Martedì, 17 Ottobre 2017
Lunedì 25 Aprile 2011 22:38

Intolleranza verso i cristiani

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In alcuni contesti è drammatica l'ostilità verso le comunità cristiane. L'importanza del dialogo interreligioso anche quando la violenza si manifesta al suo massimo livello.

«Perché tanta intolleranza religiosa? Forse si identifica il cristianesimo con il mondo occidentale?». È quanto si è chiesto l'arcivescovo di Genova e presidente della Cei Angelo Bagnasco nell'omelia tenuta in occasione della celebrazione dell'epifania ricordando la strage di Capodanno dei copti egiziani che, con 23 cristiani uccisi durante la messa, è stata la più sanguinosa nella storia recente dell'Egitto, paese dove le comunità copte, circa il 10% della popolazione, vivono da secoli vantando di essere, insieme a quella di Gerusalemme, la chiesa più antica, discendente direttamente dall'apostolato di san Marco.
La loro autonomia dalla chiesa di Roma non ha ostacolato il loro sviluppo e la loro sopravvivenza, anzi, ne ha determinato una forte connotazione identitaria che tuttavia non è sufficiente a spiegare i motivi della violenza contro di esse. Quella dei copti è solo l'ultima strage, in ordine cronologico, di cristiani in terra mediorientale, dopo quelle in Iraq e in Pakistan, un crescendo di violenze da parte del fondamentalismo islamico e induista che è stato più volte condannato da Benedetto XVI come inaccettabile e per le quali ha usato il termine di "cristianofobia" .
Si tratta di una escalation che pare vanificare ciò che il recente sinodo delle chiese del Medio Oriente aveva ribadito, e cioè la necessità di dialogo con i musulmani come mezzo principale per tutelare la sopravvivenza.

Il dialogo interreligioso

E il dialogo è stato infatti ribadito dal papa all'indomani della strage come strumento essenziale che sarà al centro dell'anniversario dell'incontro dei rappresentanti di tutte le religioni ad Assisi, il prossimo ottobre, per celebrare i 25 anni dal primo incontro voluto dal suo predecessore Giovanni Paolo II. Ma di dialogo hanno parlato anche vari esponenti del mondo islamico. Tra questi, quello che ha fatto più discutere è stato il capo spirituale della moschea di Al Azhar, la più prestigiosa istituzione dell'islam sannita, l'imam Ahmed Al Tayyeb. In un'intervista al Corriere della sera, infatti, pubblicata il 7 gennaio, ha ribadito il concetto che l'attacco non è stato solo contro i cristiani ma contro l'intero Egitto, contro la sua storica convivenza tra musulmani e minoranze religiose, e che solo mantenendo e cementando il dialogo tra le religioni si potrà tutelarle tutte quante. «Io credo profondamente che la libertà religiosa, etnica e culturale sia una legge divina - ha dichiarato -. Di conseguenza non sta a noi, creature di Dio, imporre ai nostri fratelli una sola religione o un solo modo di vivere. Dobbiamo quindi approfondire la mutua comprensione ed eliminare ogni pregiudizio o malinteso. Il rispetto dell'altro e del suo diritto alla diversità è una condizione indispensabile per quel dialogo costruttivo che possa riavvicinarci».
Nonostante sia stata criticata la sua richiesta al pontefice di un messaggio ai musulmani «che possa ristabilire i ponti della fiducia e dissipi le origini dei malintesi» in risposta alla richiesta del papa di difendere i cristiani in Egitto, in quanto essa evidenzia - scrive Luigi Ippolito sempre sulla stessa pagina del Corriere - il non aver preso consapevolezza che al centro delle violenze ci sono i cristiani e non i mussulmani, le sue parole sono di grande stimolo per tutta la comunità islamica egiziana a perseverare in quella unità che finora è stato il suo modello di convivenza.
Tuttavia, non è mancato chi ritiene il dialogo indispensabile ma non sufficiente, come il vescovo copto-ortodosso di Torino Anba Barbaba El Soriani che, in un'intervista all'agenzia stampa cattolica Sir, ha affermato che «il dialogo da solo non basta, le parole non bastano. A queste devono seguire i fatti. Ci sono moschee in Egitto dove si predica l'odio contro i cristiani, ci sono media che non fanno altro che dire che le chiese sono piene di armi e nelle scuole si insegna ai bambini a odiare i cristiani». Chiamato in causa, qui, è il governo egiziano di Mubarak che non avrebbe fatto abbastanza per difendere le comunità cristiane nonostante episodi di violenza fossero già accaduti nei mesi e negli anni scorsi. Che di fatto esista una discriminazione strisciante verso i cristiani nel paese è risaputo. Ma la speranza, coltivata dai copti, è che quanto accaduto abbia indotto il governo ad accorgersi della loro condizione e ad agire di conseguenza.
Un paese, invece, in cui non c'è alcuna capacità e volontà di tutelare i cristiani è l'Iraq, dove, a seguito di una escalation di violenza che ha visto tra gli episodi più cruenti quello dello scorso novembre con la morte di decine di cristiani, si è incrementato a livelli esponenziali il numero di persone di fede cristiana che fuggono, dando luogo a una vera e propria emergenza profughi e riducendo la comunità cristiana a poche centinaia di migliaia di persone.
«Non può sfuggire che il vangelo si incarna in ogni cultura senza identificarsi con nessuna», ha ricordato il card. Bagnasco nella sua omelia, una verità che tuttavia non è percepita come tale da chi alimenta la cristianofobia. La visione che viene diffusa da un certo integralismo islamico è quella che identifica il cristianesimo con l'Occidente tout-court, una sorta di unicum senza differenze al suo interno e che, soprattutto, appare, almeno ai loro occhi, subordinato agli interessi occidentali.
Al riguardo Guido Dotti, della comunità di Bose, ha affermato, nel corso del programma radiofonico di Rai3 Uomini e profeti dell'8 gennaio, che «l'ostilità contro i cristiani viene condotta come fosse un'unica realtà. È come se non ci fossero differenze tra la diverse confessioni, e viene fatto passare dai media l'identificazione tra cristianesimo e Occidente, viene percepito un cristianesimo ricco e dominatore che anche la storia della missione ha contribuito a far percepire come tale».

Il ritorno del martirio

È di questo parere anche il vaticanista ed editorialista Giancarlo Zizola. In un lungo e articolato fondo pubblicato su Repubblica mercoledì 5 gennaio afferma che «l'attacco alla chiesa non le viene, oggi, mai dal potere politico dominante ma dal fondamentalismo, islamico o induista, interessato a rinserrare la religione cristiana nel recinto identitario dell'Occidente a supporto ideologico dei suoi interessi». L'obiettivo maggiore di tale fondamentalismo è quello di «ripulire le terre islamiche dalle minoranze cristiane inducendole all'esilio, poiché vede un pericolo dell'universalismo cristiano che raggiunge i massimi apici di espansione proprio in Africa e in Asia, con tassi di battesimi sconosciuti nel Nord del mondo». Il disegno finale è dunque di «occidentalizzare il cristianesimo precludendogli uno status di religione del Sud del mondo» dove, evidenzia il giornalista, vive il 64% dei fedeli della sola chiesa cattolica.
Per Zizola questa situazione è anche una sfida per la Santa Sede, indotta ad accentuare alcune sue intenzioni. Per non stare al gioco degli intenti dei fondamentalisti, «il Vaticano sarà obbligato a differenziare con maggior circospezione che in passato, l'indiscutibile ruolo culturale avuto dalla chiesa nella formazione dell'identità occidentale, da discorsi politici subalterni alle tesi di una circolarità assoluta, infrangibile e insuperabile tra la missione della chiesa e gli interessi strategici dell'Occidente». Il ritorno dei martiri, continua l'editorialista, è anche uno dei segnali che «la chiesa protetta dai privilegi concordatari è in via di esaurimento e che essa è obbligata a cercare altrove, sul piano delle coscienze, garanzie meno inquinate e più solide. Significa che la partita del destino del cristianesimo non si gioca più in casa, con schemi europocentrici, ma fuori casa, nel confronto con altre concezioni del mondo, altre tradizioni spirituali e culturali, altre grandi religioni mondiali».
A conclusione del suo articolo, il giornalista apprezza la risposta di Benedetto XVI in quanto «è sembrata immune dalla mistica del martirio nella misura in cui si è basata sulla convinzione che il martirio più che evento storico eccezionale è intrinseco nella condizione cristiana ordinaria. Ed è questa esperienze che rende più sensibile la chiesa alla rivendicazione della libertà religiosa per tutte le fedi, sul terreno del diritto internazionale», tema che è stato posto al centro del messaggio per la giornata mondiale della pace che, ironia del destino, cade proprio a Capodanno.

Per il futuro del cristianesimo

La scelta di «non cedere alla rassegnazione» mantenendo la linea della nonviolenza evangelica, preferendo essere uccisi che uccidere come insegnano i martiri di ogni epoca, fa la differenza con il martirio dei kamikaze fatto "per uccidere", mentre la consapevolezza che non esiste alternativa al dialogo, sapendo che l'errore peggiore sarebbe arroccarsi in difesa, fa della risposta ecclesiale data finora un segno della sua vitalità evangelica da sostenere e tutelare con i mezzi del diritto laddove sia possibile farlo.
Interessante è anche il commento di Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose, che su La Stampa dello stesso giorno evidenzia come ad essere nel mirino dei fondamentalisti non sono tanto i cristiani presi singolarmente, ma comunitariamente, nelle loro assemblee domenicali. «Se da parte dei terroristi questo può essere un calcolo assassino per mietere un maggior numero di vittime - scrive Bianchi -, non dobbiamo trascurare la valenza simbolica e la sua centralità nel discorso della libertà religiosa. Garantire a ogni cittadino di professare in privato e in pubblico la propria fede è ciò di cui ogni stato di diritto dovrebbe farsi carico, ma per i cristiani l'eucarestia domenicale è ben più di un gesto pubblico, è l'evento comunitario per eccellenza».
È su questa consapevolezza, dunque, del profondo legame tra fede personale ed espressione comunitaria del culto che si radica il cristianesimo, «non su identità culturali o immaginarie, non su astratte convergenze di idee, ma sul vissuto quotidiano nella comunità dei credenti, sulla trasparenza di una testimonianza di fratellanza e di amore universale».
Anche per Bianchi ne deriva che, di fronte alla sfida delle diverse visioni culturali e religiose, così come a quella di un anticristianesimo culturale in certe aree del Nord del mondo, veri segni dei tempi, decisivi per il destino del cristianesimo sulla Terra, occorre «una risposta trasparente, evangelica, magari scandalosa per il pensiero omologato di tante nostre società».

 

di Sabrina Magnani
Settimana n. 2 anno 2011

Ultima modifica Domenica 10 Aprile 2011 18:40
Stefano Blasi

Stefano Blasi

Esperto di Comunicazione
Responsabile Area Mondo Oggi - Rubrica Ecclesiale

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