Martedì, 17 Ottobre 2017
Giovedì 24 Febbraio 2011 22:09

Una svolta necessaria

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di Dichiarazione di teologi tedeschi

È passato più di un anno da quando sono stati resi pubblici i casi di abuso sessuale perpetrati su bambini e ragazzi da preti e religiosi nel collegio Canisius di Berlino. Un anno che ha gettato la Chiesa cattolica in Germania in una crisi senza precedenti. Il quadro che oggi appare è ambivalente: molto si è cominciato a fare per rendere giustizia alle vittime, affrontare l'ingiustizia e scoprire le cause degli abusi, del silenzio e della doppia morale nelle proprie fila.

Dopo lo choc iniziale, in molti cristiani e cristiane responsabili, con o senza incarichi ecclesiali, è cresciuta la consapevolezza della necessità di profonde riforme. L'appello ad un dialogo aperto sulle strutture di potere e di comunicazione, sulla forma del ministero ecclesiale e sulla partecipazione responsabile dei credenti, sulla morale e sulla sessualità, ha risvegliato attese, ma anche timori: si getta via un'opportunità, forse l'ultima, per superare la paralisi e la rassegnazione, evitando di affrontare i problemi o sottovalutando la crisi? Il tumulto che può suscitare un dialofo aperto e senza tabù può essere motivo di inquietudine, soprattutto a qualche mese dalla visita del papa. Ma l'altra soluzione, un silenzio di morte che deriverebbe dall'annientamento di tutte le speranze, non è accettabile.
La crisi profonda della nostra Chiesa richiede di discutere anche di quei problemi che a prima vista non hanno direttamente a che fare con lo scandalo degli abusi e con la loro decennale copertura. Come docenti di teologia, non possiamo più tacere. Sentiamo la responsabilità di contribuire ad un vero nuovo inizio: il 2011 deve diventare un anno di svolta per la Chiesa.
Mai come l’anno trascorso tanti cristiani hanno lasciato la Chiesa cattolica; hanno presentato all'autorità la disdetta della loro appartenenza o hanno trasformato in un fatto privato la loro vita di fede, per difenderla dall'istituzione. La Chiesa deve cogliere tali segnali per uscire essa stessa da strutture fossilizzate e riacquistare  forza vitale e credibilità.
Il rinnovamento delle strutture ecclesiali non sarà possibile restando in un angosciato isolamento dalla società, ma solo avendo il coraggio dell'autocritica e accogliendo impulsi critici, anche dall'esterno. Ciò fa parte delle lezioni dell'ultimo anno: la crisi degli abusi non sarebbe stata discussa in modo così deciso senza l'accompagnamento critico esercitato dall'opinione pubblica. Solo grazie ad una comunicazione aperta la Chiesa può riguadagnare fiducia. Solo se l'immagine che ha di sé e quella che gli altri hanno di lei non divergono, essa sarà credibile. Ci rivolgiamo a tutti coloro che non hanno ancora rinunciato a sperare in un nuovo inizio nella Chiesa e si impegnano in questa direzione. Facciamo nostri anche i segnali di svolta e di dialogo che alcuni vescovi hanno inviato in questi ultimi mesi in discorsi, prediche e interviste.
La Chiesa non è fine a se stessa. Ha il compito di annunciare a tutti gli uomini il Dio di Gesù Cristo che libera e che ama. Lo può fare solo se è essa stessa un luogo ed una testimone credibile dell'annuncio di libertà del Vangelo. Il suo parlare e il suo agire, le sue norme e le sue strutture – tutta la sua relazione con le persone dentro e fuori la Chiesa – derivano dall'esigenza di riconoscere e favorire la libertà degli esseri umani in quanto creature di Dio. Assoluto rispetto di ogni persona, attenzione alla libertà di coscienza, impegno per il diritto e la giustizia, solidarietà con i poveri e gli oppressi: questi sono i parametri teologici fondamentali, derivanti dall'impegno della Chiesa verso il Vangelo. Così si rende concreto l'amore per Dio e per il prossimo.
L'orientamento verso l’annuncio biblico di liberazione comporta un rapporto differenziato nei confronti della società moderna: per un verso, questa è più avanti rispetto alla Chiesa, quando si tratta di riconoscimento della libertà e della responsabilità dell’individuo; e questa può essere per la Chiesa un’occasione per imparare, come ha sottolineato il Concilio Vaticano II. Per un altro verso, la critica a questa società nello spirito evangelico è ineludibile, ad esempio quando le persone vengono giudicate solo in base alle loro prestazioni, quando la solidarietà vicendevole viene meno o quando la dignità degli esseri umani viene calpestata.
In ogni caso, vale quanto segue: l'annuncio di libertà del Vangelo costituisce il parametro per una Chiesa credibile, per la sua azione e per la sua immagine sociale. Le sfide concrete che la Chiesa deve affrontare non sono certo nuove. Ciononostante, non si riescono a vedere delle riforme orientate al futuro. Occorre portare avanti un dialogo aperto nei seguenti campi di azione.

  1. Strutture di partecipazione: in tutti i settori della vita ecclesiale la partecipazione dei credenti è la pietra di paragone per la credibilità dell'annuncio di libertà del Vangelo. In ottemperanza all'antico principio giuridico «Ciò che riguarda tutti, deve essere deciso da tutti», occorrono più strutture sinodali a ogni livello della Chiesa. I credenti devono essere coinvolti nella scelta di “rappresentanti ufficiali” importanti (vescovo, parroco). Ciò che può essere deciso localmente, deve esserlo. Le decisioni devono essere trasparenti. 
  2. Comunità: le comunità cristiane devono essere luoghi in cui le persone condividono beni spirituali e materiali. Oggi, però, la vita comunitaria si sta disgregando. Sotto la pressione della mancanza di preti, vengono create unità amministrative sempre più grandi – “parrocchie extralarge” – , in cui non è quasi più possibile vivere prossimità e appartenenza. Si cancellano identità storiche e reti sociali particolarmente significative. I preti vengono “bruciati” e finiscono per esaurirsi. I credenti si allontanano se non viene riconosciuta una loro corresponsabilità nella guida delle comunità all’interno di strutture democratiche. È il ministero ecclesiale che deve servire la vita delle comunità, non il contrario. La Chiesa ha bisogno anche di preti sposati e di donne al servizio della Chiesa.
  3. Cultura del diritto: il riconoscimento della dignità e della libertà di ogni essere umano si rivela proprio nel momento in cui i conflitti vengono affrontati in maniera equa e rispettosa. Il diritto ecclesiale merita questo nome solo se i credenti possono effettivamente far valere i loro diritti. È urgente migliorare la difesa e la cultura del diritto nella Chiesa; un primo passo in questa direzione è la creazione di una giurisdizione amministrativa ecclesiale. 
  4. Libertà di coscienza: Rispettare la coscienza individuale significa avere fiducia nella capacità di decisione e di responsabilità degli esseri umani. È anche compito della Chiesa favorire e sviluppare questa capacità, per quanto ciò non debba trasformarsi in paternalismo. Riconoscere seriamente la libertà di coscienza significa affrontare anche l'ambito delle decisioni personali riguardo alla vita e alle forme di vita individuale. L'alta considerazione della Chiesa per il matrimonio e per la vita di castità è fuori discussione. Ma essa non comporta l’esclusione delle persone che vivono responsabilmente l'amore, la fedeltà e la cura reciproca in una unione omosessuale o come divorziati risposati. 
  5. Riconciliazione: la solidarietà nei confronti dei peccatori presuppone una seria considerazione del peccato al proprio interno. Non si confà alla Chiesa un pretenzioso rigorismo morale. La Chiesa non può predicare la riconciliazione con Dio senza porre, nel proprio agire, i presupposti per la riconciliazione con coloro verso cui si è resa colpevole: a causa della violenza, della violazione del diritto, del rovesciamento dell’annuncio liberatore della Bibbia in una morale rigida priva di misericordia. 
  6. Celebrazione: la liturgia vive della partecipazione attiva di tutti i credenti. In essa devono trovare spazio le esperienze e le forme di espressione di oggi. La celebrazione non deve irrigidirsi in tradizionalismo. La molteplicità culturale arricchisce la vita liturgica e non si concilia con le tendenze ad una unificazione centralistica. Solo quando la celebrazione della fede accoglie situazioni di vita concrete, l'annuncio della Chiesa è in grado di raggiungere le persone. 

Il processo di dialogo ecclesiale avviato può portare alla liberazione e al cambiamento se tutte le parti in gioco sono pronte ad affrontare i problemi più urgenti. Si tratta di cercare, all’interno di un libero ed equo scambio di argomentazioni, le soluzioni in grado di condurre la Chiesa fuori dalla sua paralizzante autoreferenzialità. Alla tempesta dello scorso anno non può seguire alcuna pace! Nella situazione attuale, potrebbe esservi solo un silenzio di tomba. La paura non è mai stata una buona consigliera in tempi di crisi. Cristiane e cristiani sono incoraggiati dal Vangelo a guardare con fiducia al futuro e – sulla parola di Gesù – a camminare come Pietro sulle acque: «Perché avete così paura? È così piccola la vostra fede?».

Ultima modifica Mercoledì 23 Febbraio 2011 22:37
Stefano Blasi

Stefano Blasi

Esperto di Comunicazione
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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