Lunedì, 23 Ottobre 2017
Lunedì 26 Luglio 2004 20:23

Domande per una teshuvà dei cristiani nei confronti dell’ebraismo

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Siamo cattolici e protestanti impegnati all'interno delle rispettive comunità per un processo di riconciliazione e di ravvedimento delle chiese cristiane nei confronti dell'ebraismo. Da alcuni anni lavoriamo assieme, convinti che tale processo possa (o forse debba) essere il banco di prova e di verifica del dialogo ecumenico intra-cristiano.

Gruppo interconfessionale Teshuvà

Documento elaborato dal Gruppo interconfessionale "Teshuvà" come contributo alla seconda Assemblea ecumenica europea di Graz (23-29 giugno 1997) e presentato a Graz in un atelier il 27/6/97 a cura del Centro ecumenico europeo per la pace.

Care sorelle e cari fratelli nel Signore, questa lettera vi viene inviata dal gruppo interconfessionale "Teshuvà" di Milano.

Siamo cattolici e protestanti impegnati all'interno delle rispettive comunità per un processo di riconciliazione e di ravvedimento delle chiese cristiane nei confronti dell'ebraismo. Da alcuni anni lavoriamo assieme, convinti che tale processo possa (o forse debba) essere il banco di prova e di verifica del dialogo ecumenico intra-cristiano.
Il nostro gruppo è nato per impulso della Commissione Diocesana per l'Ecumenismo e il Dialogo di Milano. Ha promosso diversi momenti di studio e di incontro tra cristiani ed ebrei coinvolgendo operatori pastorali e catechistici delle diverse chiese di Milano, ha preparato sussidi per la giornata che la Conferenza Episcopale Italiana dedica tutti gli anni all'ebraismo (il 17 gennaio).
Il cammino sin qui percorso è stato ricco di momenti di incontro e di dialogo veri e profondi: dialogo alla luce del cammino a cui Dio ha chiamato in modo diverso (e noi riteniamo, complementare) sia l'ebraismo che il cristianesimo, e incontro volto alla migliore conoscenza nello spirito della comprensione reciproca.
In questi momenti non abbiamo potuto non chiederci perché le nostre chiese non abbiano ancora fatto una confessione di peccato chiara e aperta per le calunnie, l'odio, le persecuzioni di cui esse si sono rese protagoniste nei confronti del popolo d’Israele nel corso dei due millenni della loro storia e per i silenzi, le connivenze e le responsabilità che hanno accumulato durante gli anni orribili della Shoah.
Ci sembra che la piccola esperienza da noi vissuta rappresenti un inizio (o almeno un tentativo) di percorrere un cammino di riconciliazione nello spirito dell'Assemblea ecumenica europea di Graz 1997.
Abbiamo letto i materiali preparatori sin qui pervenuti e riteniamo di importanza fondamentale questo appuntamento per il futuro della testimonianza cristiana in Europa nei prossimi anni.
Per questo desideriamo proporvi alcuni punti della nostra riflessione e alcuni interrogativi nella speranza che anche contributi come il nostro possano essere utili al vostro lavoro, "chicchi di grano per servire alla preparazione del pane comune".
Il processo di revisione dell'antigiudaismo cristiano è iniziato, con molta fatica, solo dopo il 1945 ed è proseguito con incertezze in questi cinquanta anni, anche se ha segnato passi importanti. Tuttavia riteniamo necessario mettere subito in luce che l'antigiudaismo non può essere considerato (come spesso accade) semplicemente un problema ad extra del cristianesimo (riguardante solo il suo rapporto con l'ebraismo), bensì un fatto ad intra, intrinseco al formarsi stesso della identità cristiana. Questa identità è stata segnata profondamente dal suo porsi e proporsi come "superamento" e "sostituzione" dell'ebraismo. Perciò riteniamo che non si potrà parlare di un effettivo superamento dell'antigiudaismo di matrice cristiana fino a quando la predicazione, la catechesi e la formazione teologica non avranno eliminato le teorie "sostituzioniste" e fino a quando non saranno ricondotte nell'ambito di una rigorosa storicizzazione esegetica certe letture "tipologiche" della bibbia ebraica. Tali letture distorte sono state, per così dire, la culla di quell'insegnamento del disprezzo che ha nutrito tutti gli antisemitismi e costituiscono ancora una chiave interpretativa importante e, per di più, proposta nella stessa prassi ecclesiale (commenti biblici, lezionari, testi liturgici).
Il punto di partenza, il luogo del non-ritorno e della rottura non-riparabile, per chi oggi si interroghi su come pensare Dio, non può che essere Auschwitz.
Pensare Dio, pensare a Dio, dopo quell'unicum impensabile comporta una frattura profonda nell'autocoscienza cristiana di oggi. La Shoah è un evento che si è verificato nell'Europa moderna e cristiana e che è stato concepito e realizzato da uomini battezzati: i cristiani non possono sottrarsi a questo dato e non interrogarsi su questo tentativo di "uccidere Dio uccidendo il suo popolo".
Al tempo stesso i cristiani, oggi, devono essere attenti, nel loro sguardo nuovo sull'ebraismo al rischio di strumentalizzare o fagocitare la tradizione ebraica per riverniciare la propria identità, perdendo di vista ancora una volta l'alterità. Sarebbe di nuovo una forma di violenza. Vi è una irriducibilità dell'ebraismo di cui i cristiani non possono non tenere conto.

Dopo queste premesse tocchiamo ora alcuni nodi di questo processo di revisione e gli interrogativi che ne derivano.

L'apostolo Paolo scriveva (Rm 11,29): "I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili". Accettare coerentemente la perennità dell'alleanza del Sinai non comporta delle conseguenze di grande rilevanza per la nostra identità di cristiani? Se la via della salvezza per Israele è diversa rispetto alla nostra, ma entrambe coesistono e non si escludono, non risulta forse che, in un certo senso, la via di Israele (la Torah) è presupposto e condizione della nostra (la via delle genti)?
Che conseguenze può avere per la fede cristiana riconoscere che l'Antico Testamento, la Scrittura di Israele, ha valore autonomo, all'interno della rivelazione divina, non in quanto annuncio di un compimento a venire, ma come evento che è in sé compiuto sia nelle radici che nella prospettiva? E riconoscere che il Nuovo Testamento non modifica o sostituisce il senso dell’Antico, ma costituisce una aggiunta di senso? Quale rapporto può dunque stabilirsi su queste basi tra l'Antico e il Nuovo Testamento? Come leggerli e come non leggerli?

Le fedi viventi, come usiamo chiamarle, ci stanno, in un certo senso, di fronte, ci sollecitano e ci attendono nel confronto e nello scambio. Ma la fede di Israele, che esiste anche senza di noi, è anche all'interno di noi, come parte inscindibile della nostra stessa fede.

Alla luce di tutto questo come possiamo non dare un ruolo del tutto particolare, poiché fondante, al rapporto tra i cristiani e Israele, diverso rispetto al rapporto con tutte le altre fedi?
Perché è ancora necessario riflettere che la storia di Israele dura ancora oggi e non ha mai cessato di esistere, così come la sua fede?

L'ebraismo di oggi è il frutto di un processo storico e di pensiero di una grandezza notevolissima. Per di più la tradizione ha nell'ebraismo un ruolo primario e non ha mai cessato di arricchirsi.

Cosa conosciamo di questo processo e di questa tradizione?
Eppure se siamo davvero convinti che Israele è la radice santa su cui noi siamo stati innestati, non dovremmo ritenere fondamentale conoscere ed approfondire la tradizione ebraica?
La nascita stessa dello Stato moderno di Israele, pur in una visione totalmente laica delle vicende storiche e politiche e senza dimenticare nessuna delle dure contraddizioni della situazione attuale, non dovrebbe interrogare la nostra coscienza di credenti e, senza cercarvi più di quel che ci sia, porci delle domande sul mistero del rapporto tra il popolo di Israele e la promessa divina?

Talvolta i teologi cristiani parlano di tendenze antigiudaiche presenti già in alcuni testi del Nuovo Testamento.

Nella predicazione e nella catechesi delle nostre comunità viene trattato, e come, questo tema?

La prospettiva cristiana del dialogo ha oggi un tema di fondo: la riconciliazione.

Nei confronti del popolo di Israele le chiese cristiane non hanno forse bisogno di un passo preliminare: la confessione di peccato come espressione del pentimento e premessa per la conversione?
Non dobbiamo forse riconoscere la grande possibilità ecumenica che le chiese cristiane hanno nell'affrontare insieme il processo di ridefinizione della propria identità rispetto ad Israele?
Non dobbiamo anche chiederci perché importanti documenti ufficiali su questi temi non sono recepiti né ribaditi né conosciuti?

Questi ci sembrano alcuni dei tanti interrogativi possibili che indicano alle chiese cristiane la necessità di dedicare oggi molte delle loro energie, del loro pensiero e del loro agire, per una profonda e consapevole teshuvà nei confronti dell'ebraismo.

Con la speranza che queste domande siano per voi delle "buone domande" e possano essere di una qualche utilità al vostro lavoro vi inviamo un fraterno saluto.

Ultima modifica Domenica 26 Giugno 2011 11:23
Fausto Ferrari

Fausto Ferrari

Religioso Marista
Area Formazione ed Area Ecumene; Rubriche Dialoghi, Conoscere l'Ebraismo, Schegge, Input

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