Venerdì, 20 Ottobre 2017
Lunedì 10 Marzo 2008 15:25

La shoah del nostro tempo

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Prima di oggi, sono stato in Africa una sola
volta,nel 1991. Da allora ho sempre portato nel cuore questo continente,
consentendogli di ferirmi con il peso delle sue infinite tragedie: le guerre
fratricide,il genocidio ruandese, la triste sorte delle sue donne, dei suoi
bambini,gli effetti deleteri della moderna globalizzazione……Due giorni fa lo shock
della visita a Kibera, la più grande baraccopoli di Nairobi. Ho capito perché
dom Pedro Casaldaliga abbia definito l’Africa “la shoah del nostro tempo”, e l’economista Luis de Sebastian
abbia titolato il suo ultimo libro Africa, peccato dell’Europa

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Nella globalizzazione si dà per scontato che chi
convoca (“globalizza”) salvificamente è il Potere, soprattutto quello
economico. A questo, la Bibbia oppone un altro centro,molto diverso e
contrario: sono le vittime a convocare. Nel Vangelo di Giovanni è il crocifisso
che “attrae tutto e tutti”; il maligno, invece, “è mentitore e assassino”

Le vittime aprono i nostri occhi alla realtà. Su di
esse si scatenano la povertà, la crudeltà e la morte, svelando la disumanità
del mondo in cui viviamo. Da esse proviene una luce che denuncia e smaschera la
grande menzogna della globalizzazione. Accettare questa verità è il primo passo
da compiere.

Le vittime possono muovere alla conversione. Una
globalizzazione senza verità non umanizza e non può ”globalizzare”: può solo
escludere.

La menzogna e il camuffamento della verità negano la
realtà stessa delle cose. E così, “l’Africa non esiste”: è stata esclusa dalla
realtà,dalla contro-globalizzazione del silenzio.

Le vittime sono oggi i nuovi “maestri del sospetto”.
Non solo denunciano, ma fanno anche sorgere il dubbio sul male che può
nascondersi tra ciò che è davvero bene e ciò che è tale solo in apparenza.

Esse smascherano la globalizzazione: come ogni altra
ideologia, anch’essa ha i suoi vincitori e i suoi vinti.

Le vittime denunciano l’esistenza di idoli e
chiariscono quale sia la loro essenza. L’idolo del capitale è un moderno Molok,
che ha bisogno di continue “vittime sacrificali” per vivere. Idoli sono tutte
le realtà storiche che esigono vittime per la propria sussistenza

Le vittime re-inventano un linguaggio ampiamente
dimenticato. Tornano a parlare di impero. Dopo la caduta del muro di Berlino, gli Usa sono rimasti l’unica
superpotenza mondiale, ed essi si colgono come impero, cui sarebbe stata
assegnata, dall’alto, una missione: quella di “omologare” tutti e tutto a sé
stessi. Ma le vittime ci ricordano quanto già ebbe a dire sant’Agostino: imperum
est
magnum latrocinium.

Porre al centro del “globo” la sofferenza delle
vittime porta alla verità. Tuttavia, non ha nulla a che vedere con la
canonizzazione del sacrificio: è, invece, richiesta-invito a rispondere
umanamente dinanzi alle vittime, con misericordia e giustizia.

Al mondo di oggi serve una nuova mistica, una nuova
spiritualità: quella della compassione. Una compassione che porti tutti ad avvertire il bisogno di liberare  dalla sofferenza gli esseri umani, per
il solo fatto che esistono. Una compassione che non ha limiti. Per questo, la
compassione può esigere tutto, anche il dono della vita stessa. In tanti popoli
del cosiddetto Terzo mondo, esistono oggi molti testimoni di questa
“compassione totale”. Essi sono motivo di grande  speranza
e di profonda gratitudine.

A Kibera ho visto come “la solidarietà è la tenerezza
dei popoli” (Casaldàliga). Ho toccato con mano una “santità primordiale” : le
vittime sanno celebrare insieme la gioia di essere persone umane. Da esse ci
viene la salvezza e la redenzione. Solo le vittime possono trasformare “un
globo” in “una famiglia”. Solo esse sanno cambiare un “gigantesco supermercato”
in una vera casa

 

Di Jon Sobrino

Teologo di El Salvador

Nigrizia/Marzo 2007

Ultima modifica Venerdì 27 Gennaio 2017 09:32
Stefano Blasi

Stefano Blasi

Esperto di Comunicazione
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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