Giovedì, 17 Agosto 2017
Domenica 22 Giugno 2008 20:09

QUALE DIALOGO CON CHI CI SFIDA?

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Islam / L’esperienza dei cristiani in Bangladesh

«Insomma, vuole spiegarci razionalmente la Trinità?». Sono stato invitato a presentare il cristianesimo ad un centinaio di studenti universitari musulmani a Dhaka. Sembrano ben disposti, e mi sento a mio agio finché un giovanotto m’interrompe sfidandomi con questa domanda. «Non sono Dio - rispondo - non posso  accontentarti. Nessun essere umano, nessuna religione può dare una spiegazione razionale di Dio». Il tipo lascia l’aula con un sorrisetto ironico, seguito da una decina di amici.

Terminata la conferenza, alcuni studenti si avvicinano per scusarsi. Parliamo cordialmente, e una ragazza si mostra sinceramente addolorata perché non sono musulmano: «Noi conosciamo e rispettiamo Gesù; perché anche lei non accetta Maometto come l’ultimo dei profeti? Il Vangelo stesso ha profetizzato la sua venuta». Spiego che secondo la nostra interpretazione di Giovanni 16, Gesù si riferisce alla venuta dello Spirito Santo...

Per la Chiesa che vive in Paesi a maggioranza musulmana si può parlare di vari tipi di «sfide». Qui faccio cenno soltanto ad alcune di quelle che il cristiano incontra nella vita quotidiana. Anche per un laico, le differenze teologiche non sono la sfida minore. «Sono stanca - mi confida un’insegnante - di sentirmi continuamente giudicata da colleghi e studenti su Gesù figlio di Dio, e perché non siamo monoteisti, mangiamo carne di maiale, crediamo in una Bibbia falsificata...».

Da un lato, siamo vicini perché l’islam conosce Gesù e lo rispetta. Dall’altro, il Corano menziona la Trinità, l’incarnazione e la morte di Gesù in croce, ma per affermare a chiare lettere che si tratta di falsità. Considera la dottrina sulla Trinità e sull’incarnazione come una violazione del monoteismo, e sostiene che Dio non può aver permesso che il suo profeta Gesù morisse sulla croce.

Ai musulmani viene insegnato che la Bibbia è stata manipolata e la parola di Dio distorta, perciò i cristiani o sono ingannatori, o sono ingannati. Normalmente non sentono il bisogno di conoscere la nostra fede: il Corano, rivelazione ultima e perfetta, contiene la verità e tutto ciò che occorre sapere per vivere bene, ottenere il paradiso dopo la morte, e anche per rapportarsi con gli altri, cristiani compresi. L’islam offre «a complete code of life», un codice di vita completo che risolve tutti i problemi religiosi, sociali, familiari, politici, economici di ogni tempo. Il moderno approccio critico alla Bibbia e al concetto di rivelazione, che la Chiesa cattolica ha fatto propri, sono ben lontani da come loro accolgono il Corano e la rivelazione. Usiamo le stesse parole, ma il significato è diverso.

Come vivere circondati da questa mentalità che pervade non tutti, ma molti? L’atteggiamento di sfida - a volte arrogante - che alcuni musulmani hanno, non dovrebbe condurci alla disputa. La Trinità, la divinità di Cristo e la croce dovrebbero essere argomento di vita più che di conflitto.

I primi cristiani sono arrivati a quello che è ora parte del nostro credo attraverso l’esperienza della profondità umana di Gesù, tale da «mostrare» il mistero di Dio in Lui; e attraverso la loro stessa esperienza di vita nello Spirito. Fu la riflessione sull’esperienza con Gesù e nella Chiesa a generare la dottrina: soltanto vivendo, per quanto possibile, quella esperienza possiamo realmente accettare la dottrina.
Giovanni Paolo II scrisse che il nostro programma per il terzo millennio «si incentra in Cristo stesso, da conoscere, amare, imitare, per vivere in lui la vita trinitaria, e trasformare con lui la storia fino al suo compimento nella Gerusalemme celeste» (Novo millennio ineunte, n. 29).

Siamo dunque chiamati a trasformare la storia «vivendo» la vita trinitaria, più che offrendone «prove razionali»; abbiamo bisogno, come dice l’enciclica, di una spiritualità della comunione che «significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi».La nostra non è la religione di un Libro, di una legge; è la religione nata da un Uomo che conosciamo e seguiamo nello Spirito Santo di Dio. Che la salvezza giunga attraverso la Croce è una «follia» rivelata ai piccoli, a coloro che sono aperti a Dio che è umile e ci ama, tanto da identificarsi con gli affamati, i prigionieri, gli infermi. La Chiesa non è la soluzione a tutti i problemi dell’umanità; è una comunione di persone che cercano Dio guidati dallo Spirito, seguendo la via di Gesù.

Restare fedeli a ciò che siamo può essere una scelta molto esigente. Qualche tempo fa ho chiesto ai miei studenti di islamologia di descrivere la loro esperienza di cristiani cresciuti in contesto a grande maggioranza musulmano. Sono bengalesi e tribali, provengono da villaggi dove vive gente semplice, con istruzione elementare o addirittura analfabeti.  Dai loro scritti emerge un quadro tutt’altro che roseo. Esprimono sentimenti contrastanti, ma a prevalere è il pessimismo.  I musulmani sono visti come persone che sanno poco della loro stessa storia e religione, eppure seguono ciecamente ciò che viene loro insegnato, senza porre domande. «Ripetono che l’islam è una “religione di pace”, ma nessuno si chiede perché siano in guerra ovunque». «Si sentono superiori, affermano che chi appartiene ad altre religioni è semplicemente khafir, pagano condannato all’inferno, non importa se buono e onesto oppure no…».
Alcuni miei studenti hanno l’idea che «non rispettano le loro donne, e tanto meno le nostre». Una giovane suora: «Nei nostri villaggi abbiamo un detto: “Il tamarindo non è dolce e i musulmani non sono ospiti”. Significa che non ci si può fidare: come non trovi un tamarindo dolce, così non trovi musulmano che sia vero amico». Questo sospetto, che spesso è paura, è vero specialmente per le famiglie che hanno figlie femmine. Quando un musulmano desidera una ragazza cristiana, la famiglia è quasi impotente: la comunità musulmana farà di tutto per avere la ragazza, che sarà «perduta» per i cristiani. D’altro canto, se un cristiano desidera una ragazza musulmana, la comunità cristiana può andare incontro a grossi guai.

La lista delle lamentele è lunga: «Sono duri, educano i loro figli a essere molto rigidi nel seguire le regole religiose, ma anche nel trattare con il prossimo... Spesso nei sermoni del venerdì lanciano accuse e false informazioni sulle altre religioni...». Nella minoranza cristiana predomina un senso di amarezza e frustrazione, convinti che non si possa mai avere giustizia quando si ha a che fare con un musulmano.
Non c’è da stupirsi che molti cristiani adottino un atteggiamento difensivo e cerchino di creare un ghetto chiudendosi il più possibile: «Il tamarindo non è dolce, i musulmani non sono ospiti». Da quando sono nati, i miei studenti sentono cinque volte al giorno, tutti i giorni, il richiamo islamico alla preghiera rovesciato su di loro a tutto volume da altoparlanti piazzati in ogni angolo, eppure nessuno si chiede quale sia il significato di quelle parole arabe. Non se lo chiedono i cristiani, perché quelle parole non li riguardano, sono un fastidio da subire fatalisticamente; non se lo chiedono i musulmani, per i quali sono un ordine cui obbedire ciecamente, senza bisogno di capire.

Tuttavia queste esperienze amare e la paura lasciano spazio, negli scritti dei miei studenti, alla sorpresa di alcune «eccezioni». Può trattarsi di una famiglia musulmana gentile che abita vicino; può essere un bravo insegnante, un amico, perfino qualcuno che ha affrontato l’ostilità della propria comunità per difendere i diritti di un cristiano... «Un imam ha infranto alcune delle mie idee negative. Guidava la preghiera e insegnava islam nella nostra scuola. Mi chiamava spesso abba per esprimere il suo affetto rispettoso. Ero l’unico cristiano della scuola, perciò non c’erano lezioni di cristianesimo, e per completare gli studi dovevo seguire il corso sull’islam. Mi aiutò molto e non mi invitò mai a convertirmi. Quando confidai il mio desiderio di diventare prete e di vivere il celibato, mi incoraggiò con calore...».

La sfida per la Chiesa è quella di prendere queste «eccezioni» sul serio, come segni da interpretare. Più ci isoliamo, meno riusciamo ad avere una percezione reale della società islamica; più siamo aperti e comunichiamo, più troviamo persone di buona volontà e fede sincera con cui poter interagire. Potremmo perfino scoprire che quelle «eccezioni» non sono, dopo tutto, tanto eccezionali…

Non dobbiamo essere ingenui: comprendo, ad esempio, la paura di genitori cristiani le cui figlie possono essere desiderate da ragazzi musulmani e quindi (non sempre, ma spesso) private della loro libertà. Tuttavia sono certo che esistono occasioni per tutti di avere relazioni sincere con musulmani onesti e disponibili. Potrà trattarsi di un’esperienza nuova per entrambe le parti, in alcuni casi sfocerà in una delusione, ma in molti altri sarà una reciproca scoperta di «mondi sconosciuti», e una base su cui costruire un futuro in cui le minoranze potranno sentirsi a casa nel loro stesso Paese, cosa che oggi spesso non avviene.

La sfida è ancora più seria in Paesi in cui, diversamente dal Bangladesh, non soltanto la gente comune, ma anche la Costituzione e la legislazione privano le minoranze di alcuni diritti. È noto a tutti che alcuni Paesi, in Asia e Africa, sono sotto pressione perché si introduca la sharia per tutti, affidando a tribunali religiosi la giustizia civile e penale. La libertà di conversione dall’islam è un tema scottante, come hanno dimostrato le polemiche di queste ultime settimane.

Purtroppo, non si può dire che questa situazione sia un retaggio del passato, destinata a cambiare in meglio, perché il fondamentalismo sembra piuttosto in crescita. In alcuni casi, le leggi «liberali» esistenti sono considerate un’imposizione dell’Occidente decadente e corrotto. L’islam - si sostiene - sa quel che è bene per l’umanità e come rispettare «i veri» diritti umani, compresi i diritti delle minoranze alle quali conferisce uno status speciale.

Questa tendenza potrebbe dimostrare che le società islamiche sono spaventate; potrebbe essere un segno di debolezza. Tuttavia, quando la Chiesa si trova di fronte a queste situazioni, sperimenta una dolorosa condizione di ingiustizia. In certi casi non c’è altra soluzione se non portare la croce in silenzio, perché anche la libertà di parola è stata soppressa... In altri casi è possibile una reazione pacifica ma chiara e aperta, come in Pakistan, Indonesia e altrove. La Chiesa, al fianco di molti musulmani di mentalità aperta, dovrebbe fare tutto il possibile perché i suoi diritti e quelli dei poveri siano rispettati.

Infine, vivere come cristiani in Paesi musulmani dovrebbe richiamarci a un rinnovato impegno all’ecumenismo. Ci presentiamo tradizionalmente come cattolici, battisti o evangelici, e sembriamo considerare le nostre divisioni più importanti del fatto stesso di essere cristiani. Non testimoniamo unità, ma una reciproca sfiducia. In un recente seminario sull’ecumenismo, tenutosi a Dhaka, ai partecipanti è stato chiesto perché l’ecumenismo è importante per la Chiesa in Bangladesh. Molti hanno risposto: «Per la nostra sopravvivenza. Uniti, possiamo sperare di avere diritto di parola in questa nazione, divisi no».

Non si tratta di volere a tutti costi dimostrare un’unità che non abbiamo. È un invito di Dio a renderci conto che siamo prima di tutto discepoli di Cristo, il quale è venuto per superare divisioni e odio, e per unire tutto e tutti per mezzo della sua croce. Portare la croce testimoniando l’incarnazione attraverso un amore attivo, e vivere la Trinità che ci porta a essere uno, sono - a mio parere - le principali sfide per i cristiani nei Paesi musulmani.

di Franco Cagnasso
Missionario del Pime a Dhaka
Mondo9 e Missione / Maggio 2008
(la versione originale dell’articolo è apparsa su World Mission, mensile dei Comboniani di Manila)


I passi
Vaticano-138: nasce un Forum


Non senza difficoltà, ma comunque  continua il dialogo tra la Santa Sede e il mondo musulmano avviato dalla lettera indirizzata da 138 saggi islamici alla fine del mese di Ramadan (cfr M.M., gennaio 2008, p. 41). Il 4 e 5 marzo si è svolto in Vaticano un incontro tra cinque rappresentanti dei 138 e il Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Il frutto è stata la decisione di istituire il Forum cattolico-islamico, un organismo destinato a dare continuità a questo dialogo. È stato anche stabilito che il primo seminario di questo Forum si terrà a Roma dal 4 al 6 novembre e vedrà la partecipazione di 24 esponenti religiosi per parte che saranno ricevuti in udienza dal Papa. Due i temi al centro della discussione: «Fondamenta teologiche e spirituali» e «Dignità umana e rispetto reciproco». Con la scelta di istituire un Forum permanente, il Vaticano ha scelto di considerare i 138 un punto di riferimento importante. La stessa polemica seguita al battesimo di Magdi Cristiano Allam, ne ha offerto una conferma indiretta. Uno dei cinque islamici ricevuti in Vaticano, il professore giordano Aref Ali Nayed, ha inviato una nota in cui «senza mettere in dubbio la volontà di continuare il dialogo» esprimeva delle critiche. A questo testo ha risposto il direttore della Sala stampa vaticana padre Federico Lombardi. Difendendo le ragioni della scelta di battezzare Allam in San Pietro. Ma aggiungendo anche che Nayed «è persona con cui vale sempre la pena di confrontarsi lealmente».

(g.b.)
Ultima modifica Sabato 28 Giugno 2008 23:35
Stefano Blasi

Stefano Blasi

Esperto di Comunicazione
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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