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Sabato 01 Gennaio 2011 16:09

Nubia, alle radici della fede

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Comboniani
Padre giovanni vantini (1923-2010)

È morto il 3 maggio scorso. Aveva 87 anni, di cui 58 trascorsi a Khartoum, in Sudan. Una vita spesa sui libri e scavando nella sabbia del deserto alla ricerca di vestigia di antichi regni cristiani. Ma lui teneva a precisare: «Non sono un archeologo: sono un missionario». Con un pallino, però: lo studio dell’antica Nubia cristiana. Tanto da diventare un’autorità mondiale sull’argomento.

 

Nato a Villafranca di Verona il 1° gennaio 1923, Giovanni Vantini è ordinato sacerdote nel 1947 ed è subito assegnato al Nord Sudan. Va due anni in Libano per imparare l'arabo e nel 1949 raggiunge Khartoum. Insegna nelle scuole fondate e gestite dai comboniani e assiste il parroco della cattedrale. I cattolici non sono molti, e quasi tutti non africani: siriani, maltesi, palestinesi, libanesi, italiani, francesi, inglesi... C'è soltanto uno sparuto numero di sudanesi, discendenti dei neri battezzati da mons. Comboni.
Nel 1953 finisce il condominio anglo-egiziano in Sudan e Khartoum ottiene un regime di autogoverno. Si parla d'indipendenza e il vescovo Agostino Baroni, desideroso d'influenzare positivamente il nuovo corso con principi sociali cristiani, decide di aprire un giornale. «E pensa a me come direttore - scrive p. Giovanni in alcune sue note biografiche, che mi darà molti anni dopo -. E così, nel 1954, sono a Londra per un corso di giornalismo. Torno alla fine dell'anno seguente. Il 1° gennaio 1956, giorno dell'indipendenza del Sudan, pubblico il primo numero di Assalam ("pace"), un quindicinale che tira subito 2.500 copie».
Intanto nel sud è scoppiata la guerra civile, che si protrarrà per 16 anni. Decine di migliaia di sud-sudanesi cercano rifugio al nord. «Masse innumerevoli di spiantati, diseredati, bisognosi di tutto. Noi cerchiamo di accoglierli e aiutarli. Con me c'è fr. Michele Sergi: anche lui, come me, pensa che ci sia lavoro per noi. Fondiamo centri d'incontro, subito chiamati "Sergi Clubs". La sera, terminato il lavoro, uomini, donne, giovani e bambini vengono a frotte per frequentare corsi di inglese, arabo, matematica ... Diamo inizio anche al catecumenato: i più non sono cristiani. Ogni anno impartiamo 80-100 battesimi. Dopo lo scoppio della seconda guerra civile, nel 1983, i catecumeni "sudisti" diventeranno migliaia. Nella nuova parrocchia di Omdurman arriveremo a battezzare 700-800 adulti ogni anno. Così, sparita nel 1956 la comunità cattolica bianca, con il trascorrere degli anni ci troviamo con una nuova fiorente chiesa nera... in terra islamica. Al punto che, quando, nel febbraio 1993, Giovanni Paolo II visita Khartoum e celebra l'Eucaristia in onore della beata Giuseppina Bakhita nella Green Square della capitale, si trova di fronte un milione di sud-sudanesi cattolici».
Una chiesa trapiantata? «All'apparenza sì. In verità, questi cristiani non sono del tutto stranieri in Nord Sudan. Per quanto possa apparire strano, il cristianesimo s'era stabilito in questo paese molto prima dell'arrivo dell'islam. Dal 500 al 1400, la fede cristiana era fiorita lungo la valle del Nilo, a nord di Khartoum, dando vita a tre grandi regni cristiani».
Le prove? «Ci sono, eccome! Sono apparse a migliaia da quando, nel 1958, l'Unesco lanciò un appello al mondo intero perché intervenisse prontamente a salvare i monumenti dell'Antica Nubia, destinati a sparire per sempre sotto le acque del grande lago artificiale che si sarebbe venuto a creare a monte della nuova superdiga progettata dall'Egitto».

Sotto le dune...

A Pasqua del 1959, p. Vantini è a Wadi Halfa, una delle zone destinate a essere allagate. Gli è stato chiesto di visitare la piccola comunità cattolica, rimasta senza prete. «Per caso, mentre gironzolo per il mercato, incontro alcune signore bianche, venute in città a fare spesa. Mi salutano, mi chiedono cosa faccia lì... e m'invitano a visitare i siti dove i loro mariti stanno scavando. Accetto prontamente. Osservo, prendo foto, interrogo gli esperti e annoto tutto sul mio quaderno. Di ritorno a Khartoum, scrivo ogni cosa sul Assalam. È la prima volta che i sudanesi leggono dell'esistenza di questi reperti archeologici. Scrivo articoli pure per Nigrizia, perché anche il resto del mondo lo sappia».
La missione archeologica polacca, diretta dal professor Kazimerz Michalowski, si vede assegnare il "sito di Faras", dal nome dell'antica capitale del regno di Nobadia, e, tra le altre cose, scopre sotto le dune una cattedrale cristiana, le cui pareti sono ricoperte di oltre 150 pitture murali, alcune di incantevole fattura e ancora in ottimo stato. Dopo la cattedrale, emergono altre chiese, anch'esse abbellite da affreschi, meno numerosi, ma pur sempre interessanti.
Nel 1966, dopo un nuovo appello dell'Unesco, l'Università di Roma decide d'inviare una sua spedizione archeologica nella Nubia. Il Vaticano offre un contributo finanziario, ma chiede la presenza di un sacerdote. «Si dà il caso che in Vaticano ci sia un monsignore che è abbonato a Nigrizia e legge i miei articoli. S'informa su chi sia l'autore, e mi vedo arrivare una lettera in cui mi si chiede di aggregarmi alla spedizione dell'Università di Roma. Dal '66 al '70 partecipo direttamente agli scavi». La missione italiana porta alla luce una chiesetta di 10 x 9 metri, con 31 pitture murali, alcune molto ben conservate.

 

... un seme sepolto

Tra uno scavo e l'altro, p. Giovanni decide di raccogliere tutto quanto è stato scritto sull'argomento dagli antichi autori. Inizia a visitare le più note biblioteche d'Europa e del Medio Oriente. Un giorno, in uno scantinato dell'università di Khartoum, s'imbatte in un armadio pieno di antichi volumi. «Lo apro e mi trovo davanti a tomi enormi, zeppi di documenti antichissimi e corredati di mappe: coprono il periodo che va dai geroglifici fino al 1550. Li leggo uno dopo l'altro, decifrando pagina dopo pagina e ricopiando ogni cosa che riguarda l'Antica Nubia». Riempie oltre 3.000 fogli di protocollo con passi di autori arabi, siriaci, etiopici, copti, ebraici, e altri ancora.
Alla fine del 1969, a Essen, Germania, si celebra la prima conferenza sugli studi nubiani. P. Vantini è invitato a tenervi una lezione. «L'argomento assegnatomi è il viaggio compiuto da un re nubiano a Baghdad. In alcuni studi storici si fa accenno a quel fatto. Io però sono in possesso di rapporti dettagliati su quell'impresa diplomatica, scritti in arabo e siriaco». Tra le risoluzioni finali della conferenza figura la necessità di preparare un repertorio di tutti i testi antichi riguardanti l'Antica Nubia. E il padre: «Se intendete dire testi scritti da storici, io li avrei già pronti».
Ha inizio un periodo di lavoro frenetico di pubblicazioni: The Excavations at Faras. A Contribution to the History of Christian Nubia (Emi, Bologna, 1972) e Oriental Sources Concerning Nubia (Warszaw/Heidelberg: Akademie der Wissenschaften, 1975). «Ed entro, così, nel ristretto circolo degli addetti ai lavori. Ma il mio scopo non è "archeologico": io sono ben piantato nel presente. Intendo mostrare che i sudanesi che battezzo non sono "fuori luogo". Il governo di Khartoum vorrebbe imporre la legge islamica (shari'a) su tutto il paese e presenta l'apparizione e ascesa del Mahdi ("l'inviato") e dei suoi immediati successori negli anni 1880 come fondamento storico per una tale decisione. Eh no! La fede cristiana ha qui radici molto più antiche dello stesso islam».
Pubblica anche tre testi divulgativi in cui raccoglie le conclusioni dei suoi lunghi studi: in arabo, Ta' rikh al-masihiyya fi-l maàlik al-Nubiyya al-Qadima wa-l- Sudan al-hadith (Khartoum, 1978); in inglese, Christianity in the Sudan (Emi, Bologna, 1981); e in italiano, Il Cristianesimo nella Nubia antica (Museum Combonianum, 1985).
Dopo il 1964, quando non è più possibile scavare a Wadi Halfa, gli archeologi si spostano nel luogo dove un tempo sorgeva la capitale del regno cristiano di Makuria, noto come Dongola. «Qui sono state rinvenute altre chiese e una miriade di importanti reperti. Negli anni 1990 è stata trovata una casa privata con i muri coperti di dipinti cristiani. Nel 1993 è stata la volta di un monastero, con cimitero e ospizio per pellegrini, anche quest'ultimo tutto istoriato. Simili scoperte confermano la mia convinzione: l'avvento dell'islam in Sudan ha, sì, sepolto sotto spesse coltri di sabbia le vestigia gloriose di antiche chiese cristiane, ma l'odierna comunità cristiana di Khartoum può dire che quel seme sepolto non è morto invano».
Metà dei reperti e dei dipinti ritrovati dalla missione archeologica polacca è conservata al Museo di Varsavia; l'altra metà è esposta al Museo nazionale di Khartoum, in una sezione speciale dedicata ai regni cristiani dell'Antica Nubia. «Curo con amore la creazione di questa sezione del museo. E lì, lungo gli anni, conduco migliaia di persone: cristiani, catecumeni, alunni, studenti, universitari. Devono vedere con i propri occhi la verità: per dieci secoli, il Dio di Gesù Cristo è stato annunciato e creduto in Sudan. È necessario che percepiscano la continuità di questa presenza di Cristo, in modo tale da non soccombere alla tentazione di accettare che, con l'avvento dell'islam, tutto sia andato perduto. E dico loro che sono gli eredi di questa presenza, anche se sepolta e nascosta, e che bisogna farne continua memoria».
Anche se ormai anziano, è sempre molto impegnato nell'insegnamento al Comboni College e in vari dipartimenti dell'università della capitale. «Sento come dovere preparare i futuri maestri cristiani. Molti sono del sud e torneranno là, una volta ristabilita la pace in quelle regioni. Ma è anche motivo di profonda emozione ricevere la visita di universitari musulmani che mi chiedono consigli su come impostare le loro tesi di laurea sul passato del Sudan. Spero che le indicazioni e i suggerimenti che do loro li aiutino ad aprire gli occhi sulla vera storia del loro paese. Anche questo è fare missione. O no?».

 

Il dito di Dio

Nel 2005, p. Vantini pubblica La Missione del Cuore - I comboniani in Sudan nel ventesimo secolo (Emi, Bologna). In 992 pagine, ripercorre l'intera storia comboniana nel paese, per lo più frutto della sua conoscenza diretta. Grazie al suo impegno nel mondo della scuola, in particolare al Comboni College di Khartoum, ha potuto accedere a una vastissima rete di contatti e di informazioni. Il risultato è la più completa storia dell'evangelizzazione del Sudan. Leggerla è sentire vibrare la missione, che è opera di Dio, ma anche frutto dei sudori di moltissimi comboniani e comboniane.
In chiusura del libro, scrive: «Ho cercato, per quanto possibile, di riportare le parole dei protagonisti, inquadrandole, ove necessario, nell'ambiente storico e geografico... Non ho inteso prestare loro i miei commenti. Esprimo soltanto il mio, che è questo: Digitus Dei est hic! ("Qui c'è il dito di Dio")».
Nel 2006, per motivi di salute, lascia il Sudan e si reca a Verona presso il centro malati dell'istituto. «Ma ho tanto lavoro da fare», mi dice, salutandomi. Gli ribatto: «Non è ancora ora di riposare?». E lui: «Se mi fermo, muoio». Tra un'operazione e l'altra, una terapia e un controllo medico, decide di preparare una nuova edizione in inglese di Christianity in the Sudan. Spiega: «È vero che esistono studi particolari concernenti le recenti scoperte, pubblicati su riviste specialistiche. Ma io desidero fare in modo che anche i non addetti ai lavori sappiano quanto si è trovato - e si sta tuttora trovando - sotto le sabbie del deserto sudanese».
Impara ad adoperare il computer. Quando è bloccato a letto, mi elegge suo "segretario". E allora i messaggi per lui arrivano a me. E scopro quanto sia stimato in tutto il mondo. Da Khartoum, il suo vecchio amico Mahmoud Abdou - membro di una confraternita sufi e già gestore di una nota libreria nella capitale, chiusa dal regime fondamentalista - lo sprona nel nuovo lavoro. In un messaggio diretto a me, scrive: «P. Giovanni, che ho sempre ammirato per la sua spiritualità, è certamente la persona che conosce più di chiunque altro al mondo la storia dell'Antica Nubia. Alcuni storici sudanesi hanno approfondito questo o quel periodo. La sua conoscenza, invece, spazia sull'intera storia nubiana. Tra gli storici occidentali, considero del suo calibro soltanto il polacco S. K. Jakobielski».
P. Vantini, ormai debole di vista, mi affida la pubblicazione del libro. Lui controlla ogni parola. Corregge ben cinque bozze. Che invia anche ad amici archeologi e studiosi perché commentino quanto scrive. Arrivano note dalle università di Khartoum, Spagna, Svezia, Canada, Polonia, Regno Unito.
Nel 2007, si unisce a me per una visita a Khartoum: «Devo consultare alcuni documenti che posso trovare solo là». Ci rimane un mese, sempre chino a decifrare antichi libri e manoscritti. Nel 2008 ha la gioia di essere invitato a Varsavia per una nuova conferenza sugli studi nubiani. Nel febbraio 2009, esce il nuovo libro: Rediscovering Christian Nubia (Edizioni Nigrizia, Verona).
«Ed ora, prepariamo l'edizione in arabo », mi dice. Altri nove mesi di lavoro. Testi e foto partono per Khartoum, dove un editore è pronto a pubblicare l'opera. Prime bozze, seconde bozze... Lui scalpita. Vuole che si faccia più in fretta. Arriva una e-mail da Khartoum: «L'editore desidera una foto di padre Vantini da mettere sulla quarta di copertina». Gli scatto alcune fotografie. Sceglie quella che gli pace. La spediamo. È il 30 aprile. Dice: «Ora penso che sia tutto finito». Il 3 maggio, muore.

 

di Franco Moretti
Nigrizia giugno 2010

Ultima modifica Sabato 01 Gennaio 2011 16:19
Stefano Blasi

Stefano Blasi

Esperto di Comunicazione
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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