Domenica, 22 Ottobre 2017
Lunedì 14 Marzo 2011 22:26

In cerca di un ethos planetario

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di Leonardo Boff

È necessario prendere coscienza che viviamo una nuova tappa della storia dell’umanità e della Terra stessa: la tappa planetaria. Con essa diventa chiaro che tutti abbiamo un destino e un futuro comuni. E che occorre proteggerli dalla minaccia del riscaldamento globale.

Dobbiamo, come sottolinea la Carta della Terra, «formare un’alleanza globale per prenderci cura gli uni degli altri e del pianeta, se non vogliamo rischiare la nostra stessa distruzione e quella della diversità della vita» (Preambolo).

L’ethos da costruire deve tener conto della prospettiva basilare della mondializzazione così come ci viene presentata dalla nuova cosmologia. La Terra è frutto di un lungo processo di evoluzione che ha già 13,7 miliardi di anni. Ed esiste come pianeta da 4 miliardi di anni. Tutto ciò che esiste all’interno di essa non si trova giustapposto, ma inter-retro-connesso. La Terra appare come una totalità fisico-chimica, biologica, socio-antropologica e spirituale, una e complessa, che articola tutte queste istanze in modo da costituire un grande sistema vivo e benefico per la riproduzione della vita.
La visione trasmessaci dagli astronauti lo conferma. Dalla luna o dallo spazio cosmico, la Terra si mostrava loro nella sua splendida e fragile unità. Non c’è differenza – sottolineavano – tra la Terra e la biosfera, tra la Terra e l’umanità. Esse costituiscono un’unica entità, un tutto unico organico e sistemico.
Questa esperienza della contemplazione della Terra fuori dalla Terra sta cambiando lo stato di coscienza dell’umanità: una coscienza che si sente interconnessa alla Terra e attraverso la Terra all’intero cosmo.
La vita sulla Terra e della Terra emerge dalla complessità della sua storia, come materia che si auto-organizza e, nell’espandersi, si auto-crea. La vita umana è un sottocapitolo della storia della vita. Non c’è disgiunzione, ma congiunzione. Tutto costituisce un unico processo complesso (pertanto non lineare), dinamico e aperto.
E, con la nascita del cibionte (la combinazione dell’essere umano con la cibernetica), entriamo definitivamente in una nuova fase del processo evolutivo umano. La tecnologia, cioè, non è qualcosa di strumentale e di esterno all’essere umano, ma si è incorporata alla sua natura concreta. Senza l’apparato tecnico-scientifico, non si può più intendere l’esistenza concreta dell’essere umano e la sua sopravvivenza. Di pari passo, sta nascendo una sorta di nuovo cervello, una nuova corteccia cerebrale, la world wide web (la rete mondiale di comunicazione): la connessione di tutti con tutti, l’accesso individuale a tutta la conoscenza e all’informazione accumulata dall’umanità. Ogni persona si trasforma, in un certo modo, in un neurone del cervello ampliato di Gaia.
Tale fenomeno ci obbliga ad andare oltre quel paradigma moderno che fraziona, atomizza e riduce. Bisogna aprirsi al paradigma olistico contemporaneo che articola, relaziona tutto con tutto e coglie la coesistenza del tutto e delle parti, assicurando la dovuta attenzione alla multidimensionalità della realtà con la sua non-linearità, gli equilibri/squilibri, il caos/cosmo e la vita/morte. Infine, tutte le cose devono essere contemplate nella loro relazione eco-organizzatrice con l’ambiente cosmico, naturale, culturale, economico, simbolico, religioso e spirituale.
Tale lettura ha modificato la nostra concezione del mondo, dell’essere umano e del suo posto nell’insieme degli esseri. Per una nuova musica abbiamo bisogno di nuove orecchie.
Questa nuova ottica richiede una nuova etica. È allora il caso di chiedersi: che tipo di etica è importante vivere in questa nuova fase, che alcuni chiamano era ecozoica e planetaria? (…)

La nostra proposta di un’etica della cura

(…). Va constatato che, in maniera generale, quasi tutti i sistemi etici, perlomeno in Occidente, pagano un pesante tributo al logocentrismo e al razionalismo moderno. Alla base della nostra cultura si incontra il logos greco e il cogito cartesiano. L’evoluzione del pensiero filosofico e lo stesso processo storico hanno ripetutamente dimostrato che la ragione non spiega né abbraccia tutto. Prima di essa c’è qualcosa di più profondo e originario: il pathos, l’affettività e la cura. C’è quell’intelligenza che è la scoperta del trascendente, dell’io connesso con tutto e con il Mistero che soggiace all’universo.
Al di là della ragione esistono l’a-razionale e l’irrazionale, che mostrano la presenza del caos insieme a quella del cosmo, del disordine unito all’ordine. Il demens accompagna sempre il sapiens, il dia-bolico va in coppia con il sim-bolico. C’è una vasta convergenza nell’ammissione che l’intelligenza è impregnata di sensibilità, di emozioni e di affetti, poiché sono queste caratteristiche che danno conto della vita quotidiana e della socialità umana. Michel Maffesoli, sulla scia di Ortega y Gasset, parla di raziovitalismo. Possiamo anche riferirci alla ragione cordiale, perché è nel cuore che risiedono i valori, il mondo delle eccellenze, degli affetti e dei grandi sogni che orientano la vita.
Qual è l’esperienza-base della vita umana? È il sentimento, l’affetto e la cura. Non è il logos, ma il pathos. Sentio, ergo sum (sento, quindi esisto): ecco la proposizione basilare. Il pathos è la capacità di sentire, di essere toccati e di toccare. (…).
Le strutture portanti dell’esistenza circolano intorno all’affettività, alla cura, all’eros, alla passione, alla compassione, al desiderio, alla tenerezza, alla simpatia e all’amore. Tale sentimento base non è solo un movimento della psiche, ma è molto di più, è una qualità esistenziale, un modo d’essere essenziale, la strutturazione ontica dell’essere umano.
Il pathos non si oppone al logos. Il sentimento è anch’esso una forma di conoscenza, ma di natura diversa. Ingloba dentro di sé la ragione, traboccando da tutti i lati. Biologicamente è legato al cervello limbico, apparso più di cento milioni di anni fa, con il quale sono sorti, nel nostro sistema planetario, il pathos, il sentimento, la cura e l’amore. Il pensiero razionale, invece, è vincolato alla neocorteccia emersa appena negli ultimi 7 milioni di anni.
Chi ha colto in maniera geniale questa dimensione del pathos è stato Blaise Pascal, uno dei fondatori del calcolo delle probabilità e costruttore di calcolatrici, il quale ha affermato che i primi assiomi del pensiero nascono da un’intuizione del cuore e che spetta al cuore porre le premesse di tutta la conoscenza possibile del reale.
L’analisi empirica di David Goleman, con la sua Intelligenza emotiva, è venuta a confermare ciò che affermava una certa tradizione filosofica che va da Platone, Agostino, Bonaventura, Pascal, fino a Freud e Heidegger, Damásio e Maffesoli. La mente è incorporata nelle emozioni, cioè l’intelligenza è satura di emozioni. È in esse che si elabora l’universo dei significati e del senso esistenziale. La conoscenza attraverso il pathos avviene in un processo di sim-pathia, cioè di comunione con il reale, soffrendo e gioendo con esso e partecipando del suo destino.
Tale comprensione compensa il vasto razionalismo della cultura contemporanea, egemonizzata dalla ragione strumentale-analitica. È importante riscattare il cuore, sede dei sentimenti profondi e dei valori, e la ragione cordiale che lo articola con le altre forme di esercizio della ragione.

Una relazione amorevole con la realtà

Chi ha dato a ciò un fondamento filosofico completo è stato il già citato Martin Heidegger, il quale, commentando la favola 220 di Igino, che parla della cura, afferma chiaramente che la cura è un modo d’essere fondamentale dell’uomo e della donna. Senza la cura smetteremmo di essere umani. (…).
La cura, commenta, è «una costituzione ontologica sempre soggiacente» a tutto ciò che l’essere umano intraprende, progetta e fa; «la cura fornisce preliminarmente il terreno su cui ogni interpretazione dell’essere umano si muove». Quando parla di «costituzione ontologica» vuol dire che essa rientra nella definizione essenziale dell’essere umano e determina la struttura della sua prassi. Quando parla della cura come del «terreno su cui ogni interpretazione dell’essere umano si muove» vuol dire che essa è il fondamento di qualunque interpretazione possa venir data dell’essere umano. (…).
La cura fonda un nuovo ethos, nel senso originario della parola greca: il modo in cui organizziamo la nostra casa, il mondo che abitiamo con gli esseri umani e con la natura.
L’essere umano è fondamentalmente un essere della cura e della sensibilità più che un essere della ragione e della volontà. La cura è una relazione amorevole con la realtà, allo scopo di garantirle la sussistenza e di creare lo spazio per il suo sviluppo. La cura previene i danni futuri e rigenera i danni passati. Ad essa corrisponde, in termini di discorso ecologico, la sostenibilità, che punta a trovare il giusto equilibrio tra l’utilizzo razionale delle virtualità della Terra e la loro preservazione per noi e per le generazioni future.
Di ogni cosa gli esseri umani hanno e devono avere cura: della vita, del corpo, dello spirito, della natura, della salute, della persona amata, di chi soffre, della casa. Senza cura la vita viene meno.
L’etica della cura è sicuramente quella che più si impone ai nostri giorni, considerando il livello di negligenza e di mancanza di attenzione nei confronti della biosfera e del destino umano, oggetto di crescenti allarmi da parte dei grandi organismi ecologici mondiali.

Compassione, solidarietà, responsabilità

Da questa piattaforma globalizzante del pathos arricchito dalla tradizione del logos, che ha nella cura la sua massima espressione, derivano altre dimensioni etiche, strettamente legate alla cura (…): l’etica della compassione verso tutti gli esseri che soffrono, a cominciare dal pianeta come un tutto, dalle specie a rischio di estinzione e specialmente dai miliardi di esseri umani sottoposti a grandi tribolazioni. E, insieme alla compassione, la solidarietà/cooperazione, attraverso cui l’essere umano ha compiuto il salto dall’animalità all’umanità e che ancora oggi è alla base di qualunque forma sociale. Alla cura appartiene infine la responsabilità, mediante la quale ci rendiamo conto delle conseguenze dei nostri atti, benefici o funesti, perché le nostre pratiche non sacrifichino il sistema di vita e non aggravino lo stato della Terra e dell’umanità.
Due virtù accompagno l’etica della cura: l’autolimitazione e la giusta misura. L’autolimitazione è la rinuncia necessaria che operiamo rispetto ai nostri desideri e alla voracità produttivista e consumista, allo scopo di salvaguardare l’integrità e la sostenibilità del nostro pianeta. L’autolimitazione tutela gli interessi privati perché non si sovrappongano a quelli collettivi che costituiscono il bene comune. Ispira una cultura della semplicità volontaria e un consumo responsabile e solidale.
La giusta misura appartiene a tutte le grandi tradizioni etiche e spirituali dell’Occidente e dell’Oriente. È alla base di tutte le virtù, perché la giusta misura è l’ottimo relativo, l’equilibrio tra il più e il meno. La nostra cultura è eccessiva in tutto e pecca di hybris (eccessiva autostima e arroganza), tanto condannata dalla cultura greca.
Oggi si pone continuamente la questione di quale sia la giusta misura del nostro intervento sulla natura per soddisfare le nostre necessità e, al tempo stesso, conservare il capitale naturale in modo che esso possa rigenerarsi ed essere trasmesso, arricchito, alle generazioni future.
Credo che il futuro della vita e dell’umanità dipenda dalla nostra autolimitazione, dalla nostra giusta misura e dalla cura che avremo permanentemente affinché il dono più prezioso che la natura ci ha lasciato e che Dio ha suscitato nel lungo processo dell’evoluzione – la vita – possa mantenersi e continuare a co-evolvere nel cammino verso il suo punto Omega.

Ultima modifica Lunedì 28 Febbraio 2011 15:31
Stefano Blasi

Stefano Blasi

Esperto di Comunicazione
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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