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Mercoledì 22 Dicembre 2010 23:27

Un cuore per l’Abissinia

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San Giustino De Jacobis (1800-1860)

II 31 luglio 1860, dopo molte sofferenze e persecuzioni, moriva di febbri tropicali, sul ciglio della strada per Halai, nella valle di Alighedien, Giustino de Jacobis, il padre della chiesa cattolica di Etiopia ed Eritrea. Fu un precursore dell'inculturazione.

Settimo dei 14 figli di una famiglia di San Fele (Potenza), Giustino è ordinato sacerdote a Brindisi nel 1824. Membro della Congregazione della Missione di san Vincenzo de Paoli, svolge il suo primo ministero a Monopoli e Lecce. Nel 1936 è a Napoli come formatore dei novizi lazzaristi. Scoppia il colera e Giustino rischia la vita curando i malati.
Nel 1838, il card. Filippo Fransoni, prefetto della Congregazione per la Propagazione della Fede, in visita a Napoli, incontra Giustino e gli parla dei bisogni della missione in Abissinia (oggi Etiopia ed Eritrea). Il lazzarista si dice pronto a partire, a condizione che i superiori siano d'accordo. Ottenuto il loro assenso, si reca a Parigi per pregare sulla tomba di san Vincenzo de Paoli.
Nel maggio 1839 s'imbarca a Civitavecchia con altri quattro confratelli. Fanno scalo a Malta, Nasso (Grecia) e Alessandria d'Egitto. Il 13 ottobre, giungono al porto di Massawa, da dove proseguono per Adua, nel Tigré (o Tigray), dove sono accolti da padre Giuseppe Sapeto, fondatore della missione.
Da subito, Giustino si fa discepolo del popolo abissino, delle sue tradizioni culturali e religiose. Non è giunto nel nulla, ma in una chiesa fondata nel 4° secolo e ben integrata nel contesto socio-culturale locale. Studiare per conoscere gli usi e i costumi sarà una costante del suo metodo missionario per tutti i 21 anni della sua presenza in terra abissina.
Comincia dalla lingua, o meglio, dalle lingue. Perché dopo aver imparato francese, apprende l'arabo e altri vari idiomi, pur non avendo il dono delle lingue. Non le parlerà mai perfettamente: i superiori, francesi, continueranno a definire «detéstable» il suo francese. Ma vi si applica con impegno e costanza.
Senza l'aiuto di grammatica e vocabolario, si consacra all'apprendimento dell'amarico — «la dotta lingua della mia seconda patria» — e del tigre. Lo studio di una lingua nuova va sempre di pari passo con quel fenomeno di assimilazione culturale che richiede una vita intera, perché si tratta di una "rinascita interiore" a valori e realtà che la lingua esprime. Allo studio del ge'ez, la lingua sacra e liturgica dell'Abissinia, indispensabile per capire i testi dell'antica tradizione teologica della chiesa ortodossa etiopico-abissina, dedicherà il meglio dei suoi sforzi. Sarà p. Lorenzo Bianchieri, che gli succederà nella direzione del vicariato apostolico, a completare un lungo e delicato lavoro di traduzione di testi, quali il catechismo (quello del card. Roberto Bellarmino) e vari trattati di teologia dogmatica e morale.

Povero e itinerante

Fin dal suo arrivo, benché provvisto delle facoltà normalmente concesse a un prefetto apostolico indipendente da vicariati, Giustino adotta un basso profilo. In questo, si discosta dalla metodologia dei missionari gesuiti, che, due secoli prima, avevano preferito stabilirsi alla corte dell'imperatore a Gondar per rivolgersi soprattutto agli intellettuali del paese. Lo scopo è di non urtare la suscettibilità della chiesa ortodossa autoctona, più che mai gelosa del suo primato. Antonio Furioli, comboniano, nel suo voluminoso Vangelo e testimonianza — L'esperienza di san Giustino de Jacobis in Abissinia (San Paolo, 2008), scrive: «Una caratteristica qualificante la sua metodologia missionaria fu quella di mantenersi lontano dai centri di gestione del potere e dalle città importanti per l'impero dal punto di vista della cultura o della religione, preferendo gli anonimi villaggi isolati, le aree rurali depresse del paese, popolate solo dai poveri e dagli umili». E cita il Diario di Giustino: «Faccio tutto questo per godere della santa indipendenza di cui hanno bisogno i missionari di Gesù Cristo».
Giustino non intende installarsi in un centro da cui emanerà la fede e verso cui la gente convergerà. Sceglie, invece, uno stile di vita missionaria da itinerante, sull'esempio dei primissimi missionari dell'era cristiana, che si consideravano «stranieri e pellegrini» (1 Pt 2,11), cioè temporaneamente residenti tra gli uomini. A questo stile Giustino rimarrà fedele fino alla morte. Con la sua tenda, gira per i villaggi, spostandosi in continuazione, «a piedi, nudo nella testa, coperto di un vecchio abito nero», con un bastone in mano, trovando riparo «nelle grotte in compagnia dei pastori e delle greggi».
Sono spostamenti che recano molto disagio quelli dell'abuna Ya'eqob Maryam (come viene subito ribattezzato dalla gente, per la sua venerazione alla Vergine) in un paese attraversato da catene montuose e sconfinati altopiani con foreste e deserti. Gli sembra questo «il modo migliore per raggiungere il maggior numero possibile di luoghi e persone». Annota: «Per portare il Vangelo a tutti e nei luoghi più disparati e impervi, ci mettiamo in cammino a piedi, defaticati dal digiuno e dalla malattia. La strada per le montagne, che presentavaci a montare ed a discendere per le impraticate foreste, per l'ardente deserto, non potea essere più terribile».
Quello che gli importa è incontrare i poveri, gli umili, i diseredati, coloro dei quali nessuno si è mai curato. Li vuole incontrare nella loro vita quotidiana. Intende essere missionario dell'incontro, del dono, della ricerca del dialogo. Ed è sempre lui ad andare verso la gente. Anche se sarà costretto, a volte, a rinunciare: «Fui esortato a visitarli. Ma io, che non mi sentiva di avere il piede bastantemente sicuro per camminare come le salamandre sui precipizi per visitarli, mi scusai bellamente di farlo». Questa itineranza - per tutto l'anno, in ogni momento del giorno o della notte, in qualsiasi situazione e clima - che traduce una situazione di emergenza permanente, d'insicurezza personale, diviene anche la sua arma migliore per sopravvivere all'ostilità di chi lo contrasta con tanto accanimento (come l'abuna Salama), educandosi giorno dopo giorno al distacco e al provvisorio.
Nel suo voler essere abissino in tutto, fa suo anche il modo di vestire degli ecclesiastici locali: “Un'ampia camicia bianca, con dei pantaloni larghi ed ugualmente bianchi. Piedi nudi, un turbante bianco in testa e su tutto un amplissimo mantello ancora bianco. Io sono vestito a questa maniera”. Anche da vescovo non muterà stile di vita e modo di vestire.
E il vicario apostolico delle popolazioni galla, mons. Guglielmo Massaja, inviato da Roma, a far capitolare l'irremovibile abuna Ya'eqob davanti alla volontà di Roma di farlo vescovo. L'ordinazione di Giustino a prefetto apostolico di Abissinia avviene l'8 gennaio 1849, in una casa presa in affitto. Bisogna che la cosa non dia nell'occhio. E Giustino non vestirà mai da vescovo occidentale: per lui il vestire "da abissino" dice accettazione dei valori e del modello sociale, culturale e religioso del popolo cui si sente inviato e con cui si identifica.
Si concede una sola deroga alla radicale povertà evangelica: cavalcare un mulo, il solo mezzo di trasporto celere e confortevole nell'Abissinia dell'Ottocento. Ma la mula che si decide a comperare gli serve soprattutto per il trasporto del materiale utile alla missione e di quanti, soprattutto anziani o ammalati, ne abbiano bisogno.

Processo graduale

Il problema del personale ha sempre accompagnato la storia della missione. Anche Giustino si dà da fare per avere collaboratori. Riuscirà ad averne sei in tutta la sua vita missionaria, praticamente uno ogni tre anni! E non potendo vivere di promesse di missionari che mai arrivano, è obbligato a trovare una soluzione in loco. Comincia così a vedere qualità e capacità la dove prima nessuno ci aveva fatto caso. Capisce che solo un clero indigeno può garantire un cristianesimo autenticamente abissino. Nelle direttive di Propaganda Fide, dichiaratamente in favore del clero indigeno e della fondazione di una chiesa locale, trova un incoraggiamento a osare.
Non è solo una questione di lingua, ma anche di cultura, di religione e di storia di un determinato popolo: solo tenendone conto, sarà possibile annunciare la Buona Novella. E gli viene facile riconoscere che i tre preti cattolici abissini che lavorano con lui «fanno più di tutti noi altri europei». Non sono trascorsi sei anni dal suo arrivo in Etiopia, che già pensa al seminario per preparare il clero locale.
Il suo amore di pastore farà dell'esigente formazione dei preti la priorità assoluta. E se, all'inizio, la formazione non può non ripetere i modelli formativi praticati in Europa, a poco a poco questa diventa "abissina", a partire dallo studio della lingua sacra e dei dotti, it ge'ez, del canto ecclesiastico e della liturgia. Vuole che lo stile di vita dei preti sia sobrio ed essenziale, per essere in sintonia con la realtà sociale ed economica del paese. Per loro prevede una sorta di vita comunitaria, così da prevenire i mali dell'isolamento e garantire una formazione che sia permanente. E dà loro fiducia, assegnando loro la responsabilità della gestione del vicariato. A loro ricorre anche per la confessione e il conforto spirituale. Non sorprende che, al momento della morte, sarà attorniato dai suoi preti.
Questo processo di maturazione avviene gradualmente. All'inizio, figlio del suo tempo, esprime giudizi negativi sugli abissini («massa di completa ignoranza», «poveri selvaggi»). Ma, presto, passa a una stima sincera e parla dei «vantaggi dell'indole, dell'ingegno, del carattere naturale di cui gli abissini ne sono a dovizia dotati», per giungere a una vera ammirazione: «Un gran popolo di ottima indole, che propongo all'imitazione di altri popoli». Un giorno, rivolgendosi a loro, dirà: «Voi siete i padroni della mia vita, perche Iddio mi ha dato questa mia vita per voi... Voi siete adesso i miei amici, i parenti miei, i miei fratelli e le mie sorelle».
In un contesto caratterizzato dalla presenza della chiesa copta abissina, de Jacobis non può non affrontare problema del sacerdozio uxorato, così come è stato vissuto nella storia e nella tradizione orientale. Secondo questa tradizione, il candidato prete può prender moglie solo dopo l'ordinazione diaconale. Giustino finirà per scrivere al Prefetto di Propaganda fide per sapere «se i matrimoni contratti per ignoranza della disciplina orientale dagli ecclesiastici di già ordinati diaconi, debbiansi tenere per invalidi». E ancora: «Un paese nel quale quasi tutti sono fin dall'infanzia diaconi, sarebbe non solo un giogo insopportabile a molti la continenza; il volerli obbligare sarebbe dappiù grande ragione di scandali». De Jacobis è cosciente che «la peculiarità abissina» richiede il coraggio di sperimentare vie nuove, tra cui la possibilità di una libera scelta, non imposta, del celibato. E’ vero che Roma non risponderà mai come egli vorrebbe, ma il suo comportamento e il suo scrivere testimoniano della sua grande stima per il sacerdozio uxorato, e non come ripiego per chi non riesce ad esser celibe, ma perché i valori dell'amore sponsale, della famiglia, dell'indissolubilità e del lavoro siano testimoniati in tutti gli strati sociali.

Donne indispensabili

Giustino usa la stessa sensibilità e voglia di capire nei contatti con la chiesa ortodossa che guarda la chiesa cattolica con sospetto e diffidenza. Al clero ortodosso consacra tempo ed energie, senza risparmiarsi. Ha un'attenzione particolare con il monaco Gabra Mika'el, che, strenuo ricercatore della verità, finirà con l'approdare alla fede cattolica e, per questo, subirà persecuzioni, fino a morire in carcere nell'agosto 1855, protomartire della chiesa cattolica in Abissinia.
Vuole dialogare e tessere relazioni con tutti. Ascoltare e accogliere l'altro e per Giustino parte, integrante del suo essere missionario. E’, si, radicalmente cattolico romano, ma ancor più amante della verità, e sa che questa si trova in parte anche negli altri. Sogna di avere presto un'Abissinia tutta cattolica, anche se questo non dovrà annullare la tipicità della liturgia e della tradizione della chiesa autoctona, con il suo rito, il suo canto sacro, il suo anno liturgico, i suoi libri e la sua tradizione religiosa antichissima. Questo tesoro è per Giustino un patrimonio di valore inestimabile, non solo per la chiesa, ma anche per il paese. Ai suoi preti prescrive l'uso del ge’ez: «Questo sarà determinante per il futuro della chiesa cattolica abissina».
De Jacobis crede anche che l'evangelizzazione non è opera riservata ai maschi, ma compito di tutto il popolo di Dio. Considera la presenza della donna missionaria «indispensabile, in Abissinia più che in ogni altro paese del mondo». Solo le missionarie, infatti, riescono a penetrare il mondo segregato e isolato della donna africana, precluso agli uomini. Giustino farà di tutto per avere le Figlie della carità (il ramo femminile dell'ordine di San Vincenzo de Paoli), minacciando addirittura di andare lui stesso «a prenderle con la forza, se non me le mandassero». Ma non le vedrà mai all'opera nel suo vicariato. Anche perché, mentre lui non vi vede alcun ostacolo insuperabile, mons. Massaja sarà contrario alla presenza delle suore per ragioni di sicurezza. Commenta A. Furioli: «Giustino dovrà accontentarsi di dare in esempio alle prudenti vergini europee le vergini abissine, eccezionali per la loro virtù e saggezza». Esemplari anche le spose e le mamme abissine. Prima tra tutte, Weizero Lemlem, la sola donna incarcerata (con il figlio di 5 mesi) assieme agli altri confessori della fede, tra cui spicca abba Gabra Mika'el.
A 150 anni dalla sua morte, la memoria di de Jacobis è ancora molto viva in Eritrea ed Etiopia. Dopo san Frumenzio, l'antenato nella fede cristiana, i cattolici eritrei ed etiopici considerano san Giustino de Jacobis (canonizzato da Paolo VI il 26 ottobre 1975) il loro nuovo padre nella fede, perché, attraverso la sua instancabile attività di evangelizzatore, ha fatto rinascere la chiesa cattolica nella loro terra.

di Elio Boscaini
Nigrizia luglio-agosto 2010

Ultima modifica Venerdì 21 Gennaio 2011 17:02
Stefano Blasi

Stefano Blasi

Esperto di Comunicazione
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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