Domenica, 17 Dicembre 2017
Lunedì 10 Marzo 2008 15:38

RIPARTIAMO DAL BENE CHE C’È

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Per quanto riguarda lo spettro degli
argomenti scelti e l’accuratezza con cui sono trattati, penso che i Lineamenta
per la Seconda assemblea speciale per l’Africa del sinodo dei vescovi siano
sufficientemente ampi e adeguatamente dettagliati, benché strutturati attorno a
tre sole aree principali: riconciliazione, giustizia e pace. Anche
l’intelaiatura teologica che sottostà ai tre temi è ugualmente comprensiva e
tale da offrire solide e profonde basi alla discussione: precisi sono i
parametri in fatto di cristologia, ecclesiologia, teologia dei sacramenti,
pastorale missionaria e spiritualità. In altre parole: ci è stato messo nelle
mani un documento ben fatto.

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I temi della giustizia e della pace sono
appropriati all’Africa odierna. E per le più svariate ragioni: storiche,
economiche, socio-politiche e culturali. I problemi più pressanti del
continente riguardano proprio questi due fondamentali valori. Onestà vuole,
però, che si ammetta che la storia mondiale è sempre stata crudele nei
confronti dell’Africa, anche se gli africani sono stati spesso la causa
strumentale delle loro sventure. Penso alla schiavitù, al colonialismo, al
neo-colonialismo (sotto forma di strutture economiche ingiuste che tendono a
perpetuare il circolo vizioso della povertà), al debito estero, ecc.

I Lineamenta descrivono l’odierna
situazione sociale, economica e politica dell’Africa con taglienti pennellate.
«Una delle sfide maggiori è il fallimento dello stato post-coloniale. Sarebbe
troppo semplicistico attribuire le ragioni di un tale insuccesso della politica
in Africa alla composizione plurietnica degli stati o ancora alle frontiere
artificiali ereditate dalla colonizzazione.

Al di là delle differenze e rivalità
etniche, esiste in effetti presso gli africani un’idea nazionale. Non sarebbe
altrimenti possibile spiegare l’attaccamento di ogni africano al proprio paese
e alla propria storia. La questione è sapere come trasformare la pluralità in
fattore positivo, costruttivo e non distruttivo (...) La sfida è quella del
buon governo e della formazione di una classe politica capace di recuperare il
meglio delle tradizioni ancestrali ed integrarlo ai principi di “efficienza di
governo” delle società moderne» (11).

Ancora: «In alcuni paesi africani
esistono tensioni sociali durature che bloccano il progresso, dando vita a
disordini politici e a conflitti armati. Il tribalismo, le dispute per le
frontiere e i tentativi di espansione conducono alle lotte armate, con un
pesante tributo in termini di vite umane, e all’esaurimento delle risorse
finanziarie. In alcune nazioni si assiste alla continua violazione dei diritti
fondamentali dell’uomo, con tutte le conseguenze che ne possono derivare. (...)
Fino a che non si arriverà alla creazione di stati di diritto, governati da
africani veramente democratici, c’è l’alto rischio che una tale situazione
possa ancora perdurare» (12).

Tutti gli africani sono consapevoli della
fondamentale “delinquenza” delle loro leadership politiche, della tendenza dei
loro presidenti e capi di governo ad atteggiarsi a semi-dei, della politica
discriminatoria messa in atto nei confronti di numerosi gruppi etnici, degli
innumerevoli colpi di stato... Tuttavia, ritengo di dover fare alcune
osservazioni riguardo al modo in cui i Lineamenta riassumono quanto è avvenuto
dal 1994 a oggi.

 

Analisi
economica da migliorare

Al termine della lettura del documento,
l’immagine che emerge dell’Africa e della sua chiesa appare alquanto negativa,
quasi che, a tredici anni dal primo sinodo, ad eccezione dell’aumento del
numero delle vocazioni sacerdotali e dei cattolici, non ci sia molto da
riportare come “passi positivi compiuti” dal continente, soprattutto dal punto
di vista socio-politico. È vero che il documento riconosce che «anche dal punto
di vista sociale, possiamo rilevare alcuni nuovi sviluppi» (7). Ma mi sarei
aspettato un’analisi più approfondita e più realista della situazione.

Non ci si può limitare a scrivere che
«nutriamo la speranza di vedere l’Unione africana diventare più effettiva e più
efficace nella risoluzione dei conflitti tra nazioni africane e tra gruppi
etnici» (ib.). In verità, ci sono stati autentici sviluppi positivi nel campo
socio-politico, soprattutto in termini di democratizzazione in molte nazioni.
Anche il semplice menzionarli avrebbe aiutato a presentare un’immagine più vera
dell’Africa contemporanea.

Il nuovo documento riconosce che, «di
fronte a situazioni così diverse, risulta difficile pronunciare una parola
unica e prevedere una soluzione che abbia valore universale. (...)

L’intento dei Lineamenta non è dire
tutto, ma elencare alcune priorità che emergono dallo studio e dall’azione nel
campo della riconciliazione, della giustizia e della pace». Cosa più che
comprensibile. Tuttavia, nel periodo preso in esame, i leader africani hanno
deciso alcune mosse politiche importanti e sarebbe stato bene riconoscerle. Dal
1994 a oggi, molte nazioni africane hanno fatto decisivi passi in avanti in
termini sia di democratizzazione e di primato della legge, sia di buon governo
e di trasparenza amministrativa.

Come dimenticare la disponibilità
espressa da vari capi di stato a sottostare al Meccanismo africano di
valutazione inter pares (Aprm), destinato a favorire la stabilità politica, la
crescita economica e lo sviluppo sostenibile, in virtù del quale i governi
accettano di sottoporsi a periodiche revisioni sulla base di criteri quali trasparenza,
“buon governo”, rispetto dei diritti umani e primato della legge?

Inoltre, a livello regionale, alcune
comunità economiche – come la Comunità economica degli stati dell’Africa
Occidentale (un accordo economico stipulato da 16 stati nel 1975 e tuttora in
vigore) – hanno portato la pace (e la mantengono) in varie ragioni e prevengono
la guerra in altre.

Sono chiari segni che l’africano sta
sempre più assumendo le proprie responsabilità, e spero che saranno debitamente
notati nel documento che guiderà i lavori del futuro sinodo.

In materia economica, il documento mi
sembra troppo cauto e diplomatico. Uno dei concetti meglio sviscerati e
spiegati nel corso del primo sinodo africano fu quello dell’autosostentamento,
nel contesto di una diminuzione degli aiuti esteri.

Eppure, quasi nulla è detto al riguardo
nel nuovo documento. Mi domando se ci sia una ragione per tale lacuna. Forse
non si è voluto dare l’impressione che gli africani stiano ancora incolpando il
mondo esterno dei propri problemi, invece che accettarne, almeno in parte, la
responsabilità?

Sta di fatto che i Lineamenta dicono
molto poco sulle ingiuste strutture internazionali che rafforzano e perpetuano
il vizioso circolo della povertà nel continente (vedi il debito estero). Penso,
ad esempio, all’Organizzazione mondiale del commercio (Omc/Wto) e ai suoi molti
fattori limitanti (“colli di bottiglia”) che portano a sussidiare gli
agricoltori occidentali per consentire loro di esportare i propri prodotti sui
mercati africani, uccidendo le nostre industrie locali.

Come possiamo parlare di giustizia, se
poi non si dice nulla sulle alte tariffe imposte dalle nazioni ricche ai
prodotti africani di esportazione? E come è possibile parlare di pace, senza
tenere in considerazione i fattori esterni che contribuiscono alla mancanza di
questo bene nel continente?

Giustizia e pace presuppongono rispetto
reciproco, e questo rispetto dipende in gran parte dalla possibilità che uno ha
di gestire la sua vita con le risorse che ha a propria disposizione, senza
dover ridursi a elemosinare aiuti da altri. C’è sempre poca stima per un
mendicante! Negli scorsi tredici anni, si sono tenuti simposi e seminari su
questo tema a livello regionale, nazionale, diocesano, parrocchiale...
Paradossalmente, anche di questo lavorio niente è detto nei Lineamenta.

Spero che nella discussione che avrà
luogo nelle chiese locali si abbia il coraggio di approfondire questi e altri
punti non del tutto sviscerati dai Lineamenta. Se è vero che, sotto molti
aspetti, gli africani hanno mostrato di essere “irresponsabili”, è altrettanto
vero che fattori esterni hanno giocato – e continuano a giocare – un pesante
ruolo nel decadimento, specie economico, del continente.

Globalizzazione

La globalizzazione è un fenomeno sociale
che ha importanti effetti nel continente e penso che avrebbe meritato una
valutazione più ampia e precisa nei Lineamenta, anche solo per aiutare una
discussione pure nella sfera socio-economica, non solo in quella
socio-politica.

Considero i temi della riconciliazione, della
giustizia e della pace strettamente connessi con quello dell’odierna
infatuazione per la globalizzazione.

Questo fenomeno è ambivalente a livello
economico: una vera e propria spada a doppio taglio. Da una parte, potrebbe
alleviare la povertà globale (ammesso che le culture dominanti oggi nel mondo
acconsentano alla giustizia e alla pace di regnare); dall’altra, specie se
giustizia e pace non vengono fondate su una riconciliazione a livello mondiale,
potrebbe infliggere ferite ancora più profonde alle fragili economie africane.

È mia opinione che, anche se il tema è
stato menzionato al paragrafo 20 dei Lineamenta nel contesto socio-politico,
esso merita maggiore spazio e approfondimento nel contesto socio-economico.
Pertanto, nell’eventuale Instumentum laboris da mettere nelle mani dei padri
sinodali, la globalizzazione dovrebbe essere affrontata in maniera dettagliata,
sopratutto nelle sue ricadute sull’economia. Mi permetto di suggerire alcuni
punti: la globalizzazione nel contesto di uno scontro di culture; i suoi forti
interessi economici; il suo lascito di sofferenze e lagnanze; la possibilità
che le culture meno forti ne siano vittime, più che beneficiarie; l’onnipotenza
e l’onnipresenza delle forze del mercato globale; le politiche economiche delle
nazioni ricche; la disuguaglianza nelle forze di potere...

In altre parole, ci si dovrebbe domandare
se e in quale misura, dal primo sinodo a oggi, l’Africa è stata oggetto di una
massiccia manipolazione economica. E se il problema non fa che acutizzarsi,
allora il continente può fare ben poco per risollevarsi, senza una genuina
cooperazione internazionale. Ecco il contesto vero nel quale i Lineamenta
avrebbero dovuto affrontare la discussione sulla globalizzazione. Non l’ha
fatto. C’è solo da sperare che il documento di lavoro ripari a questa mancanza.

Guarigione
e armi

Trattando del problema della
riconciliazione, i Lineamenta osservano – e giustamente – che «qui tocchiamo la
questione della guarigione, che ha una grande importanza nell’Africa nera» (70).
Dopo aver presentato “la guarigione nella sua dimensione socio-religiosa e
spirituale” (72-73), il testo affronta l’argomento della “guarigione in
rapporto alla politica, all’economia e alla cultura” (74-76), notando che
«nell’Africa nera... questa problematica non si limita alla sola sfera
religiosa, ma comprende e presuppone le sfere politica, economica e culturale».

Pertanto, «nell’impegno per la politica,
e in ogni impegno per migliorare le nostre condizioni di vita e di salute, così
come per migliorare la cultura dei nostri popoli, noi facciamo sì che questa
sia per loro una sorta di guarigione». Poi, ancora una volta, il linguaggio si
fa pesante: «Cristo può essere percepito come guaritore soltanto se i cristiani
si impegnano nei diversi campi per liberare l’Africa moderna da tutti i mali
che stanno per soffocare il continente, e in particolare il male della guerra»
(corsivi miei).

Due osservazioni. La prima: è vero che
oggi si registrano ancora tracce di conflitti etnici, tensioni e contrasti
civili, ma sarebbe stato doveroso notare che, dal primo sinodo a oggi, ci sono
stati positivi sviluppi proprio nel campo della riconciliazione e della
guarigione, e non solo in Sudafrica, con la creazione della Commisione “Verità
e riconciliazione”, presieduta dall’arcivescovo Desmond Tutu, ma anche nella
regione dei Grandi Laghi (vedi i tribunali tradizionali in Ruanda), in Liberia,
in Sierra Leone... Per molti africani questi risultati – seppur modesti –
riflettono sia l’impatto che Ecclesia in Africa ha avuto sul continente, sia la
loro volontà di fare meglio che in passato.

In secondo luogo, ritengo che i
Lineamenta avrebbero dovuto almeno spiegare che, dietro le guerre e i conflitti
etnici, ci sono spesso subdole forme di neo-colonialismo. La cosiddetta “propensione
africana alla guerra” è (anche) il risultato del fatto che alcune potenze
mondiali continuano a considerare l’Africa come una loro “proprietà”. La loro
logica è nota: mantenere gli africani in un continuo stato di guerra rende più
facile derubarli delle loro risorse naturali (diamanti, petrolio, minerali
strategici...).

Il testo accenna alle “guerre per
procura”, ma soltanto di passaggio, citando un precedente testo dei vescovi
africani. Perché non dare più spazio a questa odiosa realtà, descrivendola con
maggiori dettagli, per suscitare più consapevolezza nella gente circa il fatto
che «gli africani distruggono i propri paesi e si uccidono tra di loro per gli
interessi e i profitti “di altri”» (17)?

Strettamente legato alle “guerre per
procura” è il commercio delle armi. I Lineamenta ne parlano – «Il commercio
internazionale delle armi continua a mantenere l’Africa in perpetuo stato di
guerra. Non c’è dubbio che, in gran parte, a seminare la morte in Africa siano
interessi potenti che dominano il mondo, e i cui attori principali sono
altrove» (17) – ma non con la necessaria enfasi. Al paragrafo 78, il testo
ritorna sull’argomento: «Esigere la pace significa esigere la fine del
commercio delle armi nelle zone di guerra. Tutti sanno in che modo le parti in
conflitto si procurano le armi. C’è in questo una grande ingiustizia e un
furto: le risorse dei paesi poveri sono sistematicamente saccheggiate per
alimentare tale commercio». Quindi, si aggiunge: «Dobbiamo pretendere che alla
forza delle armi si sostituisca la forza morale del diritto».

Convengo pienamente con quel
“pretendere”. Il prossimo sinodo dovrebbe concretizzare questa sacrosanta
pretesa, facendo un forte appello alla comunità mondiale perché sia approvata,
una volta per tutte, una legge internazionale contro il traffico delle armi.

 

Di Peter K. Sarpong

Nigrizia – Giugno 2007

 

 

Incongruenze

Dopo oltre un decennio dalla pubblicazione di Ecclesia in Africa,
cioè l’esortazione apostolica che riassumeva i frutti del primo sinodo
africano, i nuovi Lineamenta invitano l’Africa «a fare un inventario e un esame
di coscienza» (1). Tre gli interrogativi: «Cosa ha fatto Ecclesia in Africa?
Cosa abbiamo fatto di Ecclesia in Africa? Cosa resta da fare, nella sua linea,
in funzione del nuovo contesto africano?» (ib.).

Penso che non si possa rispondere alle prime due domande in modo
del tutto lusinghiero. (Del resto, l’esortazione fu presentata come “piano
d’azione a lungo termine”, e, come tale, è tuttora in progresso). Ma non sono
d’accordo con il senso di pessimismo che scorgo qua e là nella valutazione che
i Lineamenta danno del periodo preso in esame. C’è una stridente contraddizione
tra la positività della Prefazione e il quadro alquanto nero dell’intero
documento.

Apprezzo l’approccio adottato ai paragrafi 38 e 39, in cui si
riconosce, dapprima, la presenza nel continente di valori profondamente
radicati nelle culture, e, solo in seconda battuta, si enumerano le
“negatività” da correggere. «Il senso della fraternità (...) è un valore
realmente radicato negli ambienti africani. Esso è fonte di ispirazione dei
comportamenti di solidarietà che hanno condotto molta gente fino alla morte,
perché hanno rifiutato di partecipare alla violenza esercitata dai loro gruppi
contro gli altri, o perché hanno protetto e difeso gente votata allo sterminio
da parte dei loro stessi gruppi» (38). «È in questa tradizione (...) che si
iscrive la definizione della Chiesa come Famiglia di Dio (...) È lo stesso
Sangue di Cristo che circola in ciascuno di noi… Versare il sangue del proprio
fratello vuol dire versare il Sangue di Cristo, vuol dire uccidere la sua vita
in noi» (39).

Come si nota, mentre si riconoscono “gravi peccati” contro la
vita, si registrano anche testimonianze di eroismo cristiano, spesso fino al
martirio. (Personalmente, avrei elencato anche i numerosi “buoni sforzi”
compiuti nella sfera socio-politica in termini di consolidamento della
democrazia, di rispetto della legge e di buon governo).

Rimango alquanto confuso, invece, quando confronto ciò che viene
affermato nei paragrafi 6 e 7 dei Lineamenta con certe affermazioni riscontrate
al numero 30. Da una parte, si afferma che «si devono discernere segni di
speranza per la rinascita di un cristianesimo fecondo e dinamico e per
l’avvento di società nuove» (6).

E ancora: «Anche dal punto di vista sociale, possiamo rilevare
alcuni nuovi sviluppi: l’avvento della pace in alcuni paesi africani, l’ardente
desiderio di pace largamente diffuso nel continente, in particolare nella
regione dei Grandi Laghi, la crescente opposizione alla corruzione, la forte
presa di coscienza della necessità di promuovere la donna africana e la dignità
di ogni persona umana, l’impegno dei laici nelle “società civili” per la
promozione e la difesa dei “diritti dell’uomo”, il numero sempre maggiore di
uomini politici africani consapevoli e determinati a trovare soluzioni africane
ai problemi» (7).

Poi, invece, queste “positività” sembrano passare nel
dimenticatoio, per dare ampio spazio a “negatività” sconcertanti. Dopo aver
parlato di «tanti odi e tante divisioni», ci si chiede: «Come annunciare il
Vangelo, in un’Africa segnata da odi, guerre e ingiustizie?». La risposta
offerta pare dimenticare la presenza di «segni di speranza per la rinascita di
un cristianesimo fecondo e dinamico e per l’avvento di società nuove»
menzionati all’inizio del documento. Di fatto, s’invita la chiesa «a cominciare
da capo, partendo da Cristo» (30).

Dopo 13 anni dal primo sinodo africano, l’Africa è certamente
ancora ai margini del mondo, specie in termini economici. Ma la situazione è
davvero tanto nera da avvertire il bisogno di dover “cominciare da capo”, come
se non ci fosse nulla di buono e come se il periodo post-sinodale sia stato del
tutto inutile?






























































































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Ultima modifica Venerdì 04 Aprile 2008 16:43
Stefano Blasi

Stefano Blasi

Esperto di Comunicazione
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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