Martedì, 24 Ottobre 2017
Domenica 10 Dicembre 2006 09:17

SEGNO DI FEDELTÀ

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SEGNO DI FEDELTÀ

 

 

«Non siamo qui per far numero, ma per far segno». Lo si sente ripetere spesso dai cristiani d’Algeria. E lo ribadisce con forza anche mons. Henry Teissier, 76 anni, arcivescovo di Algeri, che di questa Chiesa è stato ed è, in prima persona, segno di coraggio e fedeltà. Ha vissuto tante dure prove, mons. Teissier, specialmente negli anni del terrorismo, quando ha visto, uno dopo l’altro, uccisi i suoi confratelli e consorelle. E, nonostante la commozione che ancora oggi accompagna il ricordo, non cessa di ribadire la sua missione di fedeltà come cifra più profonda e autentica della presenza della Chiesa in terra d’Algeria.

«È quanto ci aveva detto Paolo VI in un incontro con i vescovi dell’Africa del Nord.

La Chiesa è sacramento della salvezza, segno di salvezza per il mondo. Non si domanda a un segno di essere numeroso, ma di essere fedele. Questa è una parola molto significativa per noi. Bisogna essere un segno fedele. Siamo pochi, ma se siamo segno dentro la società algerina abbiamo fatto la nostra missione».

 

Che cosa significa essere segno in un Paese musulmano, tragicamente ferito dal terrorismo islamico e ancora oggi percorso da correnti islamiste ostili alla presenza di cristiani?

La Chiesa d’Algeria è piccolissima; dopo l’indipendenza del Paese quasi tutti i cristiani europei hanno lasciato il Paese. Oggi siamo poche migliaia, di molte nazionalità, più un piccolo gruppo di cristiani algerini. Se guardiamo ai numeri di questa piccola Chiesa in questo vasto Paese, grande sei volte l’Italia, con trenta milioni di abitanti, allora la nostra presenza è insignificante. Noi, però, speriamo di essere Chiesa non solo per noi stessi, ma per il popolo algerino, con il quale cerchiamo di vivere in relazione stretta, soprattutto attraverso un grande lavoro sul piano sociale e culturale. Grazie a questo impegno e alle relazioni quotidiane che viviamo nel contesto in cui abitiamo, ciascuno di noi è per la popolazione algerina «

la Chiesa». E allora i cristiani, che a molti appaiono lontani, stranieri, legati solo alle immagini dei media che spesso li presentano in situazioni di tensione o conflitto, divengono più vicini, familiari. Noi vogliamo essere una Chiesa della relazione con la società algerina. Vogliamo dare a questa società la possibilità di vedere che esistono cristiani fedeli a Gesù e al suo Vangelo, fedeli alla preghiera e al servizio dei fratelli; non solo una Chiesa che serve i cristiani, ma che serve e ama il popolo algerino, che vive in comunione con la gente, prega e fa sacrifici per tutti. Speriamo di essere non solo

la Chiesa in Algeria, ma

la Chiesa d’Algeria in relazione, cioè, con la società algerina, Chiesa del popolo algerino.

 

È questo che intendete quando parlate di dialogo islamo-cristiano?

A noi non piace troppo parlare di dialogo islamo-cristiano, perché il dialogo ci appare come una cosa astratta, lontana dalla realtà quotidiana. Noi preferiamo piuttosto parlare di incontro islamo-cristiano, perché ogni giorno viviamo con i nostri amici algerini e condividiamo le attività della giornata e talvolta anche momenti spirituali. Per noi sono tutte occasioni di incontro. Incontro che avviene soprattutto lavorando insieme per il bene comune, grazie al quale vorremmo che si capisca che non siamo nemici, ma siamo qui per essere fratelli. Quello che speriamo è che attraverso l’amicizia si possa parlare di comunione tra musulmani e cristiani. Naturalmente noi siamo credenti, i nostri amici musulmani lo sono pure, e non si può vivere in comunione senza trovare la strada per dare un’espressione alla cosa che è più importante per noi, ovvero la nostra vita sul cammino di Gesù e del Vangelo. Allo stesso modo, noi cerchiamo di capire come i nostri fratelli musulmani vivono la loro fedeltà al Corano e alla loro fede islamica.

 

Spesso vi si definisce una Chiesa nella debolezza, ma molto più frequentemente, seppure in un contesto difficile e talvolta ostile, si sentono i cristiani parlare di condivisione della speranza…

È vero che noi siamo Chiesa nella debolezza, ma soprattutto siamo insieme al popolo algerino per condividere la speranza. Dopo la grave crisi del terrorismo, che è stata una dura prova per tutta la popolazione, oggi viviamo grandi difficoltà sul piano sociale: mancanza di casa e di lavoro, mancanza di prospettive soprattutto per i giovani… Molti cercano una speranza. Anche noi come cristiani non possiamo rinunciare a sperare e a dare speranza al popolo. Sappiamo che c’è una chiamata di Dio per ogni persona umana, per gli algerini musulmani come per i cristiani. E sappiamo che si può cercare un futuro insieme, con lo Spirito Santo che conduce ogni uomo sul cammino della sua vocazione umana che è la stessa. Non ci sono due cammini diversi. C’è una vocazione umana comune ad amare il fratello, che vale per ogni uomo e ogni donna. È qui che bisogna cercare la speranza. Molti amici musulmani, durante la crisi, ci hanno chiesto di partire perché qui era troppo pericoloso. La maggior parte di noi, però, ha deciso di restare. Molti, poi, ci hanno ringraziato. «La vostra presenza con noi ci spinge a conservare la speranza», ci dicevano. Abbiamo molte cose da fare insieme, un futuro comune; non siamo nemici come vorrebbero i fondamentalisti, siamo fratelli nel cammino comune verso la casa del Signore.

 

Lei stigmatizza spesso la mancanza di conoscenza reciproca come terreno su cui fermentano incomprensioni, equivoci e scontri tra musulmani e cristiani. Come andare oltre per promuovere conoscenza e dialogo?

Noi cristiani siamo spesso rinchiusi su noi stessi, sul credo della Chiesa, sul nostro patrimonio di tradizione, e così via… Lo stesso vale anche per la comunità musulmana, chiusa sulle proprie tradizioni, sul Corano che dà la verità, che è la verità. Ma noi, cristiani e musulmani, siamo insieme nel mondo. Per noi cristiani è importante sapere come camminare con i nostri fratelli musulmani e anche per loro è necessario conoscere qual è il cammino di noi cristiani, quale chiamata abbiamo ricevuto da Gesù e dal suo Vangelo. Spesso i musulmani guardano alla Chiesa come a una cosa lontana che non ha niente a che fare con loro. Dobbiamo attraversare le frontiere della differenza per trovare il dono di Dio che sta nella vita dei nostri fratelli. È così che costruiamo il Regno, che è comunione non soltanto tra i cristiani ma tra tutti i figli di Dio. È un cammino di amicizia, che dobbiamo cercare con tutti coloro che sono più aperti, ma anche con quelli che pensano che siamo nemici. Bisogna aiutarli a capire che siamo fratelli e lavorare insieme per il bene comune.

 

Il governo algerino ha recentemente approvato una nuova legge che regolamenta i culti non cristiani e che prevede pene molto severe per chi viene accusato di proselitismo. Come giudica questo provvedimento, molto restrittivo della libertà religiosa?

È una legge che ha di mira soprattutto i cristiani evangelici, che fanno presentazione pubblica del cristianesimo nelle strade, distribuiscono apertamente

la Bibbia, promuovono conversioni… Per questo il governo ha preso misure che per noi sono difficili da accettare, perché si parla di prigione per tutti coloro che presentano il cristianesimo ai musulmani: questo non è accettabile e non è una soluzione. Certamente bisogna trovare modi di relazione rispettosa tra cristiani e musulmani e allontanarsi da forme di proselitismo propagandistico. Io stesso ritengo che la comunicazione spirituale possa avvenire a un altro livello. Per questo, siamo solidali con i nostri fratelli evangelici, ma vogliamo anche distinguerci. D’altro canto, speriamo che il governo trovi altre soluzioni, che non siano l’arresto e la prigione.

Pensa che la penetrazione di correnti islamiche più tradizionaliste, se non addirittura fondamentaliste, all’interno del governo abbia ispirato questo provvedimento e, in prospettiva, il Paese potrebbe di nuovo sprofondare nella violenza?

 

In passato c’erano gruppi islamici fondamentalisti, che accettavano come principio l’uso della violenza in nome di Dio. Oggi ci sono ancora gruppi di fondamentalisti, che tuttavia non propugnano più la lotta armata, ma sono più orientati alla fedeltà alla legge musulmana e ai precetti del Corano. Oggi ci troviamo di fronte a queste nuove correnti di fedeltà e pietà. Si tratta di uno sviluppo proprio della società che non solo dobbiamo accettare, ma anche in questo ambito siamo chiamati a cercare la possibilità di un incontro.

 

 

 

Anna Pozzi

Mondo e Missione/Novembre 2006

Ultima modifica Mercoledì 07 Marzo 2007 20:32
Fabrizio Foti

Fabrizio Foti

Architetto
Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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