpente, che si era nascosta. Quella voce e non un'altra voce, perché ogni voce desta la voce corrispondente, ogni specie la sua specie. Perciò nel giorno solenne del Capo d'Anno il suono del corno desta un altro suono del corno: ogni specie segue la propria specie. La tendenza del serpente è verso il male, per colpire e per uccidere, e la sua voce non si ridesta se non al suono di una voce della sua stessa specie. Perciò quando l'uomo colpisce la terra con il bastone, richiama la sua specie e ridesta la voce del serpente, che risponde alla propria specie. E questo è un mistero profondo.

(I - 208a - 208b)

“Giuseppe non poté più resistere dinanzi a tutti i presenti ed esclamò: Fate uscir tutti. E nessuno rimase con lui quando si fece conoscere ai suoi fratelli” (Gen. XLV, 1). Rabbi Chiyà prese a dire: “Dà in abbondanza ai poveri, la sua giustizia dura in eterno, la sua gloria si innalza con onore” (Sal. CXII, 9). Considera dunque. Il Santo, che benedetto egli sia, creò il mondo e lo pose sotto il dominio dell'uomo, di modo che egli fosse il re di tutto. Dell'uomo esistono nel mondo tipi differenti: ci sono i giusti ed i malvagi, gli stolti ed i sapienti, i ricchi ed i poveri. E tutti esistono nel mondo. Ciò affinché gli uni traggano benefici dagli altri: i malvagi dai giusti, gli stolti dai sapienti ed i poveri dai ricchi. Perché l'uomo si merita la vita eterna ed è legato all'albero della vita soltanto attraverso la giustiziache esercita e che dura in eterno, come è scritto: “la sua giustizia dura in eterno”.

“Dà in abbondanza ai poveri”. Rabbi El'azar disse: Quando il Santo, che benedetto egli sia, creò il mondo, lo fissò su una sola colonna, il cui nome è “il giusto”. Il giusto è infatti il fondamento del mondo: egli abbevera ed alimenta tutto, come è scritto: “dall'Eden usciva un fiume che bagnava il giardino e di là si divideva e formava quattro capi”(Gen. II, 10).

“E di là si divideva”. Che significa “si divideva”? Invero l'alimento e le acque di quel fiume sono dapprima assorbite completamente dal giardino, e successivamente sono divise e diffuse ai quattro angoli della terra. E molti sono coloro che anelano ad abbeverarsi e ad alimentarsi di là, come è detto: “Gli occhi di tutti sono rivolti con fiducia a te e tu dai loro il loro pane a suo tempo” (Sal. CXLV, 15). Perciò l'espressione “dà in abbondanza ai poveri”si riferisce al giusto. L'espressione “la sua giustizia dura in eterno” si riferisce alla comunità di Israele, che per mezzo di essa si mantiene nel mistero della pace, in una durata perfetta. L'espressione “il malvagio vede e si adira” (Sal. CXII, 10) si riferisce al resto degli idolatri. Considera dunque. Il regno dei cieli è il Tempio di Gerusalemme, che mantiene tutti i poveri sotto l'ombra della divina presenza (Shekhinà), ed il giusto si chiama tesoriere della carità,facendo egli del bene ed alimentando tutti, secondo quanto è scritto: “Egli dà in abbondanza ai poveri”. Perciò i tesorieri della carità ricevono il premio per tutti, perché essi fanno la carità.

“E nessuno rimase con lui quando si fece conoscere dai suoi fratelli”. L'espressione “con lui” si riferisce alla comunità di Israele. “I suoi fratelli” sono gli angeli e le altre schiere celesti, a proposito delle quali è scritto: “Per il bene dei miei fratelli e dei miei amici, pregherò che la pace regni in te” (Sal. CXXII, 8).


(I - 75a - 75b)

“E nel sabato e nel capomese verrà aperta”, perché allora ci si serve della cosa sacra in un giorno sacro. Quello è il momento adatto, in cui la luna si unisce al sole. Considera dunque. Questa porta non viene aperta in quei sei giorni feriali, perché essi sono i sei giorni profani che dominano sul mondo e lo alimentano, con la sola eccezione della terra di Israele. Ed essi dominano, perché questa porta rimane chiusa. Però “nel sabato e nel capomese” essi vengono eliminati e non dominano più, perché questa porta è aperta ed il mondo nella gioia, di là trae alimento, senza essere posto sotto il dominio del male. Ma come puoi dire che in quei sei giorni le forze profane dominano da sole? Considera dunque. L'espressione “che volge a oriente” significa che prima che tali forze sorgano a dominare, Dio guarda sempre al mondo. Tuttavia la porta, dalla quale il mondo si alimenta del sacro, non viene aperta se non nel giorno del Sabato e del capomese. Tutti gli altri giorni dipendono dal Sabato e da esso traggono alimento, perché nel giorno del Sabato tutte le porte sono aperte e si realizza il riposo per tutti, per i mondi superiori e per quelli inferiori.



(III - 159a)

Il Santo, che benedetto egli sia, possiede tre mondi, nei quali egli si trova nascosto. Il primo, e più segreto di tutti, è il mondo superiore, che non può essere visto e conosciuto se non da lui, che è nascosto in esso. Il secondo è collegato con il mondo superiore, ed attraverso di esso il Santo, che benedetto egli sia, si fa conoscere, secondo quanto è scritto: “Apritemi le porte della giustizia... Questa è la porta del Signore” (Sal. CXVIII, 19-20). Questo è il secondo mondo. Il terzo si trova al di sotto dei primi due mondi ed in esso è la separazione. Questo è il mondo, dove si trovano gli angeli superiori; però il Santo, che benedetto egli sia, vi si trova e non vi si trova. Potrebbe esserci adesso, ma quando si provasse a scrutare per conoscerlo, si allontanerebbe e non si lascerebbe vedere, sicché tutti chiedono: “Dov'è il luogo della sua gloria?”: “Benedetta la gloria del Signore da ogni luogo” (Ez. III, 12). Questo è il mondo, dove Dio non si trova sempre.



(II - 148b - 149a)

E scritto: “Dio disse: Sia la luce. E luce fu” (Gen. I, 3). Disse Rabbi Yosè: Quella luce fu nascosta e messa da parte per i giusti nel mondo futuro, secondo quanto è scritto: “La luce è stata seminata per il giusto” (Sal. XCVII, 11), per ogni giusto. Quella luce non fu utilizzata nel mondo altro che nel primo giorno della creazione, dopo di che fu nascosta e non venne più utilizzata.

Rabbi Yehudà disse: Se quella luce fosse stata nascosta del tutto, il mondo non avrebbe potuto sopravvivere per un solo momento. Ma fu nascosta e “seminata” come il seme che produce germogli e frutta, ed attraverso di essa il mondo si mantiene. E non c'è giorno in cui questa luce non si irradi nel mondo, facendolo esistere. Il Santo, che benedetto egli sia, attraverso di essa alimenta il mondo. In ogni luogo in cui c'è gente che si affatica nello studio della Torà, avviene che di notte un sottile raggio esce da quella luce nascosta e giunge fino a coloro che si affaticano sulla Torà, secondo quanto è scritto: “Tutti i giorni il Signore mi manda la sua bontà e tutte le notti il canto in suo onore è presso di me”(Sal. XLII, 9). Lo abbiamo già spiegato. Il giorno in cui fu eretto il Tabernacolo in basso, cosa accadde? “Mosè non poté penetrare nella tenda della radunanza, perché la nube posava su di essa” (Es. L, 35). Cos'era la “nube”? Era un raggio che usciva da quella luce originale per la gioia della sposa che era entrata nel Tabernacolo in basso. Da quel giorno non si e più rivelata, ma continua ad esercitare la sua influenza sul mondo, rinnovando ogni giorno l'opera della creazione.

(I - 207a)

E scritto: “Con la sapienza il Signore fondò la terra” (Prov. III, 19). Il mondo superiore non fu creato altro che dalla sapienza. Anche il mondo inferiore non fu creato se non dalla sapienza. Ed ambedue tali mondi sono scaturiti dalla sapienza superiore e dalla sapienza inferiore. “Con l'intelligenza egli consolida i cieli” (Prov. III, 19). Che significa l'espressione “consolida?” Egli consolida i cieli giorno per giorno, senza interruzione; non li ha infatti stabiliti in un solo periodo ma giorno per giorno li viene stabilendo. E questo è il mistero, che sta dietro al verso: “I cieli stessi non sono meritevoli ai suoi occhi” (Giobbe XV, 15).Ti può mai venire in mente che nei cieli vi sia una manchevolezza? Ma così si deve intendere. L'importanza dei cieli consiste nell'apprezzamento e nel grande amore che il Santo, che benedetto egli sia, ha per loro, che gli sono assai cari. Perciò non sembra ai suoi occhi che essi siano stabiliti come si conviene, nonostante che egli li venga stabilendo giorno per giorno. Dio infatti per l'amore che ha per loro desidera illuminarli in perpetuo, senza interruzione. E il mondo futuro emana ogni giorno delle luci splendenti, senza interruzione, perché essi siano sempre illuminati. Perciò è detto: “i cieli non sono meritevoli ai suoi occhi”. Non è infatti scritto soltanto “i cieli non sono meritevoli”, ma è aggiunta la precisazione “ai suoi occhi”. Quindi si comprende il verso: “Con l'intelligenza egli consolida i cieli”.

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ZOHAR
(IL LIBRO DELLO SPLENDORE)

(Passi scelti)

LA PREGHIERA


(I - 229b 230a)

Rabbi Yosè prese a dire: E scritto: “Servite il Signore con timore e gioite con tremore” (Sal. II, 1); ma è anche scritto: “Servite il Signore con gioia, presentatevi dinanzi a lui con giubilo” (Sal. C, 2). Considera dunque. Ogni uomo che venga a servire il Santo, che benedetto egli sia, deve servirlo al mattino ed alla sera. Al mattino, quando la luce si alza e v e il risveglio del mondo per mezzo della destra (di Dio), allora l'uomo deve legarsi alla destra del Santo, che benedetto egli sia, e prestargli il culto della preghiera. Infatti la preghiera conferisce forza al mondo superiore ed attira dalle profondità dell'eccelso le benedizioni per tutti i mondi; di là le benedizioni si diffondono ai mondi inferiori, sicché grazie al culto della preghiera vengono benedetti i mondi superiori e quelli inferiori. Il culto della preghiera deve essere prestato da parte dell'uomo al Santo, che benedetto egli sia, con gioia e giubilo, per comprendere in essa la comunità di Israele e successivamente per esaltare l'unità di Dio come si conviene, secondo quanto è scritto: “Riconoscete che il Signore è il vero Dio” (Sal. C, 3). Questo è il mistero dell'unità nel mistero della preghiera. L'uomo dunque deve servire il Santo, che benedetto egli sia, con gioia e mostrare giubilo nel suo culto. Le due preghiere, del mattino e della sera, sono in corrispondenza con i due sacrifici giornalieri, che a loro volta sono in corrispondenza con le due espressioni, “gioia” e “giubilo”: gioia al mattino e giubilo alla sera. Perciò è scritto: “Un agnello offrirai al mattino ed il secondo agnello verso sera” (Num. XXVIII, 4). La preghiera di notte è però facoltativa, perché in tale periodo (la Shekhinà) distribuisce l'alimento a tutte le sue schiere. Non è quindi un periodo per benedire, ma per dare alimento. Di giorno infatti essa benedice da due parti, al mattino ed alla sera attraverso la gioia ed il giubilo, mentre di notte distribuisce l'alimento, come si conviene, secondo quanto è scritto: “Si alza mentre è ancora notte e prepara il cibo per la sua famiglia” (Prov. XXXI, 15).

Rabbi Chizkiyà prese a dire: “Ti sia la mia preghiera gradita come l’incenso ed il mio sollevare a te le mie palme come l'offerta del pomeriggio” (Sal. CXLI, 2). Perché “l'offerta del pomeriggio” e non la preghiera del mattino. Perché non è scritto: “Ti sia la mia preghiera gradita al mattino”? Ma così il problema va chiarito: “Ti sia la mia preghiera gradita come l'incenso”: l'incenso accompagna sempre la gioia, secondo quanto è scritto: “l'olio profumato e l'incenso fanno gioire il cuore” (Prov. XXVII, 9). Perciò il sacerdote, quando accendeva le lampade, ardeva l'incenso come e detto: “Ogni mattina quando acconcerà le lampade, farà ardere l'incenso. Così pure alla sera quando Aronne accenderà le lampade” (Es. XXX,7-8). Al mattino lo accendeva per la gioia, in quanto quel momento ne era la causa, alla sera invece lo accendeva per far gioire la sinistra (di Dio), e così si conveniva. Infatti l'incenso accompagna sempre la gioia. Considera dunque. L'incenso allaccia i legami e procura la gioia al mondo superiore ed a quello inferiore, sicché ne vengono allontanate la morte, l'accusa e l'ira, che non possono più dominare nel mondo. Infatti è scritto: “Mosè disse ad Aronne: “Prendi l'incensiere, mettici sopra del fuoco dell'altare, e portalo presto presso la congrega poiché è uscita l'ira del Signore. Il flagello e incominciato. Aronne prese quanto aveva detto Mosè e corse in mezzo alla comunità, ed ecco il flagello era cominciato nel popolo. Egli mise dell'incenso ed espiò per il popolo. Si pose fra i morti ed i vivi ed il flagello si arrestò” (Num. XVII, 11-13); ciò poiché tutte le forze del male e gli accusatori non possono resistere dinanzi all'incenso. Perciò esso costituisce la gioia ed il legame di tutto.

Al momento della preghiera pomeridiana, quando il giudizio divino si esercita sul mondo, alludeva David, pronunciando la preghiera che inizia: “Ti sia la mia preghiera gradita come l'incenso ed il mio sollevare a te le mie palme come l'offerta del pomeriggio” (Sal. CXLI, 2). Questa preghiera, innalzandosi, allontana l'ira della punizione divina, che domina in quel momento, come l'incenso che scacciava dal mondo ogni ira ed ogni accusa. Perciò è scritto “come offerta del pomeriggio”, cioè del momento in cui il giudizio divino è sospeso sul mondo. Considera dunque. Quando fu distrutto il Tempio di Gerusalemme, nel momento in cui il Santuario fu dato alle fiamme, era il tempo della preghiera pomeridiana. Perciò è scritto: “Poveri noi! il giorno declina; già si allungano le ombre della sera” (Ger. VI, 5). Cosa sono le “ombre della sera”? Sono quegli accusatori del mondoe l'ira delle punizioni, predisposte in quel momento. Perciò abbiamo appreso che l'uomo deve porre intenzione (kawwanà) nella preghiera pomeridiana. In ogni preghiera l'uomo deve porre intenzione, ma particolarmente nella preghiera pomeridiana, perché in quei momento la punizione divina è sospesa sul mondo. Abbiamo anche appreso che il periodo per la recitazione della preghiera pomeridiana fu stabilito da Isacco.


(II - 138b)

E scritto: “E tu, o Signore, non ti allontanare; o mia gazzella, affrettati a soccorrermi” (Sal. XXII, 20). Re David pronunciò queste parole quando stava disponendo ed ordinando le lodi al Re eccelso, per unire il sole alla luna. Dato che stava disponendo ed ordinando le sue lodi per esaltarne l'unità, disse: “Tu, o Signore, non ti allontanare”. “Tu, o Signore”: questo è il mistero dell'unità senza separazione. “Non ti allontanare”. Infatti la Shekhinà risale per incoronarsi nel suo Signore, e tutto ciò nel mondo superiore; e di là, il Santo, che benedetto egli sia, tende a risalire verso l'En Soph, che collega ed unisce le sephiroth in alto. Perciò è detto: “Non ti allontanare”, non allontanarti da noi, abbandonandoci.

Perciò quando i figli di Israele si dispongono a lodare Dio, debbono dal mondo inferiore meditare con tutta la loro persona sull'unità ed aderire alle sephiroth. Cosicché, se la gloria di Dio volesse allontanarsi, ecco che i figli di Israele nel mondo inferiore la afferrerebbero, tenendola saldamente e non lasciandola allontanarsi da loro. Perciò ha particolare valore la preghiera a bassa voce, perché l'uomo che prega così, è simile a chi parla in segreto con il re. E fintantoché il re se ne sta in segreto con lui, non si allontanerà di certo.

“O mia gazzella”. Come la gazzella ed il cervo corrono e si allontanano, ma subito dopo ritornano al luogo dove si trovavano, così il Santo, che benedetto egli sia, nonostante che si allontani in alto nell'En Soph, subito dopo ritorna al luogo dove si trovava. E tutto questo perché? Perché i figli di Israele nel mondo inferiore si afferrano a lui e non lo lasciano andare, in modo che non si allontani da loro. Perciò è scritto: “O mia gazzella, affrettati a soccorrermi”. Quindi dobbiamo tenerci saldi al Santo, che benedetto egli sia, affinché egli ci afferri, come chi tira dall'alto verso il basso, e l'uomo non sia abbandonato da lui neppure per un solo momento... Perciò è scritto: “Voi che siete attaccati al Signore vostro Dio, siete oggi tutti vivi” (Deut. IV, 4), “Beato il popolo la cui sorte è tale; beato il popolo il cui Dio è il Signore” (Sal. CXLIV, 15).

(II - 63a - 63b)

Rabbi Chizkiyà prese a dire: “Canto dei gradini. Dalle profondità ti invoco o Signore” (Sal. CXXX, 1). È detto semplicemente “Canto dei gradini” e non è spiegato chi lo pronunciasse. Infatti la semplice indicazione “Canto dei gradini” vuole sottolineare che in futuro saranno tutte le genti del mondo a pronunciarlo e che questo canto sarà destinato ad essere recitato dalle generazioni in eterno.

Che significa: “dalle profondità ti invoco”? Così è stato spiegato. Chi rivolge una preghiera al Santo Re, deve chiedergli il permesso e pregarlo dalla profondità del proprio cuore, affinché il cuore sia in armonia con il Santo, che benedetto egli sia, ed a lui siano indirizzate la sua intenzione (kawwanà) e la sua aspirazione. Ma come può David avere pronunciato tali parole quando altrove egli ha detto: “Con tutto il mio cuore ti ricerco” (Sal. CXXIX, 10). Tale espressione è sufficiente e che necessità c'è quindi di usare l'espressione “dalle profondità”? Ma così è stato insegnato. L'uomo che presenta la sua richiesta davanti al Re, deve indirizzare la propria conoscenza e la propria aspirazione alla radice di tutte le radici, per attingere le benedizioni dalla profondità del pozzo per trarre le benedizioni dalla fonte di tutto. Che cosa si indica con la profondità del pozzo”? Si allude a quel luogo, dal quale esce un fiume che vi trae il proprio motivo di essere, come è scritto: “Dall'Eden usciva un fiume” (Gen. II, 10), ed inoltre: “il fiume ed i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio”(Sal. CLVI, 5).Questa è la spiegazione dell'espressione “dalle profondità”, cioè la profondità di tutto, la profondità del pozzo dal quale scaturiscono le fonti che trasmettono in abbondanza le benedizioni per tutti. Così si inizia l'azione di attirare le benedizioni dall'alto verso il basso.

Disse Rabbi Chizchiyà: Quando l'antico, il mistero di tutti i misteri, vuole predisporre le benedizioni per i mondi, egli versa e fa confluire tutto in questa profondità eccelsa. Ad essa attinge in abbondanza il fiume dei ruscelli, ed altre fonti a loro volta scaturiscono abbondanti e traggono la loro essenza da questo. Chi rivolge la preghiera a Dio, deve indirizzare la propria intenzione e la propria aspirazione ad attingere le benedizioni da quella che è la profondità di tutto. Così la preghiera sarà accolta e sarà fatta la sua volontà.

(III - 195a)

Ràbbi Abbà prese a dire “Preghiera di un povero che langue e dinanzi al Signore versa il suo lamento” (Sal. CII, 1). A tre personaggi è riferito il termine “preghiera”: il primo è Mosè, il secondo è David, il terzo è il povero, che è posto insieme ed è accomunato ai primi due.E la cosa è già stata spiegata. Se tu obbiettassi che anche a proposito di Chabaquq è scritto: “Preghiera del profeta Chabaquq” (Cha. III, 1) e che quindi i personaggi sono quattro, ti rispondo che quella di Chabaquq non fu una vera e propria preghiera, anche se le viene riferito il termine “preghiera”. Infatti quella che egli pronunciò fu la lode ed il ringraziamento al Santo, che benedetto egli sia, che lo aveva riportato alla vita ed aveva compiuto nei suoi confronti prodigi e miracoli. Egli infatti era figlio della Sunamita. Ma a proposito di quei primi tre personaggi si ha la vera e propria preghiera: “Preghiera di Mosè, uomo di Dio” (Sal. XC, 1) - nessun uomo pronunziò mai una preghiera simile a questa; “Preghiera di David” (Sal. LXXXVI, 1) - nessun re pronunziò mai una preghiera simile a questa; “Preghiera di un povero”(Sal. CII, 11) - è la preghiera per eccellenza.

Di queste tre preghiere quale è la più importante? t la preghiera del povero, che precede sia la preghiera di Mosè che quella di David e tutte le altre preghiere del mondo. E ciò per quale motivo? Perché il povero ha il cuore affranto, ed è scritto: “Il Signore è vicino a chi ha il cuore affranto e salva gli umili di spirito” (Sal. XXXIV, 19). Il povero rivolge sempre le sue lamentele al Santo, che benedetto egli sia, che porge orecchio ed ascolta le sue parole. Quando il povero prega apre tutte le finestre dei firmamenti e sospinge da parte le altre preghiere che salgono al cielo. Egli fa un fardello di tutte le preghiere del mondo ed esse non entrano nei cieli finché la sua preghiera non è entrata. Il Santo, che benedetto egli sia, dice: “Si raggruppino da parte tutte le preghiere del mondo, e questa preghiera sia ammessa al mio cospetto. Non è necessario qui un tribunale che giudichi tra me ed il povero; dinanzi a me stiano le sue lamentele ed io e lui si rimanga da soli”. Il Santo, che benedetto egli sia, si apparta da solo con le lamentele del povero, che si trovano nella sua preghiera, secondo quanto è scritto: “Dinanzi al Signore versa il suo lamento” (Sal. CII, 1), “Dinanzi al Signore” e basta. Tutte le schiere celesti si chiedono l'un l'altra: “Il Santo, che benedetto egli sia, di che cosa si sta occupando; cosa cerca?”. E rispondono: “Egli con gradimento si è appartato con le sue creature sofferenti”. Nessuno sa cosa avvenga delle preghiere del povero e di tutte le sue lamentele, ma è certo che il povero non ha altro desiderio che di versare le sue lagrime e le sue lamentele dinanzi al santo Re e che, a sua volta, il Santo, che benedetto egli sia, non ha altro desiderio che di accogliere tali lamenti, quando vengono versati dinanzi a lui. Questa è la preghiera del povero, che fa un fardello di tutte le altre preghiere del mondo.

Mosè rivolse la sua preghiera ed indugiò molti giorni in essa David vide che tutte le porte e le finestre del cielo erano pronte ad aprirsi al povero e che non esistevano altre preghiere nel mondo cui il Santo, che benedetto egli sia, porgesse orecchio come a quelle del povero. Dopo aver considerato ciò, egli stesso si fece povero e misero; si tolse di dosso le vesti regali e sedette per terra come un povero e pronunziò la preghiera che così inizia: “Preghiera di David. Tendi o Signore il tuo orecchio, poiché povero e misero io sono” (Sal. LXXXVI, 1). Il Santo, che benedetto egli sia, così gli rispose: “David, non sei tu forse re e dominatore di potenti monarchi? Perché dunque ti fai povero e misero”. Subito David trasformò la propria preghiera e mise da parte le parole del povero e del misero: “Abbi cura della mia anima poiché io sono devoto; salva il tuo servo che fida in te, o tu Dio mio” (Sal. LXXXVI, 2).

Così nella preghiera di David si trovarono tutte le varie espressioni

Disse Rabbi Eliezer a Rabbi Abbà: “Hai detto bene. Perciò l'uomo che rivolge la propria preghiera, deve fare se stesso povero, affinché la sua preghiera possa entrare nel novero di quelle dei poveri. Infatti i custodi delle porte celesti non lasciano entrare le altre preghiere, come fanno per quelle dei poveri, che entrano senza permesso. Se l'uomo fa se stesso povero, assumendo i desideri e le aspirazioni dei poveri, la sua preghiera sale ed, incontrando quelle dei poveri, si unisce ad esse ed insieme ad esse si innalza. Perciò entra nei cieli nel novero delle preghiere dei poveri ed è accolta con gradimento dinanzi al Santo, che benedetto egli sia”.

(III - 68a)

Abbiamo appreso che un culto completo l'uomo deve prestare al Santo, che benedetto egli sia, come è scritto: “Tu amerai il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue facoltà” (Deut. VI, 5); cioè l'uomo deve amare il Santo, che benedetto egli sia, proprio con l'amore di tutta l'anima. Ed in ciò consiste l'amore perfetto; nell'amore dell'anima e dello spirito. Come l'anima e lo spirito sono attaccati al corpo ed il corpo li ama, così l'uomo deve aderire a Dio, amando il Santo, che benedetto egli sia, con l'amore della sua anima e del suo spirito, in modo da potere aderire a Lui. Così è scritto infatti: “Con la mia anima ti desidero nella notte” (Is. XXVI, 9), proprio con la mia anima; “Anche con il mio spirito nel mio intimo ti ricerco” (ib.) per aderire a te con intenso amore. E scritto: “nella notte”, perché l'uomo, per amore del Santo, che benedetto egli sia, deve alzarsi ogni notte per occuparsi del suo culto, finché non sorge il mattino ed egli attiri su di sé il raggio della grazia divina. Così è stato insegnato: felice il destino dell'uomo che ama il Santo, che benedetto egli sia, di tale amore. Grazie a quei giusti veritieri, che amano in questo modo il Santo, che benedetto egli sia, il mondo si mantiene; ed essi dominano su tutte le sentenze sfavorevoli del mondo superiore e di quello inferiore.

Così è stato insegnato: il giusto che aderisce con la sua anima ed il suo spirito al santo Re, che è in alto, con amore, come si conviene, domina sulla terra in basso; e tutto ciò che decide per il mondo, si realizza. Da dove lo sappiamo? Da Elia, a proposito del quale è scritto: “Come è vivo il Signore, Dio di Israele, di fronte al quale io sto, in questi anni non vi sarà né rugiada né pioggia, se non lo dirò io” (1Re, XVII, 1).

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