Lunedì, 23 Ottobre 2017
Lunedì 19 Febbraio 2007 12:50

«LA RICONCILIAZIONE? UN’ARTE NEL CUORE»

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Colombia / L’impegno di padre Leonel Narváez Gómez

«LA RICONCILIAZIONE? UN’ARTE NEL CUORE»
«Per anni ho lavorato in prima persona ai negoziati di pace tra il governo e le Farc nella regione del Caguán. È in quel periodo che ho sperimentato come, a impedire la fine dell’annoso conflitto colombiano, oltre a una serie di problemi economici, politici e militari, esistano altre questioni da risolvere, non meno importanti, di tipo soggettivo: rabbie accumulate, senso di esclusione, desiderio di vendetta. È anche a causa di questi problemi soggettivi se nel Caguán, dopo tre anni di intenso lavoro sulle cause oggettive del conflitto, non si è riusciti a costruire la pace».

A parlare in questi termini è padre Leonel Narváez Gómez, 55 anni, colombiano, missionario della Consolata (M.M., novembre 2004, pp. 46-48). Per dieci anni, prima di finire nella zona più calda della Colombia, padre Leonel ha fatto il missionario in Africa, tra gli oromo, in una zona desertica, a cavallo tra Sudan e Kenya. Poi studi di sociologia, quindi l’esperienza del Caguán. Una tappa fondamentale dove ha maturato la convinzione che i conflitti - tanto in Colombia che altrove - non potranno mai essere superati del tutto se non si spengono prima i focolai di rancore e odio che ciascuno porta nel cuore. Da allora padre Leonel si è dedicato anima e corpo a studiare le cause soggettive del conflitto con l’idea di trovare un metodo per neutralizzarle. È partito per l’Università di Harvard e lì ha trovato un gruppo di professori e professionisti, che hanno collaborato attivamente alla sua ricerca (fra questi anche il teologo Harvey Cox). Per quasi due anni questo think tank si è radunato ogni giovedì a lavorare sui meccanismi sociologici e psicologici che conducono al perdono e alla riconciliazione. E da questi incontri ha preso forma gradualmente, plasmato anche dalla realtà colombiana, un metodo che fonde l’essenziale del messaggio cristiano con i contributi più avanzati delle scienze sociali. Il metodo prevede una serie di tappe e di strumenti per favorire la graduale accettazione dell’altro, fino ad arrivare al perdono. L’itinerario  ha un effetto catartico e aiuta le persone a liberarsi di rabbia e rancore che, accumulandosi, si trasformano in veleno.

Dalle aule di Harvard, padre Leonel è tornato in Colombia per applicare la sua «scienza» del perdono e della riconciliazione agli ex combattenti delle Farc e dei paramilitari, abituati a vivere nell’odio e nella violenza, ma anche a tutte le persone che per qualsiasi motivo sono imprigionate dall’odio e dal rancore, tanto in famiglia quanto nell’ambito del lavoro. Il suo progetto si chiama Escuela de perdón y reconciliación, per tutti Espere - acronimo spagnolo che sta per Scuola di perdono e riconciliazione - ed è gestito da una Fondazione (una ong regolarmente registrata) che ha sede nella casa provinciale dei missionari della Consolata di Bogotá. Attualmente sono 1.200 ex combattenti che vengono seguiti direttamente da Espere, su un totale di 32 mila che, deposti i kalasnikov, si stanno reinserendo nella società. Ma il numero è destinato certamente a crescere in futuro, visti gli eccellenti risultati dell’iniziativa. A oggi, l’esperienza di Espere ha toccato 20 città in Colombia, coinvolgendo circa 50 mila persone. Attualmente l’Escuela de perdón y reconciliación è presente in sette Paesi latinoamericani e in due africani. Padre Leonel ha ricevuto inviti a presentare la sua esperienza in Irlanda e in Sudafrica; lo scorso settembre è stato insignito a Parigi della Menzione d’onore del premio Unesco di Educazione alla pace 2006.

I corsi dell’Espere coinvolgono ognuno una ventina di persone di ogni strato sociale. I partecipanti, in seguito, vengono invitati a ripetere l’itinerario formativo nei loro rispettivi contesti, a piccolissimi gruppetti di 4-5 persone. Attualmente ci sono anche alcuni ex combattenti che aiutano nell’accompagnamento: il loro contributo è molto prezioso perché conoscono bene i meccanismi psicologici dei loro ex colleghi.

Il metodo Espere si basa sull’utilizzo di simboli e gesti di forte potere evocativo. Commenta padre Leonel: «Puntiamo a toccare le persone nel profondo, laddove nascono le emozioni. Un ambito spesso trascurato dalla Chiesa; catechesi e omelie spesso parlano al cervello, non al cuore».

A quanto pare il metodo funziona. A sentire padre Leonel, «il tema del perdono ha ormai superato gli steccati e sta gradualmente entrando nel dibattito politico. Si è scrollato di dosso un alone di ecclesialese che rischiava di confinare la questione in ambito esclusivamente religioso».

Interessante notare che anche in ambito universitario cresce l’attenzione per questo tipo di problematiche. Tanto che a Bogotá l’Espere collabora con il Centro per la soluzione dei conflitti, che fa riferimento alla «Uni¬versità della pace» del Costa Rica, un’istituzione legata all’Onu: nella capitale colombiana è attivo un corso che ha per titolo «Pedagogia del perdono e della riconciliazione» ed è curato dalla Fondazione.

Si diffonde sempre di più la convinzione che, nel cammino verso la pace, il perdono sia più importante persino della ricostruzione della verità, pur importantissima, e della giustizia. «Quando sono in gioco crimini atroci - spiega padre Leonel -, c’è un punto oltre il quale la ricostruzione della verità, in funzione dell’applicazione della giustizia, può voler dire accrescere la sofferenza, col rischio concretissimo di esacerbare ulteriormente gli animi e di istigare il desiderio di vendetta. In certe situazioni può essere meglio non sapere tutto e non far sapere tutto».

Per spiegare quanto a volte la verità ostacoli il perdono, padre Leonel racconta un aneddoto agghiacciante: «Una volta, mentre mi trovavo nel Caguán, venni incaricato di contattare i capi delle Farc per aver notizie di una persona rapita. Andai da loro ed essi mi dissero che l’avevano uccisa perché rea di essere un informatore della polizia. Poi mi consegnarono un pacchetto sigillato chiedendomi di farlo avere alla moglie. Il posto dell’incontro era impervio, c’erano volute sei ore di barca per raggiungerlo. La notte dissigillai il pacchetto e sentii che puzzava. Lo aprii e mi si presentò una scena raccapricciante: la scatoletta conteneva gli organi genitali della vittima. Decisi di non consegnare quel macabro ricordo. Forse che aggiungere altro dolore al dolore sarebbe servito a qualcosa?».

Un discorso insolito come questo ha ripercussioni profonde. Potrebbe, ad esempio, insinuare qualche dubbio sull’effettiva utilità delle varie  «Commissioni per la verità» istituite nei Paesi latinoamericani per sanare le ferite del passato: gli anni terribili delle dittature in Cile e Argentina, la guerra in Guatemala. «Non che queste commissioni non abbiano il loro valore, anzi! - precisa padre Leonel -. Il punto è che l’operazione di ricostruzione della verità, da sola, non è sufficiente. A un certo punto occorre mettere una pietra sopra e fare un passo avanti. Se non scatta la molla del perdono si rischia di rimanere prigionieri del passato, ostaggio dei propri ricordi, della voglia di far giustizia. Occorre che scatti una solidarietà per tutti e che venga data una possibilità di futuro anche agli autori dei crimini. Il traguardo non può che essere la riconciliazione».

Il rischio che la mera ricostruzione della verità finisca per esacerbare l’odio e il rancore interpella direttamente anche i giornalisti. La domanda è: meglio dar conto di tutto, cercando magari lo scoop, oppure provare a stendere un velo di oblio motivato, per evitare il perpetuarsi della collera?

Il cammino della pace in Colombia è lungo e richiede pazienza. Ma non ci sono alternative percorribili. L’attuale presidente colombiano, Álvaro Uribe, ha garantito una certa sicurezza e un certo ritorno della legalità. A quale prezzo, però? Gli effettivi dell’esercito sono passati da 120 mila a 392 mila unità (in larga parte pagati con i fondi del Plan Colombia). Ma, soprattutto, non si è costruito un contesto in grado di far voltare definitivamente pagina al Paese.

Cosa occorrerebbe? «A differenza di quanto accaduto in altri Paesi che hanno percorso con successo la strada della riconciliazione e della pace (penso al Sudafrica di Mandela e di Tutu) - dice padre Leonel - da noi mancano i mediatori. Persone credibili, in grado di essere davvero super partes e far dialogare le parti in conflitto». Un dialogo che a tanti pare una chimera. Se i paramilitari stanno in parte smobilitando, approfittando dei vantaggi che assicurano loro le recenti normative volute da Uribe, i guerriglieri delle Farc sembrano prigionieri della loro storia. Di recente, però, si è scoperto che un buon numero di membri del Parlamento colombiano appoggiano le azioni violente dei paramilitari. Padre Leonel non vorrebbe avventurarsi in giudizi politici, ma una sua idea per quello che negli ambienti accademici chiamano già il «post-conflitto» ce l’ha. «Conosco personalmente alcuni leader della guerriglia (tra i quali il temuto Tirofijo, uno dei grandi vecchi delle Farc - ndr). Hanno dedicato tutta la vita a combattere nella selva. Non possono adesso, dopo quarant’anni di latitanza, uscire come se niente fosse e reintegrarsi nella società. La verità è che il Paese dovrebbe avere il coraggio di preparare un’assemblea costituente alla quale potrebbero partecipare anche gli ex attori armati. Si potrebbe, inoltre, prevedere una Costituzione in senso federalista e immaginare che alcune porzioni del territorio godano di una relativa autonomia. Questa forse sarebbe una via d’uscita onorevole per tutti».

di Alessandro Armato
e Gerolamo Fazzini

Mondo e Missione/Gennaio 2007

Ultima modifica Sabato 21 Aprile 2007 00:12
Fabrizio Foti

Fabrizio Foti

Architetto
Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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