Lunedì, 21 Agosto 2017
Lunedì 02 Giugno 2008 12:23

Claverie e i suoi compagni martiri

Valuta questo articolo
(0 voti)
Riuniti nella cappella della Maison diocesane di Algeri, dove a più riprese abbiamo celebrato l’Eucaristia dopo l’assassinio di numerosi nostri fratelli e sorelle, religiosi e religiose, lo scorso ottobre abbiamo aperto ufficialmente il processo diocesano di beatificazione delle nostre 19 vittime del terrorismo, uccise tra il 1994 e il 1996. Alcuni hanno esitato a prender parte a questo processo perché non volevano che i nostri fratelli e sorelle venissero separati dalle altre persone che sono state vittime della violenza negli stessi anni e nello stesso contesto della società algerina. Ma per noi è assolutamente evidente che, nel raccogliere le testimonianze e nella presentazione del «martirio» dei nostri fratelli e sorelle, non possiamo dimenticare di collocare il nostro sacrificio dentro la durissima prova sopportata da tutta la società algerina. E tuttavia, abbiamo pensato che era nostra responsabilità presentare alla Chiesa universale il sacrificio dei nostri fratelli e sorelle, nel contesto particolare di riconoscimento del loro martirio nel senso specifico che la Chiesa dà a questa parola. Ci è sembrato importante offrire alla fede di tutti i cristiani questa testimonianza: cristiani che hanno donato la loro vita per fratelli e sorelle musulmani, perché Dio ama tutti gli uomini e ci invia a comunicare questo amore a tutti.

Nel caso dei nostri 19 nostri fratelli e sorelle, si tratta certamente di una testimonianza di fede, dal momento che hanno scelto di restare in Algeria in risposta a una chiamata della Chiesa locale e delle loro congregazioni che li avevano mandati a incontrare, servire e amare altre persone che erano di confessione musulmana. Ma è soprattutto una testimonianza di carità dal momento che la ragione della loro fedeltà alla missione ricevuta in Algeria è stata innanzitutto la volontà di restare vicini al popolo algerino nell’ora del pericolo e di provare così un amore evangelico che supera ogni barriera tra gli uomini. Raccontando la parabola del buon samaritano, Gesù ci invita a «farci prossimo» di ogni uomo, quale che che sia la sua religione.

In un'epoca in cui molti cercano di contrapporre gli uomini gli uni contro gli altri, a motivo delle loro origini etniche, culturali o religiose, questa testimonianza di amore che oltrepassa tutte le barriere umane continua ad essere particolarmente attuale. È una testimonianza che vorremmo far riconoscere dalla Chiesa universale, per mostrare che un cristiano può offrire la sua vita anche per fratelli e sorelle non cristiani e, nello specifico, musulmani.

Ci è stato detto che decine di migliaia di algerini sono stati uccisi nello stesso periodo, spesso per azioni rimarchevoli di solidarietà con il loro popolo. Ciò è assolutamente vero ed è, del resto, la ragione per la quale la Caritas algerina ha trovato fondi per realizzare un film che mette in evidenza una quindicina di personalità musulmane che, nella città di Algeri, sono state vittime di quella stessa feroce violenza. Certamente noi desideriamo far conoscere la loro testimonianza, ma non possiamo presentarli come martiri in nome di Gesù e del suo Vangelo.

Nel gruppo dei nostri martiri, alcuni hanno avuto il dono di esprimere in maniera particolarmente efficace le loro motivazioni. L'hanno fatto a nome di tutti i loro fratelli e sorelle. Papa Giovanni Paolo II è stato impressionato dalla testimonianza di vita di Christian de Chergé e dal suo testamento al punto da avere fatto dipingere il suo volto in un affresco sul muro della sua cappella Mater Misericordiae. Secondo la tradizione della Chiesa cattolica, il nostro gruppo di fratelli e sorelle martiri verrà designato con il nome di mons. Pierre Claverie (dal momento che era vescovo) e dei suoi 18 compagni. Ma è chiaro che ciò che noi vogliamo presentare alla Chiesa è la fedeltà, nella loro vita e nella loro morte, di tutti i nostri fratelli e sorelle nella diversità delle loro vocazioni: religiose, religiosi preti e fratelli, missionari, monaci e un vescovo. È uno dei segni del loro martirio. Illustrano nella diversità delle loro vocazioni la missione della nostra Chiesa a «farsi prossimo» di coloro da cui avrebbe potuto restare lontana. «Se salutate solo i vostri fratelli che cosa farete di straordinario, visto che anche i pagani fanno lo stesso?».

di Henri Teissier
arcivescovo di Algeri
Ultima modifica Martedì 17 Giugno 2008 16:21
Stefano Blasi

Stefano Blasi

Esperto di Comunicazione
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

Iscriviti alla Newsletter per ricevere i nostri "Percorsi Tematici" e restare aggiornato sui migliori contenuti del nostro sito